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FOSCOLO - Dei Sepolcri, A Ippolito Pindemonte

letteratura


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FOSCOLO .....

Dei Sepolcri

A Ippolito Pindemonte

Deorum manium iura sancta sunto (*)

Duodecim Tabulae

        All'ombra de' cipressi e dentro l'urne

      confortate di pianto è forse il sonno

      della morte men duro? Ove piú il Sole

      per me alla terra non fecondi questa

5       bella d'erbe famiglia e d'animali,

      e quando vaghe di lusinghe innanzi

      a me non danzeran l'ore future,




      né da te, dolce amico, udrò piú il verso

      e la mesta armonia che lo governa,

10      né piú nel cor mi parlerà lo spirto

      delle vergini Muse e dell'amore,

      unico spirto a mia vita raminga,

      qual fia ristoro a' dí perduti un sasso

      che distingua le mie dalle infinite

15      ossa che in terra e in mar semina morte?

16      Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,

      ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve

      tutte cose l'obblío nella sua notte;

      e una forza operosa le affatica

20      di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe

      e l'estreme sembianze e le reliquie

22      della terra e del ciel traveste il tempo.

        Ma perché pria del tempo a sé il mortale

      invidierà l'illusion che spento

25      pur lo sofferma al limitar di Dite?

      Non vive ei forse anche sotterra, quando

      gli sarà muta l'armonia del giorno,

      se può destarla con soavi cure

29      nella mente de' suoi? Celeste è questa

30      corrispondenza d'amorosi sensi,

31      celeste dote è negli umani; e spesso

      per lei si vive con l'amico estinto

      e l'estinto con noi, se pia la terra

      che lo raccolse infante e lo nutriva,

35      nel suo grembo materno ultimo asilo

      porgendo, sacre le reliquie renda

      dall'insultar de' nembi e dal profano

      piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,

      e di fiori odorata arbore amica

40      le ceneri di molli ombre consoli.

41        Sol chi non lascia eredità d'affetti

42      poca gioia ha dell'urna; e se pur mira

      dopo l'esequie, errar vede il suo spirto

      fra 'l compianto de' templi acherontei,

45      o ricovrarsi sotto le grandi ale

      del perdono d'lddio: ma la sua polve

      lascia alle ortiche di deserta gleba

      ove né donna innamorata preghi,

      né passeggier solingo oda il sospiro

50      che dal tumulo a noi manda Natura.

51      Pur nuova legge impone oggi i sepolcri

52      fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti

      contende. E senza tomba giace il tuo

      sacerdote, o Talia, che a te cantando

55      nel suo povero tetto educò un lauro

      con lungo amore, e t'appendea corone;

      e tu gli ornavi del tuo riso i canti

      che il lombardo pungean Sardanapalo,

      cui solo è dolce il muggito de' buoi

60      che dagli antri abdnani e dal Ticino

      lo fan d'ozi beato e di vivande.

      O bella Musa, ove sei tu? Non sento

      spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,

      fra queste piante ov'io siedo e sospiro

65      il mio tetto materno. E tu venivi

      e sorridevi a lui sotto quel tiglio

      ch'or con dimesse frondi va fremendo

      perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio       (Talia)  (Parini)

      cui già di calma era cortese e d'ombre.

70      Forse tu fra plebei tumuli guardi

      vagolando, ove dorma il sacro capo

72      del tuo Parini? A lui non ombre pose

      tra le sue mura la citta, lasciva

      d'evirati cantori allettatrice,

75      non pietra, non parola; e forse l'ossa

      col mozzo capo gl'insanguina il ladro

      chc lasciò sul patibolo i delitti.

      Senti raspar fra le macerie e i bronchi

      la derelitta cagna ramingando

80      su le fosse e famelica ululando;                          

      e uscir del teschio, ove fuggia la lun 434g61e a,

      l'úpupa, e svolazzar su per le croci

      sparse per la funeria campagna

      e l'immonda accusar col luttuoso

85      singulto i rai di che son pie le stelle

      alle obblìate sepolture. Indarno

      sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade           (Parini)  (Talia)

88      dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti

89      non sorge fiore, ove non sia d'umane

90      lodi onorato e d'amoroso pianto.

