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SAFFO: L'ODE DEL SUBLIME

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SAFFO: L'ODE DEL SUBLIME

Quei parmi in cielo fra gli Dei, se accanto                                            A me pare simile agli dei
Ti siede e vede il tuo bel riso, e sente                                              chi a te vicino così dolce
I dolci detti e l'amoroso canto!                                                                 Suona ascolta mentre tu parli
A me repente,                                                                                                 e ridi amorosamente. Subito a me

Con più tumulto il core urta nel petto:                                                   il cuore si agita in patto
More la voce, mentre ch'io ti miro,                                                          sol che appena ti veda, la voce
Sulla mia lingua: nelle fauci stretto                                                        si perde sulla lingua inerte.
Geme il sospiro.                                                                                            Un fuoco sottile affiora rapido alle spalle,



Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo:                                   e ho buio negli occhi e il rombo
Un indistinto tintinnio m'ingombra                                                      del sangue nelle orecchie
Gli orecchi, e sogno: mi s'innalza al guardo                                       E tutta in sudore etremante
Torbida l'ombra.                                                                                          Come erba patita scoloro:

E tutta molle d'un sudor di gelo,                                                          e morte non pare lontana
E smorta in viso come erba che langue,                                              a me rapita di mente
Tremo e fremo di brividi, ed anelo
     Tacita, esangue.

(U. Foscolo)                                                                                                       (S. Quasimodo)

Prima di ogni nostra considerazione sull'ode più celebre di Saffo, è giusto proporre il commento dataci dall'anonimo autore del trattato Del Sublime, al quale va anche il merito di averci trasmesso quanto ci resta dell'Ode.

Dal Sublime cap. X, 1-3:

"Ora consideriamo se abbiamo qualche altro mezzo per rendere alto lo stile. Poiché dunque a tutte le cose s'accompagnano per nature alcune caratteristiche inerenti alla loro sostanza, per forza porterebbe per noi essere un'altra fonte del sublime il trascescegliere tra questi elementi i più opportuni e      il      comporli,per così dire in un corpo solo:

eklegeiv aei ta kaipiwtata kai tauta th pros allhla episunqesei kaqaper ev ti swma

dunasqa.

Infatti così si attrae l'ascoltatore da una parte con una scelta delle idee, dall'altra con l'unione dei molti elementi scelti delle espressioni elette.

Così Saffo deriva sempre la descrizione dei patimenti che s'accompagnano al delirio d'amore dell'osservazione della manifestazione che ad esso s'accompagnano e da quello che esso è in realtà. In che cosa dunque dimostra il suo valore? Nello scegliere e nel collegare insieme con singolare bravura quello che essi hanno di più alto e di eccezionalmente teso".

Segue a questo punto la citazione dell'ode; quindi il commento prosegue:

"Non stupisce che essa osservi ad un tempo l'anima, il corpo, le orecchie, la lingua, gli occhi, il colore, come se fossero cose in tutto al lei estranee e di per sé stanti e contraddittoriamente ad un tempo agghiacci ed ardi, vaneggi e ragioni (ha infatti paura e poco manca che muoia), così che sembra che ella non provi un sentimento, ma un groviglio (cuvo6oo) dì passioni? Tutte queste impressioni provano gli innamorati, ma come ho detto, il coglierne i punti essenziali () e il fonderli insieme ha prodotto l'eccellenza".

Si tratta della descrizione di una scena a tre, nella quale un uomo non meglio identificato siede davanti alla donna amata da Saffo e l'ascolta mentre parla e ride dolcemente; questa visione sconvolge la poetessa, fino a generare in lei manifestazioni, quali la mancanza di voce (afasia), o il diffondersi di una febbre e di un tremore, al limite del patologico.

