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GIACOMO LEOPARDI (1798-1837)

letteratura


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GIACOMO LEOPARDI (1798-1837)

Le caratteristiche specifiche della posizione pessimista leopardiana appaiono più chiare se ripercorriamo l'evoluzione che il rapporto "pessimismo-progressismo" subisce nel suo pensiero. Il cammino, che porterà l'autore dall'iniziale "pessimismo storico" al "pessimismo cosmico" e poi oltre, è meglio identificabile seguendo l'evoluzione della dialettica: "natura contro ragione", che può essere inquadrata in quattro fasi fondamentali.

Nella I FASE, dal 1816 al 1818, inizia il pessimismo storico. La natura è positiva, in quanto crea gli uomini felici, nascondendo ad essi la loro obiettiva infelicità. La ragione è negativa; progresso e civiltà infatti uccidono le illusioni e sostituiscono al fantastico il certo. 747c21h

La II FASE,1819, comprende la conversione filosofica di Leopardi. Solo la ragione può venire in nostro aiuto, recuperando il primitivo che c'è in noi (il valore dell'infanzia e del ricordo), e suggerendo delle soluzioni storiche e sociali per risolvere l'infelicità dell'uomo: lo scopo sarebbe quello di ottenere una società più giusta e più vicina alla natura, un progetto irrealizzabile, che porterà il poeta alla cosiddetta "delusione storica".

Tra il 1819 e il 1820, vedranno la luce "Gli Idilli", nei quali la concezione della natura è ancora benigna, ma comincia a profilarsi l'idea di "natura matrigna": la quale esclude l'uomo. La ragione è nemica della natura, anche se non è quella ragione primitiva di cui si serve l'uomo nello stato naturale dell'uomo corrotto. Si intravede qui una prima rivalutazione del ruolo salvifico della ragione.



Tra il 1820 e il 1822 si assiste alla transizione verso il pessimismo cosmico. La dialettica "natura contro ragione" è sostituita dalla dialettica "natura opposta al fato".

La natura è si bella e poetica ma esclude il poeta da sé stesso; il fato invece è responsabile del destino dell'uomo.

Nella III FASE, 1823-1824, la natura è matrigna: ha creato l'uomo al dolore ed è indifferente al suo destino. La ragione è qui vista come un'arma per distruggere le illusioni umane sulla felicità, e per indagare freddamente la tragica verità del destino umano.

Tra il 1823 e il 1829 c'è un affievolimento della dialettica "natura contro ragione" e si fa strada la pietà. La natura viene accomunata al dolore dell'uomo, la ragione viene superata dal sentimento, che a sua volta vince l'indifferenza filosofica, ma non da spazio al trionfo delle illusioni.

Nei "Grandi Idilli" del 1828-30, ritorna lo sdoppiamento (già citato nei "Piccoli Idilli") della natura. In primo luogo, essa, in quanto realtà naturalistica, è messa in rapporto al dolore dell'uomo;quindi, in quanto forza imperscrutabile e regolatrice del destino dell'uomo è vista come matrigna indifferente.

Anche riguardo alla ragione c'è uno sdoppiamento: da un lato non ci fornisce la spiegazione ultima dell'esistenza [rif. Canto notturno.]; dall'altro, ci fornisce almeno una consapevolezza: che la felicità è impossibile [rif. Quiete dopo la tempesta e Sabato del villaggio].

La IV FASE, dal 1830 al 1837, l'ultima evoluzione: la natura è l'unica responsabile dell'infelicità dell'uomo, che ha radici naturali e biologiche nel corpo e nella inevitabilità della vecchiaia e nella morte. La ragione è l'unico strumento per sgominare ogni falsa credenza nell'ottimismo psicologico-spirituale (cattolicesimo) e nell'ottimismo politico-sociale (liberalismo). Vediamo qui come il Leopardi giunge ad una posizione nettamente contrapposta a quella iniziale del 1816- 1818.

Alla luce di ciò,si può dire che con Leopardi entra in crisi il concetto di eroe come portatore di ideali in quanto egli li definisce vane illusioni.

Nella prima fase della poetica (il pessimismo storico) egli individua uno stato di Natura per sempre perduto in cui gli uomini vivevano felici grazie alla protezione della Natura benevola, che permetteva di coltivare i valori non ancora considerati caduchi ("La ragione è nemica della natura: la natura è grande, la ragione è piccola" , Zibaldone).

