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Archiloco - Le due anime di Archiloco - Lo scudo gettato

greco


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Archiloco

I dati della biografia di Archiloco si desumono dai riferimenti delle sue opere, da interpretarsi tuttavia con una certa cautela, tenendo presente che l'io poetico non necessariamente coincide con l'io personale. Altre notizie si ricavano da testimonianze di autori antichi e dalle iscrizioni apposte a due monumenti coi quali i suoi concittadini vollero onorare in epoche più tarde la sua memoria; tali iscrizioni prendono nome dai due dedicanti, Mnesiepes e Sostene, e risalgono al III e al I sec. a.C. In uno dei frammenti è ricordata un'eclissi solare totale, che è probabilmente quella del 648 a.C., e in un altro compare un riferimento a Gige, che regnò sulla Lidia dal 687 al 652 a.C. E' possibile quindi collocare la maturità del poeta intorno alla metà del VII sec. a.C. Egli nacque a Paro, una delle isole Cicladi, come figlio illecito di una nobile famiglia; il padre Telesicle era uno dei cittadini più in vista, ma la tradizione antica vuole che la madre Enipo fosse una schiava. Escluso forse per questa ragione dall'eredità paterna, Archiloco emigrò nell'isola di Taso, situata nell'Egeo settentrionale di fronte alla costa della Tracia. Qui egli militò contro i Traci; in seguito ritornò a Paro e combatté contro gli abitanti della vicina isola di Nasso. Fu durante una battaglia che cadde per mano di un certo Calonda, al quale, sempre secondo la tradizione, il dio di Delfi negò poi l'ingresso nel tempio perché aveva ucciso "lo scudiero delle Muse". Una delle iscrizioni dedicatagli da un certo Mnesiepe, sacerdote di un luogo sacro ad Apollo e alle Muse, offre una biografia romanzata del poeta: inviato dal padre a pascolare una mucca avrebbe incontrato delle donne (le Muse) e dopo aver scherzato con lui queste sarebbero scomparse insieme alla mucca lasciandogli in cambio una lira, racconto che richiama 717j98h l'iniziazione poetica di Esiodo. Altri elementi noti della sua biografia sono gli amori spregiudicati con le due figlie di Licambe con il quale litigò perché si era rifiutato di concedergli la mano di una delle sue figlie, Neobule. Della sua poesia, che gli antichi consideravano somma, equiparandola a quella di Omero, si conservano circa trecento frammenti, che cantano la guerra e il vino, l'amore e la morte, con una prorompente e sincera vitalità e un'adesione incondizionata all'emozione del momento. La radicale novità di Archiloco consiste nell'attingere la materia dei suoi versi, elegie, giambi, epodi, dalla propria personale esperienza anziché dalla tradizione, utilizzando uno stile sintetico e intenso, di eccezionale forza espressiva. In Archiloco possiamo quindi distinguere due anime: quella erede della tradizione poetica e quella sostenitrice della sua personalità, tuttavia dobbiamo considerare la sua poesia non come anticonformista ma come rappresentazione più violenta e realistica di un pensiero già presente nella poesia epica. Nella tradizione antica Archiloco era noto come il poeta del " biasimo" per eccellenza, funzione centrale per una società arcaica, usata per denigrare gli avversari e accattivarsi l'opinione pubblica. La "poesia del biasimo" ha tuttavia delle proprie caratteristiche stilistiche quali il linguaggio crudo, quasi volgare, l'ironia se lo scherno avveniva tra amici e spesso l'espediente di mettere in bocca a un personaggio fittizio il biasimo per proteggere il poeta da eventuali ritorsioni e dar maggior ironia.



Le due anime di Archiloco

 Archiloco con queste parole si attribuisce due ruoli all'interno della società: quello di poeta investito dal dono della Muse e quello di membro della società aristocratico guerriera. Per la prima volta il poeta parla di se stesso in prima persona e in versi distici elegiaci si esprime davanti a un pubblico di amici e compagni riuniti a banchetto.

Io sono servo del signore Enialio

E delle Muse l'amabile dono conosco.

Eimi d ego qerapon men Enualioio anaktos

kai Mousewn eraton dwron epistamenos.

Lo scudo gettato

* Questo frammento è quello più scandaloso fra gli scritti di Archiloco, poiché col gesto del gettare lo scudo e ammettere di averlo fatto, sfida l'etica dell'onore militare in una società in cui l'onore e la stima di un individuo non dipendono dalla consapevolezza di sé ma dalla pubblica stima. È, infatti, merito dello stesso Archiloco, e della fama di sé che propagò fra i Greci, se noi siamo a conoscenza delle sue origini, del suo trasferimento a Taso per la miseria e che nella nuova città fu odiato da tutti, e neanche che diffamò amici e nemici in egual misura. Inoltre, se non lo avesse detto lui, non sapremo che era adultero, svergognato e violento - e ancor peggio- che gettò via lo scudo.