 

La struttura del frammento 31                    

Dal punto di vista strutturale, è interessante notare come il primo periodo dell'ode, costituito dalla prima strofa e dai primi due versi della seconda, sintetizzi il motivo dominante: la felicità dell'innamorato che contempla il "desiato riso" (espressione dal Canto V dell'Inferno di Dante) della sua donna, e lo sconvolgimento di Saffo di fronte a questo spettacolo: complessa sintatticamente la prima parte del periodo, irrevocabilmente breve la seconda parte, che segue alla prima innestandosi addirittura a meta del verso, per rendere ancora più violenta l'opposizione.            

Ritornando alla scena iniziale, questa non è ritratta in termini oggettivi, ma è al contrario, osservata attraverso il punto di vista di un io parlante che è fin dall'inizio presente nell'enunciazione e che trae dallo "spettacolo" motivo dì indicibile sofferenza.

Infatti la visione della suddetta scena non lascia certo indifferente la sconsolata poetessa spettatrice, che enuncia invece con lucidità le sensazioni di lacerante fisicità che si manifestano nel suo corpo:

.      un incontrollato sbigottimento le fa balzare il cuore nel petto;



.     la visione della ragazza amata le fa perdere la voce e spezzare la lingua;

.     una febbre bruciante la percorre a fior di pelle:

.     proprio quell'organo che le procura la sofferenza, la vista, viene meno;

.     le orecchie rimbombano;

.     un sudore freddo si diffonde in tutto il corpo;

.     un tremore la possiede tutta;

.     il suo colorito assomiglia al verde-giallo dell'erba                                          

I medesimi sintomi, poi, sono elencati secondo una struttura paratattica ad elenco, e mediante una climax ascendente, il cui termine conclusivo, viene ad identificarsi con la morte, anche questa vista come impressione soggettiva e prodotto di un'apparenza allucinata; la sconfortata constatazione di una scena esterna colpisce il soggetto parlante che, ripiegatosi su se stesso, osserva e analizza con lucidità le reazioni psico-fìsiche che si scatenano nel suo organismo; alla fase descrittiva del dato esterno segue un rientrare in se stessa di Saffo, che contempla senza speranza il disfacimento che si impossessa del suo corpo; nell'obiettare ed esternare il proprio stato fisico, l'io oppone se stesso all'altro da sé, alla realtà che gli "appare", per chiudersi poi almeno fino v. 16 in una dimensione di auto-commiserazione senza sbocco.

Le parti seguenti si susseguono paratatticamente, così come le sensazioni, che non si dominano né si prevedono, ma semplicemente si avvertono e si soffrono. Assai elegante la ripresa nel primo verso e nel verso 16 dello stesso verbo, fainesqai, che introduce però due "apparizioni" di segno opposto: l'apparizione della beatitudine dell'innamorato, e quella dello sfacelo fisico a cui la passione ha condotto Saffo, che si sente "poco distante dall'essere morta". Insistiamo sul termine "apparizione", anche se valenti studiosi hanno sentito in fainesqai l'equivalente di dokein, cioè l'idea del "sembrare", soggettivo. Nel mondo, caro a Saffo e al suo tiaso, delle epifanie divine, non stona un tipo di epifanie come questo: epifania dell'innamorato felice "simile agli dei", epifania di Saffo, distrutta dalla passione d'amore.

L'ambiente dell'ode

La spinta ispiratrice dell'ode è facilmente identificabile ed è piuttosto familiare al mondo del tiaso cui Saffo si rivolge: si tratta infatti della partenza di una giovane che, avendo concluso il suo percorso formativo, intraprende la strada del matrimonio e dell'amore etero-sessuale; si trovano quindi compresenti la maestra che sta per salutare la sua allieva, la ragazza stessa, ed il suo promesso sposo.

