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Giovanni Pascoli

letteratura


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Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli nasce nel dicembre 1855 a San Mauro di Romagna, da una famiglia della piccola borghesia rurale, di condizione abbastanza agiata. La vita serena della famiglia viene sconvolta il 10/8/1867, quando il padre, che tornava a casa dal mercato, viene ucciso e i colpevoli, sebbene i diversi sospetti, non sono scoperti. Questa scomparsa crea vari problemi economici alla famiglia e in seguito muoiono al Pascoli anche la madre, la sorella maggiore e il fratello Luigi. Nel 1862 entra nel collegio degli Scolopi ad Urbino, dove ha una formazione classica. Nel '71 lascia il collegio ma riesce a terminare gli studi a Firenze. Negli anni universitari, frequentati grazie ad una borsa di studio, subisce il fascino dell'ideologia socialista, e viene anche arrestato durante una manifestazione contro il governo nel 79. Quest'esperienza è per lui traumatica, tanto che datermina il suo distacco dalla politica militante, anche se resta fedele agli ideali socialisti. Si laurea nel 1882, con una tesi su Alceo, e nel 1884 comincia la carriera di insegnante liceale, prima a Matera, poi a Massa, poi a Livorno, dove si stabilisce fino al 95 con le sorelle. Due momenti importanti sono sicuramente il nido e il ricordo dei morti e, per quanto riguarda la sessualità, Pascoli conserva una visione adolescenziale, fatta di turbata attrazione e di ripugnanza. Le sue esigenze affettive sono, a livello conscio, soddisfatte dale sorelle, che rivestono una funzione materna.

Nel 1895, con il matrimonio della sorella Ida, Giovanni rimane solo con l'altra sorella, Mariù, con la quale trascorre una vita appartata, lontana dalla città, a Castelvecchio. Insegna nel frattempo a Pisa, a Messina e a Bologna.

Nel 1891 pubblica la sua prima raccolta di poesie, Myricae, poi nel 1897 i Poemetti, nel 1903 i Canti di Castelvecchio, nel 1904 i Poemi conviviali. Vince per ben 12 colte la medaglia d'oro al concorso di poesia latina di Amste 353e42d rdam. Muore il 6/4/1912 a Bologna.



Le idee

La visione del mondo

La formazione di Pascoli fu principalmente positivistica, dato il clima culturale che dominava negli anni 70. Tale matrice è visibile nella precisione con cui nei suoi versi usa la nomenclatura tecnica (botanica.) e nella presenza di soggetti astrali. In Pascoli si riflette anche quella crisi della scienza che caratterizza la cultura di fine secolo: in lui sorge una sfiducia nella scienza come strumento di conoscenza e di ordinamento del mondo: al si là dei confini raggiunti dall'indagine scientifica si apre l'ignoto, l'inconoscibile. Questa tensione verso ciò che trascende l'esperienza sensibile non si esplica in un senso religioso positivo: il fascino che su di lui esercita il cristianesimo non attinge mai la verità rivelata, ma rimane nei limiti di messaggio morale di fraternità e mansuetudine evangelica.

Al dissolversi dei moduli del Positivismo non subentra un sistema concettuale alternativo: il mondo appare frantumat, disgregato e le sue componenti si allineano con una pereczione casuale ma non si compongono mai in un disegno unitario. Non esistono neppure gerarchie d'ordine tra gli oggetti, ciò che è piccolo si mescola a ciò che è grande, il particolare minimo può essere ingrandito fino a divenire enorme e viceversa. I particolari fisici sono filtrati attraverso l'occhio del poeta e quindi assumono sempre valori simbolici senza mai arrivare alla descrizione di tipo naturalista. Anche la precisione botanica e ornitologicaassume diverse valenze: il termine preciso diviene come la formul magica che permette di andare al di là dell'apparenza delle cose e di scoprirne la vera essenza. Il mondo viene visto attraverso il velo del sogno e le cose si mescolano l'una con l'altra: in questo modo, si instaurano legami segreti tra le cose che possono essere colti solo abbandonando le convenzioni della visione corrente.

