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Liber Primus - L'inno a Venere (vv. 1-43)

latino


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Liber Primus

L'inno a Venere (vv. 1-43)

Aeneadum genetrix, hominum divomque voluptas,

alma Venus, caeli subter labentia signa

quae mare navigerum, quae terras frugiferentis

concelebras, per te quoniam genus omne animantum

concipitur visitque exortum lumina solis:

te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli

adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus

summittit flores, tibi rident aequora ponti

placatumque nitet diffuso lumine caelum.

Nam simul ac species patefactast verna diei

et reserata viget genitabilis aura favoni,



aëriae primum volucris te, diva, tuumque

significant initum perculsae corda tua vi.

inde ferae pecudes persultant pabula laeta

et rapidos tranant amnis: ita capta lepore

te sequitur cupide quo quamque inducere pergis.

Denique per maria ac montis fluviosque rapacis

frondiferasque domos avium camposque virentis

omnibus incutiens blandum per pectora amorem

efficis ut cupide generatim saecla propagent.

Quae quoniam rerum naturam sola gubernas

nec sine te quicquam dias in luminis oras

exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam,

te sociam studeo scribendis versibus esse,

quos ego de rerum natura pangere conor

Memmiadae nostro, quem tu, dea, tempore in omni

omnibus ornatum voluisti excellere rebus.

quo magis aeternum da dictis, diva, leporem.

Effice ut interea fera moenera militiai

per maria ac terras omnis sopita quiescant;

nam tu sola potes tranquilla pace iuvare

mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors

armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se

reiicit aeterno devictus vulnere amoris,

atque ita suspiciens tereti cervice reposta

pascit amore avidos inhians in te, dea, visus

eque tuo pendet resupini spiritus ore.

Hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto

circum fusa super, suavis ex ore loquellas

funde petens placidam Romanis, incluta, pacem;

nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo

possumus aequo animo nec Memmi clara propago

talibus in rebus communi desse saluti.

Genitrice dei romani, piacere degli uomini e degli dei venere datrice di vita, che sotto gli astri vaganti del cielo popoli il mare solcato da navi e terre feconde di messi, giacché grazie a te ogni specie di essere animato è concepito, e una volta nato vede le luci del sole, te, o dea,  te i venti fuggono, te le nubi del cielo e il tuo arrivo, per te la terra preziosamente industre fa spuntare soavi fiori, per te ridono le distese del mare, e il cielo rasserenato splende di luce diffusa.

Infatti non appena si svela lo spettacolo del giorno primaverile e sprigionato acquista vigore il soffio dello zefiro fecondatore, per primi gli uccelli dell'aria segnalano te, o divina, e il tuo arrivo sconvolti nel cuore dalla tua forza. Quindi gli animali selvatici balzano per i rigogliosi pascoli, e guadano i rapidi torrenti; così [ogni bestia] catturata dal tuo incanto ti segue bramosamente ovunque intendi condurla.

Insomma, per mari e monti e fiumi travolgenti, e per le dimore frondose degli uccelli e le pianure verdeggianti, incutendo in petto a tutti un carezzevole amore, fai sì che trasmettano bramosamente specie per specie le loro generazioni.

E poiché tu sola governi la natura delle cose, né senza te alcuna cosa nasce dalle luminose plaghe della luce, né viene fatto alcunché di lieto né di amabile, desidero che tu sia [mia] socia per scrivere i versi che tento di comporre sulla natura delle cose per il nostro discendente dei Memmi che tu, o dea, in ogni circostanza volesti che eccellesse glorioso in ogni cosa. Perciò ancor di più da', o divina, alle [mie] parole fascino eterno.

Fa' sì che, intanto, tutte le crudeli mansioni belliche per mari e per terre riposino sopite; infatti tu sola puoi confortare i mortali con una pace serena, poiché Marte potente nelle armi governa le crudeli mansioni della guerra, il quale spesso nel tuo grembo si abbandona, sconfitto dall'eterna ferita dell'amore, e così guardando verso l'alto rovesciato all'indietro il collo ben tornito, nutre d'amore gli occhi avidi anelando a te, o dea, e dal tuo volto pende il respiro di lui sdraiato.

Tu, o divina, piegandoti in un abbraccio sopra lui coricato, riversi dalla bocca dolci parole chiedendo una placida gloriosa pace per i romani; infatti né io posso svolgere questo lavoro con animo sereno in un momento di turbamento per la patria, né l'illustre rampollo di Memmio può in tali circostanze venir meno alla comune salvezza.


Argomento del poema (vv. 49-61)

Quod super est, vacuas auris animumque sagacem

semotum a curis adhibe veram ad rationem,

ne mea dona tibi studio disposta fideli,

intellecta prius quam sint, contempta relinquas.

Nam tibi de summa caeli ratione deumque

disserere incipiam et rerum primordia pandam,

unde omnis natura creet res, auctet alatque,

quove eadem rursum natura perempta resolvat,

quae nos materiem et genitalia corpora rebus

reddunda in ratione vocare et semina rerum

appellare suemus et haec eadem usurpare

corpora prima, quod ex illis sunt omnia primis.

Il trionfo di Epicuro (vv. 62-79)

Humana ante oculos foede cum vita iaceret

in terris oppressa gravi sub religione,

quae caput a caeli regionibus ostendebat

horribili super aspectu mortalibus instans,

primum Graius homo mortalis tollere contra

est oculos ausus primusque obsistere contra;

quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti

murmure compressit caelum, sed eo magis acrem

inritat animi virtutem, effringere ut arta

naturae primus portarum claustra cupiret.