Problemi filologici                                                                         

Il testo dell'ode, restituiteci dall'Anonimo Del Sublime, è accidentato e ha presentato problemi filologici non indifferenti, alla cui soluzione ho contribuito in taluni casi, un prezioso ritrovamento papiraceo; altrove invece, sia pur prendendo atto degli sforzi degli studiosi, la necessità [1]dell'equilibrio e della correttezza scientifica hanno imposto l'opportunità di temperare l'ipotesi e dosare le congetture; quello di cui disponiamo è invece una consistente parte di testo per lo più leggibile e caratterizzata da fascino ed originalità irripetibili. L'enunciazione della patologia amorosa è il dato più immediato della aegritudo amoris nella letteratura successiva, quasi una grammatica medica disponibile per il poeta d'amore; ma ciò che distingue il carme eolico è la concretezza dell'occasione che lo genera nel contesto del tiaso. Saffo detta le regole in materia amorosa, conosce ed invoca la dea dell'amore, elabora le regole del "saper fare" dell'eros, avverte delle possibilità di sofferenza implicite in questo sentimento. Per Saffo amare è soffrire per un motivo determinato e concreto, scatenato dallo specifico quotidiano e dalle abitudini vigenti nel tiaso; per i poeti successivi, l'amore sarà sofferenza tour court per le obbiettive ambivalenze insite in una passione che può costruire e promuovere la persona, ma che sulla persona può anche infierire fino a distruggerla.

La fortuna del frammento 31

Per "fortuna" di un testo s'intende la sua vitalità nel corso del tempo, sia da parte del lettori sia da parte degli scrittori, che lo possono riprendere nelle loro opere, rifacendosi a parti di esso, o che possono trarne ispirazione per ulteriori sviluppi.




Il frammento 31 di Saffo ebbe una fortuna vistosa nell'antichità classica, e fu riecheggiato anche nel Rinascimento francese, con Racine, Foscolo, lo tradusse in età giovanile.

Catullo e il carme 51

Ille mi par esse deo videtur,
ille, si fas est, superare divos,
qui sedens adversus identidem te
spectat et audit

dulce ridentem: misero quod omnis
eripit sensus mihi; nam simul te,
Lesbia, aspexi, nihil est super mi
<vocis in ore>

lingua sed torpet, tenuis sub artus
flamma demanat, sonitu suopte
tintinant aures, gemina teguntur
lumina nocte.

Otium, Catulle, tibi molestum est;
otio exultas nimiumque gestis.
Otium et reges prius et beatas
perdidit urbes.

Quegli mi appare esser proprio un dio, anzi, se fosse lecito, egli è sopra un dio, perché seduto in fronte a te, lui se ne sta tranquillo a guardarti e ascoltarti, mentre sorridi dolce: e invece a me, infelice, svelli del tutto i sentimenti. Ché non appena ti vedo, Lesbia, non mi sopravvive un filo di voce. Ma s'intorpida la lingua, e una fiamma sottile mi scorre entro le membra, le orecchie dentro mi ronzano cupe, e la notte ricopre entrambi i miei lumi.

Catullo, il tempo libero è la tua rovina, ché troppo ti esalta e ti eccita. L'ozio ha distrutto anche re e città un tempo felici. 

Il carme è senz'altro il più famoso di Catullo: l'imitazione da vicino di Saffo significa solo il riconoscimento da parte del poeta latino di un'affinità profonda di spirito e di esperienze e non toglie niente di essenziale all'autenticità dell'ispirazione catulliano, la critica sì è concentrata sulle differenze, volute e non , fra Catullo e il suo modello; e in questa ricerca è emersa nel carme catulliano una complessità che permette interpretazioni divergenti.

Il carme sembra riferirsi alla prima fase dell'amore di Catullo per Clodia, che qui egli chiama esplicitamente con il nome di Lesbia in omaggio alla poetessa di Lesbo. Ma, in questo carme, l'omaggio a Saffo consiste anche nell'adozione del metro, la strofa saffica.

L'occasione, come nel carme 31, è facilmente individuabile: a differenza che in quel contesto, però, nel testo latino il poeta descrive le reazioni di un innamorato di fronte alla sua amata, che viene corteggiata da un altro uomo; siamo dunque di fronte ad una vicenda di amore eterosessuale: la differenza di fondo risiede allora nella situazione amorosa, ma ciò che non muta è il tipo di reazione di chi, trovandosi ad essere spettatore, suo malgrado di una scena che egli stesso narra, soffre e descrive nel dettaglio i termini di tale sofferenza.

