Caricare documenti e articoli online  
INFtube.com è un sito progettato per cercare i documenti in vari tipi di file e il caricamento di articoli online.
Meneame
 
Non ricordi la password?  ››  Iscriviti gratis
 

LA TRAGEDIA GRECA - La POETICA di Aristotele

greco


Inviare l'articolo a Facebook Inviala documento ad un amico Appunto e analisi gratis - tweeter Scheda libro l'a yahoo - corso di



ALTRI DOCUMENTI

Primo episodio - MEDEA
LA CAPRA E L'ALLEVATORE
AORISTO TERZO O FORTISSIMO O ATEMATICO
Anche nello studio è necessaria la moderazione
DISCORSO DI ARISTOFANE
C'ERA UNA VOLTA ATLANTIDE PLATONE
DETTI DI CATONE
Da "La lingua greca" di Giannicchi-Rossi - Esercizi - Greco, esercizio 423 pag. 289

LA TRAGEDIA GRECA

 

La POETICA di Aristotele

Nella "Poetica" Aristotele teorizzò la  tragedia. Il Perrotta, un critico degli anni '30, sostenne in tutto e per tutto le teorie di Aristotele; oggi alcuni critici seguono ancora il Perrotta.

Aristotele parte dal fatto che l'arte è imitazione (mimhsiV) della realtà (per questo l'originalità non è richiesta). Le arti differiscono dalla realtà in tre cose:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  Possono imitare con materiale diverso

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  Cose diverse

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  In modo diverso



Arte e realtà differiscono quindi per il contenuto, per il materiale (parole, scultura ecc.) e per l'accompagnamento (prosa, poesia ecc.)

Mentre i PITTORI imitano gli uomini quali sono, gli ARTISTI imitano gli uomini mentre agiscono, imitano il modo di fare; possono imitare uomini nobili o spregevoli:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  la TRAGEDIA imita uomini migliori della realtà;

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  la COMMEDIA imita uomini peggiori della realtà.

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  Solo la PITTURA imita uomini né peggiori né migliori della realtà.

La caratteristica del δραμα è quindi quella di rappresentare persone mentre fanno qualcosa; dramma deriva da δραω, che significa "fare". È diversa dall'epica, che canta, non fa agire. La tragedia è di origine dorica, infatti δραω è una parola di origine dorica, mentre gli Attici usavano prattw; inoltre nel coro delle tragedie sono frequenti i dorismi. Anche gli attici facevano teatro, ma è originale dei Dori.

Tutti traggono piacere dalle imitazioni; questo perché:

1.   &n 555h76f bsp;   imitare è naturale per gli uomini

2.   &n 555h76f bsp;   si apprende facilmente, e apprendere è piacevole per gli uomini, quindi a teatro ci si diverte mentre si ragiona.

3.   &n 555h76f bsp;   Armonia è conforme alla natura.

Perrotta accetta completamente la teoria di Aristotele secondo cui la tragedia nasce dall'improvvisazione del ditirambo (canto a Dioniso). Aristotele dice che la tragedia nasce apo twn exarcontwn ton diJurambon:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; coloro che intonano il ditirambo: coro. La parte centrale della tragedia è proprio il coro.

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Coloro che danno inizio al ditirambo: un solista che inizia per primo.

Probabilmente il ditirambo è un inno corale: ma allora l'attore da dove viene?? È possibile inserire qualcuno che dia inizio da solo al ditirambo, e da questo può derivare l'attore. È stato scoperto un ditirambo dialogato: è una prova a sostegno della teoria aristotelica, cioè che la tragedia derivi dal ditirambo, che si è sviluppato secondo queste tappe:

1.   &n 555h76f bsp;   Ditirambo corale

2.   &n 555h76f bsp;   Ditirambo dialogato

3.   &n 555h76f bsp;   Tragedia

Il problema è che questo dialogo è contemporaneo alla tragedia! Non deve per forza essere l'anello di congiunzione: è possibile che la tragedia si sia formata per conto suo, e il ditirambo sia diventato dialogato per influenza della tragedia. Aristotele dice solo che la tragedia parte dall'improvvisazione e si è sviluppata, non dice come, fino a quando, raggiunta sufficiente autonomia, si è codificata.

Prima di Eschilo la tragedia era recitata da un attore solo; Eschilo inventa il secondo attore, Sofocle li porterà a tre. I personaggi erano più di due o tre, ma solo 2/3 erano sulla scena: avevano maschere che coprivano tutta la faccia, gli uomini interpretavano anche ruoli femminili. Prima di Eschilo il coro aveva una parte più importante; con l'introduzione del secondo attore c'era la possibilità di dialogo fra gli attori, e il coro assunse meno importanza. Aristotele dice che Sofocle introdusse una pittura nella scena: c'era uno scenario, probabilmente non molto reale, ma comunque il teatro greco non era impostato sulla verosomiglianza, se già gli uomini interpretavano donne, erano bloccati da lunghi vestiti e scarpe con suole alte circa 10 cm, e potevano esprimersi solo con la voce. Non si sa se per le donne parlassero in falsetto o non si preoccupassero di mimetizzare la voce; probabilmente no perché già solo il fatto che rappresentassero donne fuori di casa non era reale. Comunque era accettata la presenza in scena delle donne perché erano rappresentate da uomini, le tragedie rappresentavano un passato molto antico, e le donne nelle tragedie escono di casa perché sono screditate oppure perché sono in pericolo. È però una contraddizione il fatto che usassero macchine anche complicate per il teatro; per esempio nel Prometeo di Eschilo una montagna sprofonda!! Le macchine rendevano più verosimile le situazioni mentre tutto il resto no.

Aristotele dice che inizialmente la tragedia aveva uno stile giocoso, solo più tardi assunse un tono serio.

Un concorso tragico comprendeva tre autori che dovevano presentare ognuno tre tragedie e un dramma satiresco:

·   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Secondo i dotti ellenistici il dramma satiresco fu inventato da Pratina di Fliunte che non si sa chi sia, ma è slegato dalla tragedia, che, sempre secondo loro, sarebbe stata inventata da Ariano. Ma perché dovrebbero essere insieme nella stessa gara se hanno origini diverse?

·   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Secondo Aristotele la tragedia deriva dal dramma satiresco; ma da dove hanno preso Pratina di Fliunte.

Aristotele dice che la tragedia si distacca dal satiresco, e assunse un tono più serio, e in più cambia anche il metro da tetrametro a giambico. Abbiamo solo un dramma intero e un frammento lungo di Eschilo, e sono in tetrametro trocaico catalettico; le tragedie sono invece in giambi:

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Il tetrametro è poesia più ritmata, adatta al satiresco;

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Il giambo, da quello che dice Aristotele, è più vicino al parlato, parlando facciamo spesso dei giambi, quindi rende meglio il parlato.

Aristotele poi confronta tragedia ed epica:

¨   &n 555h76f bsp;   L'epica è uguale alla tragedia perché sono entrambe in versi

¨   &n 555h76f bsp;   L'epica differisce dalla tragedia:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; per il metro (la tragedia ha almeno due metri diversi mentre l'epica usa sempre l'esametro)

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; l'epica è narrativa (racconto) mentre la tragedia ha un tono drammatico (rappresentazione)

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; per la lunghezza (la tragedia è più breve, racconta le vicende di un giorno solo).

Quindi la tragedia è imitazione di un'azione nobile, compiuta da personaggi superiori alla norma, ed è compiuta: ha un teloV, deve portare ad una conclusione. È adornata da metri diversi a seconda dei pezzi. È la rappresentazione di una vicenda, non è un racconto, e attraverso pietà e paura permette la purificazione (katarsiV) da siffatte emozioni: twn toioutwn paJhmatwn: può essere un genitivo soggettivo oppure oggettivo:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; oggettivo: questi sentimenti purificano l'anima

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; soggettivo: immedesimandoci nei personaggi purifichiamo l'anima da queste passioni.

Alcuni critici sostengono quest'ultima: vedendo le rovine che possono succedere agli innocenti agli spettatori prende la paura che possa succedere anche a loro. Però è una finzione: si può dare libero sfogo ai sentimenti e quindi liberarsene. Altri invece lo interpretano al contrario.

La parte più importante in una tragedia è la composizione delle azioni: senza le azioni non ci sarebbe la tragedia. Lo scopo non è quello di descrivere il carattere del personaggio, ma come questo salta fuori. Una caratteristica importante della tragedia è l'unità: non l'unità del personaggio, ma l'unità dell'azione. Viene presa in considerazione un'unica azione della vita di un personaggio; il compito del poeta è dire le cose che potrebbero accadere per verosomiglianza e necessità. Il poeta deve quindi conoscere la realtà, trovare qualcosa che assomiglia. Lo storico e il poeta differiscono fra loro non perché uno scrive in prosa e l'altro in versi, ma perché l'uno dice cose che sono accadute, l'altro cose che potrebbero accadere. Per questo la poesia è universale, mentre la storia è particolare, limitata: la storia dice, di tutte le cose che avrebbero potuto accadere, solo quelle accadute. L'azione è dettata dall'anagch, la necessità: con certe premesse si giunge a determinate conclusioni. Non si può capovolgere la situazione; possono esserci colpi di scena, ma logici.

La composizione della tragedia è complessa. Deve suscitare terrore e pietà; ma non ci possono essere persone dabbene travolte dalla sfortuna né il contrario, perché non suscitano terrore e pietà ma disgusto o simpatia. quella giusta è una via di mezzo; la vicenda deve essere esemplare. Il personaggio non deve essere un santo, ma un uomo con buoni principi che, cadendo in disgrazia (in modo logico e giusto), faccia sì che il pubblico abbia compassione di lui. L'uomo può aver commesso errori di valutazione. Il terrore e la pietà possono essere suscitati dalla messa in scena, ma sarebbe meglio che nascessero dalla bravura del poeta. Bisogna anche mirare alla convenienza: per esempio una donna può essere coraggiosa ma non tanto da diventare un uomo.

Il termine "tragedia", in greco tragodia, deriva da odia, cioè ode, e tragos, sulla cui interpretazione si è a lungo discusso; oggi la critica si divide principalmente in due:

*   &n 555h76f bsp;  il Perrotta, e quelli che ancora lo seguono, dando sempre ragione ad Aristotele, sostengono che tragos significa capro; la tragedia può quindi essere canto del/sul/in onore del/che ha per premio un capro. Il capro è un animale sacro a Dioniso. La rappresentazione tragica avveniva nel teatro di Dioniso, davanti all'altare di Dioniso. Dire che la tragedia è il "canto del capro" avrebbe senso se le tragedie avessero come argomento delle vicende di Dioniso;  ma con questo argomento ne abbiamo una, l'ultima di Euripide, l'ultimo dei tragici. Allora si può ipotizzare che voglia dire "che ha per premio un capro". In ambiente dorico i satiri erano il corteggio di Dioniso; in ambiente attico però no: il corteggio di Dioniso era costituito dai sileni. Il Perrotta ha trovato un vaso dove, accanto a Dioniso, erano raffigurati degli esseri un po' capri un po' sileni: usa questo per provare che la tragedia dall'ambiente dorico è arrivata ad Atene, dove le due culture si stavano contaminando, poi si sono sovrapposti.  L'inventore del ditirambo è considerato Arione (ce ne parla Erodoto). Altre fonti più recenti però dicono che Arione è l'inventore di una maniera tragica, che ha un coro di satiri. Giovanni Diacono, di tardo periodo ellenista, dice che Arione ha scritto la prima tragedia. Secondo il Perrotta c'è stato un passaggio col tempo dall'invenzione del ditirambo al canto corale; questo canto veniva cantato in modo tragico, da lì poi deriva la tragedia.

*   &n 555h76f bsp;  Un'altra etimologia farebbe risalire il termine tragedia a "canto dell'eroe", che spiega meglio il contenuto delle tragedie. Ma allora perché si facevano davanti all'altare di Dioniso? Questa tesi si avvale di una frase di Clistene, tiranno di Sicione: Dioniso era un Dio greco che, bandito come corruttore, fu trasferito in Oriente, e da lì rimbalzò in Grecia, dove fu sentito come straniero. Dioniso non aveva più attributi e cerimonie sue; il tiranno di Sicione approfittò dell'occasione per liberarsi di un eroe scomodo, Adrasto, di Argo, città nemica, e trasferì i cori tragici dall'eroe a Dioniso; per questo la tragedia è riferita a Dioniso.

Nietzsche ci parla della nascita della tragedia. L'uomo, secondo il filosofo, ha due anime, rappresentate da due Dei, Apollo e Dioniso: aveva infatti trovato lo stesso rapporto fra le due divinità, a cui erano attribuite simili avventure. Chiama Apollineo e Dionisiaco i due aspetti della natura dell'uomo:

Ø   &n 555h76f bsp;  Dionisiaco: è la musica, non ha bisogno delle parole, direttamente a contatto con la realtà; però entrare a contatto direttamente con la natura ci sconvolgerebbe, come guardare la luce direttamente: abbiamo quindi bisogno di un'altra parte:

Ø   &n 555h76f bsp;  Apollineo, l'aspetto sereno, la parola. È uno schermo che ci fa d tramite per entrare in contatto con la realtà della natura senza esserne spaventati.

La tragedia è il momento più alto di questo confluire, quando le anime si trovano in perfetto equilibrio. Queste due componenti devono stare insieme, è un pericolo se l'aspetto Apollineo prevale e pretende di essere da solo rivelatore della realtà.

Aristotele parla anche della struttura della tragedia: presenta alternanza di parti cantate e parti dialogate. L'introduzione, in genere molto ampia, è composta da prologo, recitato da uno dei personaggi, e parodo, il canto d'entrata del coro. Seguono gli episodi, recitati e cantati dagli attori, nei quali interviene anche il coro; fra un episodio e l'altro il coro cantava da solo, accompagnato da movimenti coreografici: questa parte è detta stasimo (non perché è fermo, ma è cantato sul posto). La tragedia termina con l'esodo, l'ultimo canto del coro.

I TRAGICI

I dotti ellenistici identificarono i tre grandi della tragedia in Eschilo, Sofocle e Euripide; attribuirono loro le trasformazioni della tragedia. Inoltre tentarono di far ruotare le loro vite attorno alla battaglia di Salamina, evento più importante per la storia Ateniese, ancora più importante di Platea perché a Platea vinsero gli spartani.

*   &n 555h76f bsp;  Eschilo combatté in quella battaglia (provato)

*   &n 555h76f bsp;  Sofocle, che quell'anno aveva 17 anni, fu indicato come giovane più bello di Atene e scelto per guidare il coro di ringraziamento.

*   &n 555h76f bsp;  Euripide, che forse nacque a Salamina, fu fatto nascere proprio il giorno della battaglia (non è vero!)

Sono attribuite un centinaio di tragedie a testa, ma noi ne abbiamo 7 di Eschilo, 7 di Sofocle e 17 di Euripide. È un peccato perché la tragedia ha come argomento il mito: potremmo ricostruirci tutti i miti persi; inoltre per il Greco non è la rappresentazione di qualcosa che non si conosce: sapevano già come la vicenda sarebbe andata a finire, andavano per vedere come veniva trattata dall'autore. Era una manifestazione religiosa, assistere era un dovere; per loro il teatro non solo era gratis, ma avevano una cassa che rimborsava i poveri per le giornate di lavoro perse (la condizione del bracciante era ancora peggiore dello schiavo: lo schiavo almeno era mantenuto); il teatro produceva catarsi, purificazione, sul piano etico, non estetico. Solo di una tragedia abbiamo la versione di tutti e tre i tragici; del Filottete poi abbiamo un commento sul confronto delle tre versioni.

Il teatro Greco differisce da quello Romano perché:

¨   &n 555h76f bsp;   Il teatro Romano ha funzione di divertimento, è uno spettacolo e non produce catarsi

¨   &n 555h76f bsp;   Il teatro Greco ha ambientazione e funzione religiosa, fa parte di un rito, mentre a Roma si svolge solo in occasione della festa religiosa e non c'entra niente con la religione.

ESCHILO

È il più lontano nel tempo, ma quello che crede di più negli Dei; anche Sofocle crede negli Dei, ma per disperazione. I tre tragici con le loro opere cercano di dare una risposta alla domanda: "perché Dio manda il dolore all'uomo?" secondo Eschilo, il dolore è pagamento di una colpa; ogni colpa deve essere punita. Ha ancora la visione del genoV: se una persona apparentemente innocente soffre, è perché:

*   &n 555h76f bsp;  Ha una colpa e non lo sa

*   &n 555h76f bsp;  La colpa appartiene al suo genoV.

Qualcuno sostiene che Eschilo creda nella jJonoV Jewn, l'antico convincimento greco che il Dio, invidioso di un uomo che diventa troppo grande, lo distrugge; però quest'espressione compare in bocca a personaggi semplici, umili, che vedono una persona grande crollare e lo giustificano così. Eschilo in realtà non crede nella jJonoV Jewn, ma i suoi personaggi sono uomini che hanno superato i limiti imposti dagli Dei e vengono puniti; non è il fatto in sé di superare i limiti che costituisce la colpa, ma viene punita la colpa commessa per arrivare in alto.

Eschilo unisce un'altra concezione, quella del "sangue chiama sangue": una colpa vuole una punizione, questa punizione è espiazione nei confronti di chi la subisce ma è di per sé un'altra colpa, che richiede un'altra punizione e così via, fino all'estinzione del γενος. Per esprimere questo concetto Eschilo usa l'immagine del sangue a terra versato che si assorbe e non si può raccogliere in grumi. È una catena che va avanti all'infinito, provoca un dolore maggiore della colpa commessa, colpisce l'innocente; è una giustizia "ingiusta".

I PERSIANI

Eschilo non si occupa solo di mito: "I Persiani" ha argomento storico ( tratta le vicende della battaglia di Salamina). Non è originale in questo: Erodoto dice che Frinico, illustre tragediografo greco, compose due tragedie con argomento storico: "Le Fenicie" e "La Presa di Mileto"

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  Le Fenicie prende il nome dalle mogli dei marinai, fenici, che formano il coro.

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  La presa di Mileto ricorda la colpa degli Ateniesi che hanno mandato solo 5 navi a Mileto e si sono guadagnati l'odio dei Persiani; una tragedia non deve celebrare una vittoria, ma esprimere un dolore; questa però ricordava un momento vergognoso per il comportamento degli ateniesi, per cui ne venne vietata la rappresentazione, per questo noi non ce l'abbiamo.

"I Persiani" sono la prima opera di Eschilo. Racconta la battaglia di Salamina vista dalla parte dei nemici, i Persiani: vede i risultati della sconfitta. Per gli Ateniesi questa vittoria era un miracolo, perché le navi Persiane erano molte di più di quelle Ateniesi. Eschilo interpreta questa vittoria dal punto di vista etico: Serse è colpevole di ubriV perchè:

1.   &n 555h76f bsp;   Ha avuto dagli Dei il dominio dell'Asia ma ha superato questi confini andando contro la volontà degli Dei;

2.   &n 555h76f bsp;   Ha fatto costruire un ponte di barche sull'Ellesponto: ha osato trasformare il mare in terra e ha aggiogato una divinità.

Questa tragedia manca di prologo: per questo è considerata la più antica.

Arriva il coro, costituito di vecchi Persiani. La vicenda si apre nel "giorno fatale": è la fine di una speranza, sta per arrivare l'annuncio della sconfitta; loro non lo sanno ancora, e stanno parlando dei grandi guerrieri. Non possono pensare ad una sconfitta perché hanno tutti questi grandi guerrieri. La citazione di questi nomi viene però sentita dal coro come una "mancanza", anche se non sanno ancora che sono morti. Questo elenco ricorre tre volte nel corso della tragedia: qui, nelle parole dell'αγγελος che annuncia le loro morti, e alla fine quando arriva Serse deve rendere conto al coro della perdita dei guerrieri.

1° episodio: entra in scena Atossa, madre di Serse. Ha sognato che il figlio ha aggiogato alla sua vita due donne, una in veste Persiana, una in veste Greca; quella persiana si è lasciata aggiogare, ma quella greca no. Lo scrollarsi del giogo della donna greca è indice della sconfitta. Chiede consiglio ai vecchi. Il coro le dice di offrire sacrifici agli Dei e di pregare l'ombra di Dario, che ricorda un periodo felice (in realtà Dario aveva subito una sconfitta a Maratona, ma Eschilo volutamente lo omette).

Arriva l'αγγελος e annuncia la rovina. Questa tecnica è chiamata resiV aggelikh, tirata dell'annunciatore. Serve per portare nella tragedia notizie dal passato o dall'esterno, per non interrompere l'unità. Tutti gli αγγελοι cominciano dicendo "devo portare una notizia dolorosissima/dolce". Questa è dolorosissima. Comincia a raccontare quello che è successo influenzato dai commenti del coro, che interviene tre volte per dividere le tre fasi del suo discorso; in queste tre pause il coro fa:

1.   &n 555h76f bsp;   Compianto su se stesso

2.   &n 555h76f bsp;   Compianto sui morti

3.   &n 555h76f bsp;   Compianto sulla sciagura improvvisa.

Ripete l'elenco del coro. Atossa è lì e vorrebbe sapere se suo figlio è vivo (dice "figlio", non "re"); l'αγγελος lo capisce e dice subito che Serse è vivo. È l'unico punto della tragedia in cui c'è un po' di serenità.

Prima fase del racconto: Dice che un greco ha ingannato Serse (forse era uno spirito malvagio mandato dagli Dei); lui ci ha creduto ed è finito nella trappola di Salamina. Comunque fa un elogio ad Atene; questo è il nucleo centrale della tragedia.

Seconda fase: Descrive la battaglia, che è stata un disastro e ha comportato la distruzione della flotta. Anche la cavalleria che Serse aveva posizionato in un'isoletta per uccidere tutti i Greci sopravvissuti fu sconfitta. Terza fase: Quei pochi che erano riusciti a sfuggire, arrivano al fiume Strimone, e vedendolo gelato credono che sia l'aiuto di un Dio; ma è un ulteriore inganno, mentre stanno passando sorge il sole e il fiume si scioglie, così anche gli unici sopravvissuti annegano.

Qui finisce il racconto; il coro commenta che Zeus ha distrutto l'esercito persiano. La regina è ammutolita; il coro le ricorda di evocare l'ombra di Dario. Qualcuno sostiene che quest'ombra interrompe l'unità della tragedia; in realtà non è così: è indispensabile perché Dario è il marito di Atossa e il padre di Serse, e soprattutto rappresenta il periodo bello della Persia (finge di dimenticare che Dario ha perso a Maratona; era però una piccola battaglia). Serve per contrapporre il passato felice alla sciagura attuale. La regina lo evoca: gli dice che ha sempre vissuto felice e che lo invidia; la forza persiana è distrutta. Deve raccontargli cos'è successo perché i morti non conoscono il presente, che è la vita. Dario è sconcertato, poi chiarisce il motivo della disfatta: l'αγγελος aveva parlato di jJonoV jewn; che questa spiegazione non fosse quella giusta era già stata avvertita nel sogno. Dario dice qualcosa di più: è la giusta punizione per quello che Serse ha fatto. Il re era infatti colpevole di due colpe: è uscito dai confini dell'Asia, decisi per lui, e ha cercato di aggiogare il mare. Dario poi è un padre, e prova pietà per il figlio: cerca una giustificazione ai suoi occhi (non valida per gli Dei!), dice è un mortale che ha creduto di poter vincere gli Dei, però è ancora giovane, non è ancora saggio; inoltre si vede quasi responsabile: la gente attorno a Serse gli parlava della grandezza di suo padre, e lui inconsciamente la voleva eguagliare. Poi Dario rivela che da questa rivincita non ci sarà un'altra rivincita: è una sconfitta definitiva. Questo Eschilo non lo poteva sapere, ma è quello che il pubblico voleva sentirsi dire. Atene stava in quel momento spendendo tutto quello che aveva trattando male gli alleati e andando incontro alla guerra. Tucidide fu l'unico a denunciare che questo era uno slogan politico: Atene, gonfiata per la vittoria, si considerava ormai invincibile. Eschilo non poteva non farlo dire come un oracolo.

C'è la disperazione totale, Atossa rientra in casa, come madre va a prendere la roba per il figlio che sta tornando: l'uscita di Atossa è necessaria per Eschilo perché alla venuta di Serse manca l'unico elemento che lo possa confortare: è solo davanti alle sue colpe, davanti al coro che lo accusa. Arriva esprimendo la sua disperazione. Il coro rinforza la dose: qui c'è il terzo elenco: il coro chiede ragione di tutti quei guerrieri per fargli sentire il peso di quello che ha fatto. Dopo il rimprovero del coro di cui lui stesso è cosciente (si maledice per non essere morto anche lui), piangono tutti per la morte di queste persone, del genere umano.

Serse ha superato sia i limiti imposti alla Persia sia quelli imposti all'uomo; Atene che è riuscita a sconfiggere quest'esercito potente riconosce sia il proprio valore sia il fatto che hanno vinto perché gli Dei li hanno prediletti. L'ira del Dio colpisce subito.

