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La questione tucididea

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La questione tucididea

La questione tucididea, che ebbe origine a metà del XIX secolo, trova la sua ragion d'essere nella sconosciuta giustificazione dell'interruzione delle "Storie", che si concludono con la narrazione dei fatti dell'estate del 411 a.C., e nelle modalità di revisione degli scritti, avvenuta probabilmente in una seconda fase.

Il filologo che pose, per primo, la quaestio fu il tedesco Franz Wolfang Ulrich, il quale, approfondendo gli studi di Karl Wihelm Kruger, provò a identificare il momento in cui Tucidide si rese conto dell'unità del conflitto peloponnesiaco.

Ulrich ipotizzò che "Le storie" fossero state composte in due momenti diversi: un primo, in cui Tucidide si sarebbe occupato della guerra "archidamica", che avrebbe avuto inizio con la pace di Nicia e sarebbe stato interrotto 656g63g in seguito alla ripresa del conflitto del 414, e un secondo a partire dal 404, avvenuto dopo che l'autore avesse compreso l'unità della guerra peloponnesiaca e rielaborato i dati in suo possesso (testimonianze e materiali). Secondo Ulrich, Tucidide non avrebbe riesaminato alcune sezioni, particolarmente i libri V e VIII, caratterizzati dalla scarsità o talvolta, persino, dall'assenza di discorsi diretti, che nello stile dello storiografo avevano assunto un'importanza rilevante. Il filosofo tedesco sosteneva, inoltre, che i primi libri non fossero stati riveduti da Tucidide. Questa seconda affermazione non sembra accettabile, poiché sin dai primi libri lo storiografo riconcepì il conflitto evidenziando i sintomi di un'impossibile coesistenza tra due egemonie così potenti, che avrebbe portato all'inevitabile crollo di una delle due:



"Tucidide d'Atene descrisse la guerra tra Peloponnesi e Ateniesi, come combatterono fra loro. Mise subito mano alla stesura dell'opera, dallo scoppio della guerra, che prevedeva sarebbe stata grave, anzi la più degna di memoria tra le precedenti. Lo deduceva dal fatto che i due popoli vi si apprestavano all'epoca della loro massima potenza e con una preparazione completa osservava inoltre il resto delle genti greche schierarsi con gli uni o con gli altri, chi immediatamente, chi invece meditando di farlo. Fu senza dubbio questo l'evento che sconvolse più a fondo la Grecia e alcuni paesi barbari: si potrebbe dire addirittura che i suoi effetti si estesero alla maggior parte degli uomini. Infatti, sugli avvenimenti che precedettero il conflitto e su quelli ancor più remoti era impossibile raccogliere notizie sicure e chiare, per il troppo distacco di tempo; ma sulla base dei documenti, cui l'indagine più approfondita mi consente di prestar fede, ritengo che non se ne siano verificati di considerevoli, né sotto il profilo militare, né per altri rispetti". (I 1-1)

Nel testo, Tucidide afferma che gli effetti della guerra si erano estesi alla maggior parte degli uomini e, tale riferimento è giustificabile solo se lo si pone in relazione al coinvolgimento di Tissaferne, Farnabazo e Ciro a sostegno di Sparta.

L'idea della ricerca delle cause vere è riscontrabile anche nelle considerazioni circa le conseguenze politiche cui la morte di Pericle avrebbe portato, tra le quali è citata, anche se indirettamente, la disfatta finale di Atene. Ciò ci induce a dedurre che la rielaborazione dell'opera, avvenuta in seguito alla scoperta della finta pace di Nicia, abbia riguardato l'intero lavoro, a partire dai primi capitoli. Nell'ottica dei due momenti di composizione dell'opera, il "secondo proemio" (il "famigerato", cap. V 26) avrebbe segnato il momento in cui l'autore avrebbe ripreso la sua fatica di storiografo, dopo una lunga pausa, conosciuto oramai anche l'esito della guerra:

"Anche la narrazione di questi avvenimenti è stata composta dallo stesso Tucidide d'Atene, seguendo l'ordine del loro reale svolgimento, uno dopo l'altro, per estati e inverni, finché gli Spartani con gli alleati a fianco umiliarono la potenza ateniese e invasero le Lunghe Mura con il Pireo. Ventisette anni di guerra erano corsi fino alla data di questo evento. Poiché stilerà un giudizio erroneo, chi non convenga sul definire guerra l'intervallo d'anni in cui prevalse la tregua. Scruti alla luce dei fatti positivi gli elementi che distinsero questo periodo dal precedente o da quello che lo seguì: e potrà riscontrare quanto sia fuor di luogo attribuire gli autentici caratteri della pace a quest'epoca di passaggio: durante la quale né si riconsegnò, né si ottenne ciò che il negoziato aveva prescritto. Oltre a questa circostanza, si notino i conflitti contro Martinea e Epidauro e le trasgressioni al patto di cui, a diverse riprese, le due potenze si resero colpevoli. Non si allentò la tensione ostile con gli alleati della Tracia e i Beoti si riducevano a formulare armistizi che spiravano entro dieci giorni. Sicché cumulando gli anni della prima fase bellica, cioè un decennio, con quelli della tregua malsicura che ne fu l'epilogo e con quelli dell'aperta lotta che poi ne nacque, si troverà, calcolando secondo le epoche naturali dell'anno, il numero già riferito, con l'aggiunta di pochi giorni: risultato che, in questa sola occasione, centrò compiutamente le attese di chi affidandosi agli oracoli l'aveva previsto. Giacché serbo un ricordo personale, d'aver sentito sempre, dallo scoppio della guerra fino al suo termine, più d'uno asserire che la sua durata doveva essere di tre volte nove anni. L'ho vissuta intera, stagione dopo stagione, maturo d'anni per indagarla e intenderla criticamente, studiandone ogni fase con riflessiva premura, con rigore assoluto di documentazione e di scienza. Mi toccarono inoltre venti anni d'esilio dalla mia patria, frutto di quella strategia ch'esercitai ad Anfipoli; mi fu così dato di frequentare ambedue i terreni d'operazione, e a causa della mia sorte d'esule, d'esser vicino soprattutto al campo dei Peloponnesi e di documentarmi con scrupolo minuzioso su ogni piega su ogni sfumatura dei singoli episodi. Mi accingo ora a riferire i motivi di dissidio e le violazioni dell'accordo nell'intermezzo successivo ai dieci anni iniziali di guerra e le azioni belliche che ne trassero origine".

 Oltre che a proposito dei tempi di redazione delle "Storie", Ulrich si pronunciò, pure, sulla morte prematura di Tucidide, che ritenne solo una scusa per celare la vera causa di rinuncia di Tucidide alla prosecuzione dell'opera: la resa di Atene.

Ma se era andata in questo modo perché non vi sono stati ritrovamenti del materiale raccolto da Tucidide? Riguardo a questo, l'ipotesi più avvalorata fu quella di uno studioso delle Ellenistiche, Ludwig Breitenbach che riteneva che Senofonte avesse trovato le stesure grezze di Tucidide e le avesse riorganizzare per costituire il racconto degli anni finali della guerra.




Dopo gli studi di Ulrich, la questione tucididea rimase una vexata quaestio per circa un secolo. Nel tentativo di comprendere le modalità di composizione dell'opera, gli studiosi si divisero in analitici e unitari, i primi individuarono nelle "Storie" dissonanze e contraddizioni che disegnano un profilo frammentario e irrisolto sia della composizione sia della filosofia della storia del loro autore, i secondi considerano l'opera una coerente visione storica della guerra.

Il filologo E.Schwartz nel 1919, approfondendo gli studi di Ulrich, giunse alla conclusione secondo la quale Tucidide avrebbe riscritto l'intera opera dopo il 404, da un altro punto di vista e che, alla sua morte, l'autore avrebbe pubblicato sia le parti revisionate, sia quella ancora da rivedere.  La differenza sostanziale presente tra Ulrich e Schwartz è che il primo individuava due fasi di composizione (una anteriore al 421 e una posteriore al 404), mentre, il secondo rilevava nelle "Storie" la presenza di due strati che si riferiscono a due diverse interpretazioni della guerra, la prima da "storico dei fatti", la seconda da apologeta della politica imperialista di Pericle.

Nel 1929 il filologo K. Ziegler, espresse la sua ipotesi in un articolo sugli excursus tucididei e asserì che il primo libro sarebbe risalito ad un progetto originario di una storia greca (in altri termini Tucidide avrebbe svolto la sua attività di storiografo sin da prima del conflitto, di cui avrebbe narrato i fatti dopo essersi accorto della sua importanza).

Nello stesso anno, Schadewalt mostrò le tappe dell'evolversi di Tucidide da "storico" scientifico a filosofo della storia.

Di recente, Andrewes ha ipotizzato che la concezione della causa remota, "profonda", rappresenti uno stadio tardivo della dottrina tucididea.

Contro le ipotesi analitiche ritroviamo quelle di Regenbogen, Momigliano, J.H. Finley (1940-42) e H. Patzer (1937), studiosi convinti che tutta l'opera tucididea sia stata redatta dopo il 404, con la rielaborazione del materiale raccolto durante la guerra. Essi sono rappresentanti della tradizione unitaria, ovvero quella che iniziò con gli studi del Kruger (nel 1823).

Oggi esiste un'ulteriore tesi che tende a riconoscere la sostanziale unità delle "Storie", ma che ammette la possibilità di più revisioni seppur in numero limitato. È da considerare che, agli occhi di un lettore moderno, l'opera potrebbe apparire disorganica, ma, nell'antichità si dava più rilevanza al particolare rispetto che all'unità dell'opera.

Bibliografia

Cfr. Pintacuda, Trombino, Hellenes, volume 1, tomo 2, pagina 183, G.B. Palumbo Editore, Firenze 1998

Cfr. Bowersock, Bowie, Bulloch, Connor, Easterling, Innerwahr, Innes, Kennedy, Knox, Long, Sandbach, La letteratura Greca, volume 2, pagine 32-36, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2001.

Cfr. L'Enciclopedia, volume 20, pagine 109-112, Gruppo editoriale l'Espresso, Roma, 2003.[i]

 

Sitografia

www.wikipedia.it









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