        Dal dí che nozze e tribunali ed are

      diero alle umane belve esser pietose

      di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi

      all'etere maligno ed alle fere

95      i miserandi avanzi che Natura

      con veci eterne a sensi altri destina.

      Testimonianza a' fasti eran le tombe,

      ed are a' figli; e uscían quindi i responsi

      de' domestici Lari, e fu temuto

100     su la polve degli avi il giuramento:

      religion che con diversi riti

      le virtú patrie e la pietà congiunta

      tradussero per lungo ordine d'anni.

104     Non sempre i sassi sepolcrali a' templi

105     fean pavimento; né agl'incensi avvolto

      de' cadaveri il lezzo i supplicanti

      contaminò; né le città fur meste

      d'effigiati scheletri: le madri

      balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono

110     nude le braccia su l'amato capo

      del lor caro lattante onde nol desti

      il gemer lungo di persona morta

      chiedente la venal prece agli eredi

      dal santuario. Ma cipressi e cedri

115     di puri effluvi i zefiri impregnando

      perenne verde protendean su l'urne              Tomba di Machiavelli

      per memoria perenne, e preziosi

      vasi accogliean le lagrime votive.

                                           

        Rapían gli amici una favilla al Sole

120     a illuminar la sotterranea notte,

      perché gli occhi dell'uom cercan morendo

      il Sole; e tutti l'ultimo sospiro

      mandano i petti alla fuggente luce.

      Le fontane versando acque lustrali

125     amaranti educavano e viole

      su la funebre zolla; e chi sedea

      a libar latte o a raccontar sue pene

      ai cari estinti, una fragranza intorno



      sentía qual d'aura de' beati Elisi.

130     Pietosa insania che fa cari gli orti

      de' suburbani avelli alle britanne

      vergini, dove le conduce amore

      della perduta madre, ove clementi

      pregaro i Geni del ritorno al prode                  (Nelson)

135     cne tronca fe' la trionfata nave

      del maggior pino, e si scavò la bara.

137     Ma ove dorme il furor d'inclite gesta

      e sien ministri al vivere civile

      l'opulenza e il tremore, inutil pompa

140     e inaugurate immagini dell'Orco

      sorgon cippi e marmorei monumenti.

      Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,

      decoro e mente al bello italo regno,

      nelle adulate reggie ha sepoltura

145     già vivo, e i stemmi unica laude. A noi

      morte apparecchi riposato albergo,

      ove una volta la fortuna cessi

      dalle vendette, e l'amistà raccolga

      non di tesori eredità, ma caldi

150     sensi e di liberal carme l'esempio.

                                       tomba di     tomba di 

151       A egregie cose il forte animo accendono    Galileo    Michelangelo                        

      l'urne de' forti, o Pindemonte;  e bella

      e santa fanno al peregrin la terra

      che le ricetta. Io quando il monumento

155     vidi ove posa il corpo di quel grande                 (Machiavelli)

      che temprando lo scettro a' regnatori                                                                                                  

      gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela

      di che lagrime grondi e di che sangue;

      e l'arca di colui che nuovo Olimpo                   (Michelangelo)         

160     alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide                  (Galileo)   

      sotto l'etereo padiglion rotarsi

      piú mondi, e il Sole irradiarli immoto,     

      onde all'Anglo che tanta ala vi stese                    (Newton)

      sgombrò primo le vie del firmamento:

165     - Te beata, gridai, per le felici              

      aure pregne di vita, e pe' lavacri

      che da' suoi gioghi a te versa Apennino!