SUPPLICI

È considerata precedente dei Persiani, anche se una didascalia la pone molto più tardi; però mancano prologo ed eroe: non può essere tanto posteriore ai Persiani. Eschilo compone a trilogie: mentre i Persiani è isolata, le Supplici fa parte di una trilogia con gli Egizi e le Danaidi; non si sa però l'ordine, perché degli Egizi abbiamo una parola e delle Danaidi solo un coro inutile che canta la potenza di Amore.

La vicenda della trilogia racconta che Danao ha 50 figlie, Danaidi, ed è fratello di Egitto, re dell'Egitto, il quale ha 50 figli, Egizi. Gli Egizi vogliono sposare le Danaidi che però non vogliono e scappano; il padre consiglia loro di accettare di sposarsi e uccidere il marito la prima notte di nozze: tutte fanno così, tranne Ipermestra, dal cui marito, Linneo, nasce Pelope. Le Danaidi hanno tutte una punizione nell'Oltretomba. Nella mitologia muoiono secondo due versioni diverse:

*   &n 555h76f bsp;  Linneo con il figlio uccide le Danaidi e il padre che le ha istigate

*   &n 555h76f bsp;  Dato che hanno rifiutato di sposare uomini nobili degni di loro vengono messe come premio in una gara di corsa (il vincitore sceglie per primo ecc.)

Non sappiamo quale versione scelga Eschilo oppure se ne abbia inventata una terza.

Qualcuno ha pensato che la tragedia avesse uno sfondo politico, perché usa la parola "ατιμος", con cui era stato definito Temistocle, ostracizzato quando, lungimirante ma in anticipo con i tempi, aveva tentato un'alleanza con la Persia. Ατιμος voleva dire non che era privo di onore, ma che veniva privato di quei diritti propri del cittadino; inoltre la tragedia è ambientata ad Argo, unica alleata di Atene; l'uso di questa parola e l'ambientazione hanno quindi fatto pensare ad un'allusione a Temistocle e alla politica, ma l'ipotesi è infondata perché la tragedia non può essere politica.

La tragedia non ha prologo; le Danaidi sono ad Argo, dove c'è Io, amata da Zeus e loro progenitrice, a cui chiedono protezione. Hanno lasciato la propria terra per "innata ripugnanza all'uomo odiando le nozze e l'empia brama dei figli di Egizio". Questi versi tornano più volte nel corso della tragedia. I Greci hanno una sola ripugnanza in campo sessuale, l'incesto, colpa gravissima. Quello fra le Danaidi e gli Egizi era considerato incesto? Loro vengono dall'Egitto, dove l'incesto era norma, il faraone di norma sposava la sorella (il faraone era incarnazione di un Dio, e in questo modo si permetteva che la purezza del Dio rimanesse incontaminata). In Grecia invece l'incesto ha sempre fatto nascere mostri. Le Danaidi avrebbero dovuto però accettare l'incesto come una norma; loro invece si sentono più Greche e respingono l'idea. La tragedia gioca su un equivoco. Le Danaidi vengono ad Argo per chiedere pietà: hanno un'innata ripugnanza per il matrimonio, ma non si capisce se

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; per quel matrimonio, quindi non vogliono commettere una colpa gravissima, l'incesto,

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; oppure per il matrimonio in sé, e quindi vanno contro la natura, perché nella mentalità greca del periodo l'unica funzione della donna è quella di "incubatrice", e contro Afrodite.

Quando gli viene chiesto se nel loro paese questo è accettato, loro rispondono che piuttosto delle invise nozze fuggono: di nuovo è ambiguo. Sono presentate contemporaneamente giuste e ingiuste:

Ø   &n 555h76f bsp;  giuste perché rifiutano l'incesto, e sono perseguitate

Ø   &n 555h76f bsp;  ingiuste perché rifiutano le nozze andando contro la natura della donna e contro Afrodite.

È più complesso dei Persiani perché lì c'era solo la colpa di Serse, qui invece contrappone un colpevole sicuro (gli Egizi) e un colpevole/innocente (le Danaidi); però è più semplice dal punto di vista compositivo perché manca un eroe.

Invocano Zeus: loro si sentono giuste, meritevoli della protezione di Zeus. Zeus vede ben oltre, però è imperscrutabile: non si sa cosa voglia fare. Le Danaidi sono timorose, ma per loro Zeus deve aiutarle altrimenti sarebbe ingiusto.

Arriva il re del luogo, il vecchio e saggio Pelasgo (riprende la più antica popolazione greca), Danao supplica che Pelasgo prenda le sue figlie sotto la sua protezione e faccia guerra agli Egizi: se loro sono lì da supplici, lui ha il dovere di aiutarle. Si pone un problema per Pelasgo, che Eschilo non approfondisce forse per immaturità:

¨   &n 555h76f bsp;   come ospite ha il dovere di difendere il supplice

¨   &n 555h76f bsp;   come re ha il dovere di non portare il suo popolo in guerra

Commetterebbe colpa in entrambi i casi: dice di dover consultare il popolo; alle parole di Danao "tu sei il re, tu devi decidere" ribatte che lì le cose funzionano in modo diverso. Il re se ne va con Danao a consultare il popolo; le Danaidi sono sicure che Zeus le aiuterà, interviene il coro e dice che prenderanno la decisione migliore. I 2 tornano annunciando che andranno in guerra. Il coro fa una preghiera di ringraziamento a Zeus.

Arrivano gli Egizi e le Danaidi hanno paura. Qui Danao invita le figlie ad abbracciare gli altari, atto che rende ancora più empio chi non aiuta un supplice. Vanno a chiamare l'esercito di Argo; Danao quasi spera che gli Egizi strappino le figlie dagli altari, così avranno una punizione adeguata ad una tanto grande empietà. Quando gli Egizi stanno quasi per rapirle, arriva Pelasgo che le salva. Nella preghiera finale le Danaidi chiedono la pietà della casta Artemide: in guerra contro Afrodite chiedono la protezione di Artemide perché è vergine, rifiutano il matrimonio in assoluto. Se queste nozze sono ingiuste, allora le 49 Danaidi che hanno ucciso il marito hanno ragione e ha torto Ipermestra; però vengono punite negli Inferi.

Eschilo è immune alla sofistica. Qualcuno sostiene che qui ci sia già la relativizzazione sofistica, nel senso che quelle nozze in Grecia sono vietate, ma in Egitto no: loro essendo egizie non possono rifiutarle; non si può giudicare dalla Grecia un rifiuto di un'usanza di un altro popolo. Questa teoria non ha senso perché Eschilo non è sofista, ma è il prodotto di quel mondo che ha sconfitto inaspettatamente i Persiani e si sente protetto da un Dio: se un Dio lo protegge, è nel giusto. Non ci può essere relativizzazione: è il momento dei valori assoluti. Il dolore è il giusto pagamento di una colpa, è giusto perché è un'espiazione. È folle pensare che la colpa potrebbe non essere tolta se la tragedia fosse ambientata da un'altra parte; poi sarebbe l'unica tragedia in cui si sente l'influsso sofistico: al massimo dovrebbe essere l'ultima, ma questa non può essere l'ultima perché manca il prologo; non avrebbe senso pensare che proprio nell'ultima tragedia torni indietro dal punto di vista artistico, e per di più manchi l'eroe!! Invece le Danaidi sono colpevoli perché rifiutano le nozze comunque queste siano.

I SETTE A TEBE

Un oracolo aveva detto a Laio, re di Tebe, che se avesse avuto un figlio, questo l'avrebbe ucciso e avrebbe sposato sua madre. In realtà quando un oracolo a un'affermazione del genere, dicendo "se", salva la libertà umana, ma proibisce di fare qualcosa. Qui Laio disubbidisce, quindi va incontro alle promesse dell'oracolo:

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; la morte del padre

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; l'unione della madre e del figlio, quindi la maledizione della stirpe.

Da quest'unione nascono 4 figli: 2 femmine, Antigone e Ismene, argomento anche di una tragedia di Sofocle (Antigone) e 2 maschi, Eteocle e Polinice, argomento di più tragedie, tra cui anche l'Edipo e l'Antigone di Sofocle. Questi fratelli sono una stirpe maledetta perché frutto di un incesto, e con loro la stirpe finisce:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  i fratelli si uccidono fra di loro

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  le sorelle sono sterili, non danno discendenza.

I due fratelli regnano insieme, poi Eteocle scaccia Polinice. Polinice raduna un esercito per andare contro il fratello, e quindi contro la patria. Questa è la guerra di Tebe, avvenuta una generazione prima della guerra di Troia, e alla quale hanno combattuto i genitori degli eroi di Troia. In questa guerra i fratelli si uccidono a vicenda;  Antigone nella tragedia di Sofocle li vorrà seppellire tutti e due.

Nel prologo c'è Eteocle, re eccellente, che prepara la città e la guerra, poi prega gli Dei (che sono sempre presenti nella vita dell'uomo): chiede aiuto, chiede che almeno la città sia salvata (sa che la maledizione è solo sua). Una città quando vive prosperosamente onora gli Dei: conviene anche agli Dei salvare la città. Accetta il suo destino di maledetto, ma non vuole che la città ne soffra.

Arriva il coro, composto dalle donne di Tebe terrorizzate; c'è il pianto delle donne. Anche loro pregano gli Dei chiedendo anche loro di non distruggere la città. La preghiera è uguale a quella che aveva fatto il re, ma per di più è disperata mentre quella di Eteocle non lo era. Eteocle richiama all'ordine le donne, dicendo che il destino non si può fuggire neanche piangendo. In realtà quest'esortazione è più rivolta a se stesso. Arriva un αγγελος che descrive i 7 guerrieri nemici con i loro scudi, schierati davanti ad ognuna delle 7 porte di Tebe (numero sacro ad Apollo). Allora Eteocle, con sicurezza, guidato da Apollo, contrappone ad ogni guerriero nemico, man mano che l'αγγελος li descrive, il più adatto dei Tebani. Per esempio, il primo, Tideo (padre di Diomede, morirà qui), ha sullo scudo la notte stellata con la luna: Eteocle interpreta la notte come presagio della morte di quel guerriero, e così sceglie il tebano che dovrà mettersi davanti alla prima porta. Interpreta tutti gli scudi come negativi, tranne il sesto, un indovino buono, Amfierao, destinato a morire in questa guerra. È l'unico buono fra i nemici (tutti gli altri erano bestemmiatori ecc.), e sa che purtroppo si è unito ad una banda di poco di buono e quindi si rovina. La felicità non esiste: è un dono gratuito che gli Dei fanno, ma Amfierao non l'ha ricevuta. Si capisce che Eteocle è guidato da Apollo perché di volta in volta trova il guerriero più adatto, lui però non si è ancora messo davanti a nessuna porta: gli tocca quindi la settima porta, dietro la quale c'è suo fratello. L'αγγελος descrivendo l'ultimo guerriero parla in modo diverso rispetto agli altri, insiste particolarmente sul numero 7, numero di Apollo ("il settimo alla settima porta"); non dice che dietro quella porta c'è Polinice, ma dice che c'è "tuo fratello". Eteocle è obbligato ad affrontarlo; se prima sperava di avere anche lui una possibilità, ora capisce che la maledizione si compie. Il coro cerca di dissuaderlo, ma lui non si ferma: dice che "è un Dio che ci trascina, tutta la stirpe di Laio deve andare agli Inferi". Eteocle esce per affrontare Polinice, sa che non deve più preoccuparsi per Tebe che sarà salva: non è in gioco la distruzione della città, ma la guerra è solo l'occasione per far scontrare i due fratelli. Va incontro al suo destino: è meglio affrontarlo prima che dopo. C'è un'immagine cara ad Eschilo: il sangue versato a terra viene bevuto dalla terra e non può più essere raccolto: il destino non può essere cambiato. Le morti sono sempre al di fuori della scena nelle rappresentazioni Greche: il passaggio dalla vita alla morte è ripugnante per gli Dei. Nelle tragedie latine invece l'uccisione avveniva sulla scena. Per descrivere le uccisioni arriva sempre un αγγελος: qui questo annuncia la vittoria di Tebe a tutte e 7 le porte, però Eteocle è morto. La colpa è stata pagata. I corpi dei due fratelli morti vengono portati in scena (probabilmente erano dei fantocci); il coro li piange. Se prima il coro aveva parlato solo con Eteocle, ora si rivolge a tutti e due: sono vittime di un destino avverso, se prima Polinice era un nemico, ora è tornato ad essere il fratello. Con questo pianto si chiude la vicenda.

Sembra che si stia facendo riferimento ad una colpa ancora più antica di quella di Laio: Laio avrebbe fatto così perché già portatore di una colpa sua (anche Sofocle fa accenno ad un'altra colpa). In ogni caso è presente il concetto "sangue chiama sangue" soprattutto nella frase "il tuo destino neanche se piangi lo puoi sfuggire". Edipo aveva cercato di eludere il suo destino ma ci è andato incontro proprio cercando di evitarlo. Il destino si compie con l'estinzione della stirpe. Non importa da chi parta la colpa: da colpa nasce colpa; l'unica soluzione è l'estinzione della stirpe maledetta.

PROMETEO INCATENATO

È la prima o seconda tragedia di una trilogia composta anche da "Prometeo Liberato" e "Prometeo Portatore di Fuoco" (questa potrebbe essere la prima o l'ultima, sicuramente il Liberato viene dopo l'Incatenato). Queste due però non le abbiamo. Non si è sicuri che sia di Eschilo. Non presenta un eroe tradizionale, ma due divinità:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  Zeus, che non compare mai se non con parole

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  Prometeo, un titano, più che un eroe.

Si combattono l'uno con l'altro: anche gli Dei soffrono (nelle altre tragedie non soffrivano mai). Gli Dei sono quindi un esempio per l'uomo, non un limite. Ci sono due problemi:

1.   &n 555h76f bsp;   La leggenda parla di Prometeo inchiodato al Caucaso; il Prometeo Liberato si svolge nel Caucaso; il Prometeo Incatenato invece è ambientato in un luogo impervio della Scizia.

2.   &n 555h76f bsp;    Sulla scena ci sono Prometeo, Efesto, Cratos e Bia. Va bene che Bia è muta, è solo una comparsa, però ci sono comunque tre personaggi che parlano sulla scena, mentre secondo Aristotele solo Sofocle li porterà a tre!! È stata avanzata un'ipotesi: Prometeo non parla nel prologo: potrebbe essere solo un fantoccio; però parla quando gli altri due escono: dovrebbe cambiarsi troppo in fretta, e il fantoccio e Prometeo come fanno a scambiarsi? Potrebbe essere un fantoccio con la voce da dietro.. Però si dice che Sofocle abbia inventato il terzo attore, ma non è detto che gli altri non lo usassero già! Questa è una tragedia tarda, e forse ha sentito l'influenza di Sofocle con cui Eschilo si è scontrato: può averlo usato solo per una comparsa, Sofocle poi ha portato definitivamente gli attori a 3.

Sulla scena Efesto incatena Prometeo, e Cratos lo incita. Cratos rappresenta Zeus che colpisce e punisce Prometeo; portare Zeus direttamente sulla scena sarebbe stato empietà. Prometeo aveva insegnato le arti agli uomini, Zeus in un momento di rabbia voleva privarli della luce ma Prometeo rubò il fuoco di Efesto lo portò agli uomini. Efesto, che era quello maggiormente colpito perché il fuoco era stato rubato a lui, è pietoso nei confronti di Prometeo, e maledice le proprie mani perché stanno incatenando Prometeo, cosa che non vorrebbe fare, mentre invece Cratos mostra la violenza, la spietatezza di Zeus. Zeus vuole la vendetta, Efesto riconosce la colpa però ne ha pietà. Prometeo aveva commesso una colpa venendo meno agli ordini di Zeus, però aveva fatto ciò per generosità. Le due divinità vengono quindi presentate con due giustizie e due ingiustizie:

·   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Zeus è giusto ma spietato



·   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Prometeo è ingiusto, ma compassionevole.

Sulla scena quindi non ci sono più due giustizie umane, ma due divinità in contrasto per una giustizia che sembra ingiusta perché non tiene conto delle attenuanti. Efesto invece ne tiene conto e vorrebbe non punirlo. Nel Prologo Prometeo non ha nessuno con cui consolarsi: si rivolge alla natura che ha intorno: invoca "l'aria e il sole" e chiede loro di guardare quale pena soffre per colpa degli Dei. È disperato per la catena vergognosa, dovrà soffrire la pena per anni innumerevoli: l'aggettivo indica una pena lunga, ma di cui è prevista una fine. Bisogna affrontare la pena perché anagch è invincibile:  ha una forza titanica che riesce ad accettarla, anche se è dura (la forza titanica verrà ripresa in età romantica). Prometeo sente delle voci: è il coro, costituito dalle Oceanine (figlie di Oceano), timide e paurose, che hanno sentito rumori e lamenti. Ora Prometeo ha qualcuno con cui sfogarsi: dice loro di guardarlo, incatenato per colpa di Zeus. Ha paura di ciò che gli si avvicina; dice che è inflessibile il cuore del figlio di Chronos. Nella Teogonia Esiodo diceva cose diverse: per Eschilo infatti Prometeo è figlio di Temi, non di Gea. Secondo Esiodo Zeus spodesta Chronos, i titani vanno contro di lui però perdono perché Prometeo si allea con Zeus. Si passa poi da una fase di contesa a una di giustizia quando Zeus ingoia Meti e produce Dike: non ci sono più vendette, ma misura e giustizia. Questo mondo giusto è rotto da Prometeo che è tradito da Zeus che invece avrebbe dovuto essergli riconoscente perché Prometeo l'aveva aiutato; Prometeo si sente quasi in dovere di aiutare gli uomini, si sente così ingiustamente accusato e non ammette di aver sbagliato. Le due giustizie lottano in due Dei: anche loro soffrono come gli uomini; Dio non ha di natura la perfezione della giustizia, ma anche lui l'ha raggiunta con la sofferenza: la giustizia si ottiene soffrendo. Le Oceanine gli chiedono come mai è incatenato; Prometeo parla prima dell'ingratitudine di Zeus e non ammette la propria colpa; dice che è doloroso parlare di queste cose ma anche doloroso tacere; si sente vittima, vede se stesso giusto, buono e pietoso e Zeus ingrato. Poi racconta la vicenda, e le Oceanine provano pietà, ma vedono la colpa.

Arriva anche Oceano, che è un titano, e porta il suo conforto: soffre con lui della sua sventura. È della sua stessa stirpe e lo aiuta; però Prometeo è un titano e rifiuta: non per superbia, però sa che Zeus è implacabile e la sua collera si abbatterà anche su Oceano, e poi è lui che deve subire e portare avanti la lotta, non qualcun altro che lo aiuta.

Arriva Io, bellissima fanciulla di cui Zeus si era innamorato e aveva cercato invano di averla; dato che lei lo respingeva, era comparso in sogno al padre di Io minacciandolo se non gli avesse concesso la figlia. Il padre la concede, ma la gelosia di Era:

1.   &n 555h76f bsp;   Fa impazzire Io, però è una pazzia terrificante: nel mondo antico la pazzia è incoscienza intervallata da momenti di lucidità dove il malato si rende conto della sua condizione. La pazzia di Io è inquietudine, un affanno interiore che la porta a fuggire continuamente.

2.   &n 555h76f bsp;   è metà donna e metà mucca. Il Greco disprezzava la zoomorfia, ma qui c'è un influsso Egizio per sottolinearne il degrado.

Io arriva da Prometeo in un momento di lucidità e spiega la sua situazione dando la colpa a Zeus, non a Era. Io si chiede perché Prometeo venga punito; con lei Zeus si è comportato peggio: se Prometeo non si considera colpevole, lui comunque una colpa ce l'ha, lei no! Si chiede cos'abbia fatto per essere tormentata così. Prometeo fa una lunga previsione sul futuro: Io viaggerà a lungo, arriverà in Egitto dove avrà la fine del suo tormento; Entrambi hanno quindi una grande pena a causa di Zeus, ma il loro tormento finirà. Prometeo parla anche della sua futura liberazione per opera di un discendente di Io (Eracle): le vicende si intrecciano. Io ritiene la propria pene eterna, mentre invece Prometeo parla di liberazione. Secondo Eschilo Prometeo è figlio di Temi, non di Gea, perché Temi faceva delle previsioni: qui accenna ad un terzo oracolo, oltre a quelli delle liberazioni: sua madre infatti gli aveva detto che se Zeus avrà un figlio, questo lo spodesterà. Si sta riferendo ad un figlio particolare. Prometeo gioisce per quest'oracolo sognando di vedere abbattuto Zeus, ma non si rende conto della contraddizione: se Eracle lo deve liberare con il consenso di Zeus, Zeus deve essere al potere. Uno dei due oracoli quindi non si può realizzare! Zeus era spietato, ma giusto e senza tormenti: da questo momento si capisce che se Prometeo soffre anche Zeus è tormentato perché non sa chi è questo figlio. Prometeo sa che questo è il figlio di Teti (ecco perché Achille vive poco, anche se è figlio di Peleo), ma non glie lo vuole dire. Zeus quindi soffre, come Prometeo; Zeus tenta l'ultima prova di forza per farsi rivelare il segreto: gli manda Ermes, che lo minaccia: qui si nota la debolezza di Zeus che non riesce a piegarsi ma vuole imporsi. Prometeo risponde che come ha visto due re cadere, vedrà anche il terzo e ne godrà. Prometeo continua a tenersi il suo segreto e così la situazione è bloccata; l'ira di Zeus scuote la terra, tuoni fulmini, la montagna precipita (problema di scenografia: dove?? Come?? Il coro dove finisce?? Non si sa.)

ORESTEIA

È l'ultima trilogia di Eschilo, è composta da AGAMENNONE, COEFORE, EUMENIDI. Ci è giunta praticamente per intero. Narra le vicende di Oreste, che chiudono le vicende degli Atridi. Agamennone ha commesso una colpa uccidendo Ifigenia, e Clitennestra uccide Agamennone. Tutto ciò era stato previsto da Cassandra. Una colpa viene scontata con il sangue, ma commettendo un'altra colpa. Oreste è il vendicatore: deve uccidere la madre. Non può in nessun caso sfuggire la colpa: è colpevole sia uccidendo la madre sia non vendicando il padre. La giustizia di Zeus è spietata, e finisce con l'essere insufficiente. Eschilo risolve il problema nelle Eumenidi, trasformando le Erinni in Eumenidi, e facendo sì che una pena commissionata per espiare una colpa non costituisca una nuova colpa. L'Agamennone è triste, i cori sono tristi, continuano a ripetere "canto un canto di dolore, ma il bene trionferà". Il coro dell'Agamennone enuncia una legge: maJoV dia paJos: conoscenza attraverso la sofferenza. Attraverso la sofferenza l'uomo impara l'insufficienza della giustizia. Se Prometeo è stato liberato è perché i due si sono conciliati, ma prima hanno sofferto tutti e due. La soddisfazione nel crollo dell'altro è solo fine a sé stessa.