Qualcuno dei Sai si vanta del mio scudo, che presso un cespuglio

-arma gloriosa- lasciai non volendo.

Ma salvai la mia vita. Quello scudo, che importa?

Vada in malora. Un altro ne acquisterò, non meno bello.

 Il poeta sembra rammaricarsi d'aver dovuto buttar via un bell'arnese, di qualità eccellente, quasi fosse la sola preoccupazione legittima di chi porta uno scudo. Si sente un po' di rimpianto: quello del soldato di mestiere affezionato alle sue armi, come un artigiano ai suoi arnesi.

 E' tra i più famosi passi d'Archiloco ed è stato pietra di scandalo per molta gente. Eppure il poeta confessa una disgrazia, non una vigliaccheria: dice di aver lasciato lo scudo senza volerlo. L'abbandono dello scudo diventa poi una specie di tradizione e quasi di civetteria politica: Alceo, Anacreonte, Orazio fanno la medesima confessione; solo l'ultimo vi aggiunge una specie di atto di contrizione.

* Archiloco inaugura aggressivamente una nuova maniera di collocarsi al centro della propria attività di poeta. Egli diventa il protagonista assoluto dei suoi versi, impone la prima persona come referente unico dell'esperienza assunta ad argomento, esige dal pubblico di conformarsi al suo sistema di valori. Come nel caso degli altri poeti lirici, la sua produzione presuppone un pubblico circoscritto e un'occasione specifica, ed ha una funzione pragmatica: il simposio o la riunione di un gruppo formato sulla base di una comunanza di cultura e di interessi appare la sede privilegiata per la diffusione di questa poesia.

Nelle poesie di Archiloco compaiono i nomi di odiati nemici, ma anche di amici, apostrofati con calore di confidenza; e la sua partecipazione alle vicende politiche esclude di considerarlo un emarginato. D'altra parte, se Archiloco risulta per un certo aspetto integrato nella società cui rivolge i suoi versi, è anche probabile che la sua iniziale condizione di escluso dall'aristocrazia lo vedesse sollecitato a rivedere criticamente i valori tradizionali, contrapponendo ad essi una spregiudicata ed autonoma interpretazione dell'esistenza. Di fronte a un sistema che si richiamava a un'immobile continuità di convenzioni, Archiloco rivendica il valore assoluto del presente e della circostanza. Il reale si rivela nella concretezza della situazione singola e solo dall'occasione l'uomo deve trarre le regole del proprio comportamento. Contrassegno della condizione umana è una fondamentale precarietà, che non consente di prevedere e progettare il futuro; e l'uomo deve salvare il proprio giorno esplorandone a fondo i significati. I valori tradizionali risultano svuotati: l'individuo deve trovare in sé sia la sapienza di conoscere il ritmo che regola il destino suo e della collettività, sia la natura necessaria per fronteggiare gli eventi tristi e lieti senza un eccesso di disperazione o di esaltazione, sia infine il coraggio di fondare la propria dignità sull'esclusiva forza della natura. L'esistenza vale la pena di essere vissuta, con gioia di saperne gustare ogni attimo e con la consapevolezza che nella sua multiforme realtà risiede il valore assoluto dell'esperienza umana.

Questa profonda e convinta vitalità è il connotato essenziale della poesia archilochea, che si manifesta in un'indiscussa affermazione di personalità, che assume diverse forme.

Il ditirambo

* La testimonianza più antica di Archiloco è " il ditirambo", canto rituale in onore di Dioniso. Il frammento riporta la concezione arcaica della poesia: è in un'improvvisa esplosione della fantasia, quando la ragione si allenta, che trova spazio la creatività del poeta. Il canto è ispirato dal vino, dono dello stesso dio, che con le sue qualità è in grado di stordire ed esaltare le sensazioni. In tetrametri trocaici catalettici esprime un tema destinato ad avere un grande sviluppo nella successiva lettura: " Nessun bevitore di acqua scrisse mai qualcosa di bello".

Intonar so il ditirambo di Dioniso mio signore,

il bel canto io so, dal vino folgorato nel mio cuore.