      Lieta dell'aer tuo veste la Luna

      di luce limpidissima i tuoi colli

170     per vendemmia festanti, e le convalli

      popolate di case e d'oliveti

      mille di fiori al ciel mandano incensi:

      e tu prima, Firenze, udivi il carme                   Tomba di Dante

      che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,             (Dante)

175     e tu i cari parenti e l'idioma

      désti a quel dolce di Calliope labbro                 (Petrarca)

      che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma

      d'un velo candidissimo adornando,

      rendea nel grembo a Venere Celeste;

180     ma piú beata che in un tempio accolte

      serbi l'itale glorie, uniche forse

      da che le mal vietate Alpi e l'alterna

      onnipotenza delle umane sorti

      armi e sostanze t' invadeano ed are

185     e patria e, tranne la memoria, tutto.

186     Che ove speme di gloria agli animosi

      intelletti rifulga ed all'Italia,

      quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi

      venne spesso Vittorio ad ispirarsi.                   (Alfieri) 

190     Irato a' patrii Numi, errava muto

      ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo

      desioso mirando; e poi che nullo                       

      vivente aspetto gli molcea la cura,

      qui posava l'austero; e avea sul volto

195     il pallor della morte e la speranza.

      Con questi grandi abita eterno: e l'ossa

197     fremono amor di patria. Ah sí! da quella

      religiosa pace un Nume parla:

      e nutria contro a' Persi in Maratona

200     ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,

      la virtú greca e l'ira. Il navigante

      che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,

      vedea per l'ampia oscurità scintille

      balenar d'elmi e di cozzanti brandi,

205     fumar le pire igneo vapor, corrusche        Basilica di Santa Croce                   

      d'armi ferree vedea larve guerriere          

      cercar la pugna; e all'orror de' notturni

      silenzi si spandea lungo ne' campi

      di falangi un tumulto e un suon di tube

210     e un incalzar di cavalli accorrenti

      scalpitanti su gli elmi a' moribondi,

      e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

     

213       Felice te che il regno ampio de' venti,

      Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!

215     E se il piloto ti drizzò l'antenna

      oltre l'isole egèe, d'antichi fatti

      certo udisti suonar dell'Ellesponto

      i liti, e la marea mugghiar portando

219     alle prode retèe l'armi d'Achille

220     sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi

      giusta di glorie dispensiera è morte;

      né senno astuto né favor di regi

      all'Itaco le spoglie ardue serbava,

      ché alla poppa raminga le ritolse

225     l'onda incitata dagl'inferni Dei.                  (Nettuno)

226       E me che i tempi ed il desio d'onore

      fan per diversa gente ir fuggitivo,

      me ad evocar gli eroi chiamin le Muse

      del mortale pensiero animatrici.

230     Siedon custodi de' sepolcri, e quando

      il tempo con sue fredde ale vi spazza

      fin le rovine, le Pimplèe fan lieti                (Muse)

      di lor canto i deserti, e l'armonia

      vince di mille secoli il silenzio.

235     Ed oggi nella Troade inseminata

      eterno splende a' peregrini un loco,

      eterno per la Ninfa a cui fu sposo                 (Elettra)

      Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,

      onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta

240     talami e il regno della giulia gente.

      Però che quando Elettra udí la Parca



      che lei dalle vitali aure del giorno

      chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove

      mandò il voto supremo: - E se, diceva,

245     a te fur care le mie chiome e il viso

      e le dolci vigilie, e non mi assente

      premio miglior la volontà de' fati,

      la morta amica almen guarda dal cielo

      onde d'Elettra tua resti la fama. -

250     Cosí orando moriva. E ne gemea

      l'Olimpio: e l'immortal capo accennando              (Giove)

      piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,               (Elettra)

      e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.

      Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto

255     cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne

      sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando

      da' lor mariti l'imminente fato;

      ivi Cassandra, allor che il Nume in petto

      le fea parlar di Troia il dí mortale,

260     venne; e all'ombre cantò carme amoroso,

      e guidava i nepoti, e l'amoroso

      apprendeva lamento a' giovinetti.

      E dicea sospiranda: - Oh se mai d'Argo,

      ove al Tidíde e di Láerte al figlio            (Diomede)  (Ulisse)

265     pascerete i cavalli, a voi permetta

      ritorno il cielo, invan la patria vostra

      cercherete! Le mura, opra di Febo,                  (Apollo)

      sotto le lor reliquie fumeranno.

