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USI E COSTUMI DEI GERMANI (Ces. De bello gallico - Libro VI, 22-26)

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USI E COSTUMI DEI GERMANI (Ces. De bello gallico - Libro VI, 22-26)

USI E COSTUMI DEI GERMANI (Ces. De bello gallico - Libro VI, 22-26)

XXII. Agriculturae non student, maiorque pars eorum victus in lacte, caseo, carne consistit. Neque quisquam agri modum certum aut fines habet proprios; sed magistratus ac principes in annos singulos gentibus cognationibusque hominum qui [cum] una coierum, quantum et quo loco visum est agri adt 222c26c ribuunt atque anno post alio transire cogunt. Eius rei multas adferunt causas: ne adsidua consuetudine capti studium belli gerendi agricultura commutent; ne latos fines parare studeant, potentioresque humiliores possessionibus expellant; ne accuratius ad frigora atque aestos vitandos aedificent; ne qua oriatur pecuniae cupiditas, qua ex re factiones dissensionesque nascuntur; ut animi aequitate plebem contineant, cum suas quisque opes cum potentissimis aequari videat.

22. Non praticano l'agricoltura, il loro vitto consiste, per 1a maggior parte, di latte, formaggio e carne. Nessuno ha in proprio un terreno fisso o un possesso personale.  Anzi alle genti e ai nuclei familiari in cui i parenti convivono, i magistrati e i capi attribuiscono, di anno in anno, la quantità di terra e la zona ritenute giuste, ma l'anno successivo li costringono a spostars­i altrove.  Forniscono, in merito, molteplici spiegazioni. Non vogliono che la gente, vinta da una costante abitudine, sostituisca la guerra con l'agricoltura, che desideri procurarsi appezzamenti più estesi e che i più potenti scaccino dai loro campi i meno forti.  Non vogliono che vengano costruite case confortevoli per difendersi dal freddo e dal caldo, che nasca la brama di denaro, fonte di fazioni e dissensi, cercano di tenere a bada il popolo con la serenità d'animo,. Quando ciascuno si renda conto di possedere quanto i più potenti.



XXIII. Civitatibus maxima laus est quam latissime circum se vastatis finibus solitudines habere. Hoc proprium virtutis exstimant, expulsos agris finitimos cedere, neque quemquam prope audere consistere; simul hoc se fore tutiores arbitrantur, repentinae incursionis timore sublato. Cum bellum civitas aut inlatum defendit aut infert, magistratus qui ei bello praesint ut vitae necisque habeant potestatem deliguntur. In pace nullus est communis magistratus, sed principes regionum atque pagorum inter suos ius dicunt controversiasque minuunt. Latrocinia nullam habent infamiam, quae extra fines cuiusque civitatis fiunt, atque ea iuventutis exercendae ac desidiae minuendae causa fieri praedicant. Atque ubi quis ex principibus in concilio dixit se ducem fore, qui sequi velint profiteantur, consurgunt ii qui et causam et hominem probant, suumque auxilium pollicentur at que ab moltitudine conlaudantur; qui ex his secuti non sunt in desertorum ac proditorum numero ducuntur, omniumque his rerum, postea fides derogatur.  Hospitem violare fas non putant; qui, quaque de causa ad eos venerunt, ab iniuria prohibent, san­ctos habent, hisque omnium domus patent victusque communicatur.

23. Il vanto maggiore per le loro genti è, devastate le zone di confine, di avere intorno a sé dei deserti, nel raggio più ampio.  Ritengono segno distintivo del valore se i vicini, scacciati dai loro territori, si ritirano e nessuno osa stabilirsi nei pressi. Al contempo, si sentono più al sicuro eliminato il timore di un'incursione improvvisa.  Quando un popolo entra in guerra, per difendersi o attaccare, vengono scelti dei magistrati per guidarli, ed essi hanno potere di vita e di morte. In tempo di pace non ci sono magistrati comuni, ma i capi delle varie regioni e tribù, al loro interno, amministrano la giustizia e appianano le controversie.  Il ladrocinio non comporta disonore se commesso fuori dei territori di ciascun popolo, anzi lo consigliano per esercitare i giovani e diminuire l'inerzia. E quando, durante l'assemblea, uno dei capi si dichiara pronto a guidare una spedizione e chiede ai volontari di farsi avanti, chi è favorevole all'impresa e all'uomo si alza e promette il proprio sostegno, tra le lodi generali; chi, invece, non si unisce alla spedizione, viene considerato nel novero dei disertori e dei traditori, e in futuro gli viene negata fiducia in ogni campo.  Considerano sacrilegio recare offesa a un ospite: chiunque, per qualsiasi motivo, giunga da loro, viene protetto da ogni torto e considerato sacro, gli sono aperte le porte di tutte le case e con lui viene diviso il cibo.