Il capitano borioso

* Il modello ideale del guerriero omerico è quello dell'uomo "bello e valente", detto " kalos kai agaqos  "; in Omero, infatti, la viltà è incarnata da Tersite, zoppo, brutto e deforme che racchiude tutti i mali e le bruttezze possibili. Archiloco, ancora una volta, abbandona l'idea tradizionale e deride caricaturando il capitano bello e vanitoso. La vera virtù è il coraggio, non l'aspetto: questo è l'importante e rivoluzionario pensiero che giunge ai commilitoni che ogni giorno rischiano la loro vita. In tetrametri trocaici Archiloco si riferisce a due persone senza nominarle, quindi presumibilmente ben note al pubblico, riservando a una le lodi e all'altra il biasimo.



Non amo un generale alto, che stà a gambe larghe,

fiero dei suoi riccioli e ben rasato.

Uno basso ne voglio, con le gambe storte,

ma ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio.

Le ricchezze di Gige

* Aristotele citando questo frammento ci conferma che tali parole sono messe in bocca a un personaggio fittizio. Con un valore paradossale e beffardo, il potente carpentiere Carone disprezza il potere.

Del ricco Gige non bramo i tesori

 e degli déi non sento gelosia, non desidero grande signoria:

sono cose lontane dal mio cuore.

La tempesta

* Il frammento descrive ciò che si dice "la calma prima della tempesta", vale a dire in quell'intervallo dove la concezione temporale sembra sospendersi prima che la natura scateni tutta la sua forza.

Probabilmente, però questo scritto di Archiloco si riferisce metaforicamente alla tempestosa vita politica, come ci suggerisce Eraclito. Si tratterebbe quindi di un allegorico discorso politico riguardante l'incombere di una guerra espresso in linguaggio marittimo, familiare agli isolani della Tracia. In tetrametri trocaici l'allegoria della nave che rappresenta lo stato sopraffatto dalle discordie, sarà più volte ripetuto nella lirica arcaica.

Glauco guarda: a fondo ormai è sconvolto dai fluttui

Il mare, intorno alle rocce di Giri sta ritta una nuvola oscura,

indizio di tempesta; giunge da dove non è atteso il terrore.

L'epodo di Strasburgo

* In un papiro conservato a Strasburgo si trovano frammenti riguardanti tre epodi, dei quali il primo risulta parzialmente leggibile, nel secondo si decifrano solo poche lettere e nel terzo si distingue il nome di Ipponate. La sua attribuzione è quindi controversa, ma viene considerato un testo archilocheo date le caratteristiche stilistiche e concettuali. L'epodo si riferisce a un amico che ha infranto un giuramento, così che il poeta si augura che quello in un crescendo di sventure naufraghi, sia catturato dai Traci e successivamente escluso dalla società: restando solo uno schiavo senza nome. L'odio di Archiloco, o di colui che può essere l'autore di questo testo, è da attribuirsi a una profonda motivazione sociologica: infatti l'amicizia veniva considerata come un legame speciale, in grado di superare qualsiasi genere di solidarietà e per tal motivo chi tradisce è considerato un reietto.

Lungamente travolto dai marosi

Tu sia sbattuto contro Salmidesso,

nudo, di notte, mentre in noi fa quiete.

E spossato, con ansia della riva

Tu rimanga a ciglio del frangente,

nel freddo, stridendo i denti,

come un cane, riverso sulla bocca;

e il flusso continuo dell'acque

ti copra fitto d'alghe.

Così ti prendano i Traci, che in alto

Annodate portano le chiome,

e con loro tu nutra molti mali

mangiando il pane dello schiavo.

Questo vorrei vedere che tu soffra,

tu che m'eri amico un tempo

e poi mi camminasti sopra il cuore.

La vita del soldato

* Gli antichi ritenevano, per via di alcuni versi dello stesso poeta mal interpretati, che Archiloco fosse un soldato mercenario. Al contrario il poeta fu un aristocratico che partecipò attivamente alla lotta coloniale. In versi distici elegiaci si riferisce al pubblico del simposio raccontando, anche con appropriati termini, la vita del soldato.

Impastato è il mio pane nella lancia;

nella lancia è il mio vino della Tracia;

alla lancia io mi appoggio quando bevo.

Va con la grande coppa tra bi banchi della veloce

Nave, togli suggelli dalle anfore panciute;

e il vino rosso spilla fino a feccia: di guardia

qui noi non potremo restare senza bere.

Al proprio cuore

* La parte della psiche alla quale viene affidato il compito di regolare la parte emotiva è la qumos .

Avviene quindi che un personaggio si rivolga a questa parte come per esortarla a sopportare una certa sventura.