Ergo vivida vis animi pervicit et extra

processit longe flammantia moenia mundi

atque omne immensum peragravit mente animoque,

unde refert nobis victor quid possit oriri,

quid nequeat, finita potestas denique cuique

qua nam sit ratione atque alte terminus haerens.

Quare religio pedibus subiecta vicissim

opteritur, nos exaequat victoria caelo.

Vani terrori dell'oltretomba (vv. 102-111)

Tutemet a nobis iam quovis tempore vatum

terriloquis victus dictis desciscere quaeres.

Quippe etenim quam multa tibi iam fingere possunt

somnia, quae vitae rationes vertere possint

fortunasque tuas omnis turbare timore!

Et merito; nam si certam finem esse viderent

aerumnarum homines, aliqua ratione valerent

religionibus atque minis obsistere vatum.

Nunc ratio nulla est restandi, nulla facultas,

aeternas quoniam poenas in morte timendum.

E ora presta libero orecchio e mente sagace, lontana da preoccupazioni, alla vera dottrina: che tu non abbandoni sprezzati, prima ancora di intenderli, i miei doni disposti per te con cura affettuosa.

Della suprema norma del cielo e degli dei prenderò a parlarti e ti svelerò i principi delle cose, dai quali la natura tutto crea, accresce e alimenta, e in cui la natura di nuov risolve le cose dopo averle distrutte. Questi principi, nell'esporre la nostra dottrina, siamo soliti chiamarli materia e corpi generatori delle cose, e denominarli semi delle cose e altresì corpi primi, perché da essi tutto trae la sua origine.

Mentre la vita umana giaceva in terra miserabilmente a tutti evidente, schiacciata sotto il peso della religione, la quale mostrava il capo dalle regioni del cielo, per primo un uomo greco osò sollevare gli occhi mortali contro, e per primo fare resistenza; ed non lo domarono né le dicerie sugli dei né i fulmini né il cielo col suo minaccioso rimbombo, ma tanto più stimolò l'ardente vigore dello spirito così che volle infrangere per primo gli stretti serrami delle porte della natura.

Quindi la vivida forza dell'animo trionfò, e avanzò lontano oltre le fiammeggianti mura del mondo, e tutta l'immensità percorse con la potenza del suo ingegno, da cui vincitore riportò a noi che cosa può nascere, che cosa non lo può, infine per quale motivo ciascuna cosa abbia potere definito, e un limite saldamente infisso.

Per la qual cosa la religione è a sua volta buttata a terra e calpestata, e la sua vittoria ci fa raggiungere il cielo.

Ma anche tu forse un giorno, vinto dalle terribili predizioni dei vati, cercherai di staccarti da noi. Quante favole infatti essi possono ora inventarti, capaci di sconvolgere la condotta della tua vita e d'intorbidarti ogni gioia con la paura!

È  naturale. Se gli uomini vedessero un termine certo delle loro angosce, in qualche modo potrebbero opporsi alle superstizioni e alle minacce dei vati. Ma ora non c'è nessun mezzo, nessuna facoltà di resistere, perché nella morte si devono temer pene eterne.


Empietà della religio (vv.80-101)

Illud in his rebus vereor, ne forte rearis

impia te rationis inire elementa viamque

indugredi sceleris. quod contra saepius illa

religio peperit scelerosa atque impia facta.

Aulide quo pacto Triviai virginis aram

Iphianassai turparunt sanguine foede

ductores Danaum delecti, prima virorum.

Cui simul infula virgineos circum data comptus

ex utraque pari malarum parte profusast,

et maestum simul ante aras adstare parentem

sensit et hunc propter ferrum celare ministros

aspectuque suo lacrimas effundere civis,

muta metu terram genibus summissa petebat.

Nec miserae prodesse in tali tempore quibat,

quod patrio princeps donarat nomine regem;

nam sublata virum manibus tremibundaque ad aras

deductast, non ut sollemni more sacrorum

perfecto posset claro comitari Hymenaeo,

sed casta inceste nubendi tempore in ipso

hostia concideret mactatu maesta parentis,

exitus ut classi felix faustusque daretur.

Tantum religio potuit suadere malorum.

Temo ciò a questo proposito, che per caso tu  pensi che tu stia iniziandoti agli elementi di una dottrina empia, e cominciando una via scellerata. Ché al contrario spesso proprio quella religione ha generato frutti scellerati ed empi.

In Aulide in tal modo i condottieri scelti dei Danai, fiore di eroi, imbrattarono miseramente col sangue di Ifianessai l'altare della vergine Trivia [Diana].

Infatti non appena la benda postale intorno all'acconciatura virginale ricadde simmetricamente dall'una e dall'altra parte delle guance, e appena [ella] percepì che davanti agli altari era presente il genitore mesto [Agamennone] e che presso di lui i sacerdoti nascondevano il coltello, e che alla sua vista i cittadini versavano lacrime, ammutolita per lo spavento, piegata sulle ginocchia scivolava a terra.

Né in tali circostanze poteva giovare alla misera il fatto di aver donato per prima il nome di padre al re. Infatti sollevata dalle mani degli uomini e tremando fu portata agli altari, non perché compiuto il solenne sacro rito tradizionale potesse essere scortata con lo squillante imeneo ma pura impuramente proprio nel tempio delle nozze, la vittima morisse mesta per il sacrificio del genitore, affinché fosse dato un esito felice e favorevole alla flotta.

A tanto la religione potette persuadere.



