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GIACOMO LEOPARDI - La vita, Il pensiero

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GIACOMO LEOPARDI

La vita

Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati che era un borgo di uno degli Stati a quel tempo più attardati d'Italia, lo Stato pontificio. La famiglia Leopardi era tra le più cospicue della nobiltà terriera marchigiana, ma in cattive condizioni patrimoniali, tanto da dover osservare una rigida economia per conservare il decoro esteriore del rango nobiliare. Leopardi crebbe in questo ambiente bigotto e codino, che in un primo tempo influenzò le sue idee e i suoi orientamenti. La vita familiare era dominata dalla madre la quale era interamente dedita alla cura del patrimonio dissestato. Leopardi fu istruito inizialmente da precettori ecclesiastici, ma intorno ai dieci anni, non ebbe più nulla da imparare da essi e continuò i su 222j95c oi studi da solo, chiudendosi nella biblioteca patema, per quei "sette anni di studio matto e disperatissimo", che contribuirono a minare il suo fisico già fragile. Dotato di un'intelligenza straordinariamente precoce, si formò ben presto una vastissima cultura: imparò in breve tempo, oltre il latino, anche il greco e l'ebraico, tradusse classici latini e greci, il I libro dell'Odissea, il II dell'Eneide, e contemporaneamente scrisse molti componimenti poetici, odi, sonetti e tragedie.

Tra il 15 e il 16 si attua quella che egli stesso chiama la sua conversione "dall'erudizione al bello": viene attratto dai grandi poeti, Omero, Virgilio, Dante. Comincia a leggere i moderni, la Vita di Alfieri, l'Ortis; tramite la lettura della De Staèl viene a contatto con la cultura romantica. Un momento fondamentale della sua formazione intellettuale fu l'amicizia con Pietro Giordani, uno degli intellettuali più significativi di quegli anni. Nel Giordani trovò quella confidenza affettuosa che gli mancava nell'ambiente familiare, e al tempo stesso una guida intellettuale. Questa apertura verso il mondo esterno gli rese ancor più dolorosamente insostenibile l'atmosfera chiusa di Recanati tanto che nel 1819 tentò la fuga ma il tentativo fu scoperto e sventato. Lo stato d'animo conseguente a questo fallimento, acuito da un'infermità agli occhi che gli impediva anche la lettura, unico conforto alla solitudine lo portarono a uno stato di totale prostrazione e aridità. Raggiunse così la percezione lucidissima della nullità di tutte le cose, che è il nucleo del suo sistema pessimistico. Questa crisi del 1819 segna un altro passaggio, dal "bello al vero", dalla poesia d'immaginazione alla filosofia e ad una poesia nutrita di pensiero. Nello stesso anno si infittiscono le note dello Zibaldone una sorta di diario intellettuale, avviato due anni prima, a cui Leopardi affida appunti, riflessioni filosofiche, letterarie, linguistiche. Nel 1822 ha finalmente la possibilità di uscire da Recanati, si reca a Roma, ospite di uno zio. Ma l'uscita tanto desiderata si risolve in una disillusione. Gli ambienti letterari di Roma gli appaiono vuoti e meschini, la stessa grandezza monumentale della città lo infastidisce. Tornato a Recanati nel '23, si dedica alla composizione delle Operette morali, a cui affida l'espressione del suo pensiero pessimistico. Nel '25 gli si offre l'occasione di lasciare la famiglia e di mantenersi con il proprio lavoro intellettuale: un editore milanese Stella gli offre un assegno fisso per una serie di collaborazioni. Soggiorna così a Milano e a Bologna. Trascorre l'inverno '27-'28 a Pisa: qui la dolcezza del clima e una relativa tregua dei suoi mali favoriscono un "risorgimento" della sua facoltà di sentire e di immaginare. Nella primavera del '28 nasce così A Silvia, che apre la serie dei "grandi idilli". Nell'autunno del 1828, aggravatesi le condizioni di salute, divenuto impossibile ogni lavoro e sospeso l'assegno dell'editore, è costretto a tornare a Recanati. Vive isolato nel palazzo paterno, immerso nella sua tetra malinconia. Nell'aprile del '30 accettò una generosa offerta degli amici fiorentini: un assegno mensile per un anno. Lascia così Recanati, per non farvi più ritorno. A Firenze fa anche l'esperienza della passione amorosa, per Fanny Targioni Tozzetti. La delusione subito ispira un nuovo ciclo di canti, il cosiddetto "ciclo di Aspasia" in cui compaiono soluzioni poetiche decisamente nuove. A Firenze stringe una fraterna amicizia con un giovane esule napoletano Antonio Panieri, e con lui fa vita comune fino alla morte. Nel '33 si stabilisce a Napoli col Panieri. Qui entra in polemica con l'ambiente culturale, dominato da tendenze idealistiche e spiritualistiche, avverse al suo materialismo ateo. La polemica prende corpo soprattutto nell'ultimo grande canto. La ginestra. Muore a Napoli nel 1837.



