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Il bosco di Tarcos - Analisi del racconto di Giuseppe Mallozzi

letteratura


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Il bosco di Tarcos

Analisi del racconto

di

Giuseppe Mallozzi

Questo racconto di Silvina Ocampo si trova nella raccolta "E così via" del 1987. E' stato ispirato all'autrice da un'incisione di Albrecht Durer, "Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo", del 1513. Non è la prima volta che uno scrittore si ispira alle opere di Durer: oltre alla Ocampo, ci sono stati Durrenmatt, che addirittura nel suo primo romanzo, "Il giudice e il suo boia", rende l'incisione di Durer talmente importante in quanto spiegava l'enigma della storia; Sciascia,  che riprende addirittura il nome stesso di una famosa incisione dell'artista tedesco in uno degli ultimi romanzi, "La Morte e il Cavaliere"; Bernhardt in "Antichi maestri", tanto per citare i più famosi.

TRAMA

Un cavaliere errante entra in un bosco, seguito da una strana quanto bizzarra compagnia: la Morte e il Diavolo. Con loro c'è anche un cane. Nel bosco succede qualcosa di strano: al cavaliere, che non ha mai dato troppo peso ai ricordi, cominciano a venirgli in mente delle immagini del passato. In realtà, sono immagini che verranno, il futuro, del quale egli non ne comprende il significato.



SPAZIO

Tutta l'azione del racconto si svolge all'interno di un bosco di conifere in Germania. Solo che, al momento del passaggio del cavaliere, quel luogo che abitualmente era pieno di quegli alberi si trasforma: "fiori viola caddero da a 727j92h ltri alberi". Dovrebbero essere gli alberi di tarco (visto che compaiono i fiori a forma di campana color lilla propri di questa specie). Nel testo, poi, viene citato anche un molle, un albero soporifero, sotto il quale il cavaliere avrebbe forse dormito, prima di entrare nel bosco. Sembra che il cavaliere sia entrato in un luogo magico, una sorta di selva dantesca, dove tutto può accadere, e dove con i sensi alterati (forse dal profumo della resina delle strane conifere di questo bosco, forse dall'albero di molle di prima) si lascia andare a pensieri,  ricordi, che sono invece una specie di premonizioni sul futuro. Il cavaliere non era abituato a farsi trasportare dai pensieri: infatti, lui uomo medievale, dedito alla guerra, divenuto tutt'uno con la sua armatura, un "uomo di ferro", non può abbassarsi ad un passatempo che è invece proprio delle donne, esseri deboli e piagnucoloni.   

TEMPO

Il tempo dell'ambientazione dovrebbe essere quello del medioevo (".saranno passati settecento anni."). Questa tesi è rafforzata anche dalle due figure che accompagnano il cavaliere, cioè la Morte e il Diavolo, due figure tipiche delle credenze e delle superstizioni medievali. Oltre a questo c'è un'altra parte dove dice "tutti i draghi che aveva ucciso": le gesta dei cavalieri che uccidono i draghi sono proprie dei racconti medievali.