Poesia e dottrina (vv. 112-150)

Ignoratur enim quae sit natura animai,

nata sit an contra nascentibus insinuetur

et simul intereat nobiscum morte dirempta

an tenebras Orci visat vastasque lacunas

an pecudes alias divinitus insinuet se,

Ennius ut noster cecinit, qui primus amoeno

detulit ex Helicone perenni fronde coronam,

per gentis Italas hominum quae clara clueret;

etsi praeterea tamen esse Acherusia templa

Ennius aeternis exponit versibus edens,

quo neque permaneant animae neque corpora nostra,

sed quaedam simulacra modis pallentia miris;

unde sibi exortam semper florentis Homeri

commemorat speciem lacrimas effundere salsas

coepisse et rerum naturam expandere dictis.

Qua propter bene cum superis de rebus habenda



nobis est ratio, solis lunaeque meatus

qua fiant ratione, et qua vi quaeque gerantur

in terris, tunc cum primis ratione sagaci

unde anima atque animi constet natura videndum,

et quae res nobis vigilantibus obvia mentes

terrificet morbo adfectis somnoque sepultis,

cernere uti videamur eos audireque coram,

morte obita quorum tellus amplectitur ossa.

Nec me animi fallit Graiorum obscura reperta

difficile inlustrare Latinis versibus esse,

multa novis verbis praesertim cum sit agendum

propter egestatem linguae et rerum novitatem;

sed tua me virtus tamen et sperata voluptas

suavis amicitiae quemvis efferre laborem

suadet et inducit noctes vigilare serenas

quaerentem dictis quibus et quo carmine demum

clara tuae possim praepandere lumina menti,

res quibus occultas penitus convisere possis.

Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest

non radii solis neque lucida tela diei

discutiant, sed naturae species ratioque.

Principium cuius hinc nobis exordia sumet,

nullam rem e nihilo gigni divinitus umquam.

È ignorata infatti quale sia la natura dell'anima, se sia nata o al contrario si insinui ai nascenti, e insieme con noi perisca dissolta dalla morte, se veda le tenebre dell'Orco e le vaste cavità, o se si introduca in altri animali per volontà divina, come cantò il nostro Ennio, che per primo dall'amena Elicona trasferì la corona dalla fronda perenne, che fosse (chiara fama) tra le popolazioni italiche degli uomini; sebbene tuttavia anche Ennio espone proclamandolo con eterni versi che vi sono spazi acherontei, dove non sopravviverebbero certe immagini pallide il mirabili modi; per cui ricorda che l'ombra del sempre glorioso Omero sorta a lui iniziò a versare salate lacrime, e a rivelare con le sue parole (leddi della natura) la natura delle cose.

Perciò non solo dobbiamo avere rettamente la cognizion dei fenomeni celesti, per quale ragione avvengano i movimenti della luna e del sole, e per quale forza avvengano tutte le cose sulla terra, ma dobbiamo prima di tutto vedere con metodo sagace da cosa sia formato il soffio vitale e la natura dell'animo, e che cosa proponendosi a noi desti affetti da malattia o annientati dal sonno spaventi le menti; così che sembriamo distinguere perdsonalmente coloro le ossa dei quali raggiunta la morte la terra abbraccia.

Né mi sfugge nell'animo che le oscure scoperte dei greci con versi latini soprattutto perché bisogna trattare con nuove parole molti argomenti a causa della povertà della lingua e novità delle cose; ma la tua virtù e il desiderato piacere della tua gradita amicizia mi persuade a sostenere fino alla fine qualsivoglia fatica, e mi induce a vigilare le notti (serene) tranquille, cercando con quali parole e che poesia infine possa far splendere i famosi lumi della tua mente con i quali tu possa esaminare a fondo le cose occulte.

Perciò bisogna che non i raggi del sole né i (lucidi) luminosi dardi del giorno squarcino questo terrore e le tenebre dell'animo, ma l'osservazione razionale della natura. Il punto di partenza della quale per noi prende gli inizi da questa affermazione, che nessuna cosa è mai generata per intervento divino dal nulla.


L'eternità della materia (vv. 146-264)

a) Nulla nasce dal nulla (vv. 146-214)

Le prime prove (vv. 146-191)

Quippe ita formido mortalis continet omnis,

quod multa in terris fieri caeloque tuentur,

quorum operum causas nulla ratione videre

possunt ac fieri divino numine rentur.

Quas ob res ubi viderimus nil posse creari

de nihilo, tum quod sequimur iam rectius inde

perspiciemus, et unde queat res quaeque creari

et quo quaeque modo fiant opera sine divom.

Nam si de nihilo fierent, ex omnibus rebus

omne genus nasci posset, nil semine egeret.

E mare primum homines, e terra posset oriri

squamigerum genus et volucres erumpere caelo;

armenta atque aliae pecudes, genus omne ferarum,

incerto partu culta ac deserta tenerent.

Nec fructus idem arboribus constare solerent,

sed mutarentur, ferre omnes omnia possent.

quippe ubi non essent genitalia corpora cuique,

qui posset mater rebus consistere certa?

at nunc seminibus quia certis quaeque creantur,

inde enascitur atque oras in luminis exit,

materies ubi inest cuiusque et corpora prima;

atque hac re nequeunt ex omnibus omnia gigni,

quod certis in rebus inest secreta facultas.