      Ma i Penati di Troia avranno stanza

270     in queste tombe; ché de' Numi è dono

      servar nelle miserie altero nome.

      E voi, palme e cipressi che le nuore

      piantan di Priamo, e crescerete ahi presto

      di vedovili lagrime innaffiati,

275     proteggete i miei padri: e chi la scure

      asterrà pio dalle devote frondi

      men si dorrà di consanguinei lutti,

      e santamente toccherà l'altare.

      Proteggete i miei padri. Un dí vedrete

280     mendico un cieco errar sotto le vostre                  (Omero)

      antichissime ombre, e brancolando

      penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,

      e interrogarle. Gemeranno gli antri      

      secreti, e tutta narrerà la tomba

285     Ilio raso due volte e due risorto

      splendidamente su le mute vie

      per far piú bello l'ultimo trofeo

      ai fatati Pelídi. Il sacro vate,

      placando quelle afflitte alme col canto,

290     i prenci argivi eternerà per quante

      abbraccia terre il gran padre Oceàno.

      E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

      ove fia santo e lagrimato il sangue

      per la patria versato, e finché il Sole

295     risplenderà su le sciagure umane.

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LA SINTESI

tratta dalla Lettera a Monsieur Guillon su la sua competenza a giudicare sui poeti italiani scritta dal Foscolo per il Giornale Italiano

I monumenti inutili a' morti giovano a' vivi perchè destano affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene (vv. 1-40). Solo i malvagi, che si sentono immeritevoli di memoria, non la curano (41-50). A torto, dunque, la legge accomuna la sepoltura dei tristi e de' buoni, degl'illustri e degl'infami (51-90). Istituzione della sepoltura, nata col patto sociale (91-96). Religione per gli estinti derivata dalle virtù domestiche (97 -100). Mausolei eretti dall'amor della patria agli eroi (101-104). Morbi e superstizioni dei sepolcri promiscui nelle chiese cattoliche (105-114). Usi funebri dei popoli celebri (115-136). Inutilità de'monumenti alle nazioni corrotte e vili (137-159). Le reliquie degli eroi destano a nobili imprese e nobilitano la città che le raccolgono (151-154). Esortazione agl'Italiani di venerare i sepolcri dei loro illustri cittadini; quei monumenti ispireranno l'emulazione agli studi e l'amor della patria come le tombe di Maratona nutriano ne'Greci l'aborrimento a'Barbari (155-212). Anche i luoghi ov'erano le tombe de' Grandi, sebbene non vi rimanga vestigio, infiammano le menti de' generosi (213-225). Quantunque gli uomini di egregia virtù sieno perseguitati vivendo, e il tempo distrugga i loro monumenti, la memoria delle virtù e de' monumenti vive immortale negli scrittori e si rianima negl'ingegni che coltivano le muse (226-234). Testimonio il sepolcro d'Ilo, scoperto dopo tante età dà' viggiatori che l'amor delle lettere trasse a peregrinar nella Troade (235-240). Sepolcro privilegiato dai fati, perchè protesse il corpo d'Elettra, da cui nacqero i Dardanidi, autori dell'origine di Roma e della prosapia de' Cesari signori del mondo (241-253). L'autore chiude con questo episodio sopra questo sepolcro (254-295)

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questo passo Foscolo evidenzia la sua concezione ateistica riguardo alla possibilità di trovare in un aldilà inesistente la pace sperata. Secondo l'etimologia greca, ateismo significa negazione di Dio. Nella storia della filosofia, il termine è stato attribuito ad ogni concezione del mondo che in qualche modo rifiutasse l'esistenza della divinità. Platone, nella sua opera intitolata Le leggi, considera come principale forma di ateismo quella materialistica. Atea si suole considerare anche la filosofia di Epicuro, ispirata al materialismo di Democrito, secondo la quale le divinià, se anche esistono, non si curano delle cose dell'uomo. E' stato spesso accusato di ateismo anche il Panteismo, cioè l'identificazione di Dio col mondo.