La poetica

Da questa visione del mondo segue una perfetta corrispondenza con la poetica, che trova la sua formulazione nell'ampio saggio Il fanciullino, pubblicato nel 1897. L'idea centrale è che il poeta coincide con il fanciullo che sta in fondo ad ogni uomo, un fanciullo che vede le cose come per la prima volta, con ingenuo stupore e meraviglia, come dovette vederle il primo uomo il giorno dopo la creazione. Al pari di Adamo, anche il poeta fanciullino dà un nome alle cose (novella parola-nuovo linguaggio) e utilizza un linguaggio che vada all'intimo delle cose, scoprendole nella loro freschezza originaria. Dietro a questa visione sta una concezione della poesia come conoscenza alogica, simile in un certo modo a quella romantica ma che Pascoli piega in direzione decadente: il poeta fanciullo, grazie al suo modo di vedere le cose, ci fa sprofondare nell'abiss della verità, facendoci cogliere l'essenza delle cose, senza mediazioni e scoprendo le somiglianze e le relazioni più ingegnose. Il poeta, in conclusione, appare come un veggente, dotato di una vista più acuta di quella degli altri uomini.

In questo quadro si collaca anche la visione della poesia pura: per Pascoli la poesia non deve avere fini pratici: il poeta canta solo per cantare. Tuttavia, la poesia può ottenere effetti di utilità morale e sociale (Virgilio che insegna ad amare la vita in cui non si fosse né la miseria né la ricchezza). Il sentimento poetico, proprio perché risveglia il fanciullino che c'è in noi, induce alla bontà e alla fratellanza e quindi alla fine della lotta di classe.

Il rifiuto della lotta di classe si trasferisce allo stile: Pascoli ripudia il principio del classicismo che rivendica la separazione degli stili. Per lui sono ricchi di poesia anche gli argomenti più umili e dimessi: la poesia è anche nelle piccole cose, che hanno al loro interno quel "sublime" particolare. In tal senso, Pascoli porta ad estreme conseguenze la visione romantica: tra umile ed aulico può esservi convivenza, le due cose non si escludono a vicenda. Pascoli si pone in definitiva sia come cantore di cose umili sia come celebratore delle glorie nazionali ed evocatore dei miti classici.

L'ideologia politica

Pascoli ha una concezione di tipo socialista, di un socialismo umanitario e utopico che disprezza la lotta di classe e affida alla poesia la missione di difendere l'amore e la fratellanza. Durante gli anni universitari, il giovane Pascoli subisce l'influenza delle idologie anarchico-socialiste, soprattutto per il fascino esercitato da Andrea Costa. l'adesione alla corrente anarco-socialista da parte degli intellettuali piccolo-borghesi era un fenomeno diffuso al tempo e c'era ancora una matrice romantica, anche se avevano motivazioni sociali più concrete (cultura umanistica perde terreno a vantaggio di quella tecnologica; declassiazione a cui il ceto medio tradizionale era stato sottoposto dall'organizzazione moderna della produzione). Pascoli, proveniente dalla piccola borghesia rurale, declassato e impoverito, trasforma in rabbia contro la società l'emarginazione di cui è vittima. Aderisce all'Internazionale nel 1876.