Il pensiero

Tutta l'opera leopardiana si fonda su un sistema al cui centro si pone subito un motivo pessimistico, l'infelicità dell'uomo. Egli arriva a individuare la causa prima di questa infelicità in alcune pagine fondamentali dello Zibaldone del 1820. Identifica la felicità con il piacere, ma l'uomo non desidera un piacere, bensì il piacere: aspira cioè a un piacere che sia infinito, per estensione e per durata. Pertanto, siccome nessuno dei piaceri particolari goduti dall'uomo

può soddisfare questa esigenza, nasce in lui un senso di insoddisfazione perpetua, un vuoto incolmabile dell'anima. Da questa tensione inappagata verso un piacere infinito che sempre gli sfugge nasce per Leopardi l'infelicità dell'uomo, il senso della nullità di tutte le cose. Ma la natura, che in questa prima fase è concepita da Leopardi come madre benigna e provvidenzialmente attenta al bene delle sue creature, ha voluto sin dalle origini offrire un rimedio all'uomo: l'immaginazione e le illusioni, grazie alle quali ha velato agli occhi della misera creatura le sue effettive condizioni. Per questo gli uomini primitivi, e gli antichi Greci e Romani, che erano più vicini alla natura (come lo sono i fanciulli), e quindi capaci di illudersi e di immaginare, erano felici, perché ignoravano la loro reale infelicità. Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha allontanato l'uomo da quella condizione privilegiata, ha messo sotto i suoi occhi il vero e lo ha reso infelice. La prima fase del pensiero leopardiano è tutta costruita su questa antitesi tra natura e ragione, tra antichi e moderni. Gli antichi, nutriti di illusioni, erano capaci di azioni eroiche e magnanime, erano anche più forti fisicamente, e questo favoriva la loro forza morale, la loro vita era più attiva e intensa, e ciò contribuiva a far dimenticare il nulla e il vuoto dell'esistenza. Perciò essi erano più grandi di noi sia nella vita civile, ricca di esempi eroici e di grandi virtù, sia nella vita culturale. La colpa dell'infelicità presente è dunque attribuita all'uomo stesso, che si è allontanato dalla via tracciata dalla natura benigna. Scaturisce di qui la tematica civile e patriottica che caratterizza le prime canzoni leopardiane. E ne deriva anche un atteggiamento titanico, il poeta, come unico depositario della virtù antica, si erge solitario a sfidare il fato maligno che ha condannato l'Italia a tanta abiezione, e sferza violentemente la sua "codarda età". Questa fase del pensiero leopardiano è stata designata con la formula del pessimismo storico: nel senso che la condizione negativa del presente viene vista come effetto di un processo storico, di una decadenza e di un allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità. Questa concezione di una natura benigna e provvidenziale entra però in crisi. Leopardi si rende conto che, più che al bene dei singoli individui, la natura mira alla conservazione della specie, e per questo fine può anche sacrificare il bene del singolo e generare sofferenza. Inoltre è la natura che ha messo l'uomo quel desiderio di felicità infinita, senza dargli i mezzi per soddisfarlo. Leopardi concepisce la natura non più come madre amorosa e provvidente, ma indifferente alla sorte delle sue creature. La colpa dell'infelicità non è più dell'uomo stesso, ma solo della natura. Così tutti gli uomini, in ogni tempo, in ogni luogo, sotto ogni forma di governo, in ogni tipo di società, sono necessariamente infelici. Al pessimismo "storico" subentra così un pessimismo "cosmico": nel senso che l'infelicità non è più legata ad una condizione storica e relativa dell'uomo, ma ad una condizione assoluta, diviene un dato eterno e immutabile di natura. È la concezione che informerà tutta l'opera di Leopardi successiva al 1824. Suo ideale non è più l'eroe antico, teso a generose imprese, ma il saggio antico, la cui caratteristica è Atarassia, il distacco imperturbabile della vita. È l'atteggiamento che caratterizza le Operette morali. Ma la rassegnazione dinanzi a ciò che è dato non è propria dell'indole di Leopardi: in momenti successivi tornerà l'atteggiamento di protesta, di sfida al fato e alla natura, di lotta titanica. Sicché al termine della vita, nella Ginestra, sulla base della concezione pessimistica della natura Leopardi arriverà a costruire tutta una concezione della vita sociale e del progresso.