NARRATORE

Il narratore è onnisciente e personale. Infatti, conosce tutto, anche i pensieri dei personaggi, i loro movimenti. Ma è un narratore strano, non nel senso solito. Questo narratore è come se mettesse in scena, in una scena teatrale, i vari personaggi, facendoli interagire con il lettore attraverso ammiccamenti e riferimenti al mondo del lettore stesso, in quanto appartenente al XX secolo. Il testo, infatti, è pieno di citazioni di questo secolo: vedasi, ad esempio, il paragone tra il cavaliere e il signore del XX secolo seduto alla scrivania, tanto che il testo appare quasi un meta-racconto, anzi lo è in quanto interagente con l'incisione di Durer e con le conoscenze del lettore; quindi, si muove su ben tre piani: testo, incisione, lettore. Questo sembra avvalorato dal discorso finale del Diavolo, che, strappata la clessidra alla Morte e sollevandola, "come un attore in un'enfatica opera teatrale" (sembra il personaggio shakespeariano di Amleto, nel celeberrimo monologo del terzo atto dell'omonima tragedia), dice che ".stiamo vivendo nel mondo di chi ci guarda in questo momento. Che tutto il mondo vive in qualsiasi momento nel mondo di chi lo guarda.". Queste due frasi richiamo, in un certo senso,  il rapporto vita-sogno, consistenza-apparenza, privilegiato da tanti autori: da Calderon de la Barca ("La vida es sueno") e lo stesso Shakespeare (egli diceva che "tutto il mondo è teatro"),  passando per Shelley, Novalis, Poe (la sua poesia "Un sogno dentro a un sogno" penso sia eclatante), fino ad arrivare ad un amico intimo della Ocampo, Borges (in particolare il racconto "Le rovine circolari"). Sembra che ci sia anche il Pirandello di "Uno, nessuno e centomila", dove ogni persona ha delle persone che lo circondano, e quindi di tutto il mondo, una propria visione strettamente personale. Il discorso del racconto sembrerebbe quindi vertere proprio sul significato della scrittura ed anche della letteratura in generale: che, cioè, i mondi descritti sulla pagina scritta vivono nella mente (per non dire nel cuore) dei lettori, diventando parte (ed essenza) della loro formazione, della personalità, del loro modo di essere. Credo che sia questo il significato finale del racconto: la letteratura che diventa vita.



* * *

Come si diceva, il racconto è ispirato all'incisione di Durer, "Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo". Quello raffigurato è un cavaliere medievale, assieme a due figure altrettanto medievali, come ho già detto. La Morte è raffigurata con una sorta di volto scarnificato, con la barba e i capelli a ciocche. Nell'incisione appare sul dorso di un cavallo, mentre nel racconto questo non è descritto.  Non è la solita raffigurazione dello scheletro con la falce. Anzi, la falce nell'incisione addirittura non c'è, mentre nel racconto della Ocampo invece è presente. Ha in mano, invece, una clessidra, presente anche nel racconto. La Ocampo deve aver tenuto presente anche un'altra, suggestiva, incisione di Durer: "Il Cavaliere e la Morte", dove la Morte appare nella solita raffigurazione di scheletro con la falce e la clessidra. 

A sua volta il Diavolo appare nell'incisione sotto forma di ibrido: metà caprone (ricorda la figura del dio Pan: lo zoccolo che si vede è scisso, ha le gambe di capra e le orecchie di animale), testa di animale, e un corno solo. Appare anche un castello che nel racconto non viene nominato. Poi, le conifere descritte nel racconto nell'incisione non appaiono, ci sono soltanto degli alberi molto piccoli.