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MATERIALISMO

Passo che sottolinea il materialismo del Foscolo in quanto considera come unici elementi assoggettatori delle cose, il tempo ed il moto con l'esclusione di qualsiasi intervento sovrannaturale o ultraterreno. Il materialismo è quell'indirizzo filosofico che afferma la primarietà e originarietà della materia rispetto allo spirito e alla coscienza in genere; in antitesi all'idealismo, ritiene che la verità della conoscenza consista nell'adeguazione o corrispondenza del pensiero alle cose esistenti. Fondamentalmente, il materialismo à suddiviso in tre distinti tipi di pensiero: materialismo meccanicistico, materialismo evoluzionistico, materialismo dialettico. Per il Foscolo si parla di materialismo meccanicistico in quanto la materia è considerata come una sostanza dotata di interne proprietà meccaniche. In questo senso i processi più complessi (biologici, psicologici, sociali), vengono considerati come semplici processi meccanici; tutte le facoltà intellettuali vengono spiegate come modi d'essere e d'agire nell'organizzazione della materia.

ATEISMO

In questo passo Foscolo evidenzia la sua concezione ateistica riguardo alla possibilità di trovare in un aldilà inesistente la pace sperata. Secondo l'etimologia greca, ateismo significa negazione di Dio. Nella storia della filosofia, il termine è stato attribuito ad ogni concezione del mondo che in qualche modo rifiutasse l'esistenza della divinità. Platone, nella sua opera intitolata Le leggi, considera come principale forma di ateismo quella materialistica. Atea si suole considerare anche la filosofia di Epicuro, ispirata al materialismo di Democrito, secondo la quale le divinià, se anche esistono, non si curano delle cose dell'uomo. E' stato spesso accusato di ateismo anche il Panteismo, cioè l'identificazione di Dio col mondo.

RELIGIOSITA'

La religiosità del Foscolo si limita alla grande fede che il poeta ripone nella mente umana e nella forza della ragione. Se i "Sepolcri", infatti, affermano sia dall'inizio l'inutilità e l'infondatezza di qualsiasi tipo di religione rivelata, in realtà poi, Foscolo fonda una sorta di "religione della tomba".

ILLUSIONE

Grazie alle illusioni l'uomo è in grado di rendere meno dura la propria esistenza, in quanto rielabora dal punto di vista emozionale ciò che la ragione rende inaccettabile. Il passaggio dall'illusione al mito si ha nel momento in cui il Foscolo fonda la propria religione (laica) della tomba.

RIFERIMENTI STORICI

L'EDITTO DI SAINT CLOUD

L'editto di Saint Cloud, promulgato in Francia nel 1804 ed esteso alle provincie italiane nei giorni stessi in cui il Foscolo portava a fine il componimento, imponeva la costruzione di appositi cimiteri e la collocazione di lapidi, tutte uguali, non sopra le tombe ma lungo il muro di cinta. Le disposizioni di Saint Cloud derivavano in parte da preoccupazioni igieniche e in parte dallo spirito egualitario e giacobino dei tempi, per realizzare un ideale di uguaglianza almeno nella morte. Abitualmente si ritiene che il carme Dei Sepolcri parla qui dell'editto di Saint-Cloud, promulgato dal regime napoleonico nel 1802: non è esatto. Questo editto, infatti, è frutto di un generale complesso legislativo, di stampo illuminista, emanato molto prima (1743) ad opera dei sovrani di Austria-Ungheria Maria Teresa e Francesco Stefano d'Asburgo-Lorena che vietava di tumulare i corpi dentro le chiese. Oltretutto, al verso 53 viene detto: " ....e senza tomba giace il tuo sacerdote.... ". Si parla cioè di Parini che era morto nel 1799, quando cioè non era neanche stato pensato il nuovo editto. Parini era stato infatti sepolto quando ancora vigevano le leggi mortuarie asburgiche.