La poetica del vago e indefinito

La "teoria del piacere", elaborata 1820, è un crocevia fondamentale nel sistema di pensiero leopardiano. Se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l'uomo può figurarsi piaceri infiniti mediante l'immaginazione. Ciò che stimola l'immaginazione a costruire questa realtà parallela è tutto ciò che è vago, indefinito, lontano, ignoto. Nelle pagine dello Zibaldone si viene a costruire una vera e propria teoria della visione: è piacevole, per le idee vaghe e indefinite che suscita, la vista impedita da un ostacolo, una siepe, un albero, una torre, una finestra, "perché allora in luogo della vista, lavora l'immaginazione e il fantastico sottentra al reale". Contemporaneamente, viene a costruirsi anche una teoria del suono. Leopardi elenca tutta una serie di suoni suggestivi perché vaghi: un canto che vada a poco allontanandosi, un canto che giunga dall'esterno dal chiuso di una stanza, il muggito degli armenti che echeggi per le valli, lo stormire del vento tra le fronde. A questo punto della meditazione leopardiana si verifica la svolta fondamentale, e la teoria filosofica dell'indefinito si aggancia alla teoria poetica. Da qui in poi il bello poetico, per Leopardi, consiste nel vago e nell'indefinito, e si manifesta essenzialmente in immagini del tipo di quelle elencate nella teoria della visione e del suono, suggestive perché evocano sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli. La rimembranza diviene pertanto essenziale al sentimento poetico. Leopardi, attraverso la De Staél, riprende la distinzione tra poesia immaginazione e poesia sentimentale. Ai moderni, che si sono allontanati dalla natura per colpa della ragione la poesia d'immaginazione è ormai preclusa; ad essi non resta che una poesia sentimentale, nutrita di idee, filosofica, che nasce dalla consapevolezza del vero e dall'infelicità. Egli non si rassegna a escludere il carattere immaginoso dai suoi versi: così come non si rassegnerà a rinunciare alle illusioni, ma, pur consapevole della loro vanità, continuerà a vagheggiarle attraverso la memoria e a nutrire di esse la sua poesia.

Leopardi e il Romanticismo

La formazione di Leopardi era stata rigorosamente classicistica, ed era stata consolidata anche dall'amicizia con un esponente qualificato del classicismo come Giordani. Leopardi doveva inevitabilmente prendere posizione contro le tesi romantiche. Egli rimprovera agli scrittori romantici un'artificiosità retorica simmetrica e contraria a quella dei classicisti, nella ricerca dello strano, dell'orrido, del truculento; rimprovera loro anche il predominio della logica sulla fantasia, l'aderenza al "vero" che spegne ogni immaginazione. Al contrario, proprio i classici antichi sono per lui un esempio mirabile di poesia fresca, spontanea, immaginosa. Leopardi ripropone dunque i classici come modelli, ma in senso diametralmente opposto al classicismo accademico, con uno spirito schiettamente romantico. Anzi, in questa esaltazione di ciò che è spontaneo, originario, non contaminato dalla ragione, appare più romantico degli stessi romantici italiani. In questo Leopardi si contrappone alla scuola romantica lombarda, che tende invece a una letteratura oggettiva, realistica, fondata sul vero, animata da intenti civili, morali, pedagogici, intesa all'utilità sociale, e che quindi predilige le forme narrative e drammatiche.Viceversa, anche per questo aspetto Leopardi appare più vicino allo spirito della poesia romantica d'oltralpe. Però è vicino al Romanticismo per una serie di grandi motivi che ricorrono nelle sue opere, la tensione verso l'infinito, l'esaltazione dell'io e della soggettività, il titanismo, l'enfasi posta sul sentimento, il conflitto illusione-realtà, con la scelta del mondo dell'immaginazione contrapposto a quello della realtà, l'amore per il vago e indefinito, il culto della fanciullezza e del primitivo come momenti privilegiati dell'esperienza umana.