Assai più della lirica di Saffo, la rievocazione catulliana dell'incontro con Lesbia, implica ripensamento ed appare situarsi a una certa lontananza dal momento dell'emozione viva. L'ammissione dello smarrimento d'amore costa all'orgoglio virile di Catullo di più che all'ingenua sincerità di Saffo, e si avverte nelle parole di lui la consapevolezza di un destino ormai segnato. Non stona, quindi, nonostante le perplessità che ha suscitato in alcuni studiosi, la riflessione severa che chiude il carme sulle schiavitù d'amore come pena pagata all'otium, all'interiore disimpegno.

Con Saffo nasce l'interiorità, l'amore diventa nella coscienza un valore, una nuova "aretè". La lirica è per i greci la voce dell'interiorità, inoltre, tra poesia e musica esiste per loro un legame indissolubile. Per Catullo, invece, è molto più difficile esprimere, forse anche concepire, la passione amorosa che prova per Lesbia, donna che appartiene a quel gruppo di donne che sfidano il mos maiorum. Ecco che si ha un rovesciamento della gerarchia dei valori: al "vir gravis" del mos maiorum subentra il "vir lepidus", uomo in cui raffinatezza e drammatiche tensioni si fondono abilmente. Catullo è totalmente preso dalla sua passione amorosa, angosciato perché il suo amore non viene ricambiato, tuttavia egli ridimensiona molto, e quindi limita il suo ardore nel momento in cui definisce il rapporto d'amore "foedus": patto. Ci parla in termini giuridici e politici, non lasciandosi travolgere e stravolgere dall'amore come invece fa Saffo. L'individualità e l'unicità di cui racconta Saffo nella sua poesia è staccata da qualsiasi legame logico: lei ama e basta. Nell'ode ci racconta tutti i sintomi, è questa profondità del suo sentimento che rende ciò che lei dice universale, mentre il vincolo morale di Catullo, l'eterno patto di inviolabile affetto, pone degli argini all'amore di cui ci parla. L'unità poetica di Catullo è definita da pathos e ethos: non si limita a raccontare la sua storia d'amore come fa Saffo, che nell'ode descrive i sintomi dell'amore e non dà un giudizio di valore su di essi, mentre il poeta latino affianca alla descrizione un giudizio morale su questo sentimento.

Le prime tre strofe del carme sono un adattamento dell'ode di Saffo "A me pare simile agli dei... rombano gli orecchi", anche se il v. 2 è un ampliamento che manca nel testo greco. Il motivo del sorriso femminile è ripreso da Catullo, ma Saffo rende molto meglio l'immagine: la suggestione visiva del verbo "upakouei" (v. 4) è intraducibile: esso esprime l'atto dell'innamorato che si piega dolcemente per ascoltare e per guardare con maggiore tenerezza la sua donna; inoltre nella traduzione di Catullo si perde la sfumatura del participio "gelaisas" (v. 5) più l'accusativo avverbiale "imeroen" (v. 5) usato da Saffo, in questi ultimi termini si sottolinea la felicità della donna - che infatti ride - quando si sente desiderata dall'uomo che la sta guardando. Saffo accentua di più la psicologia della donna amata. Catullo, invece, aggiunge "spectat" (v. 4), ti contempla, curandosi maggiormente di rendere l'idea dello smarrimento e di estetica contemplazione dell'innamorato. Nel v. 5 Catullo dice di sé "miser", termine usato di frequente per descrivere il suo totale smarrimento davanti alla bellezza di Lesbia, che non trova nessun riscontro in Saffo. Al v. 6 l'espressione usata da Catullo "omnis eripit sensus" (io invece misero, vengo meno e mi perdo), risulta più sintetica di quella usata da Saffo, che dice "kardian ev sthqeis epotoaisen" v. 6 (il cuore nel mio petto ha sussultato), definendo che il coinvolgimento è senza tempo e totale.