Praeterea cur vere rosam, frumenta calore,

vites autumno fundi suadente videmus,

si non, certa suo quia tempore semina rerum

cum confluxerunt, patefit quod cumque creatur,

dum tempestates adsunt et vivida tellus

tuto res teneras effert in luminis oras?


quod si de nihilo fierent, subito exorerentur

incerto spatio atque alienis partibus anni,

quippe ubi nulla forent primordia, quae genitali

concilio possent arceri tempore iniquo.

Nec porro augendis rebus spatio foret usus

seminis ad coitum, si e nilo crescere possent;

nam fierent iuvenes subito ex infantibus parvis

e terraque exorta repente arbusta salirent.

Che se fossero fatte dal nulla, improvvisamente apparirebbero in un momento impreciso e in stagioni non loro proprie, poiché allora non ci sarebbero atomi cui possa essere impedita l'aggregazine fecondatrice nella stagione sfavorevole. E, poi, per l'accrescimento delle cose non occorrerebbe tempo per l'aggiiungersi di nuovi elementi, se potessero crescere dal nulla.

Infatti diventerebbero giovani all'improvviso da piccoli infanti, e gli alberi improvvisamente dalla terra balzerebbero fuori in alto.



Quorum nil fieri manifestum est, omnia quando

paulatim crescunt, ut par est semine certo,

crescentesque genus servant; ut noscere possis

quicque sua de materia grandescere alique.

Nuove prove (vv. 192-214)

Huc accedit uti sine certis imbribus anni

laetificos nequeat fetus submittere tellus

nec porro secreta cibo natura animantum

propagare genus possit vitamque tueri;

ut potius multis communia corpora rebus

multa putes esse, ut verbis elementa videmus,

quam sine principiis ullam rem existere posse.

Denique cur homines tantos natura parare

non potuit, pedibus qui pontum per vada possent

transire et magnos manibus divellere montis

multaque vivendo vitalia vincere saecla,

si non, materies quia rebus reddita certast

gignundis, e qua constat quid possit oriri?

Nil igitur fieri de nilo posse fatendumst,

semine quando opus est rebus, quo quaeque creatae

aëris in teneras possint proferrier auras.

Postremo quoniam incultis praestare videmus

culta loca et manibus melioris reddere fetus,

esse videlicet in terris primordia rerum

quae nos fecundas vertentes vomere glebas

terraique solum subigentes cimus ad ortus;

quod si nulla forent, nostro sine quaeque labore

sponte sua multo fieri meliora videres.

Ma di ciò nulla è evidente che accada, dal momento che tutto cresce a poco a poco, come è naturale, da un germe determinato, e le cose in crescita mantengono i carrelli della specie; di modo che puoi riconoscere che ciascuna cosa cresce e si alimenta dalla materia a lei appropriata.



b) Nulla si riduce al nulla (vv. 215-264)

Huc accedit uti quicque in sua corpora rursum

dissoluat natura neque ad nihilum interemat res.

nam siquid mortale e cunctis partibus esset,

ex oculis res quaeque repente erepta periret;

nulla vi foret usus enim, quae partibus eius

discidium parere et nexus exsolvere posset.

Quod nunc, aeterno quia constant semine quaeque,

donec vis obiit, quae res diverberet ictu

aut intus penetret per inania dissoluatque,

nullius exitium patitur natura videri.

Praeterea quae cumque vetustate amovet aetas,

si penitus peremit consumens materiem omnem,

unde animale genus generatim in lumina vitae

redducit Venus, aut redductum daedala tellus

unde alit atque auget generatim pabula praebens?

Unde mare ingenuei fontes externaque longe

flumina suppeditant? unde aether sidera pascit?

omnia enim debet, mortali corpore quae sunt,

infinita aetas consumpse ante acta diesque.

quod si in eo spatio atque ante acta aetate fuere

e quibus haec rerum consistit summa refecta,

inmortali sunt natura praedita certe.

Haud igitur possunt ad nilum quaeque reverti.

Denique res omnis eadem vis causaque volgo

conficeret, nisi materies aeterna teneret,

inter se nexus minus aut magis indupedita;

tactus enim leti satis esset causa profecto,

quippe ubi nulla forent aeterno corpore, quorum

contextum vis deberet dissolvere quaeque.




At nunc, inter se quia nexus principiorum

dissimiles constant aeternaque materies est,

incolumi remanent res corpore, dum satis acris

vis obeat pro textura cuiusque reperta.

Haud igitur redit ad nihilum res ulla, sed omnes

discidio redeunt in corpora materiai.

Postremo pereunt imbres, ubi eos pater aether

in gremium matris terrai praecipitavit;

at nitidae surgunt fruges ramique virescunt

arboribus, crescunt ipsae fetuque gravantur.

La natura scompone ogni corpo nei suoi elementi, ma non lo distrugge fino all'annientamento. Se un corpo dovesse del tutto perire, ogni cosa potrebbe a un tratto togliersi ai nostri occhi e cessare d'esistere: nessuna forza sarebbe necessaria per separarne le parti e disfarne la trama.

Le cose si compongono di elementi eterni, e fino al giorno in cui sopravviene una forza capace di ridurle in frantumi con il suo urto, o di introdursi nei vuoti che esse presentano, per disgregarle, mai la natura ci permette di vederne la fine.

Se il tempo sottrae ai nostri occhi le cose, le distrugge in mille pezzi e ne consuma tutta la sostanza, da dove Venere riporta alla luce della vita le generazioni delle specie viventi? E, dopo la loro nascita, dove la terra industriosa attinge gli elementi che fornisce a ognuna per il loro nutrimento e per la crescita?