Note al testo

(*)

Significa: "Siano considerati sacri i diritti degli dei Mani" (ovvero degli estinti). Questa frase in latino è una delle leggi delle XII tavole dei decemviri; con essa l'autore introduce il tema dell'opera ricorrendo alla sapienza giuridica di Roma per combattere quei provvedimenti napoleonici che, in nome di una presunta ideologia egualitaria, offendevano la religione delle tombe.

(v. 16)

La Speranza secondo la mitologia fu l'ultima ad abbandonare i mortali quando gli dei salirono sull'Olimpo. Essa, secondo la leggenda, fu anche l'unica a rimanere nel vaso dei mali quando Pandora imprudentemente lo aprì facendo disperdere i mali nel mondo. Per questo la Speranza viene considerata la dea più lenta, che si muove per ultima. Ma parlando dei sepolcri, anche essa, che solitamente rimane vicino ai mortali, si allontana lasciando sole le anime. Si può quindi intendere come alla fine della vita non rimanga più niente, nemmeno la speranza. Secondo alcuni il Foscolo con questa 'massima' vuole negare la speranza nella resurrezione.



(v. 22)

Cominciano da questo verso le 'ragioni del cuore' con le quali l'autore dopo le idee generali esposte all'inizio dell'opera, spiega i motivi della sua riflessione sui sepolcri. Essi si rifanno ai sentimenti, all'amore e nei versi seguenti viene evidenziato come le nuove riforme vadano contro questi valori immortali. Nulla rimane per il poeta dopo la morte, che coincide con l'annientamento totale della persona. Quindi l'autore si chiede perchè l'uomo dovrà privarsi della benigna illusione che deriva dal sepolcro, se con la tomba ricca di attenzioni e di cure il defunto rimarrà vivo nella mente delle persone care.

(vv. 29-30-31)

Il legame d'amore che fa corrispondere i vivi con i propri cari defunti è un dono degli dei che dà la possibilità di comunicare, almeno idealmente, con i morti.

(v. 41-42)

La sopravvivenza ha un valore soggettivo: il defunto continua a sopravvivere se lascia eredità di affetti, cioè se viene ricordato e amato. Soltanto le persone che in vita non sono state amate e non hanno seminato amore, non riceveranno né amore né affetto dopo la morte, e troveranno poca gioia nella tomba.

(vv. 51-52)

L'editto di Saint Cloud, promulgato in Francia nel 1804 ed esteso alle provincie italiane nei giorni stessi in cui il Foscolo portava a fine il componimento, imponeva la costruzione di appositi cimiteri e la collocazione di lapidi, tutte uguali, non sopra le tombe ma lungo il muro di cinta. Le disposizioni di Saint Cloud derivavano in parte da preoccupazioni igieniche e in parte dallo spirito egualitario e giacobino dei tempi. "Nuova" sta per strana, singolare, in contrasto con la 'pietas' tradizionale.

(vv. 72-73)

Allude alla citt` di Milano, corrotta allettatrice di cantanti evirati perché mantenessero una voce da donna, che non ha innalzato tra le sue mura né un cipresso, né una lapide, né una iscrizione in memoria del Parini.

(vv. 88-89-90)

Non esistono fiori sui sepolcri di un estinto che non sia ricordato dagli uomini con lodi e col tributo del pianto. L'avverbio 'ove' si può interpretare oltre che come avverbio di tempo anche come avverbio di luogo. Quindi non esistono fiori in quei luoghi che non sono sacri alla memoria e al culto degli estinti.

(v. 90)

Dopo i 'motivi del cuore' ritrovati nei versi 20 e successivi, l'autore passa ora ai 'motivi storici', dove si fa un rapido viaggio nella storia dei sepolcri dai popoli antichissimi fino a quelli moderni. Le ossa del Parini sono state lasciate in abbandono vergognoso, eppure la civiltà stessa degli uomini è nata dal culto delle tombe; con l'istituzione dei sepolcri i primitivi hanno superato gli orrori della loro primogenita ferocia.