All'inizio il movimento non aveva grandi progetti, ma agiva più "col cuore" che "con la mente" e di questo genere fu anche l'adesione di Pascoli. Arrestato per una manifestazione antigovernativa, venne tenuto per mesi in carcere e processato: questa fu per lui un'esperienza traumatica. Infatti, quando uscì assolto dal processo, abbandonò definitivamente ogni forma di militanza attiva. Questo distacco è anche imputabile dalla trasformazione del socialismo al tempo: dalla concezione utopistica si stava passando ad una più "scientifica", più vicina a quella di Marx: era inevitabile quindi che una persona che, come Pascoli, aveva obbedito più al cuore che alla mente, non potesse seguire il movimento in questa sua trasformazione. Il concetto marxista, inoltre si fondava sul concetto di lotta di classe, ripudiato da Pascoli, il quale sognava un affratellamento di uomini. Infatti gli ideali socialisti, pur non essendo rinnegati, vennero trasformati in una generica fede umanitaria impregnata di elementi del Cristianesimo, del francescanesimo, del pacifismo di Tolstoj. Per lui, il socialismo era un appello alla fratellanza, alla solidarietà, alla diffusione della pace.

Alla base della sua concezione politica vi era un radicale pessimismo e la convinzione che la vita umana fosse fatta solo di sofferenza: per questo gli uomini, vittime della loro infelice condizione, devono cessare di farsi del male tra di loro e amarsi a vicenda dinanzi alle dure prove dell'esistenza. Pascoli trae un valore morale dalla sofferenza, che purifica ed eleva e, per questo, di fronte ai soprusi e alle ingiustizie, non bisogna abbandonarsi agli odi, ai rancori e al desiderio di vendetta, ma il dolore deve insegnare il perdono.

Si può ora capire come il poeta non potesse accettare i conflitti di classe: ogni classe, secondo la sua idea, doveva accettare la sua collocazione nella scala sociale e collaborare con le altre. Il mondo dei piccoli proprietari terrieri è il mondo che Pascoli mitizzava, proprio per i suoi valori di solidarietà.

Il fondamento di tutto il pensiero di Pascoli è la celebrazione del nucleo familiare e questa concezione si allarga progressivamente fino a comprendere l'intera nazione, da qui il nazionalismo pascoliano. È sentito particolarmente anche il problema dell'emigrazione: l'italiano strappato dal suolo della patria è come colui che viene strappato dal nido, dove ci sono le radici più profonde del suo essere. Secondo Pascoli ci sono nazioni capitaliste e nazioni proletarie, tra cui l'Italia, che non riescono a sfamare i propri figli e i cui emigranti vengono maltrattati e sfruttati nelle altre nazioni. Le nazioni proletarie hanno il diritto di difendersi dagli attacchi delle nazioni più potenti e conquistare nuove terre per evitare l'emigrazione: in quest'ottica si viene a celebrare la guerra di Libia (1911) come un momento di riscatto per la nazione italiana.

Le raccolte poetiche

I componimenti del Pascoli, comparsi originariamente su periodici, vennero raccolti in una serie di volumi pubblicati tra il 1891 e il 1911; tuttavia, l'ordine di uscita non rispecchia l'ordine di composizione.

La prima raccolta pubblicata fu Myricae (1891), comprendente 22 poesie dedicate alle nozze di amici. Nel 1892 venne ampliata e comprendette 72 componimenti, ma cominciò a raggiungere la fisionomia definitiva nel 1897 (4° ed.-116) fino a giungere alla 5° ed. (1900-156). Il titolo è una citazione di Virgilio (4° Bucolica). Pascoli assume le piccole piante come simbolo delle piccole cose che vuole proporre on la sua poesia. Si tratta di componimenti molto brevi, ritratti con un gusto impressionistico, con rapide annotazioni che colgono un particolare, una linea, un colore. In realtà i particolari su cui si fissa il poeta non sono dati oggettivi, colti naturalisticamente, ma si caricano di sensi misteriosi e sembrano alludere ad una realtà ignota che risiede al di là di essi (spesso la morte dei familiari). Compaiono anche soluzioni formali che costituiscono l'originalità della poesia pascoliana: l'insistenza sulle onomatopee, il valore simbolico dei suoni, la sintassi frantumata, metrica inedita.