Queste due figure, che dovrebbero incutere timore, sono invece simpatiche (lo stesso cavaliere, pensando al proprio figlio, dice: "Peccato che non sia qui, si divertirebbe"). La Morte sembra premurosa nei confronti del cavaliere: "gli tastava di tanto in tanto il polso, come un medico".  Secondo l'interpretazione dei tarocchi, la figura della Morte sta ad indicare la fine di una condizione e la nascita di un'altra: in una parola, trasformazione. Questo ci fa capire che il cavaliere sta passando, evidentemente, dalla condizione dell'uomo medievale, dell'uomo dedito alla guerra, l' "uomo di ferro", privo di pensieri e sentimenti, a quella dell'uomo rinascimentale, uomo nuovo che riscopre la persona, che non si vede più come "macchina"  ma come essere umano di carne e sangue e con una testa che riesce a pensare ed a interrogarsi su di sé e sul mondo. Il fatto che cada la clessidra alla Morte, e che si rompa addirittura, sarebbe stato impensabile nel medioevo, dove la Morte era considerata un essere infallibile. Lo stesso dicasi per il Diavolo: secondo i tarocchi esso rappresenta un ostacolo, ma anche la vitalità animale e sessuale che l'uomo saggio deve riuscire a  superare. Vista così, la figura del Diavolo nel racconto rappresenterebbe l'essenza del vecchio uomo medievale (rozzo e animalesco) che cede il passo a quello nuovo che si sta per affermare. Ed è sintomatico che sia proprio lui a recitare il discorso finale. Come è pure sintomatico che la Morte mostri sullo specchio della lama  della propria falce gli occhi del cavaliere: è la presa di coscienza della propria morte e rinascita come uomo nuovo rinascimentale. Il bosco sembra il luogo adatto per questa trasformazione: luogo conosciuto dal cavaliere, diventa diverso, si trasforma, sotto i suoi stessi occhi; e la clessidra che si rompe arresta le sabbie del tempo, creando una sorta di nuova dimensione in cui può incontrarsi con il lettore. E' questo il motivo per cui al cavaliere viene in mente la figura di "Cappuccetto Rosso", che in condizioni normali non conoscerebbe, ma che invece conosce il lettore del XX secolo. Il racconto si muove su questi due tempi: il medioevo che si trasforma in età moderna e il XX secolo. La selva è il luogo d'incontro tra personaggio e lettore. I personaggi sono attori, o meglio pupazzi, nelle mani del narratore: il Diavolo ha una "faccia da maschera" e la Morte è "non meno finta". 




Sul perché della parola "guarango", che è un argentinismo, penso che si riferisca al tempo che verrà rispetto a quello del cavaliere medievale, cioè la scoperta dell'America (riferimento, credo, pertinente perché nel testo, ad un certo punto, il cavaliere associa la parola con "Era la voce di un mondo selvaggio?"). Guarango significa "balordo": se questa parola, come pensa il cavaliere, si riferisce ad un mondo selvaggio, allora questa doveva essere la definizione che gli indigeni americani davano agli strani uomini venuti dall'Europa. Giustamente ai loro occhi, quegli uomini vestiti col ferro delle proprie armature dovevano apparire proprio buffi, balordi, guarango appunto.  Una curiosità: l'Argentina è stata scoperta nel 1512, mentre l'incisione è del 1513; la scelta e dell'incisione e dell'incursione di questa parola non sembra affatto casuale come sembrerebbe a prima vista. E, pensando al discorso finale del Diavolo (".tutto il mondo vive in qualsiasi momento nel mondo di chi lo guarda."), appare chiaro che l'incursione di questa parola sia ironica e dissacrante, come se la Ocampo derida i falsi ideali rinascimentali di intelligenza e rispetto della persona, i quali invece non sono stati di certo rispettati al tempo delle colonizzazioni, volte queste ultime soltanto allo sterminio e al non rispetto della dignità umana.

Riprendendo il discorso sulla selva come luogo d'incontro tra personaggio e lettore, si potrebbe affermare che il racconto sia una metafora della lett(erat)ura: il lettore, quando apre un libro e comincia a leggere, si lascia trasportare dalle parole, entra nei "boschi narrativi" (tanto per dirla con le parole di Eco), alterando la sua percezione della realtà, che ai suoi occhi, dopo ogni esperienza letteraria, appare diversa, sempre nuova e sempre tutta da scoprire, e sono queste cose che lo fanno sentire vivo, che lo fanno sganciare dalla sua vecchia posizione di uomo privo di pensieri e di cultura (come l'uomo medievale di poc'anzi), e lo proiettano nella nuova condizione di uomo raziocinante, che usa la propria testa per capire sé, gli altri e il mondo (uomo rinascimentale) ma sempre nel pieno rispetto di chi e cosa ha intorno. Forse è questo l'insegnamento profondo di questo racconto: che la lettura e la letteratura, ma anche tutte le altre forme d'arte (e perciò il continuo spostamento tra il racconto e l'incisione di Durer, in un continuo gioco di rimandi e sovrapposizioni) sì insegnano qualcosa, ma dipende sempre dall'uso che si intende farne.







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