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LA SOLITUDINE DELL' EROE DA VIRGILIO AL NOVECENTO

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LA SOLITUDINE DELL' EROE DA VIRGILIO AL NOVECENTO

 nella letteratura occidentale è con Enea che compare, per la prima volta, la figura dell' eroe "vincitore- triste", cioè di colui che è disposto a non considerare la propria personale realizzazione, in virtù di un bene collettivo supremo, per il quale è disposto a morire 939j91j .

In effetti, Virgilio in Enea incarna una contraddittoria realtà, tipica del principato augusteo, quella dove il diritto spesso era sopraffatto dall' ingiustizia, pur di raggiungere il fine.

Se si guarda indietro e precisamente, nell' epos omerico dell' antica Grecia si vede che l' eroismo individuale non era ben considerato, in quanto le gesta dell' eroe greco si misuravano sulla collettività e sui valori quali l' onore e il senso del dovere, virtù condivise da tutti.

Forse un lontano progenitore dell' eroe virgiliano può considerarsi Ettore, l eroe più sfortunato e nobile dell' Iliade,nel quale le ragioni collettive, che lo obbligano allo scontro fatale, s' incontrano con la sofferenza individuale ed in una totale solitudine, per il proprio onore e per il bene del suo popolo, va consapevolmente incontro alla morte. E' chiaro che nell' epos omerico non c'è la figura dell' eroe virgiliano in quanto gli stessi eroi quali Achille ed Eracle sono da considerarsi appartenenti alle figure degli eroi tragici, protesi alla sconfitta e alla perdita di se.

Nella cultura romana, l eroismo letterario assume risvolti politici: compare la figura del tiranno che si isola dagli altri prevalendo con la sua ferocia  e vivendo odiato e temuto dai suoi sudditi, come l' imperatore- tiranno: Caligola. Accanto  a lui pero ci sono figure di eroi politici tragici che in nome di principi muoiono traditi, come Giulio cesare e Pompeo Magno. In seguito poi emergerà la figura del grande eroe-condottiero: Alessandro Magno,molto simile ad Ulisse nel desiderio di conquista che lo fa emergere sugli altri, rendendolo unico e solitario.

Il modello di eroe magnanimo solitario e malinconico giunge fino al rinascimento dove si ripresenta la figura dell' eroe Enea e della sua pietas. Una pietas ereditata da Goffredo di Buglione il protagonista della "Gerusalemme liberata" di Torquato Tasso,un eroe animato da autentica pietas, investito da Dio, come Enea dagli Dei, a compiere una missione anche a prezzo della propria vita per un bene più alto.

Nell' età romantica si ha la nascita di nuovi protagonisti eroici: l' eroe è sia colui che in nome di un amore impossibile ed infelice seglie la morte come atto di ribellione al mondo, basta pensare al Werter goethiano o all Ortis del Foscolo, sia colui che sacrifica la vita per la liberta dei popoli e della patria, spinto da elevati pensieri; in questo ultimo caso la letteratura si incontra con la realtà per dare origine ad una storia nazionale, basta ricordare i martiri della Repubblica partenopea, nell opera di Vincenzo Cuoco: "Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del 1799", o la vicenda storico-individuale di Silvio Pellico nelle "Mie prigioni".

Nel novecento, gli eroi si dividono in due specie l' intellettuale e l' uomo comune il primo nella coscienza critica e nella analisi sul presente, il secondo nel drammatico e coraggioso confronto con la vita e il male di vivere. La solitudine per entrambi è una scelta di vita che ha radici nella dimensione eroica omerica e virgiliana sebbene si distacca da esse per la natura straordinariamente diversa data da un inquietudine protesa ad una ricerca di una verita inedita vissuta nelle pieghe della propria anima , senza spazi in uno sgomento solitario che riecheggia l' antica malinconia dell' eroe virgiliano, come si evince dal passaggio di enea di giorgio caproni.                  







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