AGAMENNONE

Si apre nel giorno fatale. Agamennone aveva promesso che quando sarebbe tornato avrebbe fatto accendere dei falò da un promontorio all'altro, in modo che la notizia del loro ritorno arrivasse a casa sua ad Argo (ma Agamennone non era il re di Micene?!?); una sentinella che era accovacciata sul tetto vede le luci e salta giù (doveva essere ad almeno 4 metri di altezza: gli attori dovevano avere una buona preparazione atletica!!). La tragedia si apre con una notizia di gioia, la sentinella è contenta che Troia sia caduta e che Agamennone sia tornato, vuole andare a riferire la bella notizia a Clitennestra, però dice che preferisce non parlare di quello che è successo a casa:  Clitennestra aveva avuto una relazione con Egisto, tradendo Agamennone, e aveva fatto sparire il figlio di Agamennone prima che il re partisse (un'altra versione diceva che Oreste era sparito alla morte di Agamennone). Arriva il coro, composto da notabili di Argo, persone esperte chiamate per l'arrivo della notizia. Ricordano cos'era successo alla partenza: due aquile, una nera e una bianca, erano comparse e avevano afferrato una lepre incinta (l'aquila è l'animale di Zeus). Calcante ne aveva tratto una predizione: le due aquile rappresentavano gli Atridi, che avrebbero vinto contro Priamo che era adikoV. La guerra era giusta per punire l'ingiustizia di Paride. Però il fatto che la lepre fosse incinta indica che un male sarebbe accaduto anche agli Atridi: vinceranno, ma l'ira di Artemide protegge la lepre incinta. Il coro è espressione di monoteismo perché rivolgendosi a Zeus dice che qualunque sia il suo nome, è il Dio sommo, e se gli piace essere chiamato con il nome di Zeus, con questo lo invoca. Qui arriva ad una descrizione celebre. Si afferma che il rimorso è positivo perché porta alla consapevolezza delle colpe e a non commetterle più. Agamennone è scusato per il sacrificio di Ifigenia, non avrebbe potuto fare altro: si è sottoposto all'anagch, però il suo cuore è stato pronto ad osare tutto (negativo). Il cuore rimpiange che questa guerra, causa di giustizia, nasca per una femmina: è un male, porta lutti. Anche se Ifigenia aveva cercato di ribellarsi, il padre l'aveva sacrificata ugualmente. Clitennestra, saputa la notizia, esce; Clitennestra è una figura eroica in Eschilo, anche se è una donna e negativa, Eschilo la giustifica, non la presenta come un'adultera ma come la vendicatrice della figlia. Sofocle invece giustificherà Agamennone per il sacrificio; Eschilo vede sia la necessità, ma anche la colpa: era più forte in Agamennone il desiderio di arrivare a Troia. Clitennestra parla con ironia tragica: dice una cosa perché gli altri personaggi sulla scena capiscano quello che ha detto ma il pubblico capisca cosa vuole veramente dire. Gioisce per l'arrivo del marito, dice di aver temuto che morisse: qui è sincera, perché se fosse morto in guerra si sarebbe sottratto alla vendetta di lei, invasa da Ate. È contenta che gli Achei abbiano vinto a Troia. Vive l'ultima notte di Troia, compiange i morti. Dice che se non hanno violato i templi, ora possono tornare felici: in realtà spera che l'abbiano fatto, perché così la sua vendetta sarà più sicura. L'αγγελος arriva felice di essere tornato vivo. È ingenuo: dice che hanno profanato i templi, senza rendersi conto di quello che hanno fatto. È felice perché finalmente la guerra è conclusa, la rivive in confronto alla gioia di essere tornati. Descrive gli altari distrutti, la città morta per sempre: ricorda tutto il dolore che questa guerra è costata anche ai vincitori. Vorrebbe non pensarci più. Accenna il fatto che durante il ritorno due nemici, fuoco e acqua, si sono alleati, e la nave di Menelao si è incendiata ed è affondata. Uno dei due Atridi ha già rischiato di morire. Clitennestra dice che saprà tutto dal marito, è felice per il suo ritorno, e ringrazia gli Dei per averlo fatto tornare a casa (per poterlo uccidere). Clitennestra dice di essere sempre la stessa, nemica ai nemici: Agamennone è diventato nemico, e lei gli è nemica. Arriva Agamennone, con un'introduzione del coro: dice che la colpa porta colpa. Quando si arriva al vertice della propria fortuna, non si può che crollare, ma non per la jJonoV Jewn, non è il salire in sé che ha determinato la caduta, è la colpa con cui si è saliti. Arriva Agamennone. Il messaggero esprimeva felicità vera, e aveva cercato di distogliere il pensiero dalle sofferenze pensando al presente; Agamennone invece è il contrario: ringrazia poco gli Dei per essere tornato, e il suo animo vive a Troia. Gli Dei l'hanno accecato perché non pensi a cosa lo attende a casa e non stia in guardia per poter così espiare la colpa. Anche Agamennone ricorda l'ultima notte di Troia, e la furia di vittoria dei Greci, furia oltremisura: mai superare la misira! Clitennestra deve attirarlo nella casa, e per essere completamente sicura della sua colpa, gliene fa commettere un'altra: camminare sui tappeti di porpora (cari agli Dei), preparati per la sua accoglienza, senza essersi purificato dal sangue. Agamennone esita: non è cosciente delle colpe che ha commesso, ma se ne è quasi vantato. Clitennestra gli dice che è difficile per una donna aspettare il marito a casa con le brutte notizie in arrivo: tre volte è arrivata la notizia della morte di Agamennone, e lei tre volte ha cercato di impiccarsi. Agamennone le dice che lo deve onorare come un uomo, non come un Dio, anche senza tappeti; continua a non rendersi conto delle colpe commesse, e lei ha la sicurezza della sua colpa. Agamennone entra in casa e arriva Cassandra: dice che bisogna legare la faccenda di Ifigenia ad una serie di delitti. Invasa da Apollo fa una profezia: vede la morte di Agamennone e le Erinni sul tetto della casa; non sa quale sia la colpa originale. Vede dei fanciulli uccisi dai parenti che vengono mangiati dal padre. Parla per la prima volta di Egisto, come l'"imbelle leone", mentre Clitennestra è la cagna (nell'Iliade la colpa era di Egisto) → Egisto non è colpevole, ma è l'uomo che lascia fare tutto alla donna. Poi declassa Egisto a lupo, e Clitennestra diventa una leonessa, ma nella profezia sbaglia del tutto il motivo dell'assassinio: incolpa infatti la gelosia perché Agamennone aveva preso lei da Troia. Fa un'ultima profezia: vede se stessa uccisa, ma gli Dei non la lasceranno invendicata.

Clitennestra uccide il marito; la morte non è rappresentata in scena, si sentono delle urla, poi Clitennestra torna in scena, portandosi il cadavere di Agamennone coperto da un mantello insanguinato, come lui aveva coperto Ifigenia con una rete di menzogne. Clitennestra ha compiuto il suo dovere, ma ora Ate non la sostiene più e le Erinni che l'hanno aiutata stanno per assalirla. Ha bisogno di un rifugio. Non si sente colpevole; il coro vuole bandirla dalla città, ma lei rinfaccia tutta la storia di Ifigenia e dice che sarebbe stato da bandire Agamennone. Dice che non avrà paura quando ci sarà Egisto; il coro chiede chi deve seppellire Agamennone: lo deve fare lei che l'ha ucciso; non avrà bisogno di onori funebri: c'è Ifigenia pronta ad accoglierlo fra i morti. Clitennestra vede più vicine le Erinni; non vuole aggiungere delitti, si vede insanguinata. Vede avvicinarsi Egisto e gli dice di tornare a casa; si rende conto di quello che hanno fatto, dice che quello che avvenne doveva avvenire. Gli dice di non badare al coro: loro sono re e regina di Argo, rimetteranno tutto a posto.

La tragedia è tutta incentrata su Clitennestra, Egisto ha poca importanza, non si sa se con il tempo o per volontà dei tragici la vicenda non è più lotta fra Egisto e Agamennone per il tradimento, ma viene vista come una catena di colpe. Clitennestra è con le Erinni a casa che aspetta la vendetta. Agamennone paga la colpa di Ifigenia che l'ha reso impuro e gli ha fatto commettere altre colpe a Troia. Clitennestra non vendica i troiani, ma Ifigenia; Agamennone muore per Ifigenia; non era anagch, ma il prezzo da pagare per andare a Troia e conquistare la gloria. Egisto non c'entra niente: Clitennestra non è l'adultera, ma la vendicatrice della figlia, commettendo a sua volta una colpa. Cassandra serve per inquadrare la vicenda di Agamennone nella sua famiglia: il suo genoV era già macchiato da una colpa più antica, forse si fa riferimento a quella di Atreo delle cene Tiestee.

COEFORE

La tragedia, seconda della trilogia, prende il nome dalle portatrici di canestri amiche di Elettra, che costituiscono il coro. È incentrata sul dramma di Oreste, sul quale cade il peso e l'orrore di questa "giustizia", e che non ne può niente perché deve pagare le colpe di Clitennestra pur non avendo legami di sangue con lei (è solo figlio di Agamennone). Il problema si fa più cupo: non c'è assolutamente gioia, Apollo gli ha ordinato di uccidere Clitennestra per vendicare il padre, minacciandolo di cose terribili se non l'avesse vendicato: Oreste può solo commettere una colpa, sia che agisca sia no. Se nell'Agamennone la gioia di Clitennestra rischiarava il dramma, qui c'è solo dolore terribile, tristezza. Eschilo mostra il limite estremo a cui porta questo sistema di giustizia, totalmente insufficiente. Oreste è il fratellino che Elettra dopo l'uccisione del padre aveva mandato via per evitargli la morte, ora sono passati dieci anni.

Il prologo inizia con Oreste tornato nella patria che non conosce, sulla tomba del padre che non ha potuto seppellire, letteralmente disperato e senza conforto, prega il padre e gli offre un ricciolo dei suoi capelli (c'è irrazionalità), e fa una preghiera ad Ermes: gli chiede aiuto. Cerca da Ermes il coraggio che gli manca per portare a termine l'impresa che gli è stata assegnata. Arriva un corteo nero (sono le coefore, le ancelle di Agamennone) con Elettra ed essendo in terra straniera Oreste si nasconde perché non conosce nessuno; pensa che sia successa un'altra sventura, ma poi capisce che vengono in omaggio sulla tomba di Agamennone; subito non riconosce Elettra in mezzo a loro perché non la vedeva da parecchi anni, ma poi capisce che è lei perché:

1.   &n 555h76f bsp;   è quella che soffre di più (motivazione sentimentale)

2.   &n 555h76f bsp;   è l'unica che può venire a offrire libagioni al padre (motivazione razionale)

Il dolore accomuna i due fratelli.

Clitennestra ha mandato la processione a fare libagioni, infatti la prima parola del coro è "mandata"; il coro piange sulla sventura e sulla casa che non è più quella di prima ma è piena di tenebre e di timore; Elettra si chiede anche che espiazione c'è per il sangue caduto a terra che si raccoglie in grumi; parla di cariV acariV, una grazia sgradita (ossimoro): l'ha mandata Clitennestra e non ha senso, la casa è maledetta e la donna, avendo paura degli Dei, manda le libagioni attraverso Elettra. Lei non sa cosa farsene di libagioni che vengono dall'assassino del morto; versarle con la preghiera di Clitennestra sarebbe un insulto al padre perché le ha mandate il suo assassino, ma anche versarle in silenzio sarebbe un offesa al padre perché sarebbe come buttare dell'immondizia. Il coro invece ribadisce il concetto greco del "fai bene agli amici - male ai nemici ", ed Elettra si rivolge al padre, gli chiede, non per la prima volta, un aiuto per poter reggere e una vendetta per ristabilire la giustizia. Proprio oggi, nel giorno fatale, parla in modo particolare di Oreste, fa continuamente riferimento alla vendetta, e sempre lo stesso giorno Clitennestra manda libagioni. Si avvicina alla tomba e trova un ricciolo e un'orma; qui si nota una grandissima irrazionalità: Elettra è sicura che questi segni siano del fratello, i riccioli sono come i suoi e l'orma coincide con la sua. È una cosa impossibile e assurda, l'irrazionalità era già stata notata da Sofocle ed Euripide prima che da Aristotele, però si colloca ottimamente, perché Elettra ha appena pensato al fratello, ha pregato insistentemente il padre di mandarlo, vorrebbe che fosse lì: è automatico che pensi subito a lui, ha speranza ma anche paura di illudersi.

Così Oreste decide di presentarsi e la sorella è sconcertata; Oreste per farsi riconoscere indica ancora i riccioli, poi le mostra il vestito che indossa: l'aveva tessuto lei; ma questo è impossibile perché sono passati almeno 20 anni: lei era una bambina e lui deve essere cresciuto. Elettra cita tutta la famiglia e la vicenda di Ifigenia come se fosse colpa della madre. Oreste prega ancora e di fronte al dolore di Elettra trova il coraggio, ma è continuamente indeciso e mai risoluto, per convincersi si ripete le minacce di Apollo (nuova giustizia) alleato con le Erinni (vecchia giustizia), deve tessere inganni perché la vendetta sia completa. Accenna ad Egisto presentandolo come una donna (imbelle leone). Il coro esprime affetto e preghiera (torna l'idea del sangue). Elettra spiega il perché della processione: Clitennestra ha sognato che, mentre stava allattando Oreste, lui è diventato un serpente e l'ha morsicata. È un sogno terrorizzante che preannuncia la morte; lei comincia ad avere paura, per questo ha mandato dei doni, per placare l'ira di Agamennone. Il sogno chiarisce quello che aveva temuto: una vendetta di Oreste. L'arrivo di Oreste era voluto dagli Dei e preannunciato da un sogno. Oreste, rinvigorito dal sogno, può compiere la sua vendetta. Oreste sente ripugnanza per quello che deve fare, ha bisogno di vedere la gioia di Clitennestra quando sa che lui è morto. Deve entrare in casa con l'inganno: si finge annunciatore della propria morte e si fa chiamare Clitennestra; quando se la trova davanti, lui sa chi è lei, ma lei non sa chi è lui; lei è stranamente ospitale. Le racconta di essere un mercante che ha incontrato un uomo che gli ha dato il compito di annunciare ai genitori la morte del figlio. Questo discorso ha due effetti:

1.   &n 555h76f bsp;   tranquillizza Clitennestra ed Egisto allentando le loro difese

2.   &n 555h76f bsp;   è la scusa migliore con cui può entrare in casa, è stato ispirato da un Dio.

La madre dovrebbe essere triste per l'annuncio della morte del figlio, ma Oreste la vede la madre gioire, quindi la può odiare. A disperarsi invece è la povera nutrice, la non madre-madre, in antitesi con Clitennestra, che è la madre-non madre, e non avendo lei nulla di una madre, Oreste, sempre titubante e ripugnato,  può ucciderla ora che ha visto la gioia della madre per la sua morte (e la disperazione della nutrice che lo amò davvero). La nutrice incomincia a parlare ricordandosi del bambino. È caratteristica squisitamente greca quella di dire le cose come stanno, difatti la nutrice racconta pure della pipì del bambino: per lei è una cosa normale, poi è una schiava ed è quello che ha fatto! Non è per realismo, ma a parlare è una persona umile che viene in questo modo ancorata al suo mondo; ha amato il piccino al posto della madre, ma è stato tutto inutile visto che è morto. Clitennestra manda a chiamare Egisto per comunicargli la morte di Oreste, ma lo fa venire con degli uomini armati: evidentemente c'è qualcosa che la turba ancora. Oreste elimina subito Egisto; è un'eliminazione facile, perché non intervengono le Erinni; se uccidesse prima Clitennestra non arriverebbe ad uccidere anche Egisto perché sarebbe assalito dalle Erinni. L'uccisione non avviene in scena: si sentono delle grida, Clitennestra chiede ad un servo cosa accada, e questi risponde "dico che i morti uccidono i vivi ". Il servo intende che Oreste, creduto morto, ha ucciso Egisto; ma per il pubblico Oreste è la mano del padre che era morto, e i morti si vendicano. Fuori dalla scena c'è l'incontro-scontro tra madre e figlio; lei, riconosciutolo, gioca sull'affetto usando il παι e gli ricorda il latte che da lei ha bevuto: queste parole sono da un lato reminiscenza della scena di Ecuba, dall'altro indicano che il sogno si realizza; lui è titubante perché si ricorda della madre, ma trova la forza all'ultimo momento quando Clitennestra vede Egisto morto e piange ricordando il suo enorme amore per quell'uomo, mentre invece non aveva pianto per lui: ha così la spinta per ucciderla. Il coro piange sulla duplice sventura: era giusta la loro morte, ma questa vendetta può solo portare dolore: si riallaccia all'Agamennone, è giusto piangere anche sui colpevoli. Torna Oreste assalito dalle Erinni. Nella prima tragedia Clitennestra era assalita dalle Erinni, ma la sua vendetta era giusta. Nelle Coefore la colpa di Agamennone non è più sentita: tutta la colpa è di Clitennestra, e se Oreste cercasse una giustificazione per la madre non riuscirebbe più ad ucciderla. Dice che i due hanno tenuto fede ai giuramenti, anche a quello di morire insieme. Rivendica il delitto come giusto, non cerca giustificazioni, ma ribadisce la giustizia di quello che ha fatto. Dice che andrà da Apollo a purificarsi: come gli ha imposto questo fardello, così lo aiuterà. Il povero ragazzo scappa a Delfi inseguito dalle Erinni che rappresentano il rimorso più la giustizia. Ha Apollo come alleato. Viene sottolineata la sua solitudine terribile; anche se è con la sorella. Elettra ha anche il conforto delle ancelle, lui no. Da Apollo deve andare da solo. Eschilo fa sentire fino a che punto di sofferenza la giustizia di questo tipo conduce un uomo totalmente innocente. Il rimorso è squilibrato rispetto alla colpa commessa.

EUMENIDI o BENEVOLE

Terzo episodio della trilogia, è intitolato con il nuovo nome delle Erinni, le vecchie divinità della giustizia sanguinaria e ex-alleate di Apollo, che lotterà contro di loro finché si trasformeranno nelle giuste dee della punizione (e con la nuova generazione divina, Atena e Apollo). Oreste inseguito fugge prima a Delfi, poi ad Atene, c'è rottura di luogo. Le Eumenidi ricordano l'istituzione dell'Aeropago, un tema politico molto sentito: in origine tribunale aristocratico per delitti di sangue, ma poi acquistò peso, la questione era se potesse andare oltre i suoi compiti, secondo Eschilo no.

Una sacerdotessa è inorridita davanti al tempio: vede un uomo che abbraccia con le mani insanguinate l'altare e attorno a lui ci sono donne addormentate, ripugnanti, dall'aspetto negativo, che puzzano e russano. Oreste è entrato nel tempio senza essersi purificato, le Erinni l'hanno seguito, ma per la prima volta si sono addormentate: sono stanche e stanno per cedere. Oreste è riuscito ad abbracciare la statua del Dio, mettendosi sotto la sua protezione; l'accordo fra Apollo e le Erinni è rotto. La giustizia è stanca e non sempre funziona: sono addormentate per opera di Apollo. La sacerdotessa scappa, ma arriva l'ombra sdegnata di Clitennestra che si sente trattata ingiustamente perché le Erinni non perseguitano il suo uccisore, e cerca di svegliarle. Le Erinni però non si svegliano, ma mugulano. Lei si lamenta che l'assassino è fuggito: in realtà è lì, però è irraggiungibile. Vorrebbe avere una vendetta: la punizione finale di Oreste dovrebbe portare alla fine della pena. Frattanto sopraggiunge Apollo che dice al povero Oreste "pasci la tua pena": andrà all'Aeropago per pagare la sua pena (voluta dal dio) in maniera giusta; Apollo promette che non lo lascerà. Clitennestra ricomparsa riesce a svegliare le Erinni dicendo una cosa non vera, loro sono arrabbiate per non essere riuscite a raggiungere la loro preda per volere di Zeus. Apollo arriva e le caccia: non nega la loro giustizia, ma disprezza la loro giustizia crudele. Le rimprovera di non aver perseguitato Clitennestra, cosa che non è vera, ma le Erinni stranamente accettano, dicendo che la colpa di Oreste è più grave perché Clitennestra non ha versato sangue di consanguinei invece Oreste sì (ennesima cosa falsa). Apollo dice che ci sono delitti più gravi: ben peggio di rompere un legame di sangue è tradire un patto d'amore, perché il sangue non lo vuoi tu; sostiene la colpa maggiore di Clitennestra perché Oreste non ha tradito nessun patto. È strano perché per un Ateniese del V secolo il matrimonio non era un patto d'amore, ma la cessione di una donna perché producesse figli. Comunque non è un discorso approfondito: sembra che Apollo si stia arrampicando sui vetri per difendere Oreste. Le Erinni fanno una danza davanti ad Oreste, ma lui non cede e resta attaccato ad Apollo. Lotta fra Apollo e Erinni: Apollo le caccia dal tempio. Apollo dice ad Oreste che deve andare ad Atene per purificarsi del sangue: ad Atene qualcosa cambierà, c'è una nuova legge, ma lì deve continuare a soffrire: non l'ha liberato definitivamente dalle Erinni. Oreste deve soffrire ma ci sarà una fine. La scena si sposta ad Atene: Oreste è sempre inseguito dalle Erinni, abbraccia di nuovo la statua, le Erinni cercano di farlo impazzire, Oreste invoca Atena (protettrice di Atene) che lo protegge e chiarisce il compito delle Erinni: loro si sentono offese perché Apollo e Atena le hanno disprezzate, la dea (esecutrice) istituisce il tribunale per il processo (omaggio ad Atene, città scelta dagli Dei e dalla legge; dodici cittadini sono la giuria ). I due Dei difenderanno il giovane sventurato mentre le Erinni saranno l'accusa. Si insedia il tribunale. Oreste si difende dicendo di aver agito per ordine e con l'aiuto di Apollo. Le Erinni sostengono che Oreste ha ucciso un consanguineo, ma Atena dice che non c'è legame di sangue con la madre (la Dea stessa non ha madre). Questo ci pone un problema: era l'idea di Eschilo? Un'opinione diffusa? Di chi? Di che periodo??? Probabilmente era opinione degli Ateniesi di quel periodo: l'affermazione doveva essere accettata dal pubblico. Questo è anche provato da Aristotele che va contro questa teoria dicendo che sono due i principi che creano un figlio. E anche nella letteratura si parla solo di parto e allattamento, non si fa riferimento al concepimento della donna di un bambino.

Apollo rincara la dose e oltre ciò dice che Clitennestra ha ucciso un grandissimo generale inviato dagli Dei per punire Troia (questo non c'entra niente, non è detto che un ottimo generale sia un poco di buono a casa sua, però appena finite le guerre persiane i condottieri erano quasi divinizzati). Atena non può decidere: delega un tribunale che istituisce sul momento. Questo è l'AEROPAGO. Ma Eschilo  non può affidare tutto al tribunale, dove regna la lotta fra la vecchia giustizia dei vecchi Dei e quella nuova dei nuovi Dei; il tribunale di uomini non può risolvere problemi divini ma evidenziarne solo le difficoltà. Votano 50 a 50, in caso di parità Atena dice che sarà liberato (non assolto) dalla sua pena per porre un limite a tale sofferenza; se il tribunale vota favorevolmente è anche assolto, se colpevole pagherà. Il tribunale vota per la questione di Oreste: parità, quindi il giovane non è assolto ma comunque liberato perché ha sofferto, si è arrivati ad una giustizia giusta. Si passa da una giustizia pre-polis alla giustizia del tribunale. Le Erinni si trovano con metà del tribunale contro di loro e con la preda persa, piangono e hanno paura che il mondo andrà male perché loro colpivano solo i colpevoli, si sentono spodestate. Atena gli fa capire che non hanno perso il loro onore, ora non saranno più odiate ma stimate perché giuste cultrici, le Erinni si lasciano convincere e si trasformano nelle benevoli Eumenidi, assumono dimora nell'omonimo bosco ad Atene (prima non avevano fissa dimora). Gli uomini proveranno un giusto timore e loro saranno così onorate. La vecchia giustizia nuoceva anche agli Dei, portava ad una vendetta infinita o all'annientamento del γενος, inoltre anche la sofferenza deve avere un limite. Eschilo, col suo stile aulico, è figlio del suo tempo, spiega il dolore umano come pagamento di una colpa e lui ne è convinto, ha una grande fede negli dei: il dolore non colpisce mai gli innocenti. Pensa così perché ha vissuto al tempo delle guerre persiane, ha visto gli dei appoggiare i buoni e punire i colpevoli, la sua religione è salda, l'unico dubbio è sull'intensità e sulla durata della sofferenza. È il punto di arrivo di Eschilo: la giustizia basata sulle vendette è insufficiente, la modifica con l'aiuto degli Dei.


SOFOCLE

Il nome stesso (κλης = gloria) indica famiglia aristocratica (era amico di Pericle). Nasce intorno al 497, è più giovane di Eschilo di circa 30 anni, muore onorato e stimato a 92 anni pochi mesi dopo Euripide. Era così bello che a 17 anni durante la δογμασια fu incaricato di guidare il coro. Fece carriera politica e divenne stratega con Pericle e Nicia; dopo la disfatta di Sicilia partecipò all'elezione dei 400 saggi che governassero Atene, ma non brillò di grandi gesta. È il più gradito dei tragici: gli vengono attribuite 18 vittorie, che stranamente è proprio la somma delle 13 vittorie assegnate ad Eschilo e le 5 di Euripide!! I numeri comunque indicano il gradimento dei tre tragici in proporzione. I comici lo fanno morire soffocato da un acino d'uva (che probabilmente simboleggia il vino): il ritratto che abbiamo di lui lo mostra bello, gaudente e sempre felice. Aveva un figlio illegittimo, Sofocle il giovane, tragico anche lui, che intentò contro il padre una causa per incapacità mentale. Nel processo il padre anziano recitò il coro "le lodi dell'Africa" dall'Edipo a Colono, l'ultima delle sue tragedie: gli viene così riconosciuto che anche a quell'età è in grado di pensare ed è ancora lucido e onorato. Introduce il terzo attore. In Eschilo il coro aveva la funzione esprimere i sentimenti e il commento all'azione; in Sofocle diventa quasi un personaggio in più, ma viene declassato a persona normale per esaltare l'eroismo del protagonista. Di lui abbiamo 7 tragedie, non a trilogie, differenti da quelle di Eschilo per le sue concezioni derivanti dal periodo storico:

Eschilo: l'uomo paga una colpa sua o del genoV, non si chiede da dove venga il dolore: il dolore è pagamento di una colpa.