Gli unici eroi furono i classici in quanto vivevano in una condizione molto simile a quella dello stato di Natura credendo nelle illusioni non ancora distrutte dalla conoscenza.Leggendo i classici, però, Leopardi scopre che anche in passato gli uomini conoscevano il dolore e scrive le due Canzoni del suicidio sulle tristi vicende di Bruto e della poetessa Saffo.

Ora la Natura è considerata "matrigna", negli uomini prevale un lucido raziocinio che distrugge gli ideali, riconosce l'ineluttabilità del dolore e aspetta la morte senza temerla.

Leopardi rinnega il suicidio sulla base della sofferenza comune e della solidarietà: il suicidio è la scelta più lucida e naturale per l'individuo, ma non spetta all'uomo infliggere ulteriori dolori ai suoi simili.

La fase del titanismo è caratterizzata dalla concezione di solidarietà espressa nel "Dialogo di Plotino e di Porfirio",nel "Dialogo di Tristano e di un amico" e nel Grande Idillio de "La Ginestra".

Gli uomini hanno accettato la "filosofia dolorosa, ma vera" e respinto le illusioni e perciò decidono di unirsi per sfidare la Natura in una battaglia persa in partenza.

Se Foscolo ha potuto superare le sconfortanti conclusioni della ragione attraverso la fede nelle "illusioni", se Manzoni ha potuto approdare dall'iniziale formazione materialistica alla consolazione di una fede positiva, Leopardi afferma un materialismo rigoroso che riconosce il dolore inevitabile e fonda su di esso una nuova morale laica, invitando gli uomini a sostenere la lotta impari contro la Natura stretti da una forte solidarietà. 

..."ISLANDESE:..appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl'incomodi che ne seguono.

NATURA: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra?...sempre ebbi e ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o all'infelicità...quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione...ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo"...

da ­Dialogo della Natura e di un Islandese

Questa Operetta Morale ha una grande importanza perché contiene la riflessione conclusiva di Leopardi sul problema della relazione tra l'uomo e la Natura. Precedentemente aveva definito la Natura benigna preoccupata di mascherare il dolore del vivere; ora, invece, concepisce la Natura come una potenza cieca e meccanica, indifferente alla sorte degli uomini.

 

..."Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme...per compiere nel miglior modo questa fatica della vita...E quando la morte verrà, allora non ci dorremmo: e anche in quest'ultimo tempo, gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che poi...ci ameranno ancora."...

da Dialogo di Plotino e di Porfirio

In questa Operetta viene inserito per la prima volta il concetto di solidarietà, individuato nella conclusione del Dialogo, quando Plotino dissuade Porfirio dall'intenzione di suicidarsi; infatti Plotino descrive, al suo compagno, un'umanità unita da un fraterno legame d'amore e di reciproca pietà. Inoltre il poeta cambia il suo atteggiamento nei confronti del suicidio: ora, per lui, è un atto disumano, contrastante con la vita degli affetti dell'intera umanità.

..."Arcano è tutto,
fuor che il nostro dolor...
...Ogni più lieto
giorno di nostra età primo s'involva.
Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
della gelida morte. Ecco di tante
sperate palme e dilettosi errori,
il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
han la tenaria diva,
e l'atra notte, e la silente riva."

Da Ultimo canto di Saffo

In questo canto, la poetessa greca Saffo, sarebbe stata bruttissima e per questo respinta da Faone, da lei appassionatamente amato. Per questo motivo si sarebbe uccisa gettandosi dalla rupe di Leucade. Il canto è infatti il monologo della poetessa prima di morire, in cui vengono accusati la Natura e il destino colpevoli di averle reso impossibile la felicità negandole la bellezza e di averla condannata a una vita dolorosa e vana.



..."Troppo mite decreto
quel che sentenzia ogni animale a morte,
s'anco mezza la via
lor non si desse in pria
della terribile morte assai più dura.
D'intelletti immortali
degno trovato, estremo
di tutti i mali, ritrovar gli eterni
la vecchiezza, ove fosse
incolume il desio, la speme estinta,
secche le fonti del piacer, le pene
maggiori sempre, e non più dato il bene".

da Il tramonto della luna

Questo è l'idillio della morte, del lento morire, dell'appassire della vita dopo la fine della giovinezza e delle illusioni. Come al tramontare della luna, il mondo si scolora, così perde colore e senso la vita quando la giovinezza è spenta: ma mentre nel mondo al tramonto segue una nuova aurora, per l'uomo, dopo la giovinezza, non resta che un'aridità desolata.

