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Il carme 85 di Catullo

latino

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Il carme 85 di Catullo

Lucrezio

De rerum natura. (Il Proemio)

A cura di Riccardo Rosa.

 

Testo in latino

Aeneadum genetrix, hominum divumque voluptas,

alma Venus, caeli subter labentia signa

quae mare navigerum, quae terras frugiferentis

concelebras, per te quoniam genus omne animantum

concipitur visitque exortum lumina solis:

te, dea, te fugiunt venti, te nubila caeli

adventumque tuum, tibi suavis daedala tellus

summittit flores, tib 545f56f i rident aequora ponti

placatumque nitet diffuso lumine caelum.

Nam simul ac species patefactas verna diei

et reserata viget genitabilis aura favoni,

aeriae primum volucres te, diva, tuumque

significant initum perculsae corda tua vi.

Inde ferae pecudes persultant pabula laeta

et rapidos tranant amnis : ita capta lepore

te sequitur cupide quo quamque inducere pergis.

Denique per maria ac montis fluviosque rapacis

frontiferasque domos avium camposque virentis

omnibus incutiens blandum per pectora amorem

efficis ut cupide generatim saecla propagent.

Quae quoniam rerum naturam sola gubernas

nec sine te quicquam dias in luminis oras

exoritur neque fit laetum neque amabile quicquam,

te sociam studeo scribendis versibus esse

quos ego de rerum natura pangere conor

Memniade nostro, quem tu, dea, tempore in omni

omnibus ornatum voluisti excellere rebus.

Quo magis aeternum da dictis, diva, leporem.

Effice ut interea fera moenera militiai

per maria ac terras omnis sopita quiescant.

Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare

mortalis, quoniam belli fera moenera Mavors

armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se

reicit aeterno devictus vulnere amoris,

atque ita suspiciens tereti cervice reposta

pascit amore avidos inhians in te, dea, visus,

eque tuo pendet resupini spiritus ore.

Hunc tu, diva, tuo recubantem corpore sancto

circumfusa super, suavis ex ore loquellas

funde petens placidam Romanis, incluta, pacem.

Nam neque nos agere hoc patriai tempore iniquo

possumus aequo animo nec Memmi clara propago

talibus in rebus communi desse saluti.

(v. 1 - 43)

 

Testo in italiano

Madre degli Eneadi, piacere degli uomini e degli dei, feconda Venere che sotto le stelle erranti del cielo popoli il mare che porta le navi, la terra ricca di messi. Poiché per opera tua ogni stirpe di esseri viventi è concepita e vede appena nata la luce del sole: te, o dea, te, fuggono i viventi, te le nubi del cielo e il tuo arrivo, te l'operosa terra fa germogliare soavi fiori, per te sorridono le distese del mare e il cielo placato brilla di luce diffusa. Infatti appena l'aspetto primaverile del giorno si è liberato e libero a vigore il soffio vivificante di Favonio. Dapprima gli uccelli nell'aria te annunciano il tuo arrivo colpiti nel cuore dalla tua potenza. Poi, le bestie selvatiche saltano per i pascoli rigogliosi e passano a nuoto le vorticose correnti. Così ogni animale preso dal tuo fascino ti segua cupidamente dove tu voglia condurlo. Insomma per mari a monti, per fiumi travolgenti e per dimore frondose degli uccelli e per campi verdeggianti, infondendo in tutti un dolce amore nei petti fai si che tutti gli animali propaghino nel desiderio secondo le specie e le stirpi. Dato che tu sola governi la natura e senza te nulla sorge nelle divine regioni della luce e nulla avviene di lieto e di amabile, io voglio che tu mi sia compagna alleata nello scrivere versi che mi accingo a comporre sulla natura per il nostro discendente dei Memni che tu o dea in ogni circostanza hai voluto che eccellesse adorno di ogni virtù. Tanto pi o dea dà eterno fascino alle mie parole. Fa si che frattanto le crudeli opere della guerra per i mari e per le terre tutte sopite si plachino. Infatti, tu sola puoi giovare con tranquilla pace ai mortali poiché Marte signore delle armi sovraintente alle terribili opere della guerra, il quale spesso si abbandona nel tuo grembo vinto dalla eterna ferita d'amore. E così levando gli occhi declinato il collo ben tornito pasce d'amore con gli avidi sguardi aspirando a te o dea, e dalle tue labbra pende il respiro di lui supino. Tu o dea stringendoti a lui che riposa sul tuo corpo santo, effondi dalla bocca dolci parole chiedendo gloriosa una tranquilla pace per i Romani. Infatti, né io posso con animo tranquillo attendere a questo lavoro in tempi tristi per la patria né l'illustre stirpe di Memnio in tale situazione può venire meno al (dovere) per la comune salvezza.

 

Appunti di spiegazione

Apre il poema con l'invocazione a Venere. Questo supera la concezione spirituale. Venere rappresenta la natura, la continuità della vita, l'essere. Lo studioso della natura quindi non si discosta dalla figura che la tradizione dava a Venere che la rappresentava con il piacere.

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