Sofocle: quando l'uomo è colpevole, non ne è cosciente, la colpa non è sentita come tale da chi sta soffrendo; oppure chi soffre non è proprio colpevole. Si chiede perché gli Dei diano il dolore a chi non ha commesso o cercato una colpa.

Eschilo: ha vissuto in prima persona la vittoria di Salamina, vede il premio degli Dei ad Atene e la punizione di Serse, Atene si sente protetta dagli Dei.

Sofocle: vive nel periodo in cui Atene lotta per la sopravvivenza, è in corso la guerra del Peloponneso e o Atene o Sparta cadrà. Gli Ateniesi si sentono meno protetti dagli Dei, la loro vita è in percolo. Hanno bisogno di trovare nuove certezze, nuovi valori.

AIACE

La scena si apre con Atena e Odisseo: c'è il solito problema se fosse lecito rappresentare un Dio sulla scena:

·   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; secondo alcuni sì perché non era considerata una presa in giro; il deus ex machina, tipico di Euripide, era un Dio che compariva per risolvere la situazione attraverso una macchina

·   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; qualcuno dice che rappresentarli sulla scena era empietà, e quindi si sentiva solo la voce.

Il prologo dà il tono alla tragedia: durante la notte sono stati trovati sgozzati i montoni (uccidere animali è cosa disonorevole) e Aiace è stato visto correre sporco di sangue; nessuno l'ha visto uccidere, ma è evidente che sia stato lui. Odisseo, conoscendo il valore del rivale, non ci crede e va a vederne la tenda che è all'esterno del campo. Trova Atena che parla di Aiace definendolo un eroe, infatti erano i due più grandi guerrieri ad avere la tenda ai limiti del campo, nei punti più vulnerabili. Quando Odisseo arriva, Aiace è appena tornato con le mani sporche; Odisseo dimostra sempre la sua grande venerazione per Atena: dice: "Non ti vedo ma ti riconosco dalla voce": su questa base qualcuno dimostra che la Dea non era in scena; in realtà si rivolge alla voce perché è quello che ha sentito, e chiarisce che sempre, anche se non la vede, la riconosce dalla voce. La prima caratteristica di Odisseo è il rispetto per gli Dei; è perplesso sull'accaduto, ma Atena lo conferma. Qui si trova un esempio di sticotomia: recitano un verso a testa; Odisseo fa sette domande e la dea risponde; ma le sue risposte fredde e distaccate se messe una dopo l'altra costituiscono realtà un discorso unitario perché la Dea racconta rivivendo cosa è successo. Non dice di essere stata lei a farlo impazzire, ma lei l'ha sviato. Atena chiama Aiace da dentro la tenda; Odisseo ha paura: non è vigliacco, non ha paura di Aiace, ma ha paura di Aiace folle: questo ci prepara al fatto che l'Aiace che comparirà non sarà normale. Arriva Aiace ancora pazzo e saluta Atena contento perché crede di aver ucciso i capi greci (ironia tragica) e crede che la Dea sia arrivata al momento opportuno per festeggiare, ma il pubblico sa che lei è arrivata al momento opportuno per distruggere la gloria di Aiace. Non vede però Odisseo (la dea lo sottrae alla sua vista): è convinto di averlo nella tenda insieme ad un Atride, pronti per essere ammazzati. Atena lo mette alla prova e gli dice di risparmiarli, lui rifiuta perché:

1.   &n 555h76f bsp;   è un eroe

2.   &n 555h76f bsp;   è un eroe folle

3.   &n 555h76f bsp;   non sa obbedire agli Dei, ma è orgoglioso e contento di esibire la sua gloria.

segue quindi il disprezzo da parte della dea che se ne va salutata da Odisseo, che invece prova pietà di lui vedendo che l'uomo è in balia del destino. Pur riconoscendolo come nemico, ha pietà di lui perché è un uomo: a tutti può capitare quello che è capitato a lui.

Sopraggiunge il coro, i marinai di Aiace (il suo popolo, i suoi amici), che vengono perché preoccupati; lo amano e lo stimano e non vorrebbero credere a quello che è successo. L'eroe ora è ancor più solo nel dolore. Il coro rappresenta una persona normale, e ha paura anche per se stesso. Poi arriva Tecmessa, schiava-moglie di Aiace: è una nobile fatta prigioniera durante una delle guerre per arrivare a Troia, che ha dato ad Aiace il figlio Eurisace, che vuol dire "ampio scudo": Aiace è famoso per come usava lo scudo anche come strumento d'offesa; ha salvato anche il corpo di Achille con lo scudo e per questo gli spettano le armi: se chiama il figlio così vuol dire che l'ha perfettamente riconosciuto, quindi lei non è solo una semplice schiava. Tecmessa arriva disperata, racconta che la sera prima Aiace si era armato per uscire, lei gli ha chiesto perché e lui le ha risposto in modo brusco ("donna, alle donne è ordinato il silenzio"). Non ha senso la critica sul confronto fra questo "dialogo" e quello di Ettore e Andromaca: i due hanno caratteri diversi; sono passati secoli dall'Iliade, Andromaca è una principessa e sarà la futura regina di Troia; anche Tecmessa è figlia di re, però di un re non alleato bensì sconfitto, quindi ha una posizione inferiore, inoltre a risponderle in quel modo è un Aiace folle; qui non è misoginia né Omero era un femminista. Tecmessa racconta al coro che il marito, rientrato, si è portato nella tenda dei capri, ne ha uccisi due chiamandoli Atridi e ne ha torturato un terzo chiamandolo Odisseo. Tecmessa ha paura per sé, per il figlio (che manda via subito) e per il marito: lei è la persona normale accanto alla quale l'eroe giganteggia e non è compreso dagli altri: si nota la sua solitudine totale. Dopo la strage, la follia abbandona Aiace che rinsavitosi si trova coperto di sangue e di viscere, ma non ricordandosi nulla chiede alla moglie, lei ha paura per lui (non di lui, dal momento che è tornato sano) ma infine cede e gli racconta cos'ha fatto. Il marito ha una reazione che sconvolge Tecmessa: "muggisce come il toro", ossia emette lamenti bestiali perché non riesce più a parlare, non sopporta la portata totale del dolore e non riesce ad esprimerlo. La sua rabbia non è ancora indirizzata verso qualcuno, ma prima o poi esploderà. Soffre, perché l'eroe omerico sopporta il dolore e l'odio ma non il ridicolo, perché questo distrugge la gloria e l'eroe non può più riprendersi. Aiace, offeso per la questione delle armi di Achille, aveva ragione di vendicarsi su Odisseo, ma ha commesso l'errore di scambiare un animale per un uomo in un mondo antropocentrico e il suo è un dolore insopportabile. Tecmessa cerca conforto dal coro, che prova pietà, ma ha paura di Aiace prostrato, la cui gloria è caduta, e che non è più neanche se stesso: non riesce a reagire. Arriva quindi il vero Aiace, l'eroe caduto, offeso e coperto di ridicolo, che ha capito cos'ha fatto, soffre moltissimo e cerca una soluzione. Arriva coperto di sangue, la prima cosa che chiede è Teucro, il suo fratellastro, perché si prenda cura del suo corpo: vuole uccidersi e sa che i suoi nemici si vendicherebbero sul suo corpo. L'eroe deve scegliere tra il ben vivere e il ben morire, e lui può solo ben morire: chiede al coro di aiutarlo in quest'ultima azione. Ma né i marinai né la moglie possono capire il suo tormento, invece cercano di fermarlo: Tecmessa cita se stessa, il suo destino ha voluto che lei cadesse da principessa a schiava e lei l'ha accettato; i marinai gli chiedono di recuperare la sojrosunh, la giusta misura dell'uomo normale, la saggezza: deve essere contento di vivere perché la vita è un bene. Aiace ha già studiato la situazione, e le sue possibilità sono:

1.   &n 555h76f bsp;   abbandonare il campo e tornare a casa: non può perché suo padre è un eroe, e lui è andato a Troia per rinverdire la gloria;

2.   &n 555h76f bsp;   gettarsi in mezzo alla mischia e morire combattendo: il problema è che lui non morirebbe ma farebbe una strage e la gloria sarebbe ricaduta sugli odiati Atridi;

3.   &n 555h76f bsp;   uccidersi.

Il suicidio è l'unica possibilità.

Aiace chiede di vedere il figlio per salutarlo: è il suo unico affetto e il suo "prodotto". Tecmessa teme che il figlio si spaventi perché il padre è sporco di sangue, ma Aiace dice di non preoccuparsi perché essendo figlio di un eroe non avrà paura. Eurisace (5 anni) arriva e non si spaventa, Aiace gli augura di essere un eroe senza soffrire come ha sofferto lui, lo abbraccia per l'ultima volta, pensa alla moglie (in maniera dura) perché il figlio le possa dare delle gioie: sono parole non propriamente eroiche. Aiace rientra nella tenda, il coro esprime paura e affetto, quindi l'eroe ritorna con la spada che Ettore gli aveva dato nel loro duello (quando Ettore era arrivato per incendiare le navi, Aiace era stato l'unico che aveva osato sfidarlo, avevano combattuto fino a sera e si erano scambiati le spade. Dice di aver capito il suo errore, di non voler abbandonare nessuno, non si ucciderà ma cambierà modo di vivere, si purificherà e nasconderà tale spada, chiude dicendo che imparerà ad onorare gli Atridi. Il discorso in realtà è tutto un'ironia tragica: l'unico modo di purificarsi è uccidersi, e la spada la nasconderà sotto il suo corpo; non può onorare gli Atridi perché non vendicherebbe l'offesa: è questo il prezzo che gli costerebbe vivere. Insomma è un discorso a due sensi per morire senza che nessuno lo possa fermare; il pezzo finale in realtà rivela la menzogna ma Tecmessa e il coro non capiscono: sono così tutti felici, è una gioia vera, non egoistica. Si ritira così sulla riva del mare (probabilmente la scena era divisa in due); ma proprio mentre sta morendo e non è più raggiungibile arriva la possibilità di salvarlo: arriva un αγγελλος che parla al coro chiedendo di Aiace, il coro risponde che è andato a purificarsi da solo, l'αγγελλος dice di non lasciarlo da solo perché secondo una profezia di Calcante la collera di Atena sarebbe durata solo per quel giorno; questo è un oracolo Sofocleo: viene preso nel significato letterale. Calcante interpretava tutto come un uomo comune: da domani Aiace vivrà felice perché senza più collera divina; in realtà la collera sarebbe cessata non perché Atena l'avrebbe deposta ma perché Aiace sarebbe morto. Tecmessa chiede il perché della collera di Atena, e l' αγγελλος spiega. Secondo Calcante Aiace fu superbo e tracotante per due volte:

1.   &n 555h76f bsp;   alla partenza il padre gli augurò l'aiuto divino e lui disse che non ne aveva bisogno;

2.   &n 555h76f bsp;   poi, quando Atena aveva detto "vinceremo insieme",  Aiace le disse di andare a proteggere gli altri perché lui non ne aveva bisogno.

Atena facendolo impazzire gli ha fatto capire che tutto deriva dagli dei e loro possono togliere ogni cosa. Aiace non ha colpa, nel senso che è inconsapevole di averla compiuta. L'eroe di Sofocle soffre per una colpa non sua o che non sa di ave commesso.

Aiace prima di morire fa un monologo straordinario. Finora abbiamo visto l'Aiace eroe che ha proclamato il ben morire, ma allora l'eroe dovrebbe essere contento di morire. Oramai solo non può tornare indietro; davanti alla morte potrebbe sembrare che ciò per un eroe sia facile, ma per rendere più grande l'animo dell'eroe che muore in questo modo, ora che non può più fare altro, Sofocle mette in luce l'uomo. Se non facesse uscire la parte umana, il sacrificio sembrerebbe costare nulla, ma mentre sta per morire, dimostra quanto questa regola di vita costi. Ora che ha preso la decisione può sfogare la debolezza umana, solo così il ben morire è glorioso, perché l'eroe deve saper soffocare la sua parte umana e sfogarsi solo dopo aver preso la decisione. Si pianta la spada davanti a sé, in quella terra nemica che spera che ora gli sia amica, chiedendo una morte rapida. Prega gli Dei:

*   &n 555h76f bsp;  Prega Zeus che il fratello Teucro sappia della morte subito perché possa seppellirlo (è la visione omerica, sono necessari gli onori funebri per la gloria)

*   &n 555h76f bsp;  prega Ermes che la sua morte sia rapida e indolore (qui si nota la debolezza umana)

*   &n 555h76f bsp;  chiede alle Erinni vendetta sugli Atridi.

*   &n 555h76f bsp;  dà l'addio al Sole, simbolo di vita e luce che porta le notizie. Sa che il dolore arriverà al padre, ma questi è un uomo e può sopportare, compiange di più la madre, che essendo una donna è più debole di fronte al dolore.

*   &n 555h76f bsp;  Si rivolge ad Atene, Salamina e Troia dando l'addio a quelle terre.

Poi si uccide (ma non sulla scena) avendo reso noto quanto anche per un eroe costi quella scelta.

Gli altri lo trovano e si sente l'urlo di Tecmessa che ha scoperto il cadavere: ora capiscono l'oracolo. La prima preghiera di Aiace viene esaudita: arriva Teucro a proteggere il cadavere; arrivano gli Atridi disprezzandolo: non riconoscono in lui il valore, ma solo il nemico personale. Arriva anche Odisseo a fermare i due fratelli: nonostante fosse il suo più grande nemico, riconosce la grandezza di Aiace che con la morte ha recuperato quella gloria che aveva creduto solo sua (dimenticandosi degli Dei) e in questo modo la restaura. Aiace ha pagato per una colpa commessa incoscientemente, ma ora si riscatta della gloria. Odisseo è diverso: lui si è sempre appoggiato agli Dei. Tutto questo l'hanno voluto gli Dei.

ANTIGONE

Antigone è la figlia di Edipo, appartiene quindi alla stirpe maledetta; Eschilo nella tragedia "i sette a Tebe" aveva puntato sulla maledizione della famiglia, però i figli avevano comunque una loro colpa. Antigone invece ha sì il sangue impuro, ma è innocente e per di più riesce ad arrivare dove una persona normale non riesce. Sarebbe il seguito dei Sette a Tebe; ed è ambientato il giorno dopo della guerra di Tebe; i due fratelli sono stati uccisi, e Tebe liberata. Sulla scena ci sono Antigone e Ismene, sua sorella: Sofocle ama avvicinare all'eroe femminile una sorella, una donna tradizionale, per far spiccare il suo eroismo. Antigone rivela subito il suo eroismo: dice ad Ismene che non c'è una sventura che non sia capitata sulla loro casa e oltre al dolore degli Dei ne hanno uno peggiore che arriva dagli uomini: non essendoci nessuno regge il potere Creonte (nelle tragedie è un tappabuchi: tutte le volte che manca un re ci mettono lui), fratello di Giocasta, che ha fatto una legge che permette di rendere grandissimi onori ad Eteocle in quanto salvatore della patria, ma ha ordinato che Polinice rimanga insepolto, pena, la lapidazione. Antigone non trova giusta questa legge perché per lei i due fratelli sono uguali, e l'odio non può continuare dopo la morte; vuole seppellire ugualmente Polinice, non chiede alla sorella se accetterà di aiutarla, ma se, nata nobile, è nobile. Ismene ha la stessa posizione del coro, costituito da uomini non giovani: è una persona normale, sa cos'è successo, ma non vuole partecipare a quest'impresa: ha paura e non ha il coraggio di andare contro il potere. Chiede scusa, ma secondo lei sono donne e dipendono da altri, non hanno il potere di andare contro la decisione di un uomo. Ismene ritiene che la decisione di Antigone sia una follia: nell'Aiace, l'eroe non era definito folle, ma veniva invitato alla sojrosunh: per un uomo normale, l'eroe è pazzo. Ismene si propone di coprirla, ma la sorella non accetta questa pseudo - copertura: o si ha il coraggio di fare le cose o se ne rimane esclusi. Il coro (i consiglieri) prova gioia per la recente vittoria e ribadisce quello che sta succedendo. Arriva Creonte, l'antagonista di Antigone: lui e Antigone usano spesso parole simili che sottolineano la diversità dei punti di vista.. Creonte è un buon re, non è un oppressore, non è empio: il suo unico errore è quello di non capire che le sue leggi sono diverse da quelle divine. Guarda al futuro, e non al passato, al contrario di Agamennone che viveva nel passato per non vedere cosa stava succedendo nel presente. Dice che la città è stata salvata dagli Dei, ma non si dilunga, dà la gioia per scontato; ribadisce la sua nuova legge e vuole che il coro vigili su di essa, chi proverà a seppellire Eteocle verrà lapidato. Paragona la città ad una nave salda quando è in ordine. Il coro cerca di tenersi fuori, pensano che sia esagerato, ma non osa dirlo. Arriva un αγγελλος, la guardia del corpo di Polinice, e annuncia che ad un tratto una nuvola ha avvolto il cadavere, si sono sentiti pianti, la nuvola se ne è andata, non ci sono orme ma ora il cadavere è ricoperto di terra, e la guardia ha paura perché non ha eseguito la vigilanza. (è stata Antigone con la protezione degli Dei). Creonte gli ordina di disseppellire il corpo e di non tornare finché non avrà trovato il responsabile; il coro è perplesso e pensa che sia opera degli Dei, ma Creonte rifiuta questa versione: è convinto che sia stato qualcuno corrotto dal denaro. Disseppellito il cadavere, torna la nebbia, Antigone comincia a piangere per il disseppellimento del fratello, allora la nebbia si dirada e lei viene scoperta Arriva il guardiano con Antigone. Gli dei, dopo due aiuti, l'hanno abbandonata: sono giusti? Avviene uno scontro tra Antigone (che è fidanzata col figlio dello zio) e lo zio Creonte, che rimane stupito che lei abbia osato andare contro la legge, lei risponde con sicurezza. È uno scontro tra due persone che non si capiscono; il coro (le persone normali) non esprime giudizio ma mostra molta ammirazione. Creonte dice che in quanto sua nipote lei non dovrebbe disobbedire, ma Antigone esalta la sua azione e la ribadisce, e lui è stupito che lei abbia anche il coraggio di rivendicare il reato. Le chiede se sapeva che questo è un reato, lei risponde di sì, ma dice che di fronte alle leggi degli Dei le leggi umane scompaiono. Creonte è sconcertato e la condanna ad essere rinchiusa in una grotta e lasciata morire lì. La pena era per lapidazione, e sembra che Creonte si stia ammorbidendo: a parte che non è più piacevole morire chiusi in una grotta, comunque la legge Ateniese colpiva chi aveva una responsabilità, e una donna non aveva responsabilità propria; la legge Greca impediva l'esecuzione pubblica di una donna, era la famiglia che doveva provvedere alla sua morte. Creonte si chiede come possa una città andare avanti se una donna viene a dirgli cosa deve fare; non cita mai gli Dei ma è convinto che siano dalla sua parte. Antigone non cede e dice che morire è comunque meglio di vivere così. È eroica, fortissima fino all'ultimo. La sorella Ismene, spaventata, pur non avendo fatto niente si autodenuncia. Creonte stabilisce la morte per entrambe, ma Antigone si oppone, dice alla sorella "tu hai deciso di vivere, io di morire"; anche il coro la appoggia, lui capisce (rimane pur sempre un re giusto) e lascia libera Ismene. Ordina che Antigone sia chiusa in una caverna, che diventerà la sua camera nuziale perché morendo lì si sposi nell'Ade. Ismene gli ricorda che Antigone è promessa sposa a suo figlio ma lui dice che "ci sono altri campi da arare": non è disprezzo ma un pensiero comune. Ismene si ritira, arriva Emone, il figlio di Creonte, che dice al padre quello che vuole con due genitivi assoluti, il padre li interpreta come causali, ma lui in realtà intende due ipotetici: se hai retto consiglio ti ubbidirò, se guidi bene ti seguirò. Emone non è lì per amore di Antigone e per salvarla, ma è lì per il padre: è convinto che sbagli, è passato dalla parte di Antigone perché sa che Antigone ha ragione. Dice che non è vergognoso accettare consigli da una persona inferiore, tutta la città è convinta che Antigone abbia ragione, ma non lo dice. Vuole fermarlo sia dall'andare contro il popolo sia dal commettere uno sbaglio. Creonte non ne vuole sapere e continua con il doppio senso grotta - camera nunziale; dice ad Emone di sputare sulla rovina della città.

È importante un pezzo del coro. Dice polla ta deina: molte sono le cose deina ma nessuna lo è più dell'uomo. δεινός è vox media (lett. "ciò che esce dal normale"), ha due significati: meraviglioso e terribile. L'uomo è astutissimo in bene e in male, riesce a dominare luoghi e animali, ha trovato la parola e il pensiero, non sono doni degli Dei: è lui che li ha scoperti. È riuscito a riunirsi in una società per rendersi più comoda la vita. Sa far tesoro dell'esperienza per superare anche quello che non conosce. Solo non ha dominato la morte. Però se reso folle dall'audacia supera i limiti e volge al male (qui è l'autore, non l'uomo comune, che interviene). È il commento all'uomo, ma anche a Creonte, che non capisce che le leggi umane non coincidono con quelle divine.

Emone si allontana e comincia il pianto di Antigone. È un lamento più lungo rispetto a quello di Aiace: ha resistito tanto senza un'esitazione, ma ora torna ad essere normale; è una donna ed è giovane, mentre Aiace era più maturo e aveva avuto una vita in cui dimostrare l'eroicità. Lei non si era ancora sposata, non aveva avuto figli, praticamente non aveva ancora vissuto. Si sente isolata e incompresa. C'è un punto discusso, che sembra un'interpolazione: Antigone dice "se fosse stato mio marito o mio figlio, non l'avrei sepolto, perché avrei avuto altri mariti o figli; ma è mio fratello, e non posso averne altri". Giustifica quasi razionalmente quello che ha fatto. Si pensava non fosse di Sofocle. Il Canfora ha fatto notare che in un'altra tragedia Edipo dice una cosa quasi folle: per elogiare le figlie insulta i figli che sono come gli Egiziani che mandano a lavorare le donne. Sofocle era amico di Erodoto che ha studiato tanto gli Egizi e diceva queste cose; in Erodoto c'è un episodio simile ad Antigone, parla di una regina in guerra il cui figlio viene rapito e lei rifiuta di cedere per il figlio perché tanto ne può avere altri: è un omaggio ad Erodoto (comunque non c'entra niente).




C'è un altro problema: il coro per confortare Antigone dice: proseteseV proV (l'altare di Dike): può voler dire:

*   &n 555h76f bsp;  "Urtasti forte" contro l'altare di Dike. L'interpretazione tradizionale fa dire al coro che Antigone ha urtato, quindi è andata contro una divinità. Questo pone però un problema di interpretazione: solo in questo punto il coro direbbe che non è giusto quello che ha fatto dal punto di vista religioso.

*   &n 555h76f bsp;  Parte della critica recente sostiene che il verbo vuole dire: "ti inchinasti profondamente" davanti all'altare di Dike. Se la collera non può andare contro la morte, Antigone ha agito bene, e il coro, dicendo che si è inchinata profondamente di fronte all'altare di Dike le dice che lei è dalla parte della vera giustizia. Il problema di quest'interpretazione è che questo verbo da nessuna parte ha questo significato

La prima interpretazione però non ha senso, invece il problema filologico ha meno importanza perché

*   &n 555h76f bsp;   Parte del greco è andata persa, non sappiamo tutta la grammatica

*   &n 555h76f bsp;   proV non significa solo contro

*   &n 555h76f bsp;   la parola può comunque essere un apax.

Dopo il pianto di Antigone, nel quale continua il paragone fra grotta e camera nunziale, scompare per andare a morire. Arriva Tiresia che cerca Creonte; gli dice che stava osservando delle viscere, quando un pezzo di carne di Polinice dal cielo è caduto sull'altare contaminando il banchetto. Capisce che è un presagio, e convince Creonte di aver sbagliato e a seppellire Polinice. Poi corre alla grotta per liberare Antigone, sente un pianto, ma appena arriva Antogone si impicca e muore. Suicidarsi impiccandosi porta maledizione a chi ha causato il suicidio. L'impiccagione rappresenta per Antigone:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; il modo di non aspettare la morte

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; la forma per perseguitare Creonte, questo non è però sottolineato da Sofocle.

Chi piange è Emone che era corso alla grotta a cercarla; esce dalla grotta e sputa sul padre: il gesto si giustifica perché quando Emone aveva cercato di salvare Antigone, Creonte gli aveva detto di sputare sulla rovina della città: sta eseguendo l'ordine del padre. Poi si uccide. Creonte ha sulla coscienza l'errore che ha portato alla morte di Antigone, e il figlio che si uccide maledicendolo. Prima di entrare in città, un αγελος dice che la moglie di Creonte sapendo tutto si è uccisa, accusando Creonte di avere portato la rovina: torna con la coscienza di tutto ciò che ha fatto. Creonte si ritiene sventurato, un Dio l'ha fatto cadere. Chiede al coro di aiutarlo a morire: il coro gli dice di non chiedere nulla, perché gli uomini non possono togliere la pena destinata.