..."Nobil natura è quella
che a sollevar s'ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
fraterne, ancor più gravi
d'ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l'uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de' mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e .
tutti fra sè confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune."...

da La ginestra o fiore del deserto

In questo canto il tema è quello della lotta contro la Natura. Leopardi ora esce dalla sua solitudine e ritrova una presenza fraterna nel desolato universo: gli uomini devono guardare in faccia il destino, accettare consapevolmente la "filosofia dolorosa ma vera", costruire un mondo fondato sulla solidarietà nel dolore, e combattere uniti contro la natura maligna.

Il Rapporto tra Leopardi e Schopenauer;

     

Schopenhauer e Leopardi sono due grandi personalità europee del secolo passato, due pensatori per tanti aspetti affini nel modo di sentire, quasi contemporanei fra di loro, che il destino non ha fatto incontrare. I motivi di questo incontro mancato sono tanti. Quando è morto Leopardi appena si conosceva la sua fama in Italia, mentre Schopenhauer in Germania era un perfetto sconosciuto. Ambedue facevano vita ritirata: l'uno viveva lontano dalla città, a Recanati, un paesino sperduto nelle Marche, l'altro viveva prevalentemente a Francoforte, lontano dai luoghi accademici e sconosciuto ai più fino al 1851. Il loro pensiero "controcorrente", inattuale, li colloca in un'area distinta dalla grande corrente di pensiero del loro tempo (il romanticismo), anche se sono figli del loro tempo. Il loro stesso pessimismo li poneva fuori dal sentire comune di un secolo, passato alla storia per le sue idee liberali e per le sue spinte verso il progresso, in definitiva per il suo ottimismo. Il loro stesso carattere spingeva entrambi a quella vita ritirata, solitaria che è la condizione ideale che richiedono quasi tutti i pensatori. Tuttavia tutto ciò non impedì a quello dei due che rimase in vita, Schopenhauer, di venire a conoscenza delle opere dell'altro dopo la sua morte. L'episodio che permise a Schopenhauer di conoscere Leopardi è conosciuto e raccontato nei "Colloqui" di A. Schopenhauer e vale la pena di ricordarlo.

Fu un ammiratore di Schopenhauer, un certo Adam Ludwig von Doss di Monaco, a proporre al filosofo di leggere Leopardi, nel Maggio del 1850, durante un soggiorno di quest'ultimo a Francoforte. Alcune settimane più tardi gli scrisse. "Legga, stimatissimo maestro, - scrisse Ludwig - Le operette morali e i pensieri di questo sosia meridionale in fatto di pessimismo, se non lo conosce ancora, il che potrebbe darsi benissimo, altrimenti sarebbe stato Lei a richiamare su di lui la mia attenzione." Schopenhauer , in seguito a questa segnalazione amichevole, non solo lesse Leopardi, ma dette un giudizio su di lui coinciso e profondo. Il rapporto fra Schopenhauer e Leopardi non doveva finire qui. Nel 1859 fu segnalato a Schopenhauer, da parte di Lindner, studioso e traduttore di Leopardi, un saggio scritto da Francesco De Sanctis. Il filosofo, preso da "un'ardente curiosità", lesse anche lo scritto del critico italiano ed espresse anche un giudizio lusinghiero : " L'ho letto quanto questo italiano (De Sanctis) si sia impossessato della mia filosofia e come l'abbia capita bene." .

Il filosofo di Francoforte ricorda "qua e là... qualche ghigno sarcastico e... le invettive contro di (lui) verso la fine (che) lascio correre." Tuttavia a proposito di Leopardi egli scrive: ".m'innalza alle stelle e fa torto a Leopardi, che io leggo spesso con ammirazione."

Il rapporto fra i due, nato in ritardo ed occasionalmente, era - come si vede continuato nel tempo, per diventare spiritualmente indissolubile.

Possiamo dire che il pessimismo di Schopenhauer è un pessimismo dell'intelligenza, assai diverso dal pessimismo della volontà che sembra animare le riflessioni di Leopardi. Mi sembra di poter dire che il pessimismo di Leopardi proviene da una disposizione d'animo, non è il frutto di una vera e propria filosofia, che in Leopardi non c'è , mentre il pessimismo di Schopenhauer è conseguente ad una lucida analisi filosofica.

L'ASPETTO FILOSOFICO DEL PESSIMISMO

Senza dubbio, in ambito filosofico, il maggiore esponente del Pessimismo è Arthur Schopenhauer, dato che col suo pensiero, egli ha tentato di fornire un'analisi pessimistica che fosse la più possibile realista.






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