XXIV. Ac fuit antea tempus cum Germanos Galli virtute su­perarent, altro bella inferrent, propter hominum multitudinem agrique.,inopiam trans Rhenum colonias mitterent. Itaque ea quae fertilissima Germaniae sunt loca circum Hercyniam silvam, quam Eratostheni et quibusdam Graecis fama notam esse video, quam illi Orcyniam appellant, Volcae Tectosages occupaverunt atque ibi consederunt: quae gens ad hoc tempus his sedibus sese continet summamque habet iustitiae et bellicae laudis opinionem. Nunc, quod in eadem inopia, egestate patien­tiaque Germani permanent,, eodem victu et cultu corporis utuntur,Gallis autem provinciarum propinquitas et transmarinarum rerum notitia multa ad copiam atque usus largitur, paulatim ad­suefacti superari multisque victi proeliis ne se, quidem ipsi sum illis virtute comparant.

24. Ci fu, in passato, un tempo in cui i Galli erano più forti dei Germani, li attaccavano e, avendo una popolazione numerosa e pochi campi, inviavano colonie oltre il Reno. Perciò, le zone della Germania più fertili attorno alla selva Ercinia - nota, a quanto vedo, a Eratostene e ad altri Greci, che però la chiamano Orcinia - le occuparono i Volci Tectosagi, insediandosi lì. Essi abitano ancor oggi la regione e godono di straordinaria fama quanto a giustizia e valor militare.  Ma mentre i Germani mantengono sempre le stesse condizioni di povertà, stenti e sopportazione, senza aver in nulla mutato il nutrimento e il tenore di vita, i Galli, invece, dalla vicinanza con le nostre province e dal commercio marittimo hanno tratto molte ricchezze e vantaggi. Così, si sono gradualmente abituati alla sconfitta e, vinti in molte battaglie, non osano più neppure paragonarsi ai Germani per valore.




XXV. Huius Hercyniae.silvae, quae,supra demonstrata est, la­titudo novem dierum iter expedito patet: non enim aliter finiri potest, neque mensuras itinerum noverunt. Oritur ab Helve­tiorum et Nemetum et Rauracorum finíbus rectaque flumibis Danubii regione pertinet ad fines Dacorum et Anartium; hinc se flectit sinistrorsus diversis ab flumine regionibus multarum­que gentium fines propter magnitudinem attingit; neque quis­quam est huius Germaniae qui se aut [audisse aut] adisse ad ini­tium eius silvae dicat, cum dierum iter LX processerit, aut quo ex loco oriatur acceperit; multaque in ea genera ferarum nasci constat quae reliquis in locis visa non sint; ex quibus quae ma­xime differant ab ceteris et memoriae prodenda videantur haec sunt.

25. La selva Ercinia, sopra menzionata, si estende per una larghezza equivalente a nove giorni di marcia per chi viaggi libero da impedimenti: non è possibile, infatti, determinare in altro modo le sue dimensioni, perché i Germani non conoscono le misure itinerarie. Ha inizio nei territori degli Elvezi, dei Nemeti e dei Rauraci e, in parallelo con il corso del Danubio, raggiunge il paese dei Daci e degli Anarti; da qui, piega a sinistra, in regioni lontane dal fiume e, nella sua vastità, tocca le terre di molti popoli. Non c'è nessuno, in questa zona della Germania, che possa affermare di aver raggiunto l'inizio della selva, benché si sia spinto in avanti per sessanta giorni di cammino, o che abbia sentito dire dove ha príncipio. Vi nascono, a quanto consta, molte specie di animali mai visti altrove: di essi descriveremo i più strani e singolari e più degni, a nostro parere, di menzione.

XXVI. Est bos cervi figura, cuius a media fronte inter aures unum cornu existit excelsius magisque derectum his quae no­bis nota sunt cornibus: ab eius summo sicut palmae ramique late diffunduntur. Eadem est feminae marisque natura, eadem forma magnitudoque cornuum.

26. C'è un bue, dalla forma di cervo, che in mezzo alla fron­te, tra le orecchie, ha un corno unico, più alto e più dritto di quelli a noi noti: sulla sommità, il corno si divide in ampie dira­mazioni.  Uguale è l'aspetto della femmina e del maschio, con corna di identica forma e grandezza.







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