Una fisionomia diversa hanno i Poemetti, pubblicati prima nel 1897, poi con aggiunte nel 1900, poi divisi in 2 raccolte distinte: Primi Poemetti (1904) e Nuovi Poemetti (1909). Sono componimenti più ampi di quelli di Myricae, che sostituisono all'impianto lirico un taglio narrativo, diventando dei veri e propri racconti in versi. Ai versi subentrano le terzine dantesche. All'interno delle due raccolte si delinea un vero e proprio "romanzo georgico", con la narrazione spezzata secondo veri e propri cicli. Questa raffigurazione della vita contadina si carica di intenti ideologici e vuole celebrare la piccola proprietà come condizione di vita ideale e depositaria di valori tradizionali ed autentici (solidarietà, laboriosità, bontà, blabla). La vita del contadino, chiuso nel nido domestico, appare al poeta come un rifugio rassicurante, un baluardo contro l'incombere di una realtà storica minacciosa. La rappresentazione assume quindi la forma di un'utopia regressiva, nel senso che Pascoli proietta il suo ideale nel passato, in forme di vita che stanno scomparendo. È evidente che questa rappresentazione della campagna non abbia punti di contatto con Verga: il mondo rurale pascoliano è idealizzato e idillico, quello di Verga è crudo. Pascoli mette in risalto soprattutto le piccole realtà scoprendo anche in quelle più umili aspetti poetici. Al di fuori di questo ciclo "georgico" si collocano numerosi poemetti che offrono temi più inquietanti e torbidi o anche sociali.

I Canti di Castelvecchio (1903) sono definiti dal poeta come la continuazione di Myricae: infatti anche qui ritornano i temi della prima raccolta, immagini della vita di campagna,. I componimenti si susseguono secondo il succedersi delle stagioni: l'immutabile ciclo naturale si presenta come un rifugio dal dolore e dall'angoscia del mondo esterno. Ricorre con frequenza il motivo della tragedia familiare e dei cari morti che si stringono intorno al poeta. Vi è anche il ricordo continuo dell'infanzia trascorsa in Romagna, quasi a costituire un legame con il nuovo nido costruito a Castelvecchio. Nemmeno in questa raccolta mancano temi morbosi: il sesso, affascinante e ripugnante insieme, e la morte.

I Poemi conviviali (1904) hanno un clima estetizzante: sono poemetti dedicati a personaggi e fatti del mito antico, dalla Grecia fino alla diffusione del cristianesimo. L'estetismo si rivela nel linguaggio e nell'assaporamento quasi sensuale dei bei nomi, resi nella grafia greca originaria. In questa raccolta si ritrovano comunque tutti i temi della poesia pascoliana.

Ai Poemi Conviviali possono essere accostati i Carmina latini: 30 poemetti e 71 componimenti più brevi scritti per i concorsi di poesia latina di Amste 353e42d rdam. Sono dedicati agli aspetti più marginali della società romana e hanno come protagonisti personaggi umili (gladiatori, schiavi.). Il latino di Pascoli è una ligua interamente rivissuta, che rivela profonde affinità col linguaggio delle poesie in italiano, soprattutto per il linguaggio spezzato.

Le ultime raccolte Pascoli assume le vesti del poeta ufficiale, celebratore delle glorie nazionali e inteso a propagandare principi morali e civili. Da ricordare i saggi e gli studi su Dante e le antologie.

I temi della poesia pascoliana

Pascoli è l'esatto contrario del "poeta maledetto"; egli incarna esemplarmente l'immagine del piccolo borghese, appagato dalla sua mediocrità di vita. Dal punto di vista letterario, Pascoli si presenta programmaticamente come il celebratore della realtà piccolo-borghese e dei suoi valori. Una parte della sua poesia è destinata proprio alla funzione di proporre quella determinata visione della vita, che è la celebrazione del piccolo proprietario rurale. In questo ambito di poesia ideologica e pedagogica rientra la costante esaltazione delle piccole cose quotidiane. A questo filone appartiene quindi anche la produzione sociale ed umanitaria. Questa predicazione si avvale anche di miti, che trovano immediata eco in un pubblico di lettori appartenenti allo stesso ambito sociale:



