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POSSIBILE CHE SIA LEI, E SOLO LEI, LA VERITÀ?

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POSSIBILE CHE SIA LEI, E SOLO LEI, LA VERITÀ?

"POSSIBILE CHE SIA LEI, E SOLO LEI, LA VERITÀ?"

              

L. N. Tolstòj - La morte di Ivàn Il'ìc

La disperazione è "la malattia mortale"



(un estratto da "La malattia mortale" di Kierkegaard, pagine 9-14, edizioni di comunità)

Questo concetto della malattia mortale dev'essere inteso in un modo particolare. Letteralmente, esso significa una malattia la cui fine, il cui esito, è la morte. Così si dà ad una malattia con esito letale il significato di malattia mortale. In questo senso la disperazione non si può chiamare malattia mortale. Ma, intesa cristianamente, la morte stessa è un passaggio alla vita e pertanto, nel senso cristiano, nessuna malattia terrena, fisica, è mortale. Perché certamente la morte è la fine della malattia, ma la morte non è la fine. Se si volesse parlare di una malattia mortale nel senso più stretto, questa dovrebbe essere una malattia in cui la fine sarebbe la morte, e la morte sarebbe la fine. E questa è, per l'appunto, la disperazione. Ma in un altro senso la disperazione è la malattia mortale in modo ancora più determinato. Perché non bisogna pensare che, nel senso letterale, si muoia di questa malattia o che questa malattia finisca con la morte fisica. Al contrario, il tormento della disperazione è proprio non poter morire. Perciò somiglia più allo stato del moribondo quando si torce nella lotta con la morte e non può morire. Quindi cadere nella malattia mortale è non poter morire, ma non come se ci fosse la speranza della vita, anzi, l'assenza di ogni speranza significa qui che non c'è nemmeno l'ultima speranza, quella della morte. Quando il maggiore pericolo è la morte, si spera nella vita; ma quando si conosce il pericolo ancora più terribile, si spera nella morte. Quando il pericolo è così grande che la morte è divenuta speranza, la d 414j99e isperazione è l'assenza della speranza di poter morire.

In quest'ultimo significato la disperazione è chiamata malattia mortale: quella contraddizione tormentosa, quella malattia nell'io di morire eternamente, di morire eppure di non morire, di morire la morte. Perché morire significa che tutto è passato, ma morire la morte significa vivere, provare vivendo il morire; e poter vivere in questo stato per un solo momento vuol dire dover vivere in eterno. Se un uomo potesse morire di disperazione come si muore di una malattia, l'eterno in lui, l'io, dovrebbe morire nello stesso senso in cui il corpo muore della malattia. Ma questo è impossibile: il morire della disperazione si trasforma continuamente in un vivere. Il disperato non può morire; "come il pugnale non può uccidere i pensieri", così la disperazione non può distruggere l'eterno, l'io che sta a base della disperazione, "il cui verme non muore, il cui fuoco non si spegne". Però la disperazione è un'autodistruzione, ma un'autodistruzione impotente che non è capace di fare ciò che vuole essa stessa. Ciò che vuole è distruggere se stessa, il che non è capace di fare; o quest'impotenza è una nuova forma di autodistruzione nella quale la disperazione si eleva a potenza. Questo è il dolore ardente, il bruciore gelido nella disperazione, che rode e consuma, continuamente rivolto verso l'interno, addentrandosi sempre di più in un'autodistruzione impotente. Lungi dall'essere un conforto per il disperato, il fatto che la disperazione non lo distrugge è piuttosto il contrario; quel conforto è proprio il suo tormento, è ciò che mantiene in vita il dolore che rode e la vita nel dolore; infatti, appunto per questo egli non si è disperato ma si dispera: che non possa distruggere se stesso, non possa liberarsi di se stesso, non possa annientarsi. Questa è la formula per elevare a potenza la disperazione, per indicare la febbre che sale nella malattia dell'io.

Chi si dispera, si dispera per qualche cosa. Così sembra per un momento; ma soltanto per un momento, perché nel momento stesso si mostra la vera disperazione o la disperazione nella sua verità. Disperandosi per qualche cosa, egli, in fondo, si disperava per se stesso e ora vuole liberarsi da se stesso. [.] Disperarsi per se stesso, voler disperatamente liberarsi da se stesso, è la formula per ogni disperazione [.]

Socrate dimostrò l'immortalità dell'anima dal fatto che la malattia dell'anima - il peccato - non la distrugge come la malattia del corpo distrugge il corpo. Nello stesso modo si può dimostrare l'esistenza dell'eterno nell'uomo dal fatto che la disperazione non può distruggere il suo io e che questa è proprio la contraddizione tormentosa inerente alla disperazione. Se non ci fosse niente di eterno nell'uomo, egli non potrebbe affatto disperarsi; ma se la disperazione potesse distruggere il suo io, nemmeno esisterebbe disperazione.