(v. 104)

Introduce dei versi in cui contrappone gli aspetti e le forme più macabre del culto medioevale dei morti alla visione luminosa e ideale della sepoltura classica. In questo modo risponde all'implicita obiezione che il culto dei morti possa nuocere alla salute per l'igiene e possa creare tra i vivi paurosi presagi o fosche immagini dell'aldilà.

(v. 130)

Si riferisce ai giardini dei cimiteri suburbani inglesi pieni di ornamenti in cui le ragazze pregavano i Geni (dèi che presiedono al ritorno) perché si adoperassero per far tornare in patria Nelson, che s'era costruita la propria bara con l'albero maestro della nave conquistata. Considerando che Nelson era già morto, si pensa che pregassero per il ritorno in patria delle spoglie dell'eroe.

(v. 137)

Dove ormai è spento ogni furore di nobili imprese e la vita civile è governata dalla ricchezza e dalla paura, i monumenti funebri sono inutili. In questi versi il Foscolo rivela il suo atteggiamento antinapoleonico. Egli riconosceva ai francesi il merito della rivoluzione e a Napoleone il merito di aver svegliato l'Italia e di averla avviata a nuova dignità civile. Tuttavia non volle mai piegarsi all'adulazione vergognosa e frequentissima dei letterati italiani. Egli si sente un uomo libero pronto a riconoscere il merito anche nel campo avversario.

(v. 151)

In questa nuova parte del carme si sostiene la funzione civile delle tombe. Le urne dei grandi del passato incitano l'animo dei forti a compiere cose egregie rendendo nobile e sacra la città che le accoglie al forestiero che non la conosce.

(v. 186)

Quando una speranza di gloria brillerà agli intelletti più animosi, trarremo l'ispirazione ad agire.

(v. 197)

Una potenza misteriosa parla tra le mura dei sepolcri di S.Croce ed è la stessa potenza che alimentò il valore e lo slancio eroico dei greci a Maratona contro i persiani invasori.

(v. 213)

Inizia una nuova parte in cui si afferma la perennità ideale dei sepolcri ad opera dei poeti. Si celebra la funzione riparatrice del sepolcro, che rende giustizia ai grandi nomi come Achille con un po' di invidia per Pindemonte, che da giovane ha navigato per i mari della Grecia e ha potuto udire l'eco delle antiche imprese.

(v. 219)

L'autore si riferisce alle armi di Achille: Ulisse se ne appropriò con l'astuzia ma non riuscì a portarle a Itaca poichè la marea le rapì alla nave errante di Ulisse, portandole sulla tomba di Aiace al quale dovevano andare di diritto.

(v. 226)

Il Foscolo si augura che le Muse lo prescelgano per ispirarlo a celebrare gli eroi. Mediante la poesia si dà anima al pensiero degli uomini e si rendono eterne nel tempo le illusioni. La poesia è la protagonista vera dei sepolcri e con la poesia il Foscolo assegna a se stesso il compito di evocare gli eroi.

Dei Sepolcri e i Sonetti

Nei Sonetti vi è un'altissima intensità espressiva, tipica della sensibilità preromantica. Vi è la formulazione di un desiderio di conoscere che cosa e come salvare dalla distruzione del tempo. Nei "Sepolcri" il Foscolo usa la tecnica poetica dello sviluppo per associazione delle immagini che si può riscontrare già nei sonetti A Zacinto, Alla sera, In morte del fratello Giovanni.

A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde

ove il mio corpo fanciulletto giacque,

Zacinto mia, che te specchi nell'onde

del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fèa quell'isole feconde

col suo primo sorriso, onde non tacque

le tue limpide nubi e le tue fronde

l' ìnclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio,

per cui bello di fama e di sventura

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro avrai che il canto del figlio,

o materna mia terra; a noi prescrisse

il fato illacrimata sepoltura.