Da dove vengono al mare le sorgenti e i fiumi che da lontano gli portano il tributo delle acque? Dove trova l'etere il nutrimento degli astri? Tutto ciò che è di sostanza peritura, l'infinità del tempo passato e dei giorni compiuti dovrebbe averlo già consumato. Se in tutto il periodo di tempo trascorso ha potuto trovare gli elementi propri a ricostruire senza sosta il nostro universo, è perché essi sono senza dubbio dotati di una natura immortale.

È dunque impossibile che il nulla ritorni al nulla. La stessa forza, la stessa causa, potrebbe distruggere indistintamente tutte le cose, se la materia eterna non le mantenesse dentro le maglie più o meno fitte del suo tessuto. Il semplice contatto sarebbe causa sufficiente di morte, e non esisterebbero più corpi formati da una sostanza eterna, la cui trama solo una forza appropriata potrebbe distruggere.

In realtà, poiché nodi di tipo diverso legano fra loro gli elementi dei corpi, e la loro materia è imperitura, i corpi conservano la propria integrità fin quando si trovi una forza il cui urto sia abbastanza potente da distruggere il loro tessuto. Dunque nessun corpo ritorna al nulla: tutti, disintegrandosi, tornano agli elementi della materia.

Infine, le piogge si disperdono quando l'etere fecondatore le ha fatte precipiare nel seno della terra, madre di tutte le cose; di rimando, sorgono le messi dorate, verdeggiano i rami degli alberi, che a loro volta ingrandiscono caricandosi di frutti.

Hinc alitur porro nostrum genus atque ferarum,

hinc laetas urbes pueris florere videmus

frondiferasque novis avibus canere undique silvas,

hinc fessae pecudes pinguis per pabula laeta

corpora deponunt et candens lacteus umor

uberibus manat distentis, hinc nova proles

artubus infirmis teneras lasciva per herbas

ludit lacte mero mentes perculsa novellas.

Haud igitur penitus pereunt quaecumque videntur,

quando alit ex alio reficit natura nec ullam

rem gigni patitur nisi morte adiuta aliena.

Da qui traggono il nutrimento sia la razza umana sia le specie selvagge; ecco perché vediamo le prospere città tutte fiorite di nuovi nati e, grazie alle giovani nidiate, le frondose foreste sono tutte un canto, le pecore affaticate dalla pinguedine riposano distese nei grassi pascoli e il bianco liquore del latte cola dalle gonfie mammelle: gli agnelli nuovi nati dalle gracili zampette giocano e folleggiano nell'erba tenera, con le giovani teste inebriate da un latte generoso.

Nulla di quel che sembra perire, si distrugge affatto: a natura riforma i corpi gli uni con l'aiuto degli altri, e non ne lascia crearsi alcuno senza l'aiuto fornito dalla morte d'un altro.




Il miele delle Muse (vv. 921-950)

Nunc age, quod super est, cognosce et clarius audi.

nec me animi fallit quam sint obscura; sed acri

percussit thyrso laudis spes magna meum cor

et simul incussit suavem mi in pectus amorem

Musarum, quo nunc instinctus mente vigenti

avia Pieridum peragro loca nullius ante

trita solo. Iuvat integros accedere fontis

atque haurire iuvatque novos decerpere flores

insignemque meo capiti petere inde coronam,

unde prius nulli velarint tempora Musae;

primum quod magnis doceo de rebus et artis

religionum animum nodis exsolvere pergo,

deinde quod obscura de re tam lucida pango

carmina musaeo contingens cuncta lepore.

Ora proseguiamo, apprendi ciò che resta, e odi in modo più chiaro. Né mi sfugge nell'animo quanto siano oscure; ma la grande speranza do lode ha colpito con il suo aguzzo tirso il mio cuore, e contemporaneamente ha destato a me nel petto un soave amore per le Muse, spinto dal quale con spirito vigile e attivo percorro i luoghi impervi delle Pieridi, in precedenza non calpestati dal piede di nessuno. Mi piace avvicinarmi alle fonti incontaminate e belle, e mi piace cogliere i fiori giovani, e per il mi capo di lì ottenere una stupenda corona, di cui prima le Muse non hanno velato le tempie a nessuno; per prima cosa perché insegno riguardo a grandi cose, e perché mi avvio a liberare l'animo dagli stretti nodi delle credenze religiose; poi perché compongo così chiari (carmi) versi riguardo una cosa oscura, ottenendo tutti quanti con la (dotati della) grazia delle Muse.


Id quoque enim non ab nulla ratione videtur;

sed vel uti pueris absinthia taetra medentes

cum dare conantur, prius oras pocula circum

contingunt mellis dulci flavoque liquore,

ut puerorum aetas inprovida ludificetur

labrorum tenus, interea perpotet amarum

absinthi laticem deceptaque non capiatur,

sed potius tali facto recreata valescat,

sic ego nunc, quoniam haec ratio plerumque videtur

tristior esse quibus non est tractata, retroque

volgus abhorret ab hac, volui tibi suaviloquenti

carmine Pierio rationem exponere nostram

et quasi musaeo dulci contingere melle,

si tibi forte animum tali ratione tenere

versibus in nostris possem, dum perspicis omnem

naturam rerum, qua constet compta figura.