Il primo Leopardi: le Canzoni e gli Idilli

II periodo successivo alla conversione "dall'erudizione al bello" del 1816, sino alla grande crisi del 1819, è ricco di esperimenti letterali, che si rivolgono in direzioni molto diverse. Di questo vario fermento di prove, si concretano due soli gruppi di poesie veramente mature, che approdano alla stampa (e confluiranno poi nei Canti): le Canzoni e gli Idilli. Le Canzoni, composte tra il 1818 e il 1823, e pubblicate in un opuscolo a Bologna nel 1824, sono componimenti di impianto decisamente classicistico, che impiegano il linguaggio aulico, sublime e denso della tradizione, nei quali la base di pensiero è costituita da quel "pessimismo storico" che caratterizza la visione leopardiana in questo momento: polemiche contro l'età presente, inerte e incapace di azioni eroiche, contrapposte ad un'esaltazione delle età antiche, generose e magnanime. Il pessimismo storico giunge a una svolta: si incolpano gli dèi e il fato, visti come forze malvagio che si compiacciono di perseguitare l'uomo. Ad esse si contrappone l'eroe singolo, che si ribella alla forza crudele che l'opprime, e afferma la propria libertà in un gesto di sfida suprema, dandosi la morte.

Un carattere molto diverso presentano gli Idilli, sia nelle tematiche, che sono intime e autobiografiche, sia nel linguaggio, che è più colloquiale e di limpida semplicità. Con quel titolo complessivo Leopardi designò alcuni componimenti, scritti tra il 1819 e il 1821, L'Infinito, La sera del giorno festivo (poi La sera del dì di festa). Si possono definire come espressione di "sentimenti, affezioni, avventure storielle del suo animo". Ciò che a Leopardi preme di rappresentare sono momenti essenziali della sua vita interiore.

Esemplare è l' Infinito (1819), in cui compare una situazione che può ricordare l'idillio classico (la siepe che definisce uno spazio limitato, lo stormire, del vento tra le foglie); ma non è lo scenario di una semplice quiete contemplativa e rasserenante, bensì lo spunto per una vertiginosa meditazione lirica sull'idea di infinito creato dall'immaginazione, a partire da sensazioni visive e uditive. Alla luna affronta invece il tema complementare della "ricordanza" (tale era infatti il titolo primitivo), che, come l'immaginazione, trasfigura il reale e l'abbellisce, anche se la realtà è triste e angosciosa. La sera del dì di festa (primavera 1820) prende l'avvio da un notturno lunare, una di quelle scene suggestive per la loro vaghezza e indeterminatezza che Leopardi predilige, ma poi trapassa ad una confessione disperata dell'infelicità e dell'esclusione della vita patite dal poeta, per allargarsi infine a una più vasta meditazione sul tempo che cancella ogni traccia umana.



Le Operette morali

Chiusa la stagione delle canzoni e degli idilli, comincia per Leopardi un silenzio poetico che durerà sino alla primavera del 28. Egli stesso lamenta la fine delle illusioni giovanili, lo sprofondare in uno stato d'animo di aridità e di gelo, che gli impedisce ogni moto dell'immaginazione e del sentimento. Per questo intende dedicarsi soltanto all'investigazione dell'arido vero". Da questa disposizione nascono le Operette morali, quasi tutte composte nel 1824, di ritorno da Roma. dopo la delusione subita nel suo primo contatto con la realtà esterna alla "prigione" di Recanati. Le Operette morali sono prose di argomento filosofico, dialoghi i cui interlocutori sono creature immaginose, personificazioni, personaggi mitici o favolosi, in altri casi si tratta di personaggi storici, oppure di personaggi storici mescolati con esseri bizzarri o fantastici. In alcune operette l'interlocutore principale è proiezione dell'autore stesso. Altre invece hanno forma narrativa. In altri casi si hanno prose liriche  o discorsi che si rifanno alla trattatistica classica, concentrandosi intorno ai temi fondamentali del pessimismo: l'infelicità inevitabile dell'uomo, l'impossibilità del piacere, la noia, il dolore, i mali materiali che affliggono l'umanità. Con tutto questo non si ha un'impressione di cupezza, di tetraggine ossessiva e opprimente: ciò grazie allo sguardo fermo e lucido, all'assoluto dominio intellettuale e al distacco ironico con cui Leopardi contempla il "vero". Escono da questo quadro le operette più tarde, come il Piotino, dialogo sul problema del suicidio, tutto pervaso da un senso di pietà e di solidarietà fraterna verso gli uomini, che prelude alla svolta della Ginestra, o il Tristano, che già si inserisce nel clima dell'ultima stagione leopardiana.