La tragedia si è prestata a numerose interpretazioni nel corso della storia:

*   &n 555h76f bsp;  Hegel sostiene che Creonte sia l'incarnazione del diritto di Stato, mentre Antigone sia l'incarnazione del diritto di famiglia; però il diritto di famiglia è inferiore al diritto di stato, dovremmo avere il trionfo di Creonte e invece ne abbiamo la distruzione.

*   &n 555h76f bsp;  È stata tentata un'interpretazione politica: Antigone è l'eroe della libertà, Creonte rappresenta il potere tirannico: può distruggere l'eroe ma su di lui cade la responsabilità. Quest'interpretazione ha due problemi:

1.   &n 555h76f bsp;   Sofocle è religioso e la tragedia, per di più la sua, è religione.

2.   &n 555h76f bsp;   Creonte non è un tiranno crudele, ubbidisce a leggi umane che lui ritiene (questo è il suo grande errore, ma è un errore etico) uguali a quelle divine. Lui era in collera con Polinice morto, e questo non viene accettato dagli Dei. Dà ascolto ai suoi consiglieri, si vede per esempio quando non condanna Ismene. È un buon re che ha amore per lo stato.

L'interpretazione politica è riduttiva, ma è quella che è piaciuta di più; in realtà questo è un problema lontano dal mondo greco, la tragedia è solo catarsi.

*   &n 555h76f bsp;  Un'altra interpretazione sostiene che Sofocle stia cercando di dare un senso alla vita: il dolore è l'essenza della vita dell'uomo; è però triste e poco educativo. Antigone è giusta, ha sfidato tutti pur di non venire meno alle leggi divine, però gli Dei l'hanno abbandonata. Creonte non ha seguito gli Dei, ed è stato colpito come Antigone. Dobbiamo soffrire, soffrire è l'essenza della vita. È quello che dice Euripide, ma Euripide non è stato capito dagli Ateniesi, nn dava risposte; non può essere il pensiero di Sofocle, perché Sofocle è stato apprezzato.

TRACHINIE

Prende il nome dalle donne di Trackis, il coro. Questa tragedia parla di Eracle, uno dei dodici dei dell'Olimpo, figlio di Zeus e Alcmena, ha subito un trattamento speciale benché contaminato dalla natura umana. Eracle ebbe due mogli sulla terra e una (Ebe) in cielo. La prima moglie fu uccisa da lui impazzito dalla gelosia di Era. Qui si tratta della morte di Eracle e si parla della sua seconda moglie Deianira, figlia di re e bellissima, da cui ebbe 2 figli. Questa vicenda è soggetto di molte tragedie perché ha avuto molte interpretazioni. Alla fine delle 12 fatiche, si avvicina il giorno fatale. Nel prologo Deianira parla con la nutrice: dice che non si può dire che un uomo sia felice fino alla sua morte, ma Deianira afferma già di essere infelice. Racconta che da giovane, bella e ricca, ma non era contenta di ciò perché era oggetto dell'amore di un fiume che prendeva le sembianze di un toro o di un uomo con la barba di fiume: un mostro. Lei aveva paura di nozze simili, ma né lei è suo padre osavano opporsi. La bellezza è la sua condanna. Era arrivato Eracle a liberala dal mostro. Quella vittoria fu bella in sé, meno bella per lei: come moglie di Eracle ora ha molti affanni dovendo condividere le preoccupazioni del marito; lui è sempre via e lei deve fare anche da uomo e da padre ai figli: paragona Eracle ad un uomo che lavora nei campi, c'è al momento della semina ma non al momento del raccolto. Lei non rischia la vita, ma è sola, ha una vita tormentata. È contemporaneamente sposa e non sposa: sposa perché è moglie legittima, non sposa perché lui non c'è mai. Poi dice qualcosa di peggio: ora Eracle è via da  15 mesi e per la prima volta ha redatto un testamento, e Deianira è tormentata. La nutrice è una schiava (può consigliare solo chiedendo scusa), suggerisce di mandare Illo, il maggiore dei figli. Lei accetta è arriva l'amato figlio: lei lo rimprovera di non essersi mai preoccupato del padre, ma lui dice che non c'è bisogno di preoccuparsi perché sa che il padre sta vincendo in Eretria. Deianira impaurita spiega che Eracle gli aveva affidato un oracolo di Zeus: se dopo 15 mesi d'assenza fosse sopravissuto ad Eretria, per Eracle sarebbero cessati gli affanni. Ovviamente Deianira interpreta l'oracolo in maniera felice: il marito sarebbe tornato a casa dove sarebbe vissuto tranquillo per il resto della vita, e anche lei sarebbe stata felice. Illo, desideroso di informazioni, parte. Sopraggiunge l'αγγελλος, un uomo di Trackis, che sa che Eracle avendo vinto sta tornando col bottino; lo dice perché Deianira è affannata, ma anche perché desidera una ricompensa. Il coro esprime gioia per una vita che finalmente si prospetta felice. Il coro cerca di confortare la donna dicendo che nella vita c'è alternanza di dolore e di gioia, lei ha sempre sofferto quindi ora godrà di felicità. Ma lei fa un bel discorso, un'affermazione sulla condizione della donna. Dice che non possono capirla perché lei è sposata e il matrimonio è un tormento. Da fanciulle si vive chiuse in casa in una felice incoscienza (quindi non-vita); poi ci si sposa e si conoscono i dolori: ci si affanna per il marito e i figli, ma questa è una vita riflessa: quindi la donna non ha mai una vita propria.

Giunge frattanto Licaone, amico di Eracle mandato in avanguardia con un po' di bottino. Deianira ha sofferto per la schiavitù e ora si sente vicina alle schiave, specialmente ad una di loro, tristissima e bellissima. Deianira gli chiede chi è, Licaone non vorrebbe rispondere, ma Deianira lo tranquillizza dicendo che Eracle ha una "malattia": come è un grande eroe, è fortissimo anche nelle passioni e la moglie ci è abituata. Licaone allora ci casca e parla di Iole, figlia del re Eurito: racconta che inizialmente Eracle fu accolto bene da Eurito, ma una volta Eracle era ubriaco e il re gli aveva detto che il figlio era più bravo di lui: sentendosi insultato si era vendicato uccidendo il figlio del re, ma Zeus per punire quest'atto lo aveva fatto diventare schiavo di una donna (Iole). Scontata la pena, Eracle si era vendicato pienamente espugnando la città dopo un assedio, ma era mosso anche dalla passione per Iole. Deianira riesce a controllarsi e invita tutti a ristorarsi, ma Licaone deve tornare da Eracle che vuole sacrificare al padre. Mentre tutti sono dentro, Deianira esce a sfogarsi col coro raccontando l'accaduto. Prima ha definito gli amori del marito una malattia e li ha sempre accettati, però Eracle era via: ora è diverso perché gli affanni sono finiti e lui non è più in giro, ora la moglie è lei. Dice che una sola coperta coprirà loro due: il massimo riconoscimento sociale per una donna era il dormire nello stesso letto. Iole è bella e giovane, Deianira non più: non è gelosia, ma vedersi privata del titolo di moglie legittima. La tranquillità data dal ritorno di Eracle si è trasformata in una maledizione per Deianira. Essendo venuta in cerca di consiglio, prende una decisione, ha un solo modo di riprendersi il marito. Chiede se è osare troppo ma il coro risponde di no. Deianira racconta la storia del centauro Nesso: di nuovo la sua bellezza era stata motivo di problemi. Si trovavano davanti ad un fiume impossibile da attraversare, e c'era questo centauro che trasportava le persone dall'altra parte. Quando Nesso stava portando Deianira, in mezzo al fiume si era girato e aveva cercato di violentarla; Eracle lo colpì con frecce bagnate del sangue dell'Idra, allora Nesso nelle sue ultime parole aveva consigliato alla donna di raccogliere il suo sangue e usarlo quando aveva bisogno di riavvicinarsi al marito. Deianira l'ha sempre conservato come il centauro le aveva ordinato di fare. Deianira si chiede se è lecito, se è moralmente discutibile ricorrere ad un filtro, ma il coro la rassicura. Deianira intinge di ciò un mantello e lo manda al marito per mezzo di Licaone ("Eracle risulterà nuovo sacrificatore": da indossare in un sacrificio, ma è ironia tragica perché Eracle sacrificherà sé stesso). Rientra in casa ma poi ne esce terrorizzata: ha seguito le indicazioni del centauro, ma il batuffolo di cui si è servita si è dissolto al contatto con la luce. Così capisce (la preoccupazione l'aveva distratta) che il filtro era in realtà un veleno e che lei è stata sciocca a proposito di quel dono, si sente stupida: perché Nesso avrebbe dovuto farle un dono se lui stava morendo per lei? Vorrebbe uccidersi, il coro cerca di confortarla dicendo che la morte di Eracle non è causa sua e forse può salvarlo; il coro dice che Deianira è la prima vittima, ma per il greco la colpa è tale anche se commessa involontariamente. Illo torna per prendere una barella e spiega cosa è successo: Eracle era felice del mantello, l'ha indossato, ma appena si è avvicinato all'altare dove c'era luce e calore, il mantello gli si è attaccato alla pelle corrodendola. Non solo: pieno di θυμος ha scagliato l'innocente Licaone contro gli scogli; poi in momento di calma, indebolito, ha pregato il figlio di ucciderlo, e al suo rifiuto ha chiesto una barella per andare a morire sul monte vicino al padre. Illo non ha capito niente e accusa Deianira: vorrebbe che fosse di animo diverso, che non fosse sua madre, e che fosse morta. Ma anche questa volta la donna non ha la forza di controbattere. Rientra in casa per uccidersi, il coro capisce l'oracolo. Arriva la nutrice a raccontare: vagando come pazza per la casa Deianira tocca oggetti che le ricordano i tempi felici, sono ricordi brutti ma comunque migliori della situazione odierna. Si uccide con una spada sul letto: è l'ultima affermazione di dignità. La nutrice spiega l'inganno del centauro anche a Illo, che cerca di correre ai ripari ma ormai è troppo tardi. Il figlio si sente colpevole della morte della madre; va a riprendere il padre, parte il mesto corteo che porta Eracle su una barella. L'eroe è assalito da dolori atroci che portano a mancanza di controllo, intervallati da momenti in cui il dolore è meno forte, ma è spossato.  Prega Illo di ucciderlo e il figlio capisce che alle spalle c'è Zeus e lui deve intervenire. Eracle chiede di vedere Deianira per vendicarsi, ha vinto tante prove imposte da Era in cui morire sarebbe stato glorioso, ma questo dolore è straziante anche perché viene ucciso subdolamente da una donna, e una morte simile mette in gioco la sua gloria. Ma Illo racconta che Deianira non è colpevole e si è uccisa (quindi il figlio si è pentito e crede alla madre) ed Eracle: 

1.   &n 555h76f bsp;   dimentica subito Deianira che è innocente quindi non gli interessa più per la vendetta;

2.   &n 555h76f bsp;   capisce un secondo oracolo che non aveva mai capito e non aveva mai raccontato a nessuno: "non per mano di un vivente sarei morto ma per mano di uno che dimora nell'Ade", tutto si spiega, anche Deianira è stata una vittima, ma non prova pietà per lei anche perché in quel momento si divinizza allontanandosi dal mondo.

Ora capisce e accetta il suo destino: figlio di Zeus e di una donna mortale, gli era stato predestinato l'Olimpo: questa era l'ultima prova a cui doveva sottoporsi, si deve liberare della parte umana per poter accedere all'Olimpo. Eracle chiede di preparare una grossa catasta sul monte Ida per uccidersi, avendo capito il suo destino, non vuole una morte veloce e debole ma attraverso il fuoco purificatore (catarsi) per bruciare ciò che gli impedisce di salire sull'Olimpo, ossia la mortalità corporea. Ma rimane un problema: Iole che fa? Il padre ordina al figlio di sposarla e lui rifiuta in un primo tempo perché causa della morte della madre, Eracle chiarisce che lei non c'entra perché è successo tutto per volere divino, e la donna del figlio di Zeus poteva finire solo al nipote di Zeus. Eracle quindi ascende al cielo, Illo si pone il problema se gli dei possano creare delle situazioni così dolorose, perché dovrebbero vergognarsi. Il coro chiude dicendo che tutto ciò che accade è volontà divina, nessuno conosce il futuro, ma il presente è dolore per l'uomo, volere degli Dei.  Nelle sue ultime parole, Eracle accetta e riconosce il volere degli Dei. Non è il pensiero finale di Sofocle, ma quello di un uomo che, travolto dal destino, non può non vedere dolore. In sostanza in quest'ultima tragedia Eracle è un uomo dalla passioni fortissime con una forza eccessiva che non riesce a controllare, perché umano. Ma è figlio di Zeus e a differenza degli altri semidei (forse perché figlio del dio più forte) affronta istintivamente con una forza enorme grandi imprese, senza riuscire a controllarsi; alla fine il padre lo assume nell'Olimpo come dodicesimo dio. Sembrerebbe l'eroe meno adatto, ma per ricevere quel premio deve soffrire più di tutti e subire un destino particolare, per scontare la sua parte umana deve sopportare e si deve adeguare,  per distruggere la sua parte umana salendo sul rogo e diventando degno dell'assunzione in cielo. Non è debitore per le sue colpe perché le espia con grande fatica. Lui, con mente quasi divina, capisce cosa deve fare, gli altri invece non possono comprendere e vedono solo sofferenza. Deianira, come ricompensa del dolore, riceve solo il rimorso e l'apologia del figlio, ma è pochino, lei segue solo la parte umana del destino di Eracle.

ELETTRA

È la storia delle Coefore; è l'unica tragedia di cui abbiamo tutte e tre le versioni. Eschilo l'aveva collegata all'Agamennone e alle Eumenidi; Sofocle fa tragedie separate, non risale ad una colpa passata ma ha una colpa qui. Oreste deve uccidere la madre e Apollo glielo ordina. Un Oreste appassionato contaminerebbe l'atto, ma non può odiare tantissimo la madre e amare tantissimo il padre: un Oreste che odia sarebbe colpevole, qui agisce senza problemi perché inviato dal dio come un freddo esecutore. Gli ordini di Apollo sono meno terribili che in Eschilo: non ha le minacce delle Erinni. La parte passionale è ricoperta da Elettra che odia Clitemnestra perché amava il padre; lei non agisce e mantiene vivo l'amore per il padre; se non ci fosse lei ci sarebbe interruzione: l'amore deve durare finché non arriva Oreste. Clitemnestra aveva ucciso Agamennone non per vendetta, ma perché era un'adultera. Nel suo atto non c'era amore per la figlia da vendicare ma doveva scaricare un marito scomodo per vivere tranquilla. Sulla scena ci sono Oreste, tornato per assolvere il suo compito, e il pedagogo al quale Elettra lo aveva affidato che gli mostra la città, Oreste non è agitato. Dice che Apollo gli ha ordinato di uccidere con l'inganno (qui non si sa perché; secondo Eschilo perché Agamennone era stato ucciso così): il pedagogo deve entrare nel castello e parlare della morte di Oreste per disarmarli; non può farlo Oreste perché se vedesse la gioia della madre la odierebbe. Oreste si preoccupa solo che la falsa diceria di morte porti sfiga, il greco aveva paura di truffare la morte.

Vede una processione di donne vestite di nero, pensa che sia Elettra ma si allontana perché sentendo il lamento si appassionerebbe e non deve essere scoperto. Arriva Elettra, talmente in odio con la madre che non può portare le sue libagioni, è venuta sulla tomba solo per piangere. Al posto del parodos qui c'è commos: dialogo lirico fra coro e attore. Racconta la sua situazione: vede l'imbelle leone Egisto con Clitemnestra, i figli sono privati della loro posizione e Oreste non è fatto re, e lei, seppur principessa, vive in casa sua come un'estranea, non ha vestiti degni di lei. Oltre a ciò Clitemnestra ed Egisto ostentano e festeggiano l'anniversario della morte di Agamennone. Elettra va lì ogni giorno; il coro, l'uomo semplice con sojrosunh, dice di non esagerare nel dolore, ma lei dice che il suo destino è tristissimo, nessuno soffre quanto lei, infine il coro si scuserà di averle detto di non piangere e capirà il suo dolore. Se tale lamento fosse stato udito da Oreste, allora lui non sarebbe rimasto un freddo esecutore. Arriva la terza figlia, Crisotemi,   serve a Sofocle per farle portare le libagioni al padre da parte di Clitennestra. È la copia di Ismene: la donna normale che non ha la forza di opporsi e accetta la situazione; Elettra le chiede cosa fare, ma lei rimprovera Elettra per il suo inutile lamentarsi. Crisotemi dice che continuando a lamentarsi verrà allontanata, ma se ciò accadesse prima dell'arrivo di Oreste il padre non rimarrebbe onorato. Nel discorso tra le due non c'è intesa perché Crisotemi ha il buon senso comune: racconta che l'ha mandata la madre per placare il padre in seguito al sogno del tralcio: Agamennone ritorna, pianta lo scettro nel focolare e dallo scettro, legno morto, nascono germogli e rami che riempiono tutta la casa. Significa che il re torna a prendere possesso della sua casa attraverso il suo germoglio (Oreste). Elettra consiglia di non farlo per non irritare il padre, dovrebbe perciò versare le libagioni per terra per usarle in un secondo tempo (ma in realtà per usarle con Clitemnestra). Crisotemi dice che è pazza e se ne va. Arriva Clitemnestra che rimprovera la figlia per il continuo lamentarsi; Elettra dice che non è υβρις perché lei non è più una madre. Clitemnestra dice che il padre aveva ucciso sua sorella (non dice sua figlia), poteva benissimo uccidere la figlia di Menelao, chiama Ifigenia "figlia di Agamennone": non è la motivazione dell'uccisione di Agamennone, ma usa questi esempi per rimproverare Elettra. Elettra dice che Agamennone era il capo della spedizione per cui aveva onori e oneri, e rimprovera invece la madre di aver ucciso un marito scomodo, e di aver tentato di uccidere pure Oreste; Clitennestra le dice che non può parlare così a sua madre (empietà), ma Elettra ribadisce che per il suo comportamento non è degna di quest'onore (è una madre - non madre). C'è un abisso totale fra le due.

Arriva il pedagogo per annunciare la finta morte di Oreste. Elettra si dispera (non c'è la nutrice, non ne ha bisogno), ma Clitemnestra curiosa dice di continuare il racconto. Il pedagogo parla per cento versi, descrivendo i giochi pitici in cui sarebbe morto Oreste. È morto nell'ultima gara, travolto e calpestato dai cavalli, sconvolgendo il pubblico, dopo aver vinto tutte le altre prove: la sua morte è gloriosa perché è avvenuta al culmine della sua vittoria. È una CAPTATIO BENEVOLENTIAE di gusto greco; inoltre aumentando la gloria di quella persona (è un eroe, ne celebra le doti fisiche) si aumenta l'empia gioia della madre: durante i giochi gente estranea si è messa a compiangerlo, ma la madre ne è contenta. Clitennestra infatti dice che questo giorno l'ha liberata dalla paura, perché era l'unico pretendente legittimo. Questo discorso serve per eliminare le difese della casa. Elettra trova dei fiori freschi sulla tomba del padre, un'orma e un ricciolo: capisce che deve averli lasciati Oreste: chi altro avrebbe potuto farlo? (riduce l'irrazionalità di Eschilo). Elettra chiede alla sorella Crisotemi di aiutarla nella vendetta, Crisotemi rifiuta (come Ismene), odia e ama ma non ha il coraggio di farlo apertamente. Elettra è disperata e risoluta, è disposta ad uccidere lei stessa la madre. Arriva Oreste venuto a portare le sue ceneri fingendosi amico del pedagogo. Elettra rinforza il pianto della nutrice di Eschilo, perché è il pianto della sorella che credeva di aver salvato suo fratello; si sente colpevole perché senza di lei sarebbe morto in casa, lei lo ha condannato a morire in esilio. Vorrebbe morire, si presenta come la madre di Oreste. Ora non c'è più un vendicatore, si chiede se gli Dei siano giusti, è un pezzo di forte pathos. È considerata la prima prova ad attore, un pezzo scritto su misura per un attore: si dice infatti che questo attore abbia recitato tenendo fra le mani l'urna delle ceneri del figlio appena morto. Ma Oreste non resiste e si svela, dato che ormai non ci sono più motivi per nascondersi. C'è la gioia di Elettra. Ora Oreste può uccidere Clitennestra, senza il problema delle Erinni. L'uccisione avviene dentro le mura, ma è commentata da Elettra: sente l'urlo di aiuto di Clitemnestra, che chiede pietà: ma lei non ne aveva avuta; Elettra sfoga il suo odio terribile incoraggiando Oreste a colpire ancora. Chiamano Egisto con la falsa notizia che Oreste è morto; arriva e chiede a Elettra in tono sprezzante dove sono i messaggeri, lei (ironia tragica) dice che sa dove sono sennò ignorerebbe lo sorte di chi le sta più vicino, lui è stupito per la gioia di Elettra, lei: sì, se questo per te è gioioso (intende la morte della madre). La ragazza lo prende in giro ancora dicendo che è vera gioia perché è diventata saggia e si è unita ai più forti, ovviamente Egisto capisce il contrario, esce dalla casa. La gioia di Elettra è quasi sadica, perché lei non è colpevole (lei non agisce: può esprimere tutta la disperazione. Oreste invece è inerte con i sentimenti, li esprime solo quando Elettra crede che lui sia morto. Oreste sta trascinando il corpo della madre, Egisto crede che sia quello di Oreste (è una contraddizione, prima si era parlato di ceneri), scopre il mantello e vede Clitennestra, Oreste lo fa entrare in casa per ucciderlo dove è morto Agamennone.

FILOTTETE

Questa tragedia è posteriore all'Edipo Re; narra un episodio della guerra di Troia, raccontato nei cicli Omerici. È un eroe Greco che nell'Iliade non compare perché al momento in cui Troia è caduta lui non c'era. Era un guerriero amante di Eracle, da cui ricevette arco e frecce. Ci sono due leggende diverse:

1.   &n 555h76f bsp;   secondo una versione Eracle, lasciando l'arco, chiese a Filottete di non rivelare la sua tomba, ma lui lo tradì e così dalla tomba uscì un serpente magico che lo morse; gli lasciò una piaga per 10 anni che marcì, procurandogli terribili dolori e una puzza tremenda. Quindi la ferita è giustificata da una colpa; Sofocle però non accetta questa versione.

2.   &n 555h76f bsp;   un'altra versione (quella seguita da Sofocle), un serpente uscì dall'ara e lo morse mentre stava sacrificando in onore di Eracle: qui è senza colpa e viene colpito dagli Dei inspiegabilmente, proprio mentre sta compiendo un atto di pietas davanti agli Dei.

Sofocle aggiunge una variante al mito: secondo il ciclo epico Filottete venne allontanato dal campo e lasciato all'isola di Lemmo, dove trovò l'appoggio degli abitanti. Sofocle non la chiama così e dice che è totalmente deserta per aumentare il senso di solitudine, di sofferenza e di forza: l'eroe è stato abbandonato da solo con una piaga terribile e nessuno può aiutarlo.