In tutta la descrizione dei sintomi del "mal d'amore" Saffo dà il meglio di sé: il ritmo in questi versi (1-12) si fa incalzante, e pare vedere veramente qui davanti questa donna con la "lingua spezzata", presa da tutte queste sensazioni che la lasciano senza fiato. Catullo non riesce a rendere lo sconvolgimento di Saffo: usa "torpet" (intorpidita, immobile), che dà un senso più lieve dell'azione.

L'espressione di Catullo"gemina nocte teguntur lumina" è più pesante di quella di Saffo, oppatessi d' oud' ev orhmm', epirrom-, perché nel dire "l'ombra si moltiplica davanti agli occhi" sembra quasi che l'innamorato sia smarrito a tal punto da avere paura della donna, forse, si sente catturato dalla sua bellezza, mentre Saffo continua a sottolineare con estrema delicatezza l'atteggiamento di smarrimento dell'innamorata, atteggiamento che, pur essendo portatore di pene amorose, non viene rifiutato dalla poetessa, anzi accolto pienamente. Entrambe le espressioni che indicano il ronzio avvertito dall'innamorato si equivalgono, infatti riscontriamo la presenza di due verbi onomatopeici: "tintinnant" e "epirrombeisi", mentre il primo comunica un suono quasi sgradevole, il secondo mostra lo stordimento dell'innamorato. I versi 13-15 di Saffo sono del tutto assenti in Catullo, mentre la poetessa esplicita le altre pene d'amore. La punta più alta dell'ode, dove realismo e suggestione si fondono a meraviglia, è: "clwrotera de poiaV emmi" (sono più pallida di un filo d'erba) e poi continua dandoci un'immagine quanto mai suggestiva, precisa e puntuale: "teJnakhn d' ojligw pideuhn" è come se mancasse poco per morire. Catullo non riesce a riprodurre la dolcezza trascinante dei suoni e dei ritmi dei versi saffici, lo straordinario legame che instaura Saffo con la natura.

Saffo è una donna greca, che vive appieno la sua passione amorosa, raccontata in una dimensione intimistica che, per la sua efficacia espressiva e stilistica, rapisce il lettore che si rivede in essa: ecco universalizzato il sentimento personale. Catullo, invece, è uomo e romano, tende a condensare, a drammatizzare, forse anche a dominare il suo sentimento, per paura di esserne irrimediabilmente rapito. In quest'ottica si può leggere l'ultima strofa del carme di Catullo (v. 13-16): il poeta avverte il pericolo della propria rovina morale, universalizzando il problema. Riscontra infatti nel vivere in ozio e nelle dissolutezze la causa della rovina degli uomini e degli stati. E questa conclusione così amara: "La tua pace - Catullo - è per te un peso" (Otium, Catulle, tibi molestum est) è un ammonimento che egli fa a se stesso, poiché pensa che, travolto dalla passione amorosa possa perdere di vista il vero scopo della vita, sente la gravità della sua caduta, che prima gli era parsa giovamento per la sua esistenza.
Molti critici pensano che questa strofa sia staccata a tal punto dal resto del carme, da appartenere al frammento di un altro carme perduto, altri ritengono che faccia parte del carme, ma che alcuni versi che "collegavano logicamente" le strofe precedenti siano andati perduti. Forse si potrebbe intendere il finale del carme in questo modo: Catullo ha paura che il rincorrere a tutti i costi la donna amata possa portarlo alla rovina. Le riflessioni gnomiche contenute nelle due poesie sono però molto diverse tra loro: Catullo ci mette in guardia dai mali dell'amore, Saffo invece, o cerca di porvi un limite o si rassegna, con
tolmaton "ma tutto bisogna osare". Se da un lato esse indicano la volontà dei due autori di dare nel finale il modo con il quale porsi davanti all'amore, dall'altro mostrano in modo evidente la loro diversità: Saffo ha una concezione più positiva dell'amore. L'amore per lei è il sentimento per eccellenza, per Catullo in definitiva, è un sentimento forte che per potersi realmente realizzare ha bisogno di essere ricambiato.



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