Anche questo non sembra privo di motivazione; siccome che li cura prova a dare ai bambini i ripugnanti succhi dell'assenzio, prima spalma il bordo intorno al bicchiere con miele e acqua dolce e dorato, perché l'età infantile sprovveduta sia burlata a fior di labbra, frattanto beva fino in fondo l'amaro liquido dell'assenzio e per quanto raggirata non sia sopraffatta, ma di più in tale modo rigenerata acquisti salute, così io ora, poiché questa dottrina sembra essere piuttosto opprimente ai più i quali non l'hanno praticata, e dietro il popolo non ne vuole sapere, ho voluto a te esporre la nostra dottrina delle muse con versi dal suono dolce e quasi aspererla di dolce miele delle muse, per tentare se per avventura fosse possibile in tal modo tenere avvinto il tuo animo ai miei versi, mentre vedi in profondità di quale bellezza risulti composta tutta la natura.




Liber Secundus

Le dolcezze della vita (vv. 1-61)

Suave, mari magno turbantibus aequora ventis

e terra magnum alterius spectare laborem;

non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,

sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest.

suave etiam belli certamina magna tueri

per campos instructa tua sine parte pericli;

sed nihil dulcius est, bene quam munita tenere

edita doctrina sapientum templa serena,

despicere unde queas alios passimque videre

errare atque viam palantis quaerere vitae,

certare ingenio, contendere nobilitate,

noctes atque dies niti praestante labore

ad summas emergere opes rerumque potiri.

O miseras hominum mentes, o pectora caeca!

qualibus in tenebris vitae quantisque periclis

degitur hoc aevi quod cumquest! nonne videre

nihil aliud sibi naturam latrare, nisi ut qui

corpore seiunctus dolor absit, mente fruatur

iucundo sensu cura semota metuque?

Ergo corpoream ad naturam pauca videmus

esse opus omnino: quae demant cumque dolorem,

delicias quoque uti multas substernere possint

gratius inter dum, neque natura ipsa requirit,

si non aurea sunt iuvenum simulacra per aedes

lampadas igniferas manibus retinentia dextris,

lumina nocturnis epulis ut suppeditentur,

nec domus argento fulget auroque renidet

nec citharae reboant laqueata aurataque templa,

cum tamen inter se prostrati in gramine molli

propter aquae rivum sub ramis arboris altae

non magnis opibus iucunde corpora curant,

praesertim cum tempestas adridet et anni

tempora conspergunt viridantis floribus herbas.

Nec calidae citius decedunt corpore febres,

textilibus si in picturis ostroque rubenti

iacteris, quam si in plebeia veste cubandum est.

quapropter quoniam nihil nostro in corpore gazae

proficiunt neque nobilitas nec gloria regni,

quod super est, animo quoque nil prodesse putandum;

si non forte tuas legiones per loca campi

fervere cum videas belli simulacra cientis,

subsidiis magnis et opum vi constabilitas,

ornatas armis stlattas pariterque animatas,

his tibi tum rebus timefactae religiones

effugiunt animo pavidae mortisque timores

tum vacuum pectus lincunt curaque solutum.

È soave, quando sul vasto mare i venti sconvolgono la distesa delle acque, guardare da terra il duro travaglio altrui, non perché il fatto che qualcuno soffra costituisca motivo di dolce letizia, ma perché è piacevole scorgere di quali mali tu stesso sei privo. È soave anche osservare i grandi scontri di guerra ingaggiati nelle pianure senza tua partecipazione al pericolo; ma niente è più dolce che occupare gli eccelsi e sereni templi dei sapienti ben fortificati dalla loro dottrina, dall'alto dei quali poter guardare gli altri errare, e cercare la via della vita vagando, gareggiare in nobiltà, giorno e notte sforzarsi con straordinaria fatica di elevarsi alle più alte posizioni e conquistare il potere.

O misere menti degli uomini, o cuori ciechi! In quali tenebre e in quanti pericoli si trascorre questo poco di vita, quale esso sia! E come non vedere che la natura ci urla nient'altro, se non che in quanto al corpo il dolore si tenga lontano, e che in quanto allo spirito goda di piacevoli sensazioni, lontana da a ffanni e paure? Perciò vediamo che per la natura fisica occorrono assolutamente poche cose, tutte quelle che. sicché possono anche dispensare molti godimenti. Talvolta è più piacevole, senza che la natura stessa lo esiga, se in casa non ci sono statue auree di giovani, lampade ignifere per fornire con le mani destre le luci che trattengono nei cibi notturni, né la casa rifulge d'argento e risplende d'oro, né le volte dorate a cassettoni rimbombano del suono della cetra, quando invece tra amici.

Né le febbri ardenti più velocemente si allontanano dal corpo, se ti agiti in tessuti ricamati e nella porpora rosseggiante che se devi coricarti su una volgare coperta. Perciò poiché i tesori non giovano a niente nel nostro corpo, né la nobiltà né la gloria del regnom inoltre, bisogna pensare che non giovino per nulla anche allo spirito; a meno che per caso quando vedi nell'area del campo Marzio le tue legioni febbrilmente intente a simulare scene di guerra, rafforzate da grandi mezzi, equipaggiate d'armi e parimenti animate, quando vedi febbrilmente muoversi la flotta e vagare per ampio tratto, a meno che allora, sgomentate da tali spettacoli, non ti sfuggono dall'animo impaurite le superstizioni, e i timori della morte ti lascino il petto sgombro e libero da affanni.


Quod si ridicula haec ludibriaque esse videmus,

re veraque metus hominum curaeque sequaces



nec metuunt sonitus armorum nec fera tela

audacterque inter reges rerumque potentis

versantur neque fulgorem reverentur ab auro

nec clarum vestis splendorem purpureai,

quid dubitas quin omnis sit haec rationis potestas,

omnis cum in tenebris praesertim vita laboret?