I grandi idilli

Il lungo periodo di silenzio poetico, che coincideva con un periodo di aridità interiore, si conclude con un "risorgimento" delle sue facoltà di sentire, commuoversi e immaginare. Nasce A Silvia. Leopardi torna a Recanati alla fine del 28 e non vede interrompersi il felice momento creativo neppure nei sedici mesi di "notte orribile" trascorsi nella casa patena. Nell'autunno del '29 compone La quiete dopo la tempesta, II sabato del villaggio; tra l'inverno del "29 e la primavera del "30 il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. A questa fase, anche se non databile con certezza, risale anche il Passero solitario, ripresa di uno spunto del '19.Questi componimenti, nati dal "risorgimento" della sensibilità giovanile, riprendono temi, atteggiamenti,, linguaggio degli "idilli" del '19-''21: le illusioni e le speranze, proprie della giovinezza, le rimembranze, quadri di vita borghigiana e di natura serena e primaverile, la suggestione di immagini e suoni vaghi e indefiniti, il linguaggio limpido e musicale, lontano dall'aulicità ardita del linguaggio delle canzoni. A veder bene, però, questi componimenti non sono la semplice ripresa della poesia di dieci anni prima. Nel mezzo si collocano esperienze decisive, la fine delle illusioni giovanili, l'acquisita consapevolezza del "vero", la costruzione di un sistema filosofico fondato su di un pessimismo assoluto. Perciò, se il moto della memoria ricupera dal passato la stagione dell'illusione e della speranza e fa rivivere immagini, sensazioni, sentimenti antichi, a questo riaffiorare si accompagna sempre, mai dimenticata, la consapevolezza del "vero", della vanità di quegli "ameni inganni". Per questo i grandi idilli sono sì percorsi da immagini liete (che sono quelle rimaste più famose: il "maggio odoroso", "le vie dorate e gli orti", gli "odorati colli". Silvia "assai contenta" del "vago avvenir" che ha in mente, Nerina che va "danzando", mentre in lei splende "quel confidente lume di gioventù", la donzelletta che viene dalla campagna "in sul calar del sole") ma rarefatte, assottigliate, e accompagnate costantemente dalla consapevolezza del dolore, del vuoto dell'esistenza, della morte. Sarebbe sbagliato, pertanto, ridurre i grandi idilli alla sola componente "idillica", come ha fatto la critica crociana, trascurando la presenza del « vero». La caratteristica che individua i grandi idilli è quindi un miracoloso equilibrio che si instaura tra due spinte che dovrebbero essere contrastanti, il "caro immaginar" e il "vero". Proprio la presenza di questa consapevolezza e di questo equilibrio determina un'altra fondamentale differenza tra i grandi idilli e i primi idilli di un decennio prima: non compaiono più gli slanci, i fremiti, gli impeti di disperazione e di rivolta, le esasperazioni patetiche (si pensi alla Sera del dì di festa: Qui per terra mi getto, e grido, e fremo"). Leopardi ha assorbito nella poesia l'esperienza delle Operette, quell'atteggiamento di contemplazione ferma e di lucido dominio dinanzi a una verità immutabile. Nuova rispetto ai primi idilli è anche l'architettura metrica: il poeta non usa più l'endecasillabo sciolto, ma una strofa di endecasillabi e settenari che si succedono liberamente, senza alcuno schema fìsso, con un gioco egualmente libero di rime, assonanze, enjambements. Questa libertà metrica asseconda perfettamente la vaghezza e indefinitezza delle immagini e del movimento fantastico, ed è una conquista originalissima nel contesto della poesia lirica italiana del primo Ottocento, ancora legata a schemi strofici fissi.