Siamo al decimo anno di guerra, l'indovino (essendo tale non può mai mentire) Eleno, catturato, dice che Troia cadrà solo con Neottolemo e l'arco di Filottete: detta così sembra che basti l'arco senza Filottete. Odisseo e gli altri greci pensano quindi di rubare l'arco a Filottete. La tragedia incomincia con l'astuto Odisseo che spiega all'impetuoso Neottolemo cosa  è accaduto. I due sono sull'isola per prendere l'arco al povero abbandonato; non possono neanche sacrificare agli Dei perchè le urla di Filottete lo impediscono: l'abbandono di Filottete è stato crudele, ma necessario. Il tragediografo vuole mettere in evidenza la forza morale e fisica necessaria per resistere 10 anni lì, e il trattamento ingiusto di Filottete, per cui Neottolemo proverà pietà. Odisseo consiglia a Neottolemo di guardarsi intorno, il giovane vede una caverna povera con qualche straccio (è ancora ferito) ma lui non c'è. Odisseo non può presentarsi a Filottete perché Filottete lo odia, lo considera la causa delle sue sventure. Di Neottolemo invece si può fidare perché è figlio di Achille, poi non l'ha mai visto, e non può accusarlo di ciò che non ha fatto. Neottolemo è giovane, desideroso di gloria, conosce l'oracolo, ma ha ripugnanza per il comportamento scorretto. Non vuole l'inganno, ma Odisseo chiarisce che Filottete con quell'arco è invincibile quindi bisogna per forza  ingannarlo: "sii sleale oggi e leale poi per sempre". Deve osare andare contro la sua natura e sopportare la propria slealtà solo per un giorno. Ha però paura che il giovane si faccia scoprire. Odisseo torna sulla nave e dice che se non ritorna presto manderà qualcuno ad aiutarlo nella bugia e invoca Atena. Neottolemo non vuole comportarsi slealmente; tuttavia non ci troviamo di fronte un contrasto buono-cattivo, perché Neottolemo si trova tra due fuochi comunque positivi. È solo con il coro, i marinai (persone comuni), che hanno pietà per il malato, e anche lui è preso da ammirazione. Ecco che arriva proprio il malato che usa l'arco come stampella, ed è felice perché sente gente parlare in greco, chiede chi siano, Neottolemo dice di essere figlio di Achille, Filottete è gioioso (lo chiama teknon e paiV) perché era amico di suo padre, Neottolemo finge di non sapere chi sia e Filottete ci rimane un po' male, pensando che non è ricordato neanche più il suo nome (è un modo per disarmarlo). Gli racconta che Odisseo l'ha portato con questa piaga sull'isola; Filottete ha avuto un attacco del suo male dopo il quale si è addormentato, e quando si è svegliato ha visto le navi lontane. Ora vive solo grazie all'arco. Lui ha implorato ai passanti di riferire la situazione a suo padre, ma nessuno è mai venuto a prenderlo. Filottete, con le stesse parole di Odisseo, chiede al giovane di "osare per un giorno" e farlo salire sulla nave per tornare in Grecia. Chiede quindi notizie sparse sugli eroi e Neottolemo fa vivere dei morti e morire eroi ancora vivi: dice che Achille è morto per mano di Apollo, e che anche Nestore è morto e Tersite, che in realtà era morto dopo Achille, era vivo: i grandi eroi sono morti e sono vivi i vigliacchi. Filottete dice che "trovando gli dei ingiusti lodo il divino"(eusebeiw to Jeion): è stato abbandonato dalla crudeltà umana, e gli Dei l'hanno permesso: ha avuto 10 anni per pensare e trova conferma da queste notizie (euriskw, cioè trovo dopo aver cercato, gli Dei ingiusti). Questo però è un giudizio umano: bisogna accettare la volontà degli Dei perché non si conoscono i loro fini! Se Filottete potesse capire che quello che gli è successo è volontà degli Dei, la accetterebbe; però non capisce la crudeltà umana, non c'è niente di divino qui. Allo sfogo di Filottete corrisponde un falso sfogo di Neottolemo: dice di essere stato a Troia per avere le armi di suo padre, ma gli Atridi le hanno date ad Odisseo e lui se ne starebbe tornando a casa scandalizzato. Dice di odiare Odisseo e i capi greci, per accomunarsi con l'odio a Filottete e conquistarne la fiducia. Filottete ha mantenuto la fede; fra lui e Neottolemo si stabilisce fiducia, Neottolemo in sostanza è riuscito nel suo intento e ha conquistato la sua fiducia, ma Odisseo non vedendolo manda un messaggero che finge di essere approdato e avere riconosciuto la nave di Neottolemo, dice che gli Atridi lo stanno cercando per punirlo. Ciò serve per affrettare, Neottolemo chiede al messaggero dove sia Odisseo, e lui gli risponde che è in cerca di un'isola perché deve trovare un arco e un eroe invincibile: ha bisogno di far sentire in pericolo Filottete. Il messaggero chiarisce che Filottete deve assolutamente partire. Quest'ultimo, preso l'arco, si precipita verso la nave ma gli Dei intervengono facendogli avere una crisi del dolore (finora non si era lamentato e sembrava che si fosse abituato). Queste crisi fanno svenire Filottete che si risveglia intontito. Nel momento immediatamente precedente allo svenimento, Filottete sapendo di non poter difendere l'arco glielo consegna come supplice. L'intervento eccessivo di Odisseo ha prodotto molta fiducia in Filottete e gli ha fatto sentire la necessità di fuggire riponendo la sua fiducia in Neottolemo e affidandogli l'arco.  La questione ora pare risolta perché Neottolemo e Odisseo, interpretato l'oracolo, pensano che sia sufficiente l'arco e ora potrebbero partire. Ma in Neottolemo sorge una crisi di coscienza. Filottete ha consegnato a Neottolemo l'arco da supplice quindi protetto da Zeus; inoltre non se la sente di lasciarlo senza arco e ha un problema morale, non sa cosa fare. Il coro consiglia di andarsene, pur disposto alla pietà reagisce in base alle situazioni perché uomo normale. Neottolemo è sempre più indeciso, intanto il malato si risveglia, vede Neottolemo ancora lì  (temeva che fosse scappato per paura di Odisseo) e non immagina la realtà, ma dato che è rimasto lì lo ringrazia quasi commosso, perché seppur giovane ha un comportamento esemplare. Il dubbio in Neottolemo cresce ancora e Filottete lo sente borbottare, teme che lo voglia tradire e che non avrebbe portato via lui non sopportando quelle condizioni (non immagina che il dramma riguardi l'arco). Neottolemo non resiste più, quello che deve fare lo disgusta e gli dice la verità, o ha capito che l'oracolo intenda pure Filottete o che l'arco sottratto in malo modo servirebbe a poco. Filottete si sente sconcertato e tradito, si è fidato di un nemico, non si sarebbe mai aspettato una cosa simile dal figlio di Achille. Ora non lo chiama più  παι ma "straniero", neanche greco, passa dalla fiducia all'odio e chiede di restituirgli l'arco. Ma il giovane non lo rende, si sente colpevole e non obbietta, perché è un giovane inesperto e sente che Filottete ha ragione, non ha giustificazione e non la cerca. Filottete passa alla preghiera, lo richiama "figlio" perché gli viene spontaneo credere che in lui ci sia del giusto, dato che è figlio di Achille, alterna preghiera e rimproveri per il tradimento, con l'inganno per giunta, ad un povero disgraziato, chiama a testimoni le uniche entità con cui lui ha vissuto: mare, coste e grotte. Neottolemo si riconosce colpevole, è onesto, e capisce che non basta avere l'arco ma per far cadere Troia ci vuole anche l'eroe che ha sofferto. Filottete non vuole cedere, c'è una lotta fra i due. Odisseo intanto ritiene giusto rischiare e presentarsi, davanti a Filottete si contrappongono Neottolemo e Odisseo. Filottete si scaglia contro Odisseo: lo considera l'insieme di tutti i vizi, tanto da corrompere Neottolemo. Filottete non accetta il suo destino perché crede che tutto sia stato voluto dalla cattiveria degli uomini e dall'astuzia di Odisseo, gli dei non potrebbero fare così. Odisseo gli dice che questa è la volontà degli Dei; convinto ancora che basti solo l'arco, parla a Neottolemo della necessità di prendere l'arco, anche per la gloria della caduta di Troia. Neottolemo, trovandosi davanti a Filottete, eroe che ha sofferto, e a Odisseo, eroe che segue gli Dei ed è protetto da loro, cede al desiderio di gloria e segue Odisseo ma rimane pentito, chiede al coro di fare compagnia al malato per due minuti (qui c'è l'umanità di Neottolemo: cede per un momento però ha pietà). Filottete si esprime in un lamento, saluta tutto ciò con cui ha vissuto negli ultimi dieci anni, senza l'arco non ha più il sostentamento quotidiano. Dà un addio alla vita, crede che tutto sia finito per lui. Il coro cerca di convincere il malato che è tutto volontà divina, deve mostrare saggezza e piegarsi alla volontà divina, è mentalità comune. Ma nessuno può garantire al malato che sia volontà divina, lui pensa che sia tutta colpa della malvagità degli uomini, e cedere sarebbe una debolezza. È una scelta tra la gloria (la presa di Troia) disonorevole (sono gli altri a decidere per lui) e l'orgoglio onorevole. Torna Neottolemo seguito da Odisseo per rendere l'arco al malato dato che non se la sente di portarglielo via. Il giovane non ha capito l'oracolo ma ne ha azzeccato il senso. Odisseo cerca di impedire la restituzione con dei sofismi, Neottolemo contrappone saggia astuzia alla giustizia e non si ferma neanche quando Odisseo estrae la spada (usa la forza) e minaccia di portargli contro tutto l'esercito. Neottolemo rende indietro l'arco e racconta a Filottete il vaticinio per farlo venire a Troia (riacquistare la gloria) e promette di farlo guarire (riacquistare la salute), ma Filottete non può cedere per orgoglio: è diverso da Aiace, per il quale o ben vivere o ben morire: sceglie l'oscurità perché tornare a Troia vuol dire tornare dagli Atridi e da Odisseo, che crede che l'abbiano abbandonato crudelmente. Secondo Neottolemo gli Dei hanno fatto accadere tutto ma non può provarlo, Filottete dice di no; non capisce che Troia avrebbe dovuto cadere dopo 10 anni, e se Filottete fosse tornato subito Troia sarebbe caduta prima. La situazione è bloccata:  Neottolemo sarebbe disposto a riportarlo a casa per onestà e rimorso. Appare però il DEUS EX MACHINA, Eracle, che gli garantisce tutto, così Filottete può partire per Troia. Può accettare questa spiegazione perché:

1.   &n 555h76f bsp;   data da un Dio

2.   &n 555h76f bsp;   è un Dio che l'ha amato

3.   &n 555h76f bsp;   un Dio che ha sofferto è credibile per Filottete.

Alla partenza saluta con affetto l'isola che gli è stata vicina per 10 anni; gli sembra quasi bella perché ha sofferto con lui.

Il deus ex machina è stato inventato da Euripide: dato che pasticciava con i miti, calava un Dio in scena che risolvesse la situazione. Sofocle si sta scontrando ora con il giovane Euripide: usa il deus ex machina, ma in modo diverso, perché spiega solo mentre quello di Euripide dava ordini. Eracle convince Filottete, gli fa capire che quello che è successo è volontà degli Dei, dà la possibilità di arrivare ad una soluzione.

EDIPO RE

È anteriore al Filottete, però conviene studiarlo con l'Edipo a Colono perché si completano.

Secondo la Cristhie si tratta del primo giallo della storia, ma è sbagliato perché nelle tragedie il pubblico sapeva già tutto, c'è un'investigazione ma senza sorpresa. È lo stesso Edipo adorato dagli Ateniesi nel Bosco Sacro in cui era mirabilmente scomparso, non è una vicenda solo di turpitudini ma anche di sofferenze, e il tipo di morte indica volontà divina (era entrato nel Bosco senza essere sacrilego). È una vicenda già raccontata, con Sofocle Edipo ha già compiuto le sue azioni, è il buon re, rispettoso, che gli Dei portano a commettere:

1.   &n 555h76f bsp;   uccisione del padre → secondo Cicerone Solone aveva detto che prevedere una pena per il parricidio sarebbe solo servito a ricordare agli Ateniesi questo crimine; i Romani erano invece più lungimiranti: non c'era crimine che l'umanità non avrebbe compiuto;

2.   &n 555h76f bsp;   incesto → forse ancora più grave del parricidio;

due crimini gravissimi e contro natura, commessi da un uomo buono, proprio nel momento in cui cercava di evitarli. Il titolo della tragedia, in greco, è τυραννος e non βασιλευς, perché? βασιλευς indica regalità per successione, Edipo si crede legittimo re a Corinto, mentre qui a Tebe è re per aver sposato Giocasta (anche se lui non sa la verità).

Siamo ovviamente nel giorno fatale, il prologo è assai strano, c'è Edipo isolato da un gruppo di giovani e vecchi (non il coro), che sono il popolo di Tebe. Questo pezzo ha due funzioni:

1.   &n 555h76f bsp;   stabilisce il rapporto fra Edipo e i sudditi

2.   &n 555h76f bsp;   distacca l'eroe dalla massa per posizione e destino diversi.

Chiamandoli figli chiede perché siano lì a piangere; un vecchio sacerdote, portavoce del gruppo, dice che sono venuti per chiedere aiuto al re perché la città è in una situazione terribile: colpita da una peste, è piena di fumi dei cadaveri bruciati e di sacrifici inutili. Si rivolgono a lui non perché sia simile ad un Dio ma perché è molto stimato, è un uomo capace e pio. Già una volta li ha salvati certamente con l'aiuto degli Dei, e non è neppure presuntuoso, confida negli dei. Aggiunge una frase non ironica ma a doppio senso: "per gli uomini sperimentati le vicende delle deliberazioni sono particolarmente vive". Può voler dire che:

1.   &n 555h76f bsp;   un uomo esperto sa decidere meglio degli altri;

2.   &n 555h76f bsp;   le conseguenze delle sue decisioni stanno per piombargli addosso.

Edipo, da buon re, risponde di sapere già, lui soffre più della stessa città perché soffre per la città intera e ha mandato il cognato Creonte a consultare l'oracolo, chiedendo cosa bisognasse fare per far cessare la pestilenza. Da qui si può notare che Edipo:

¨   &n 555h76f bsp;   è un ottimo re, ama la città e parla con i sudditi

¨   &n 555h76f bsp;   è un uomo pio, chiede consiglio agli Dei prima di agire.

Si preoccupa per il ritardo del cognato, ma ecco che quello arriva col responso vago di Apollo: c'è la peste perché nella città c'è l'uccisore di Laio (nella visione greca il re contamina il popolo). Il coro è composto dai notabili della città. Edipo chiede che il colpevole si autodenunci, promettendogli l'impunità perché ci penserà il Dio a punirlo, lui vuole solo bandirlo dalla città perché essa non sia più contaminata, chiede che chi sappia qualcosa lo dica o lo mostri; non è un re vendicativo ma vuole solo la salvezza della sua città. Nessuno si denuncia, quindi, invocato il Dio, intraprende un'indagine obbligatoria. Ad un tratto chiede come sia morto Laio. È ridicolo: possibile che in 15 anni non abbia mai saputo niente sulla morte del vecchio re, oltretutto ex-marito della moglie; è una tragedia complessa con una logica ferrea, ma se la si guarda minuziosamente ha delle irrazionalità. Gli viene risposto che Laio e il suo seguito furono uccisi da briganti, quello che aveva riferito l'accaduto era l'unico superstite. Si potrebbe chiamare il testimone, ma la tragedia finirebbe subito e non si adatterebbe al carattere di Edipo, che dice semplicemente "qui non vedo quell'uomo" e chiama Tiresia: di nuovo non si fida dell'uomo e si rivolge agli Dei. Tiresia sa tutto ma ha taciuto perché ha umanamente pietà di Edipo. Ma tale silenzio ha ucciso un mucchio di Tebani, in un primo momento tenta di non parlare anche se messo alla strette dalla richiesta di Edipo, perché ha molta pietà. Edipo si rivolge all'indovino riconoscendo la sua grandezza e importanza, è cieco ma può vedere con la mente (motivo comune della tragedia), e si fida  di lui. Ma quando Tiresia si chiude come un riccio, il re reagisce male non per collera ma perché non capisce, dice che Tiresia vuole male alla città perché non vuole salvarla, lo accusa di non sapere nulla, di essere un indovino fasullo: arriva a negare che sia un indovino, o a pensare che sia complice del criminale. Gli dice che è cieco anche nella mente; pensa che abbia aiutato Creonte ad uccidere Laio, ipotizza una congiura per prendere il potere. Nella mente di Edipo queste sono tutte accuse logiche. Tiresia irritato esplode e dice anche quello che non avrebbe voluto dire: "l'uomo che tu stai cercando, che è qui, creduto non tebano, si crederà tebano e presto non si rallegrerà per questo, sei tu". Sempre più arrabbiato dice ancora: "dici a me che non vedo, ma tu non vedi in che casa e con chi vivi, sarai triste quando lo scoprirai, tanti mali avrai". Sono frasi chiare per chi conosce la vicenda, ma Edipo si sente accusare con linguaggio ambiguo ("sei uguale a te stesso nei tuoi figli"); se Tiresia parlasse con calma la tragedia finirebbe ed Edipo dovrebbe accettare la verità. Ma le accuse sono fatte in un momento d'ira, sembrano la reazione rabbiosa ad un insulto. Poi usa frasi ambigue! Edipo non gli può credere, però prova inquietudine: non può ignorare quello che gli sta dicendo. Secondo Hegel Edipo va incontro alla sua rovina perché cercava di sapere troppo: no! Come re ha il dovere di sapere! Tiresia se ne va sdegnato. Creonte arriva a difendersi, c'è una litigata fra i due e il coro li calma, Edipo con senso di giustizia cede perché non ha prove. Giunge Giocasta richiamata dal litigio e si apre un dialogo che vede la contrapposizione tra lei ed il marito. È anomalo il rispetto di Edipo per Giocasta: dimostra di stimare la moglie molto più dei notabili; la moglie dovrebbe essere sottomessa, invece mostra desiderio di proteggere il marito, di risparmiargli dolori: il rapporto è falsato dal sangue. Edipo chiede per la prima volta alla moglie notizie sulla morte di Laio e per la prima volta Giocasta si rende conto che i due si assomigliano (più irrazionale di così.). Edipo è pio e crede che gli oracoli siano giusti, quindi per lui Tiresia ha parlato come uomo. Giocasta è pia ma non crede negli oracoli perché pensa che l'uomo non sia in grado di predire il futuro, se un Dio vuole dire qualcosa lo fa capire agli uomini (ma non è empietà quello che dice, secondo lei sono i ministri del culto a sbagliare), e con l'intento di liberarlo dagli affanni cerca di convincerne anche il marito: gli dice che secondo l'oracolo il figlio nato da lei e da Laio avrebbe ucciso il padre; ma loro l'hanno fatto uccidere da uno schiavo: in questo modo crede che Apollo non si riuscito a portare a compimento quello che voleva (empietà!!). Giocasta non cita la seconda parte del vaticinio, perché è terrorizzata all'idea dell'incesto, e crede che dato che non si è compiuta la prima parte dell'oracolo, non si potrà compiere neanche la seconda; Edipo è sereno, infatti:

1.   &n 555h76f bsp;   si crede figlio del re di Corinto

2.   &n 555h76f bsp;   il suo oracolo diceva che avrebbe ucciso il padre e sposato la madre, l'oracolo a cui sta facendo riferimento Giocasta sembra diverso perché parla solo dell'uccisione del padre

3.   &n 555h76f bsp;   Giocasta aveva detto che avevano fatto aggiogare i piedi al bambino, mentre lui aveva i piedi trapassati. (Edipo = piedi gonfi)

Però è turbato da quello che gli ha detto Tiresia, che l'uomo che cerca è lui stesso. Sembra che la straordinaria intelligenza che ha permesso ad Edipo di risolvere l'enigma della sfinge qui non funzioni molto bene. Chiede dove si trovi l'incrocio dove Laio è stato ucciso (ma lui non aveva mai fatto parte di una banda né aveva visto insegne reali), lei risponde, e coincidono tempo e luogo. Edipo comincia a sospettare di essere l'assassino di Laio e quasi si ribella al destino ("Zeus cos'hai deciso di fare di me?") perché qualcosa non quadra. Per la prima volta si interessa di com'era Laio. Lei dice che al momento della morte stava cominciando ad invecchiare, e che gli assomigliava un po'. Viaggiava senza insegne, con una piccola scorta, ed è stato ucciso da una banda di delinquenti. Solo ora Edipo decide di far chiamare l'uomo che era sopravvissuto, ma gli viene detto che quando lui era salito al trono aveva chiesto di essere allontanato e trasferito in campagna, e ciò gli era stato permesso perché era un uomo fidato. Giocasta chiede perché voglia vederlo, Edipo allora racconta la sua storia. Lui dice che viveva felice convinto di essere il figlio del re di Corinto quando un ubriaco gli aveva detto che lui era figlio adottivo. Turbato, aveva chiesto conferma ai genitori, ma loro non avevano risposto, dicendo che quell'uomo non era credibile. Inquieto, era andato a consultare l'oracolo di Delfi per sapere la paternità, di nascosto da suoi per non offenderli, il Dio gli aveva detto che avrebbe fatto incesto con la madre e ucciso il padre. Convinto che i suoi genitori fossero quelli lì a Corinto fuggì dalla città arrivando in quel famoso incrocio (lui teme di essere l'assassino di Laio contro cui ha lanciato un bando, ma non può tornare a Corinto perché ucciderebbe il padre), racconta cosa successe lì, Laio commise un'ingiustizia ed Edipo giustamente gli rispose, uccidendo non solo il vecchio ma tutti. Però Laio è stato ucciso da una banda, lui invece era solo! Ora è necessario parlare con quell'uomo. Mentre Edipo attende il superstite, arriva un  αγγελλος da  Corinto con una notizia triste (è morto il re Polibo) e una bella (il popolo attendeva Edipo come re). Ma se Polibo è morto Edipo non può averlo ucciso: il vaticinio non si è realizzato! (Giocasta: "vedi?!?") Edipo vuole credere all'oracolo e dice che forse l'ha ucciso indirettamente per il desiderio di lui (o perché Edipo desiderava che Polipo morisse per non ucciderlo lui o, più probabile, per rimpianto di Edipo che se ne era andato): ha ancora paura dell'oracolo. Comunque non vuole tornare a Corinto per non unirsi alla madre Merope (culmine dell'ironia tragica). Ma l'αγγελλος credendo di tranquillizzarlo gli dice di non aver paura perché tanto quella non era sua madre: Polibo e Merope non avevano figli, lui era stato affidato a loro proprio dall'αγγελλος, e loro l'avevano accolto e trattato bene anche perché impietositi perché aveva i piedi trapassati da una cinghia. Lo riconosce: i piedi trapassati si notano ancora adesso. Edipo si terrorizza. Giocasta capisce che l'oracolo si è realizzato e fa di tutto per evitare che il figlio ricerchi le proprie origini, ma lui teme di essere figlio di uno schiavo e quindi indegno di aver sposato una regina. Giocasta non risponde, ma e rientra in casa e si impicca. Edipo crede che lei si vergogni a essersi sposata con un plebeo, si sente figlio della τυχη. Chiede all' αγγελλος se sa chi erano i suoi genitori, ma lui dice di non saperlo, gli era stato affidato da un pastore di Laio. Nel frattempo arriva il superstite, e l'αγγελλος lo riconosce; il pastore ha capito che l'oracolo si sta compiendo, come Tiresia si sente pietoso e cerca di non parlare di un destino così terribile; inoltre era stato lui a salvare il neonato per pietà, e vedendo Laio morto si sente responsabile. L'αγγελλος dice che quel neonato fu Edipo, il servo superstite cerca di zittirlo, Edipo lo minaccia perché schiavo, il servo cede e rivela tutto. La tragedia di Edipo è quindi nata da un atto di pietà. Edipo capisce tutto e dice che non vedrà più la luce. Edipo entra nella casa e l'αγγελλος annuncia la morte di Giocasta, Edipo si acceca perché non avrebbe potuto entrare nell'Ade guardando in faccia padre e madre. Chiede a Creonte di diventare re, di poter andare sul Citerone ad abbracciare i figli. Quelli maschi erano capaci di difendersi, mentre gli raccomanda le ragazze, perché in quanto figlie di incesto saranno evitate, lui è cieco e non può più badare a loro. Infine chiede di andare a compiere il proprio  destino. Edipo dopo aver capito cos'ha fatto soffre, e non contamina più la città: l'uomo ha preso coscienza della sua colpa. Ha realizzato l'oracolo di Tiresia, perdere gli occhi ma non la vista della mente, perché accettando il destino soffre per purificarsi e quindi non è più impuro, inoltre dice che un destino così potevano mandarlo solo a lui (gli dei mandano dolore solo nei limiti della sopportabilità di ogni individuo, e lui è un grande eroe). Riconosce di poter sopportare quel dolore (non è superbia), ha avuto un solo momento di debolezza, e accetta la prova che gli mandano gli dei, senza maledirli né ribellarsi.

Nell'Edipo Re c'è la scoperta di quello che lui è, e il prendersi su di sé le conseguenze di ciò che si ha fatto. Del rapporto fra uomo e Dio dice solo che Edipo era nelle condizioni di reggere questa sofferenza. Avrebbe potuto ribellarsi, fallendo la prova degli Dei. La vicenda non è conclusa; dice di essere tristissimo, ma bisogna attendere l'ultimo giorno per dire se un uomo è felice. Manca il premio degli Dei; Sofocle ha bisogno di una seconda tragedia: trasferisce Edipo da Tebe ad Atene. Scrive l'ultima tragedia per risolvere il problema.