Nam vel uti pueri trepidant atque omnia caecis

in tenebris metuunt, sic nos in luce timemus

inter dum, nihilo quae sunt metuenda magis quam

quae pueri in tenebris pavitant finguntque futura.

Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest

non radii solis neque lucida tela diei

discutiant, sed naturae species ratioque.

Ché se vediamo che queste ipotesi sono ridicole e irrisioni, e in realtà il timore e le preoccupazioni degli uomini che seguono l'uomo né temono i suoni delle armi né le armi selvagge, e coraggiosamente si aggirano tra i re e i detentori del potere, e non rispettano lo scintillio che proviene dall'oro, né lo splendore chiaro di un tessuto purpureo, perché dubiti che tale potere abbia tutto la filosofia, soprattutto dato che ogni istante della vita soffre nelle tenebre?

Infatti così come i fanciulli trepidano e temono ogni cosa elle tenebre cupe, così noi temiamo talvolta la luce ciò che non deve per nulla essere temuto più di quello che i fanciulli nelle tenebre paventavano e si immaginano prossimo as avverarsi.

Dunque il terrore e le tenebre dell'animo bisogna che le qsquarcino non i raggi del sole né i luminosi dardi del giorno, ma l'osservazione razionale della natura.



Liber Tertius


Tedio e ignoranza (vv. 1053-1075)

Si possent homines, proinde ac sentire videntur

pondus inesse animo, quod se gravitate fatiget,

e quibus id fiat causis quoque noscere et unde

tanta mali tam quam moles in pectore constet,

haut ita vitam agerent, ut nunc plerumque videmus

quid sibi quisque velit nescire et quaerere semper,

commutare locum, quasi onus deponere possit.

Exit saepe foras magnis ex aedibus ille,

esse domi quem pertaesumst, subitoque [revertit>,

quippe foris nihilo melius qui sentiat esse.

currit agens mannos ad villam praecipitanter

auxilium tectis quasi ferre ardentibus instans;

oscitat extemplo, tetigit cum limina villae,

aut abit in somnum gravis atque oblivia quaerit,

aut etiam properans urbem petit atque revisit.

Hoc se quisque modo fugit, at quem scilicet, ut fit,

effugere haut potis est: ingratius haeret et odit

propterea, morbi quia causam non tenet aeger;

quam bene si videat, iam rebus quisque relictis

naturam primum studeat cognoscere rerum,

temporis aeterni quoniam, non unius horae,

ambigitur status, in quo sit mortalibus omnis

aetas, post mortem quae restat cumque manendo.

Se gli uomini potessero anche allo stesso modo in cui sembrano sentire che nell'animo c'è un peso che li opprime gravemente e per quali cause sia fatto ciò, e per quale motivo una mole così tanto grande di mali si sia formata nel cuore, non certo così difendono la vita, come ora noi vediamo per lo più che cosa ciascuno voglia ignorare a sé, e cercare sempre di cambiare luogo, come se potesse deporre il peso.

Spesso esce fuori dalle grandi case/templi quello che gli dà fastidio (di stare) in casa e in fretta (ritorna) come colui che sente fuori ma non sta per niente meglio. Corre spingendo i puledri alla villa precipitosamente, affrettandosi come se portasse aiuto ai tetti che bruciano. Sbadiglia non appena ha toccato le soglie della villa o cade in un grave/pesante sonno e richiede le dimenticanze, o anche sbrigandosi, va verso la città e la rivede.

In questo modo ciascuno fugge sé, ma, certamente, come accade, non è possibile sfuggire quello più ingrato sta attaccato e odia, per il fatto che il malato non intende la causa del morbo; che se la vediamo bene (se la intendesse), ormai abbrandonate le cose, ciascuno si dedicherebbe a conoscere per primo la natura delle cose, poiché si discute la condizione del tempo eterno, non di un'ora sola,  (la condizione) in cui tutti i mortali devono aspettare l'età che resta in ogni caso dopo la morte.




Liber Quartus

Dissolutezza (vv.1121-1145)

Adde quod absumunt viris pereuntque labore,

adde quod alterius sub nutu degitur aetas,

languent officia atque aegrotat fama vacillans.

labitur interea res et Babylonia fiunt

unguenta et pulchra in pedibus Sicyonia rident,

scilicet et grandes viridi cum luce zmaragdi

auro includuntur teriturque thalassina vestis

adsidue et Veneris sudorem exercita potat.

Et bene parta patrum fiunt anademata, mitrae,

inter dum in pallam atque Alidensia Ciaque vertunt.

Eximia veste et victu convivia, ludi,

pocula crebra, unguenta, coronae, serta parantur,

ne quiquam, quoniam medio de fonte leporum

surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat,

aut cum conscius ipse animus se forte remordet

desidiose agere aetatem lustrisque perire,

aut quod in ambiguo verbum iaculata reliquit,

quod cupido adfixum cordi vivescit ut ignis,

aut nimium iactare oculos aliumve tueri

quod putat in voltuque videt vestigia risus.

Atque in amore mala haec proprio summeque secundo

inveniuntur; in adverso vero atque inopi sunt,

prendere quae possis oculorum lumine operto.

innumerabilia; ut melius vigilare sit ante,

qua docui ratione, cavereque, ne inliciaris.