L'ultimo Leopardi

L'ultima stagione leopardiana, che si colloca dopo il 30 e dopo l'allontanamento definitivo da Recanati, segna una svolta di grande rilievo rispetto alla poesia precedente. Presupposto fìlosofìco della scrittura poetica di Leopardi resta sempre quel pessimismo assoluto, su basi materialistiche, a cui il poeta era approdato tra il '24 e il '25. Ma, dopo il distacco rassegnato e ironico della fase delle Operette, dopo il ripiegamento sull'io ed il ricupero dell'età giovanile proprio della fase dei grandi idilli Leopardi ristabilisce un contatto diretto con gli uomini, le idee, i problemi del suo tempo. Non solo, ma appare più orgoglioso di sé, della propria grandezza spirituale, più pronto e combattivo nel diffondere le sue idee, nel contrapporle polemicamente alle tendenze dominanti dell'epoca. Nasce a Firenze la fraterna amicizia con Antonio Panieri, e si colloca negli anni fiorentini la prima vera esperienza amorosa di Leopardi: non più un amore adolescenziale, tutto risolto nel chiuso dell'immaginazione, ma un'autentica passione, vissuta con intenso fervore per una dama fiorentina, Fanny Targioni Tozzetti. Dalla passione e dalla delusione nasce il cosiddetto "ciclo di Aspasia", dal nome greco con cui, in una di queste liriche, il poeta designa la donna amata. Ma, soprattutto, si instaura in questo periodo un rapporto intenso con le correnti ideologiche del tempo. La critica leopardiana si indirizza contro tutte le ideologie ottimistiche che esaltano il progresso e profetizzano un miglioramento indefinito della vita degli uomini, grazie alle nuove scienze sociali ed economiche e alle scoperte della tecnologia moderna; bersaglio polemico sono inoltre le tendenze di tipo spiritualistico e neocattolico che si vanno sempre più affermando nel periodo della Restaurazione che inneggiano al posto privilegiato destinato da Dio all'uomo nel cosmo. A queste ideologie Leopardi contrappone le proprie concezioni pessimistiche che escludono ogni miglioramento della condizione, umana, affermando che l'infelicità e la sofferenza sono dati di natura, eterni e immodificabili. Allo spiritualismo di tipo religioso, che cerca consolazione nell'aldilà. Leopardi contrappone invece il suo duro materialismo che esclude ogni speranza in un'altra vita, negando ogni possibilità di miglioramento politico e sociale per un'umanità vittima della natura. Una svolta essenziale si presenta con la Ginestra (1836), il testamento spirituale di Leopardi, la lirica che idealmente chiude il suo percorso poetico. Il componimento ripropone la dura polemica antiottimistica e antireligiosa. Però qui Leopardi cerca di costruire un'idea di progresso proprio sul suo pessimismo. La consapevolezza lucida della reale condizione umana, indicando la natura come la vera nemica, può indurre gli uomini a unirsi in "social catena" per combattere la sua minaccia; e questo legame, può far cessare le sopraffazioni e le ingiustizie della società, dando origine a un più "onesto e retto conversar cittadino", al "vero amore" tra gli uomini. La filosofia di Leopardi, si apre qui ad una solidarietà fraterna degli uomini, che nasce a sua volta dalla diffusione del "vero". La Ginestra è un vasto poemetto, costruito sinfonicamente con sapiente alternanza di toni, dal quadro grandioso e tragico del vulcano minacciante distruzione e delle distese di lava infeconda, all'aspra polemica ideologica, agli squarci cosmici che proiettano la nullità della terra e dell'uomo nell'immensità dell'universo, alla visione dell'Infinito svolgersi dei secoli della storia umana su cui incombe immutabile la minaccia della natura, sino alle note gentili dedicate al "fiore del deserto", in cui si compendiano complessi significati simbolici, la pietà verso le sofferenze umane, la dignità che dovrebbe essere propria dell'uomo dinanzi alla forza invincibile della natura che lo schiaccia.



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