EDIPO A COLONO

È l'ultima tragedia di Sofocle, la compose a 92 anni, è statica: non ha sviluppo della vicenda. Nessuna azione umana disturba gli avvenimenti, Edipo arriva a Colono per morire lì e lì muore, dopo aver superato le ultime prove. Edipo arriva accompagnato da Antigone che lo ha seguito mentre lui mendicava vecchio e cieco nelle varie città; lei ha l'età per aiutarlo (le rende di nuovo omaggio: appoggio al padre). Gli dei lo indirizzano a Colono, demo di Atene, nel bosco sacro delle Eumendi, dove è vietato entrare. Arriva un'ateniese; Edipo chiarisce che le sofferenze gli hanno insegnato molto ma lui ha conservato coraggio e magnanimità, e poi chiede dove sono. L'ateniese, non sapendo chi è Edipo, vedendolo entrare nel bosco sacro, lo avverte che quello è un atto impuro. Ma Edipo sa dove sta andando e dice che da lì non uscirà più (è lecito stare lì perché gliel'ha ordinato Apollo. L'ateniese atterrito per l'atto impuro corre a chiamare i saggi. Edipo rivolge una preghiera; lui è stato perseguitato da Apollo, chiarisce che il dio gli disse che avrebbe trovato la pace in quel bosco, la sua è una preghiera serena, ricorda le sofferenze in modo distaccato, quasi come un alleato di Apollo, chiede benevolenza. Arriva il coro molto spaventato, lo vede in quelle condizioni e lo chiama "vecchio infelice", Edipo non risponde ma il coro esaspera i toni e gli chiede di uscire da lì, poi gli domanda la sua identità. Edipo risponde, il coro inorridito chiede "Hai fatto..(έπραξε)" ma Edipo lo interrompe dicendo "sì, ma non volevo (έπραξε ουχ εθέλων)".  Distingue due tipi di purezza interiore:



*   &n 555h76f bsp;  Spirituale: (più nobile) commettere senza volere;

*   &n 555h76f bsp;  Materiale: non commettere e basta (la visione cristiana punirà l'intenzione, ma qui non è considerata)

Edipo è puro spiritualmente, impuro materialmente; ha pagato con la sofferenza le sue colpe materiali, ora tale pagamento è finito, e lui rivendica la sua purezza spirituale. Per questo gli è permesso di rimanere lì. Deve arrivare Teseo, eroe Ateniese a cui Edipo deve confidare un segreto per la salvezza della città (anche Teseo ha sofferto e lo capisce). Arriva Ismene, degna della sorella, ma rimasta a Tebe perché piccola, è venuta a cercare il padre. Momento di gioia e Edipo chiede notizie dei due suoi figli maschi. Nell'Edipo Re c'era un'antitesi finale tra le figlie deboli e i figli capaci di difendersi, ora si capovolge, Edipo dice che figli e figlie sono come gli Egiziani. E qui c'è bisogno di soffermarsi un poco. Nell'Antigone, quando lei è in punto di morte, dice che se Polinice fosse marito o figlio, se ne sarebbe potuto procurare un altro, ma non poteva procurasi un altro fratello; è un pensiero troppo rigido in un momento così duro, tutti la ritennero un'interpolazione. Ora Edipo tira fuori gli Egiziani (uomini a casa e donne fuori), cosa significa? Le figlie lo hanno sostenuto faticando nei pericoli. È un punto poco osservato, questa tragedia è poco considerata anche perché statica e meditativa, i critici si sono interessati di più dell'Antigone. Il Canfora disse che questo pezzo degli Egiziani è più strambo di quello dell'Antigone, ma notò anche un'altra cosa. Sofocle ospitò e scrisse un'elegia per Erodoto, che scrisse cose simili sugli egiziani, popolo che il greco vedeva di cattivo occhio, anche perché veneravano animali, inoltre era difficile per il greco pensare alla donna fuori casa, e questo rapporto scandaloso fu considerato la prova di un mondo capovolto. Sempre Erodoto raccontando la storia di un generale persiano, parla di una donna che essendole stato rapito il figlio, evita di consegnarsi dicendo che può averne altri. Quindi sono due citazioni omaggio a Erodoto. Edipo era rimasto a Tebe per un certo periodo, ma poi fu sbattuto fuori da Tebe perché impuro e i figli avevano accettato la cacciata del padre senza difenderlo (solo Antigone l'ha seguito). Dopo la sua partenza regna Creonte; Ismene racconta che i figli si erano impegnati a non prendere il potere perché impuri, ma ora dopo averlo assunto litigavano (Eteocle scaccia Polinice che raduna un esercito per andare contro il fratello). Secondo l'oracolo avrebbe vinto chi avesse avuto Edipo dalla sua parte; Edipo maledice i figli perché se non si sono sentiti impuri, non hanno richiamato il padre dai suoi vagabondaggi, mentre invece ora lo vogliono sfruttare per arrivare al potere. Ora Edipo, essendo fuori dal mondo, può giudicare senza turbarsi. Arriva Teseo, grande eroe, che accoglie bene l'altro eroe Edipo, sapendo che tutte quelle cose potrebbero accadere anche a lui, chiede cosa succeda. Edipo spiega tutto, la chiamata non è un bene, Teseo si offre di difenderlo dai figli. Qui c'è un inno importante: "Lodi di Colono" o "dell'Attica". Viene confrontato con altri inni ad Atene:

v   &n 555h76f bsp;  Eschilo nei Persiani → gli Dei hanno lodato Atene perché è giusta (caratteristiche morali)

v   &n 555h76f bsp;  Erodoto → elogia il coraggio nell'affrontare l'enorme massa dei Persiani

v   &n 555h76f bsp;  Tucidide → glorifica l'intelligenza di Atene

Sofocle è diverso, il suo elogio è strano: elogia la terra. Dipinge valli ricche di ulivi e di canti di uccellini, e viti cariche d'uva. Ma è un' elogio troppo materiale senza caratteristiche storico-morali, Sofocle sembra esaltare solo la fortuna degli ateniesi per una terra e animali fantastici, gli dei avrebbero favorito Atene con doni favolosi. Non avrebbe senso se non aggiungesse quello che dice Antigone: elogia la generosità degli Dei nell'aver fatto una terra meravigliosa perché l'Attica se la merita. Non è una bellezza fine a se stessa, ma è un premio agli Ateniesi.

Arriva inviato da Tebe, da parte di Eteocle che ha sbattuto fuori il fratello, Creonte, senza scorta; non vuole esigere, ma cerca di mostrasi amico e di convincere Edipo. Si rivolge a lui con un bel discorso, non vuole commettere colpa per non urtare i cittadini, ma Edipo dice che nessuno lo prenderà contro il suo volere. Allora Creonte passa alle maniere forti: avendo la patria potestas, sta a lui provvedere ai figli: ha già rapito Ismene e prende Antigone credendo che il padre non sarebbe stato in grado di reagire. Edipo chiama Teseo che per proteggere i supplici (Atene è giusta) è disposto a fare una guerra. Creonte se ne va, e c'è l'ultima prova per Edipo. Creonte infatti rappresentava Eteocle, ora Edipo deve vedere Polinice. Arriva infatti Polinice; nei "Sette a Tebe" Polinice era l'invasore che andava contro la sua terra, qui è stato scacciato dalla sua terra. Se Eteocle era violento, Polinice ha due facce: da una lato è interessato ed è anche lui colpevole di non aver aiutato il padre; però è pentito di quello che hanno fatto prima. Ha del male ma anche del bene, ama le sorelle e dice loro che non meritano di soffrire. Dice di essere un uomo scellerato (prova rimorso per non aver chiamato il padre) ma le sue colpe possono essere riscattate. Desidera avere il padre dalla sua parte per vincere. Edipo deve superare l'ultima prova. Le figlie cercano  di convincerlo ma lui non risponde. Potrebbe commuoversi, ma se cedesse, cederebbe ingiustamente. Anche se ha pietà questa contrasta con la giustizia,; la parte malvagia di Polinice impedisce di provare misericordia. Edipo ha capito la sua vita, deve giudicare dall'alto. Non può essere pietoso con il figlio perché sarebbe ingiusto. Polinice se ne va affranto, con il solo conforto delle sorelle.

Edipo sente un tuono di Zeus; il coro si spaventa, una voce disumana chiama Edipo che capisce che è il momento di andare. Se ne va senza le figlie ma con Teseo (anche lui perciò può entrare nel bosco) per lasciargli un messaggio. Arriva un αγγελλος che annuncia come è scomparso Edipo. È andato in mezzo al bosco, segue un altro tuono di avviso di Zeus ed Edipo, purificatosi e fatte le libagioni, allontana tutti tranne Teseo. Edipo scompare e la luce è così accecante che Teseo deve coprirsi il volto, si gira ma il vecchio non c'è più, non si capisce come sia finito, non è una morte normale. Le figlie si disperano, Antigone lo ha guidato, ora le manca l'appoggio che ha avuto per tutta la vita. Teseo tornato non svela la fine del vecchio ma il suo messaggio: finché Teseo manterrà il segreto sulla sparizione, Atene sarà protetta dagli dei. Teseo biasima le figlie che si disperano e dice che invece devono elogiare il padre. All'inizio aveva detto che Edipo έπραξε ουχ εθέλων, ora Teseo dice che έπραξε οσα εθέλησε:

*   &n 555h76f bsp;  La morte non è da compiangere perché è morto come voleva; se prima aveva fatto quello che non voleva mentre cercava di non farlo, ora ha fatto ciò che ha voluto.

*   &n 555h76f bsp;  Edipo ha fatto sua la volontà degli Dei avendola capita; ha perso gli occhi fisici ma ha acquisito gli occhi della mente, per questo gli dei lo fanno scomparire in maniera anomala.

È l'ultimo approdo del pensiero di Sofocle. Partendo da un Aiace che pagava una colpa, passando per un'Antigone che pagava una colpa non sua, un Filottete che accetta la volontà divina, un Eracle che paga la sua parte umana, si arriva al caso estremo di Edipo, che paga la sua impurità materiale essendo puro moralmente, diventando protettore di una città e venerato, seppur impuro, accettò l'espiazione della sua colpa involontaria e adeguò la propria volontà a quella degli Dei. Non è fatalismo: se Dio vuole qualcosa, ha un suo piano.

EURIPIDE

Nasce a Salamina; secondo la tradizione, nacque il giorno della battaglia di Salamina, ma non è verosimile; nelle leggende viene fatto nascere da una levatrice, ma non è vero neanche questo: viene da una famiglia benestante, infatti non lavora. Di lui si conservano 17 tragedie. Figlio della sofistica, non si occupò di politica e fu il meno amato dei tragediografi. Ebbe solo 5 vittorie; ottenne l'ultima vittoria con le "Baccanti"; è l'unico dato su cui siamo sicuri. Anziano se ne andò da Atene forse per l'incomprensione, oppure disgustato dagli Ateniesi, invitato dal re di Macedonia. Anche Eschilo se ne era andato da Atene, ma poi era tornato, Euripide invece non tornò più. "Le Baccanti" risente dell'ambiente naturale della Macedonia.

Rappresenta l'apoteosi e il fallimento della sofistica. Eschilo non aveva mai messo in dubbio la giustizia; Euripide si chiede perché gli Dei fanno soffrire persone innocenti, e va oltre: mette in dubbio la validità della giustizia della vita; le tecniche di parlare per rendere forte il discorso debole deriva dalla crisi dei valori tradizionali. L'uomo diventa misura di tutte le cose: non ha più bisogno degli Dei, però non riesce più a capire il mondo. Si sente l'influenza di Gorgia, secondo il quale nulla è conoscibile.

Razionalizza il mito sottoponendolo ad una revisione e tagliandogli le parti incredibili per la ragione. Se il mondo non ha più punti fissi, l'uomo crea la sua realtà: il male quindi non è spiegabile; l'uomo può reagire in due modi:

1.   &n 555h76f bsp;   assumendo una posizione agnostica: si pensa che il Dio non si interessi più delle vicende umane, l'uomo si sente abbandonato dagli Dei.

2.   &n 555h76f bsp;   cercando di razionalizzare tutto e portando la ragione anche nel mondo degli Dei; in questo modo però l'uomo si sente più abbandonato ancora. È questa la posizione di Euripide.

Eracle nel mito viene fatto impazzire da Era e uccide moglie e figli; nella tragedia di Euripide, quando Teseo cerca di consolarlo, Eracle razionalista dice di essere stato lui: basta con l'attribuire agli Dei tutte le nostre colpe, la responsabilità è dell'uomo. L'unica cosa che può aiutare un uomo è la compassione: anche noi essendo uomini soffriamo così. Con un pensiero del genere Euripide non può portare sulla scena eroi, l'unico eroe è Medea, che è una donna. Non essendoci più valori assoluti, i protagonisti delle tragedie sono degli uomini, tutti nella stessa posizione. Quando gli Dei intervengono lo fanno in modo umano: sono gelosi, si arrabbiano. Non avendo più valori assoluti da trasmettere, non può più essere educativo: è quello che il moralista Aristofane gli rimprovera. I comici fanno morire i tragici in questi modi:

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Eschilo: un'aquila lo scambia per una roccia e gli lascia cadere una tartaruga in testa (era pelato)

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Sofocle: schiacciato da un acino d'uva (gaudente)

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Euripide: sbranato da donne, o in alternativa da cagne, ma comunque femmine.

È il più femminista dei 3: contesta la condizione della donna. È il primo a presentare donne come Medea e Alcesti contrapposte a dei deficienti come uomini. Presenta dei personaggi femminili che rompono con la tradizione; per questo fu accusato dagli Ateniesi di misoginia: presentava donne scandalose che rompevano con la tradizione, che non sapevano stare al loro posto, tanto che probabilmente le donne stesse Ateniesi, se avessero potuto vedere le tragedie, si sarebbero scandalizzate. Presenta il caso della donna criticando la sua posizione e la sua non - vita, però non fu apprezzato, le donne furono viste come insultate.

BACCANTI

È l'ultima opera, la critica è divisa in due interpretazioni opposte. Dioniso era una divinità greca, presente nelle scritture pre-omeriche, però non era apprezzato e venne cacciato in Oriente; da lì rimbalza in Grecia orientalizzato, i Greci non lo riconoscono più come il vecchio Dioniso. Dioniso aveva un seguito di donne, le "Baccanti", che scappavano e andavano nei boschi seguendo Dioniso, bevevano vino (massima trasgressione). Euripide cambia il mito:

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Secondo la tradizione Dioniso è figlio di Zeus e Semele; Era gelosa uccide Semele che però non aveva ancora partorito Dioniso; Zeus si fa aprire una coscia, lo mette dentro, e dopo 9 mesi nasce Dioniso.

§   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp; Atena nasceva dalla testa di Zeus, e  questo aveva un significato (essendo la Dea vergine per eccellenza, era asessuata), rappresentava la ragione; nascere da una coscia però non ha nessun senso! Euripide razionalizza il mito giocando con le parole: coscia si dice μηρος, e ha lo stesso suono di μερος, parte. Era gelosa uccide Semele, Zeus prende una parte d'aria con cui crea un ομερος, ostaggio per la collera di Era: Era si sfoga su questo bambino falso. In questo modo toglie l'assurdità al mito.

Dioniso torna a Tebe, dove era nato, città di Cadmo, padre di Semele, nonno del re. Le Baccanti prima erano in armonia con la natura, ma quando vengono attaccate diventano furie. Penteo combatte questa religione perché pericolosa socialmente, e ordina di arrestare Dioniso, non riconoscendolo come dio, e le Baccanti, ma sono difficili da prendere. Riesce a prendere anche Dioniso che non si rivela come Dio, dice solo di essere un suo sacerdote. Penteo ha la disapprovazione di Cadmo e Tiresia nella lotta contro i culti Dionisiaci:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  Tiresia dice che anche se Dioniso non è un vero Dio, non si sa mai, consideriamolo un Dio;

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  Cadmo dice di accreditare che sia un Dio: dà lustro alla città.

Entrambi comunque non sono fedeli! Penteo no: vuole estirpare il disastro. Dioniso lo fa impazzire. Gli promette di guidarlo al luogo dove si riuniscono le Baccanti; viene messo in ridicolo perché deve travestirsi da donna. Un αγγελλος annuncia che Dioniso ha convinto il re a salire su un albero per non farsi vedere, poi ha ispirato Agave, la madre di Penteo, che ha ucciso il figlio scambiandolo per un leone, e se ne è andata portando come trofeo la testa del figlio convinta che sia un leone.

Ci sono due interpretazioni:

1.   &n 555h76f bsp;   Euripide dopo aver tanto razionalizzato arriva ad accettare la divinità, testimonia il recupero del valore religioso con Penteo che ha la pretesa di scagliarsi contro una Divinità e giustamente il Dio lo punisce. La sua morte, ridicolizzata dal travestimento da donna, è meritata. Tiresia, Cadmo e Penteo rappresentano le tre gradazioni di religiosità: rifiuto totale (Penteo), pseudo-fede (Tiresia), visione di chi cerca di sfruttare la religione per altri fini (Cadmo). Il Dio sa cosa fa, noi non possiamo affrontarlo né decidere come un Dio deve comportarsi. Però Agave era una credente vera, ha accettato Dioniso,  che invece l'ha portata all'uccisione del figlio.

2.   &n 555h76f bsp;   Basandosi su Agave, si può vedere fino a che punto di follia si arriva senza sottoporre la religione a razionalizzazione. Se si accetta tutto quello che dice il Dio non abbiamo più il nostro controllo e non vediamo più la realtà. Agave è arrivata a non riconoscere la realtà e ha ucciso il figlio perché non ha visto quello che era. Penteo però è una vittima innocente: Euripide mostrerebbe fino a che punto di pazzia si può arrivare, coinvolgendo anche persone innocenti.

Nessuna delle due ipotesi può imporsi come vera: entrambe hanno pregi e difetti. Ne è stata tentata una terza, rinunciataria:

3.   &n 555h76f bsp;   Questa discussione è inutile: può non essere una tragedia a tesi, Euripide non ha risolto il dilemma, ma ci mostra i due aspetti contrastanti, quello razionale e quello cieco. Mostra come l'esagerazione razionale ha fallito, non riesce a recuperare la religiosità demolita dalla sofistica. È la risultante dell'eccesso.

ALCESTI

È la prima tragedia di Euripide È una tragedia strana perché finisce bene, ma per metri e struttura non è un dramma satiresco, come qualcuno dice. È anche possibile che si tratti di un esperimento. È un esempio straordinario di una donna che muore per amore, sconfiggendo la morte di un altro pur essendo donna. La vicenda è quella di Admeto, re di Fere in Tessaglia, cui Apollo, innamorato, ha concesso di non morire quando giungerà la sua ora se qualcuno si fosse offerto per lui. I genitori si tirano indietro; anche se madre, si offre Alcesti. Admeto è il primo esempio di non-eroe: non è un vero uomo, ha paura della morte. Mancandogli le forze, lei fa un ultimo discorso dal letto. Admeto parla in modo ambiguo; vuole che la moglie sopravviva ma ha accettato il suo sacrificio non voluto dalla τυχη. Alcesti risponde con una lunga tirata: dice che nulla vale di più della vita umana, perciò per il suo sacrificio non c'è ricambio; l'ha onorato e non avrebbe voluto che rimanesse solo, ha solo un desiderio: chiede al marito di non sposarsi più: non dare una matrigna ai suoi figli, che sarebbe cattiva per loro. Lui risponde che esaudirà il suo desiderio, si insiste sul concetto che la vita è la cosa più cara, lei è contenta, vive e muore per il marito e i figli (in questo è tradizionale), ma non è una donna tradizionale in quello che dice:

Ø   &n 555h76f bsp;  non avrebbe potuto dire al marito di non risposarsi

Ø   &n 555h76f bsp;  sa quanto vale

Ø   &n 555h76f bsp;  giudica

Ø   &n 555h76f bsp;  gli sta rinfacciando che deve morire per lui

Ø   &n 555h76f bsp;  dice che nulla vale più della vita: per gli altri tragediografi, la vita non conta niente davanti all'eroismo, la regola dell'eroe era "o ben vivere o ben morire". È un nuovissimo valore, su cui Euripide insisterà. L'uomo abbandonato a se stesso non ha più valori, ha solo la vita.

Anormalmente, sembra che Admeto ami la moglie, ma si contraddice perché basterebbe accettare il suo sacrificio, è un uomo debolissimo. Più tardi Admeto, parlando cogli amici, dice di rendersi conto del pasticcio in cui si è cacciato: gli manca la moglie, i figli sono orfani, fa una bruttissima figura. Euripide ci presenta una donna forte e intraprendente con un uomo debole e disonorato. Non si sceglie tra ben vivere e ben morire. Arriva però Eracle e Admeto per non mancare di ospitalità toglie i segni di lutto (per vigliaccheria), Eracle se ne vuole andare ma Admeto lo convince a restare. Eracle non è un personaggio divino ma è l'"Eracle da commedia", gaudente. Saputo della morte di Alcesti, va giù agli inferi e la riprende portandola velata di fronte al marito che, pur colpito dalla somiglianza con la moglie appena morta non la accetta per la promessa appena fatta, ma Eracle le toglie il velo e la coppia è riunita. È un'opera non troppo scandalosa.

MEDEA

È uno dei pochissimi casi di eroe in Euripide, e per di più è una donna. Secondo la leggenda Giasone, nipote di Pellia, viene mandato a conquistare il vello d'oro, una pelle di capra che si identifica con Zeus (non si sa bene perché). La leggenda del vello deriva forse dal fatto che in Asia per prendere l'oro nei fiumi si usavano pelli di pecora. Giasone è un cretino di rara portata, e per portare a termine la sua impresa deve farsi aiutare dalla figlia del re della Colchide, Medea, una maga (è cugina di Circe), che disobbedisce al padre e aiuta Giasone con dei filtri perché ne è innamorata. I due si sposano e vanno in esilio a Corinto, lì però Giasone sposa la figlia del re, e Medea si vendica. Secondo la tradizione Medea uccide la sposa e il padre, i Corinzi uccidono i due figli di Medea avuti da Giasone. Da qui deriverebbe la tradizione religiosa di Corinto di rinchiudere per due giorni dei fanciulli in un tempio per espiazione. Euripide come al solito cambia il mito: fa uccidere anche i figli da Medea, come espiazione del proprio delitto, dando vita lei ad una nuova cerimonia religiosa: in questo modo Euripide libera i Corinzi dall'accusa di aver ucciso i figli di Medea.

Medea è feroce, ma è un'eroina; di fronte a lei Giasone è nullo, anche perché lei ha tre svantaggi che ne aumentano la grandezza: è una donna, è straniera, ed è una maga, cosa questa che in particolare faceva molta paura ai Greci, perché vuol dire avere il controllo della natura, quindi essere in una posizione sovrumana. L'eroe donna è una figura rivoluzionaria per l'epoca, però viene salvata per il fatto che è straniera, ed è intelligentissima: nella tragedia non agisce con le sue capacità magiche ma con quelle intellettive. Il critico Martina sostiene che Medea personifichi Achille e Odisseo:

*   &n 555h76f bsp;  è Achille quando non sopporta la riduzione della sua dignità, reagisce con rabbia, θυμός

*   &n 555h76f bsp;  è Odisseo quando sviluppa un piano, βoυλευμετα (da βoυλευω = pensare e valutare per compiere un'azione).

Medea è un eroe in quanto non può sopportare il ridicolo, infatti il ridicolo le toglie la fama (non la gloria perché lei è una donna), quindi reagisce sviluppando un piano: usa le parole come strumento. La tragedia risulta quindi l'esaltazione e la condanna della sofistica: lei era venuta via da suo padre perché convinta dalle parole di un greco e usando morbide parole lei inganna Giasone, ritorcendo su di lui lo strumento con il quale era stata ingannata lei. Le parole diventano strumento di persuasione anche negativo.

Medea è l'eroe più grande di Euripide però la tragedia è fosca. Medea diventa una "furia"; accentua l'atto barbarico, ma prima viene la giustizia. La tragedia si apre quando Giasone ha già fatto il giuramento: Medea è disperata per la disgrazia del secondo matrimonio, e per di più è esiliata da Corinto con i suoi figli. Trova delle "alleate" nelle giovani donne di Corinto, che chiama φιλαι, con le quali condivide la sventura di essere donna. A partire dal verso 214 fa una tirata sulla condizione della donna: lei è uscita sulla scena per la prima volta, e rivolgendosi al coro, appunto le giovani donne, afferma che le donne sono le creature più infelici. Per prima cosa infatti devono comprarsi un marito, cioè un padrone del proprio corpo (è un ossimoro!), rifiutarlo sarebbe disonorevole, non c'è la possibilità di ripudiarlo, la colpa è solo sua. Quando la donna si sposa e va nella casa del marito, deve adattarsi a nuove leggi e costumi; la totale incoscienza la obbliga ad essere indovina per capire cosa il marito voglia da lei, poiché nessuno le ha mai spiegato come comportarsi.Se l'uomo si annoia in casa può uscire, mentre la donna no, è costretta a stare sempre con le stesse persone. Dicono che le donne in casa non corrano pericoli, come invece fanno gli uomini in guerra: non è vero! Preferirebbe stare 3 volte sul campo di battaglia piuttosto che partorire una volta sola: per la prima volta viene messo in luce il rischio del parto, su cui non abbiamo dati, ma possiamo immaginare che la mortalità fosse all'incirca del 25%. In un altro punto Medea ribadirà il possesso dei propri figli: è una novità assoluta, secondo la concezione tradizionale infatti il genos non apparteneva alla donna; lei invece dirà che i figli sono suoi, li ha pagati con il dolore del parto. Ma perché allora li uccide? È l'unica vendetta che ha per punire Giasone: infatti per il Greco era importantissimo avere un genos, era quasi un dovere. La nuova sposa le aveva rubato la posizione sociale (compagna di letto: era il massimo riconoscimento per una donna, perché diventava produttrice di un nuovo genos); togliere a Giasone il genos che ha e la possibilità di averne uno dalla nuova sposa è l'unico modo con cui Medea può far soffrire Giasone. Prima di arrivare all'uccisione dei figli Medea è spaccata tra l'istinto materno che non vorrebbe l'uccisione dei figli, e l'eroe che è in lei che non può accettare il ridicolo; madre ed eroe si fronteggiano in un lungo monologo.