Questo può essere definito il primo monologo interiore della letteratura greca nel quale l'autore cerca di trovare un ritmo che lo elevi al di sopra delle vicende per ricercare un equilibrio esistenziale stabile fra eccessi di gioie e sconforti. In tetrametri trocaici sembra affermare che solo chi sa distaccarsi dalle passioni può essere davvero felice e libero.

Cuore, mio cuore, turbato da affanni senza rimedio,

sorgi, difenditi, opponendo agli avversari




il petto; e negli scontri coi nemici poniti, saldo,

di fronte a loro;e non ti vantare davanti a tutti, se vinci;

vinto, non gemere,prostrato nella tua casa.

Ma gioisci delle gioie e soffri dei dolori

Non troppo: apprendi la regola che gli uomini governa.

L'amore

* Archiloco affronta i temi d'amore con lo stesso stile diretto delle sue rime autobiografiche e politiche. Tra le righe si scorge  il suo senso più libertino nella violenza della sessualità, come la dolcezza e la contemplazione di semplici movimenti o la riflessione sull'improvviso incombere di una smisurata passione. Per l'autore l'amore è una magica e impetuosa corrente che rende schiavi del proprio desiderio. Nei frammenti riportati si leggono tenere descrizioni -come quelli della cortigiana del primo frammento e della sua chioma- fino alle descrizioni della malinconia che assale le vittime dell'amore.

Con una fronda di mirto giocava

ed una fresca rosa;

                                        e la sua chioma

le ombrava lieve e gli omeri e le spalle.

Nella brama d'amore,

io giaccio, infelice,

senza più vita, dagli aspri dolori che mandan gli déi,

trafitto nelle ossa.

Così forte una brama d'amore il cuore mi avvolse,

e fitta nebbia sugli occhi mi sparse,

e mi rapì dal petto la molle anima.

Amore che fiacca le membra, amico mio caro, mi vince.

L'epodo di Colonia

* Si tratta di un epodo che riporta l'incontro galante fra lo stesso autore e la giovane sorella di Neobule. Manca dell'inizio; all'apertura la fanciulla cerca di far diminuire le pressioni del suo interlocutore, dopo un serrato scambio di parole dove lui insiste e lei si rifiuta, la scena si conclude a favore del seduttore. Il tutto si svolge nel modo più scabroso e scandaloso per la giovane, in un luogo accessibile a quasi tutti e per giunta sacro: un tempio. Il testo quindi avrà finalità diffamatoria per Licambe e le sue due figliole.

Il brano può essere letto come segno di libertà sessuale, come rivalsa di maschilismo su una fanciulla indifesa, come descrizione di una scena erotica o come mirato attacco diffamante nei confronti della giovane e della sua famiglia.

" Astenendoti del tutto, egualmente..

Se proprio sei incalzato dalla fretta e l'animo ti spinge,

vi è presso noi colei che ora molto desidera le nozze,

fanciulla bella e tenera, penso che il suo aspetto

non abbia biasimo; quella tu falla tua"

Queste cose diceva, e io le rispondevo:

" figlia di Amfimedo, nobile e saggia

donna che ora la terra umida trattiene,

piaceri della dea ve ne sono molti per i giovani uomini,

oltre quello divino: uno fra quelli basterà.

Ma queste cose con tranquillità quando.

Io e tu insieme alla dea decideremo.

Mi farò persuadere come tu mi esorti;molto.

da sotto la cornice e le porte.

non impedire, cara; mi dirigerò infatti verso gli erbosi

giardini. Ma ora tu sappi questo: Neobule

un altro uomo l'abbia! Ahimè, è appassita e ha due volte i tuoi anni,

il fiore della verginità è svanito,

e con lui la grazia che prima aveva, poiché sazietà non.

di giovinezza mostrò il termine, donna folle.

Lasciala alla malora. Che non mi capiti,

con una simile moglie,

di essere oggetto di gioia maligna per i vicini.Preferisco di molto te:

tu non sei infida ne doppia,

mentre lei e troppo astuta e si fa molti.amici;

e io temo di fare figli ciechi e nati anzitempo,

spinto dalla fretta così come la cagna".

Queste cose dicevo; poi presa la fanciulla

Nei fiori splendidi la distesi, con un morbido mantello

la coprii, cingendole il collo con un braccio,

mentre lei.per la paura, come una cerva.

E la accarezzavo dolcemente fra le natiche,

proprio la dove mostrava la sua pelle fresca, incanto di giovinezza;

e tutto il bel corpo palpando,

emisi la bianca potenza, toccando il biondo pelo.







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