Il fanciullino che è dentro tutti noi

Il "nido" famigliare caldo e protettivo

Anche qui però l'ossessione privata è assorbita entro l'intento predicatorio e pedagogico: la tragedia famigliare è trasformata da Pascoli in una vicenda esemplare. Come si vede, Pascoli può allargare la sua predicazione a temi più vasti. Affrontando in poesia questi temi Pascoli interpretava la visione della vita e i sentimenti di larghi strati della popolazione italiana; egli radicava nel pubblico le sue convinzioni più profonde. La prova di questa sintonia instauratasi tra il poeta e il pubblico è la sua fortuna scolastica: per tanti anni il Pascoli presente nei libri di testo fu proprio questo poeta predicatorio e sentimentale. Egli stesso nei suoi scritti indicava esplicitamente i fanciulli come suo uditorio ideale; questa immagine di Pascoli fu accolta anche dalla critica. È questo il Pascoli che oggi gode di minor credito; le trasformazioni del clima culturale e del gusto, hanno portato alla luce un Pascoli tutto diverso, inquieto, tormentato, morboso, visionario, che ben si inserisce nel decadentismo europeo. È in perenne auscultazione del mistero che al di là delle cose più usuali, proietta nella poesia le sue ossessioni profonde. Egli traduce nel simbolo della pianta parassita la consapevolezza della duplicità della psiche, sa esprimere le sconfitte esistenziali e le delusioni, il fascino dell'irrazionale, sente ovunque in ciò che lo circonda la presenza della morte. Al di là del poeta pedagogo, si delinea un grande poeta dell'irrazionale. In questo Pascoli è ben più radicale di D'Annunzio. I due Pascoli individuati, hanno quindi una radice comune.

Le soluzioni formali

Il modo nuovo di percepire il reale si traduce in soluzioni formali fortemente innovative. L'aspetto che forse colpisce più immediatamente è quello sintattico. La sintassi di Pascoli è ben diversa da quella della tradizione poetica italiana; nei suoi testi poetici la coordinazione prevale sulla subordinazione. Inoltre, le frasi sono ellittiche, mancano del soggetto o del verbo; la frantumazione pascoliana rivela il rifiuto di una sistemazione logica dell'esperienza. È una sintassi che traduce perfettamente la visione del mondo pascoliana, una visione "fanciullesca", alogica. La conseguenza è che gli oggetti più quotidiani e comuni presentano una fisionomia stranita, appaiono come immersi in un'atmosfera visionaria. Al livello del lessico, Pascoli non usa un lessico "normale": mescola tra loro codici linguistici diversi. Non nascono tuttavia scontri di livelli; troviamo quindi nei suoi testi termini preziosi e aulici,, termini gergali e dialettali, terminologia botanica ed ornitologica, parole provenienti da lingue straniere. Questa pluralità di codici linguistici costituisce una vistosa infrazione alla norma dominante nella poesia italiana. Grande rilievo hanno poi, nella poesia pascoliana, gli aspetti fonici; quelle che più colpiscono sono le espressioni che si situano al di sotto del livello strutturato della lingua e non hanno un valore semantico. Sono in prevalenza riproduzioni onomatopeiche di versi d'uccelli o suoni di campane. I suoni usati possiedono un valore fonosimbolico. La metrica pascoliana è apparentemente tradizionale, ma in realtà questi materiali sono piegati dal poeta in direzioni personalissime. Pascoli sperimenta cadenze ritmiche inedite; anche il verso è di regola frantumato al suo interno, interrotto da pause, interpunzione, incisi, parentesi, puntini. Al livello delle figure retoriche, Pascoli usa la metafora, accostando in modo impensato e sorprendente due realtà tra loro remote. Un procedimento affine all'analogia è la sinestesia.








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