Aggiungi che [gli amanti] sperdono le forze e si logorano con le fatiche; aggiungi che al cenno imperioso d'altri si trascorre la vita. Frattanto dilegua il patrimonio, si trasforma in tappeti d'oriente; ogni dovere è trascurato e ne soffre il buon nome, che vacilla. Ma scintillano unguenti, e intorno ai piedi ridono leggiadri sandali di Sicione, e, s'intende, grandi smeraldi dalla verde luce sono legati in oro, la veste color di sudore amoroso. Gli onesti guadagni dei padri diventano bende e diademi, talvolta si mutano in pepli e in stoffe di Alinda e di Ceo.

Si apprestano conviti con splendide coperture e portate, giochi, tazze sempre colme, profumi, corone e ghirlande: invano, perché di mezzo alla fonte delle delizie rampolla non so che amaro, e stringe alla gola perfino tra i fiori, o quando a volte l'animo consapevole si rode di trascorrere oziosa la vita e di perdersi con la lussuria, o perché essa una parola in senso ambiguo gettando ha lasciata, che confitta nel cuore innamorato si avviva come la fiamma, o gli pare che lanci troppe occhiate o fermi lo sguardo su  un altro, o vede nel suo volto il lampo d'un sorriso.

E questi mali s'incontrano in un amore appagato e sommamente felice; ma in una passione avversa e disperata ce ne sono infiniti, che puoi cogliere anche a occhi chiusi. Meglio essere prima vigilanti, nel modo che ho detto, e badare a non essere adescati.




Liber Quintus

Madre o matrigna? (vv. 195-234)

Quod [si] iam rerum ignorem primordia quae sint,

hoc tamen ex ipsis caeli rationibus ausim

confirmare aliisque ex rebus reddere multis,

nequaquam nobis divinitus esse paratam

naturam rerum: tanta stat praedita culpa.

Principio quantum caeli tegit impetus ingens,

inde avidam partem montes silvaeque ferarum

possedere, tenent rupes vastaeque paludes

et mare, quod late terrarum distinet oras.

inde duas porro prope partis fervidus ardor

adsiduusque geli casus mortalibus aufert.

Quod super est arvi, tamen id natura sua vi

sentibus obducat, ni vis humana resistat

vitai causa valido consueta bidenti

ingemere et terram pressis proscindere aratris.

si non fecundas vertentes vomere glebas

terraique solum subigentes cimus ad ortus,

sponte sua nequeant liquidas existere in auras;

et tamen inter dum magno quaesita labore

cum iam per terras frondent atque omnia florent,

aut nimiis torret fervoribus aetherius sol

aut subiti peremunt imbris gelidaeque pruinae

flabraque ventorum violento turbine vexant.

Praeterea genus horriferum natura ferarum

humanae genti infestum terraque marique

cur alit atque auget? cur anni tempora morbos

adportant? quare mors inmatura vagatur?

tum porro puer, ut saevis proiectus ab undis

navita, nudus humi iacet infans indigus omni

vitali auxilio, cum primum in luminis oras

nixibus ex alvo matris natura profudit,

vagituque locum lugubri complet, ut aequumst

cui tantum in vita restet transire malorum.

At variae crescunt pecudes armenta feraeque

nec crepitacillis opus est nec cuiquam adhibendast

almae nutricis blanda atque infracta loquella

nec varias quaerunt vestes pro tempore caeli,

denique non armis opus est, non moenibus altis,

qui sua tutentur, quando omnibus omnia large

tellus ipsa parit naturaque daedala rerum.

Ma anche se ignorassi quali sono i principi delle cose, questo però oserei affermare dalle stesse vicende del cielo e sostenere in forza di molti altri fatti, che non certo per noi dal volere divino è stata formata la natura del mondo: di tanto male è ingombra.

Prima, di quanto copre l'immenso slancio del cielo, un'ingorda porzine ne hanno occupata i monti e le foreste popolate i belve, la possiedono rupi e desolate paludi e il mare che vasto disgiunge le rive ei continenti. Poi quasi due terzi il torrido calore e l'incessante cader delle nevi sottraggono agli uomini.

Ciò che avanza di buona terra, tuttavia la natura col suo rigoglio ricoprirebbe di sterpi, se non le resistesse la forza dell'uomo, avvezzo, per sostentare la vita, a gemere sulla marra robusta e a squarciare innanzi a sé la terra con l'aratro affondato. Se, rivoltando col vomere le zolle feconde e domando il suolo della terra, non lo sforziamo a germinare, spontaneamente i frutti non potrebbero crescere nel'aria chiara; e anche così talora i raccolti ottenuti con dura fatica, quando già frondeggiano per la campagna e sono tutti in fiore, e col troppo calore lo brucia dall'etere il sole o li annientano piogge improvvise e gelide brine, o le raffiche dei venti li devastano con violento turbine.

E l'orrida stirpe delle belve nemica al genere umano, perché natura la nutre e l'accresce sulla terra e nel mare? Perché le stagioni arrecano morbi? Perché va attorno la morte immatura? E il bambino, come un naufrago buttato a riva dalle onde infuriate, giace nudo in terra privo di parola, bisognoso d'ogni aiuto vitale, non appena sulle spiagge della luce con dolorosi sforzi natura l'ha gettato fuor dal ventre della madre, e d'un lugubre vagito riempie lo spazio, com'è giusto che faccia chi nella vita dovrà attraversar tanti mali.

Ma crescono i vari animali, gli armenti e le fiere, né occorrono per loro sonagli, per nessuno ci vuole l'amorevole balbettio della buona nutrice, né cercano vesti diverse secondo le stagioni del cielo; infine non hanno bisogno d'armi né d'alte mura per proteggere i loro beni, perché tutto produce generosamente per tutti la stessa terra, e la natura, creatrice geniale.







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