Riemerge in "A Zacinto" il tema della tomba e degli affetti familiari dispersi che si riannodano sul sepolcro. Dalle tombe affiora il tema dei ricordi: il monumento sepolcrale, che è ormai inutile ai morti, assume un senso di giovamento per i vivi in quanto desta affetti virtuosi lasciati in eredità dalle persone dabbene. Solo i malvagi che si sentono immeritevoli di memoria, non la curano. Senza tomba, senza cioè un sepolcro individuale su cui possa piegarsi l'amore dei posteri, giace Parini, definito il sacerdote di Talia, la musa della poesia satirica. Parini fu seppellito nel cimitero di Porta Comasina e la sua tomba andò perduta perché, secondo l'Avviso del 1787, l'epitaffio fu appoggiato al muro di cinta e non sul sepolcro del poeta. In questi versi il Foscolo lamenta che la tomba del Parini non potrà svolgere la funzione di ispirare altri ingegni.

Con una transizione per contrasto, come in "A Zacinto", il poeta introduce la sua pensosa figura. In questo sonetto, le dolenti riflessioni foscoliane ritornano in un'atmosfera tutta intessuta di echi della poesia classica e assumono un significato universale, che si esprime con un' intensità e una profondità di accenti, la cui forza comunicativa è moltiplicata dall' originalissima struttura della breve lirica. L'attacco è improvviso e la congiunzione negativa sembra far emergere alla coscienza il frutto di una lunga e desolata meditazione sul proprio destino.

"Itaco" è riferito a Ulisse, che peraltro in quanto "astuto" e "favorito" è ben diverso dall'eroe "bello di fama e di sventura" di "A Zacinto". La "poppa raminga" è quella della nave di Ulisse errante per i mari: ritorna, di sfuggita, l'Ulisse col suo "diverso esiglio" di "A Zacinto".

Qui, come Omero cantò l'esilio di Ulisse e il suo ritorno, così il Foscolo canta il proprio esilio e il proprio non ritorno. Una volta effettuato questo sdoppiamento e fatta l'analogia tra "illacrimata sepoltura" e ricerca di Itaca per Ulisse, il Foscolo identifica nell'"illacrimata sepoltura" il tema della tomba come ricordo dei vivi.

Alla sera

Forse perché della fatal quïete

tu sei l immago, a me sì cara vieni,

o sera! E quando ti corteggian liete

le nubi estive e i zefferi sereni,

e quando dal nevoso aere inquiete

tenebre e lunghe all'universo meni,

sempre scendi invocata, e le secrete

vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co' miei pensier sull'orme

che vanno al nulla eterno; e intanto fugge

questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;

e mentre io guardo la tua pace, dorme

quello spirto guerrier ch' entro mi rugge.

Materialisticamente, la morte è un reimmergersi nel moto infinito e immemore della materia. Il Foscolo nega ogni trascendenza e riafferma il proprio materialismo: la materia ritorna materia, il tempo cancella tutto.

Nel primo verso del sonetto "Alla sera", si denota un'amara meditazione sulla morte, assegnata dal fato, alle affannose vicende dell'uomo. Qui il poeta desidera associare alla sera l'immagine della morte nello stesso modo in cui nei "Sepolcri" usa il termine "sonno della morte". Vi è una chiara analogia nell'associare alla fine della vita un'immagine di pacatezza e tranquillità.

In morte del fratello Giovanni

Un dì, s' io non andrò sempre fuggendo

di gente in gente, mi vedrai seduto

su la tua pietra, o fratel mio, gemendo

il fior de' tuoi gentili anni caduto.

La madre or sol, s' io dì tardo traendo,

parla di me col tuo cenere muto,

ma io deluse a voi le palme tendo;

e se da lunge i miei tetti saluto,

sento gli avversi Numi, e le secrete

cure che al viver tuo furon tempesta,

e prego anch' io ne tuo porto quïete.

"Era rito classico de' supplicanti e de' dolenti sedere presso l' are e i sepolcri" (Foscolo), offrendo goccia a goccia il latte. La parola "sedea" richiama chiaramente l'immagine confidente di "In morte del fratello Giovanni". In entrambi i casi si desidera addolcire un'immagine e diffondere un senso di pacata mestizia.







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