Per ingannare Giasone usa lo stesso mezzo con cui era stata ingannata lei: utilizza le stesse parole con cui lui l'aveva convinta. In un primo momento, appena viene a sapere dell'esilio, Medea reagisce male, gli rinfaccia tutto quello che ha fatto per lui, e Giasone con altrettanta sofistica le rinfaccia di non averle chiesto aiuto; sembra una presa in giro, le dice che lei non capisce che lui vuole il bene della famiglia. Poi lei gli chiede scusa, dice di aver capito l'importanza di aver sposato la figlia del re, e ha bisogno che lui chieda alla moglie di sospendere l'esilio dei bambini: dice che lei se ne andrà, ma vuole che i bambini restino con lui (com'è giusto secondo la mentalità tradizionale: i figli devono essere cresciuti dal padre e sarebbe disonorevole per loro essere mandati via). Giasone però non sa come fare per convincere la sposa, e Medea gli dice che lo ascolterà, se è una donna come le altre. Lei aggiungerà dei doni per essere sicura che i bambini vengano accolti bene: un peplo e una corona d'oro, doni di Elio (nonno di Medea). Giasone obietta che la casa reale non avrebbe bisogno di questi doni, e le suggerisce di tenerseli dato che sta per andare in esilio, e in queste parole si può vedere un egoismo esasperato. Ma è tutto un piano "contro se stessa": i doni sono unti di veleno, e facendoli portare dai bambini fa sì che i bambini vengano coinvolti e la colpa ricada su di loro. Giasone a quel punto accetta; un αγγελλος viene a raccontare la morte della giovane. Fa un ritratto bellissimo della sposa che vede i bambini e i doni, che sono sia doni nuziali sia funebri; alla vista di questi doni bellissimi non resiste e li vuole provare subito, ma la corona le brucia la testa e il vestito le si attacca alla carne, che si stacca dalle ossa "come lacrima di pino": muore in un modo orribile. Giunge il padre, avvisato della disgrazia, abbraccia la figlia, ma il veleno attacca anche lui che fa la stessa fine della fanciulla. Uno schiavo affezionato a Medea corre ad avvertirla per dirle di fuggire, lei dopo un altro monologo uccide i figli. Giasone, accorso per vendicarsi, trova i figli morti; in un ultimo scontro tra Medea e Giasone, lei gli impedisce di seppellirli: la legge impediva all'assassino di seppellire la vittima, e Medea in questo modo chiarisce che sono morti a causa sua. Infatti sarà lei a seppellirli, poi preannuncia che Giasone morirà in modo inglorioso: gli cadrà in testa un timone, dopo aver imparato cosa vuol dire aver sposato Medea. A quel punto arriva il carro del Sole a portarla via. Questo ci pone un problema di interpretazione: perché Medea viene portata via? Secondo l'interpretazione tradizionale, il delitto di Medea era talmente grave e contro natura che gli uomini non avrebbero potuto darle una punizione adeguata, la giustizia umana non basta: deve essere giudicata dalla giustizia divina. Quest'interpretazione vede però Medea colpevole; una più moderna tiene conto del fatto che lei sia un eroe costretto a compiere il suo crimine; gli uomini però non se ne renderebbero conto e la punirebbero, perché la giustizia umana guarda l'atto in sé e non le motivazioni; Medea, essendo un eroe, è più vicina agli dei che agli uomini: portata via da Elio non è detto che venga punita, ma semplicemente giudicata secondo principi diversi da quelli umani. L'uomo non è in grado di giudicare l'eroe: questa concezione avvicina Euripide a Sofocle, l'eroe è incompreso dall'uomo comune, sono su due piani diversi.

Il dramma di Medea è stato composto da numerosi autori, la musica lirica comincia con Medea, è una figura che ha sempre colpito. È l'unico vero eroe di Euripide, che soffre e agisce. Il mito greco di Medea è ancora più vasto di quello trattato da Euripide: torna e si sposa (questo esclude la punizione divina!).

IPPOLITO

Con questa tragedia Euripide porta in scena la terza donna: Fedra. Ippolito è il figlio che Teseo ha avuto dall'amazzone Ippolita; Teseo sposa Fedra, sorella di Arianna, che sdegna Afrodite e venera solo Artemide, Afrodite allora si vendica e fa sì che Fedra si innamori di Ippolito. La colpa dell'incesto era talmente sentita in Grecia che l'amore di Fedra per il figlio di suo marito era considerato tale. Euripide ha fatto due versioni di questa tragedia, di cui abbiamo solo la seconda; nella prima lei si dichiara, ma lui si vela la faccia per non vederla; lei allora lascia un biglietto dicendo che si uccide perché Ippolito l'ha violentata. Teseo si incavola, Ippolito non reagisce scandalizzato, e viene ucciso. Afrodite poi si svela; Artemide interviene solo alla fine, prima non poteva perché non era il suo campo. Questo produce due vittime innocenti, Fedra e Ippolito: allora Euripide modifica la tragedia. Nella versione euripidea, Fedra di confida con la nutrice, che va a parlare con Ippolito, il quale però la respinge. Nella prima versione lei poteva lasciare un biglietto per vendetta, qui però non ha senso, non ha giustificazioni! È necessario però per muovere la vicenda, se no la tragedia finirebbe qui.

Quando Fedra si confida con la nutrice, questa le dice che negli uomini spesso i ripensamenti hanno maggiore saggezza (è una tipica sententia). Tutto è causato da Afrodite, che muove la gente: le dice di avere il coraggio di amare, perché un dio lo vuole. È logico: Afrodite vince anche gli dei, che amano senza vergognarsi, sarebbe υβρις mettersi contro e ignorare l'amore, pretendere di essere più forti degli dei! Ogni amore è un bene, non solo lecito: non ci si può opporre! In questo ragionamento la nutrice non tiene conto della morale, che impedirebbe un atto simile. In un altro punto la nutrice dice: come possono gli dei accettare e favorire questo dolore per gli uomini? Gli dei non hanno a cuore gli uomini, o per lo meno non intervengono. Queste affermazioni particolarmente innovative e strane per la gente comune spiegano perché Euripide abbia ricevuto poche vittorie. È il periodo della sofistica, gli dei vengono messi in discussione. Eschilo e Sofocle avevano una fede solida, ed è logico per il periodo in cui erano vissuti: dopo il miracolo di Salamina era facile credere! Ora l'astro di Atene è in decadenza, si sente abbandonata: è più difficile credere che gli dei la proteggano ancora!

Ippolito è anche ingenuo: fa una tirata contro le donne quando la nutrice gli rivela l'amore di Fedra. Non si sa se questo pezzo ci fosse già nella prima versione della tragedia, dove era Fedra a svelarsi. Ippolito si chiede perché gli uomini per riprodursi debbano usare questo "ambiguo malanno", che prima sembra essere una cosa, ma poi invece è diverso da come si pensava; sarebbe meglio usare dei semi, invece si è obbligati a tenersi in casa questo essere che può essere:

*   &n 555h76f bsp;  stupida (e quindi meno pericolosa)

*   &n 555h76f bsp;  oppure intelligente (e quindi ingannatrice).

Ippolito vede la donna come un male tremendo che Zeus ha mandato agli uomini senza motivo. Euripide esagera volutamente per sottolineare l'ingenuità di Ippolito, ripete volutamente tutta la casistica di misoginia.

Questa tragedia pone in evidenza un aspetto: gli dei non sono buoni, e quando vengono trascurati e messi da parte si vendicano, e intervengono solo all'ultimo momento (Ippolito muore vedendo il padre pentito), però Teseo e Fedra sono disperati. La tragedia non può che parlare di dolore, ma mentre Eschilo e Sofocle davano un senso al dolore, Euripide no: gli dei nei quali vorrebbe credere fanno anche cose ingiuste. In Euripide il dio è deus ex machina: interviene non per spiegare, ma con la sua potenza sblocca la situazione, non per dare un significato, ma per dire agli uomini cosa devono fare.

IFIGENIA IN AULIDE

Questa tragedia riprende l'argomento dell'Elettra di Sofocle e delle Coefore di Eschilo, che erano dal punto di vista di Clitennestra: qui invece il punto di vista è quello di Agamennone e Ifigenia. Presenta il problema del sacrificio di Ifigenia: Agamennone va a combattere per Menelao, ma il capo della spedizione è Agamennone, ed è lui a dover sacrificare la figlia; Euripide presenta non l'eroe, ma l'uomo, che si ribella a questo sacrificio ingiusto. Che senso ha andare a riprendere Elena che ha tradito Menelao?

Si apre con il dialogo pesante tra Agamennone e Menelao; Agamennone gli chiede se vuole una donna, lui non può dargliela, non si è saputo tenere Elena; lui perché dovrebbe sacrificare sua figlia? Menelao fa il piagnone. È tipico di Euripide fare tirate in cui esamina tutte le possibilità: Agamennone si chiede se può uccidere così sua figlia, se è il suo dovere. Non c'è più un codice di valori a cui attenersi in modo assoluto: i personaggi devono discutere con se stessi; dopo aver ponderato ogni possibilità, possono prendere una decisione. Menelao è razionalmente convinto, ha pietà, non vuole fargli del male, capisce che non è giusto; lui può trovarsi un'altra moglie, Elena è un male e lui non può fare del male ad un fratello. Menelao è umanamente convinto, ma Agamennone gli ricorda che ormai non può più tornare indietro: ha già chiamato Ifigenia e l'esercito. La responsabilità di capo glielo impedisce.

Nella tragedia ci sono due discorsi di Ifigenia: uno davanti al padre, il secondo davanti alla madre. Al padre dice che se avesse la voce di Orfeo potrebbe implorarlo ma può solo supplicare con le sue parole; lo supplica toccandosi il mento (tipico di Euripide), più che le ginocchia: è in piedi e non in ginocchio. Gli dice che non la vedrà mai felice, sposata ecc, gli ricorda la madre, che ha già sofferto i dolori del e ora le tocca soffrire di nuovo, poi si chiede cosa c'entra lei con Paride. Poi si rivolge al fratello Oreste, chiedendogli di supplicare anche lui il padre perché non la uccida. Afferma che è meglio vivere male che morire bene: è l'esatto opposto della regola di vita di un eroe come Aiace, si afferma il nuovo valore della vita. Poi interviene Achille che si lamenta perché la situazione sfrutta ingiustamente il suo nome, infatti Ifigenia era stata chiamata con la scusa del matrimonio con Achille: non vuole essere coinvolto in tutto questo e vorrebbe salvarla; è l'unico dell'esercito.

Nella tirata alla madre Ifigenia le chiede di non permettere che un'altra donna si trovi in una situazione simile, però è meglio che sopravviva un uomo piuttosto che 10.000 donne: sacrifica il suo corpo per la Grecia. Come possiamo giustificare due posizioni tanto diverse? la seconda tirata è tradizionale. Sono tutte frasi fatte: morire con gloria, offrirsi per la patria, meglio un uomo che 10.000 donne, i Greci devono sottomettere i barbari. sono tutti topoi classici. Se ha appena detto che la vita è un valore, ora non può accettare il valore della gloria. Perché Euripide inserisce un discorso del genere appena alla distanza di 100 versi? È la contrapposizione tra le nuove idee della sofistica di cui Euripide è portatore e le idee tradizionali ripetute a tutte le commemorazioni. Non può essere la rassegnazione di Ifigenia: sarebbe troppo poco! Non importa la religiosità che porta il padre ad uccidere la figlia: qui è ragione di stato! Non è cedere all'inevitabile.

ELENA

Tratta di un altro mito conosciuto, sempre su Troia, ripreso anche da Erodoto. C'è una variante del mito: già Erodoto aveva fatto notare che alcuni punti dell'Iliade provano che il mito è confluito con quello ufficiale. Ci sono due versioni che salvano Elena:

*   &n 555h76f bsp;  secondo una versione, ci sarebbe un oracolo che diceva che chi avesse avuto il corpo di Elena avrebbe dominato.

*   &n 555h76f bsp;  Secondo un'altra versione, Elena non sarebbe mai andata a Troia, infatti dopo essere stata rapita da Paride, durante uno scalo in Egitto sarebbe riuscita a fuggire e al suo posto una divinità avrebbe sostituito un fantasma di Elena, e quello sarebbe andato a Troia. Euripide usa questa versione.

Euripide presenta Menelao che torna a casa da Troia, ma un incendio lo costringe a fermarsi in Egitto. Qui è uno straccione, è ridotto in condizioni penose: accolto dal re Tolomeo trova Elena nel palazzo reale. Menelao si stupisce perché Elena era rimasta sulla nave! La vera Elena racconta di essere stata lì per 10 anni, quella che c'era a Troia era un fantasma, lei si era nascosta lì fuggendo alle voglie di Tolomeo (in questo modo Euripide salva la sua moralità). Menelao sta impazzendo perché non sa più a cosa credere, torna sulla nave e il fantasma non c'è più.

Euripide contesta il valore della guerra di Troia, a cui l'oratoria greca faceva riferimento di continuo. In quel momento in Grecia si esaltavano le guerre Persiane paragonando la grandezza di queste alla piccolezza di Troia, una guerra di 10 anni per conquistare una città "pur essendo stata rapita una sola donna": Euripide con questa tragedia si uniforma alla voce comune che vedeva la guerra di Troia come un sacrificio inutile, fatto per niente, per un fantasma, neanche per quello che cercavano.

ELETTRA

È questa la tragedia che corrisponde all'Elettra di Sofocle e alle Coefore di Eschilo e ci permette il confronto tra i tre e ci fa vedere come affrontino lo stesso mito. Mantiene il titolo di Sofocle, ma cambia il mito: Elettra non si trova nel palazzo reale, ma per togliersela dai piedi Clitennestra ed Egisto l'hanno sposata ad un contadino di Argo, un nobile decaduto, in modo che non potessero avere figli con diritti sul trono; il contadino però non l'ha mai toccata. Euripide ci descrive un ambiente idilliaco, mostrando tutta la sua passione per questo tipo di paesaggi. Il contadino rientra in casa dicendo che è tornato Oreste. L'irrazionalità presente nelle Coefore (il ricciolo e l'orma) già attenuata da Sofocle qui sparisce. Il contadino dice di essere stato sulla tomba e di aver capito che era tornato Oreste perché ha lasciato dei capelli, che sono dello stesso colore di quelli di Elettra, li confronta. Elettra però non ci crede: non è possibile che sia tornato, e poi non si possono confrontare i capelli di un uomo con quelli di una donna. Il contadino le dice allora di andare a confrontare le orme, ma Elettra risponde che non può aver lasciato delle orme sulle rocce, e poi i piedi sono diversi. Allora il contadino le dice di andare a vedere il mantello che ha dimenticato, è quello che gli aveva cucito lei, ma lei risponde che non può essere quello, perché lui era piccolo, e anche lei. Queste razionalità risentono di Gorgia ("nulla esiste, e anche se esiste non sarebbe conoscibile, e anche se fosse conoscibile non sarebbe trasmissibile"). È un appunto che si poteva anche fare ad Eschilo demolito, però ragionare così è estraneo alla tragedia! È l'apoteosi di Gorgia. Ad ogni modo Oreste arriva sul serio, si riconoscono, e devono architettare un piano per attirare Clitennestra: Elettra le fa sapere che sta per avere un bambino, ed è sicura che lei verrà. È supido perché:

1.   &n 555h76f bsp;   dove mettiamo i 9 mesi di gravidanza? Non è possibile che Clitennestra non ne sapesse niente!

2.   &n 555h76f bsp;   le due si odiavano: l'ultima persona che Elettra avrebbe voluto di fianco sarebbe la madre, e lei non si sarebbe proprio precipitata!

Ma questo era l'unico modo, comunque Clitennestra arriva e Oreste la uccide. Non c'è nessun problema etico, c'è il problema di come sbloccare la situazione: Euripide inserisce un deus ex machina: Atene scende dal cielo e le dice che se il contadino l'ha sempre trattata bene, lei può anche sposare Pilade, una persona adatta a lei. Oreste può salire sul trono. È una tragedia strana, non è certo la migliore di Euripide e questo è uno svantaggio per lui perché è l'unica con cui è possibile il confronto con Eschilo e Sofocle.

TROIANE

Sottolinea il dolore di Andromaca e delle madri quando viene loro strappato il figlio. C'è il tormento dell'uomo, che non sa spiegarsi il dolore.

ECUBA

Rappresenta lo stesso momento delle Troiane, la donna soffre per due motivi:

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  per la SCELTA DI POLISSENA: una delle figlie, scelta per essere sacrificata sulla tomba di Achille. Lei è quasi contenta, almeno muore libera nella sua terra, al posto di essere portata schiava in Grecia. Ecuba è schiava di Agamennone.

Mentre le altre troiane odiano Elena e attribuiscono la colpa agli dei, Ecuba dice di no: basta attribuire le nostre colpe agli dei. Se in Eschilo anche gli dei avevano sofferto per raggiungere la giustizia (Oreste), Euripide, contagiato dalla sofistica, crede che l'uomo sia pienamente libero e responsabile di ciò che fa. Eschilo aveva una fede solidissima, Euripide non trova una giustificazione al dolore degli uomini nella divinità. In un'altra tragedia ERACLE, perseguitato dalla gelosia di Era, impazzito uccide moglie e figli,  e a Teseo che lo consola dicendo che la colpa è degli dei risponde di smetterla di infamare gli dei, la colpa è solo sua.

-   &n 555h76f bsp;   &n 555h76f bsp;  Per la questione di POLIDORO: Troia cade, Priamo ha cercato di salvare Polidoro, il suo ultimo figlio, mandandolo dal re della Tracia con parte del tesoro di Troia: in questo modo cerca di far sopravvivere la famiglia e il tesoro. Il re però attratto dal tesoro e dai Greci che avevano appena vinto uccide Polidoro e si impadronisce del tesoro. Ecuba allora chiede aiuto ad Agamennone: non è libera, non può vendicarsi del re. Agamennone accetta, e le donne Troiane lo sbranano.

Questi due punti indicano un ruolo diverso della donna schiava. Questo tipo di schiavitù è ilotica. Per il greco lo schiavo era merce. "ilotica" è una definizione del Canfora: gli iloti per gli spartani erano figli di schiavi non comprati. In cambio del lavoro davano una specie di protezione agli iloti. Un certo Ateneo ha scritto un'opera intitolata "schiavi e serve", soffermandosi su un caso particolare, le schiave greche di origine (omofone), e riporta opinioni di autori precedenti sul fatto se sia lecito che un greco sia servo di un altro greco. Le opinioni sono contrastanti. Secondo Ateneo servo è diverso da schiavo. L'ilota era un servo, e deriva dal fatto che in origine i greci erano incapaci di vivere da soli, e offrivano il loro lavoro in cambio di protezione. Il greco si è sempre considerato il migliore; per alcuni era impensabile l'idea che un uomo migliore potesse essere schiavo di un uomo migliore, mentre altri ritenevano che questa fosse la soluzione migliore, mettersi al servizio non era indegno. Probabilmente questa era una discussione tipica ad Atene all'epoca di Euripide: Polissena vuole morire libera (è in contrasto con quello che aveva detto prima sulla vita); comunque Polissena aveva una visione della vita diversa perché era più vecchia e poi non ha più una patria: è una posizione totalmente diversa rispetto a quella di Ifigenia. È strano poi che l'ex regina schiava chieda aiuto al padrone: riconosce il suo dovere nei confronti del padrone, però chiede, e il padrone rende giustizia alla schiava, anche se non gli era conveniente (sarebbe stato un possibile interesse greco). È un dovere morale: mi dà un servizio, devo difenderlo. È uno dei tanti motivi per cui Euripide non è piaciuto.

IONE

Il punto di arrivo di Euripide è la tragedia ad intreccio: alla trama vengono aggiunti elementi diversi, anche da commedia, come l'agnizione. Euripide gioca con questi elementi, accosta la tragedia alla commedia, ma con interesse diverso, probabilmente vuole far notare come l'uomo si inganna, non è quello che è ma quello che sembra, anche il dio ci inganna. Il prologo deve diventare un prologo espositivo: deve raccontare quello che è successo prima perché modifica i miti; Euripide lo usava già nelle tragedie normali, in queste a maggior ragione.

Apollo nella mitologia aveva una vita piena di amori, e tanti figli; da qui viene l'idea che avesse relazioni da nascondere. Apollo abbandona il figlio avuto da Creusa davanti al tempio, la sacerdotessa lo prende e lo tiene come uomo delle pulizie. Creusa è sposata con Xuto, e Apollo dice a Xuto che Ione è suo figlio. Xuto pensa che sia uno dei figli che ha seminato da qualche parte. Arriva Creusa nel tempio, gli racconta della famiglia e gli racconta della sua relazione in terza persona (lei però non sa niente del figlio). Poi arriva Xuto e fa lo stesso. Xuto nel tempio saluta Ione come figlio: infatti Apollo gli aveva detto di riconoscere come figlio la prima persona che avrebbe incontrato. Ione è sconcertato; Xuto ha paura di Creusa perché lei non sa che il figlio è suo. Lei racconta al vecchio servo che Apollo Apollo vuole rifilarle un figlio non suo dopo che lui le ha portato via il suo. Lei vuole uccidere Ione, viene condannata a morte per tentato omicidio e scappa. Ione riceve le prove della sua origine, Creusa riconosce le fasce, Ione non si fida e la interroga, poi capisce che lei è davvero sua madre, c'è gioia. Ione crede che il padre sia Xuto, Creusa però confessa che è Apollo, ione è felice, e Atena decide che è meglio che Xuto non ne sappia niente.

Creusa e Xuto si fregano a vicenda: Creusa ha avuto altre relazioni prematrimoniali, e Xuto non può dirle di aver avuto altre relazioni extraconiugali. Apollo alla fine si vergogna, ci fa una figura pessima. Il dio è umanizzato; la vita umana appare come un caso, una combinazione: la vita è guidata dalla τυχη, anche il Dio ne è travolto. L'agnizione nella commedia serve a portare il lieto fine, qui porta ad un apparente lieto fine (Ione torna a casa sua), ma genera falsità. Creusa non potrà mai dire la verità a Xuto e fa fare una pessima figura ad Apollo.

Il coro perde importanza: in Eschilo dava l'interpretazione della vicenda, in Sofocle rappresentava l'uomo normale contrapposto all'eroe, in Euripide l'uomo è coro, l'uomo è l'eroe: il coro commenta, ma non è più in antitesi con la voce dell'eroe, perde importanza. Rispetto alla tragedia di Eschilo c'è un incremento metrico e musicale: se prima era sillabata, cioè c'era una nota per sillaba, Timoteo, un suo musico, fa corrispondere ad una sillaba due o più note; in questo modo la parola quasi "si serve" della musica, perdendo importanza.

Euripide rappresenta l'apoteosi e il fallimento della sofistica: non arriva da nessuna parte. Mette in discussione i vecchi valori, ma non ne trova di nuovi da contrapporre; le sue tragedie non producono catarsi, ma sono solo tristi: non si riesce più ad avere un punto fermo nella vita. La vita è dolore, non ha senso. Ci sono lunghe tirate: il personaggio non sa cosa fare, discute con se stesso per capire cosa deve fare e cosa succede. Non ha più saldi principi a cui attenersi, come invece avevano gli eroi di Eschilo e Sofocle. È il meno misogino dei tre, ma alla sua epoca veniva visto misogino perché rappresenta la dona al di fuori della condizione tradizionale, una donna che soffre, si ribella, prende l'iniziativa. Una donna che cede all'istinto materiale era un insulto per la donna del tempo, era una donna scandalosa, che sfugge al controllo, ha coscienza, agisce.







Privacy

Articolo informazione


Hits: 5248
Apprezzato: scheda appunto

Commentare questo articolo:

Non sei registrato
Devi essere registrato per commentare

ISCRIVITI

E 'stato utile?



Copiare il codice

nella pagina web del tuo sito.


Copyright InfTub.com 2019