In questo senso la disperazione, malattia dell'io, è la malattia mortale. Il disperato è mortalmente malato.

La morte di Cesare

(Vita di Cesare 66)

Ma fin qui sono cose, queste, che possono avvenire anche per puro caso. Il luogo, invece, in cui si radunò il Senato quel giorno e che assistette poi alla lotta e all'assassinio di Cesare, indicò chiaramente come l'impresa si svolse là perché un demone vi guidò e attrasse l'azione dei congiurati: vi sorgeva infatti una statua di Pompeo, ed era uno degli edifici che Pompeo aveva aggiunto per ornamento al teatro, offrendolo, come quello, alla città. E si racconta appunto che Cassio, benché non fosse avverso alle dottrine di Epicureo, prima di porre mano alla spada guardò verso la statua di Pompeo, e gli mandò un'invocazione silenziosa: si vede che il pericolo, quando incombette su di lui, suscitò nel suo animo un'emozione violenta ispiratagli da Dio, che si sostituì ai ragionamenti che amava quando era tranquillo.

Antonio, poiché era un amico fidato di Cesare e robusto fisicamente, fu trattenuto all'esterno da Bruto Albino, che imbastì con lui a bella posta una lunga conversazione. Come Cesare fece il suo ingresso nell'aula, il Consiglio si alzò in piedi in segno di omaggio. Alcuni dei compagni di Bruto si disposero in cerchio dietro al suo scranno, mentre altri gli andarono incontro, fingendo di unirsi alla supplica che Tillio Cimbro gli rivolgeva perché volesse richiamare un suo fratello dall'esilio. Così pregando tutti insieme lo seguirono fino al suo scranno. Una volta seduto, Cesare respinse le loro suppliche e si adirò prima con l'uno e poi con l'altro, quando vide che insistevano più di prima. Ma a un certo punto Tillio gli afferrò la toga con ambedue le mani e gliela fece scendere dal collo. Era il segnale che avevano concertato per passare all'azione. Il primo a colpirlo fu Casca, che gli inferse un colpo di spada nella gola: colpo debole e non mortale, tuttavia, giacchè, come si può comprendere, all'inizio di un'impresa tanto audace era piuttosto turbato. Cesare riuscì addirittura a girarsi verso di lui, ad afferrargli il pugnale, e a tenerlo fermo. Quasi contemporaneamente gridarono entrambi, il ferito in lingua romana: "Dannatissimo Casca, che fai?" e il feritore, rivolgendosi al fratello in ellenico: "Fratello aiuto". Se tale fu l'inizio della rivolta, quelli tra i senatori che nulla sapevano della congiura rimasero immobilizzati dalla sorpresa e dal terrore per quanto vedevano accadere davanti ai loro occhi. Non ardirono fuggire né soccorrerlo: che dico, non ebbero neanche la forza di gettare un grido. Gli altri invece, quelli che avevano complottato per ucciderlo, levarono le spade nude in mano e lo circondarono. Dovunque Cesare volgesse lo sguardo, trovava un ferro diretto a colpirlo al viso e agli occhi. Inseguito qua e là come una fiera, rimase impigliato in tutte quelle mani, poiché ognuno voleva partecipare al sacrificio e gustarne il sangue. Anche Bruto stesso, perciò, gli vibrò un colpo all'inguine. Alcuni storici raccontano che Cesare si difese dagli altri traendo il suo corpo or qua or là per la sala e gridando a squarciagola; ma quando vide Bruto con la spada sguainata in mano, tirò giù la veste sulla faccia e si accasciò, fosse un caso o fossero stati gli assassini a spingervelo contro il piedistallo su cui era poggiata la statua di Pompeo. Ed esso fu inondato di sangue, sicchè parve che Pompeo stesso guidasse la punizione del rivale, disteso ai suoi piedi e scosso dagli spasimi della morte per il gran numero di ferite che aveva ricevuto. Si dice che furono ventitré le ferite; ma anche molti degli assalitori si ferirono tra loro, perché cercarono di mettere a segno tanti colpi su un corpo solo.

La morte di Antonio

(Vita di Antonio 76)

Sul far del giorno Antonio attestò la fanteria sui colli dirimpetto alla città, e osservò le navi salpare e attaccare quelle nemiche. Poiché si aspettava di vederle compiere qualche azione, rimase fermo e attento. Ma i marinai, come si furono avvicinati, salutarono coi remi gli equipaggi di Cesare. Questi risposero al saluto, e i soldati di Antonio cambiarono fronte. La flotta, diventata ormai una sola, veleggiò con tutte le navi insieme alla volta della città, prore in avanti. Antonio aveva appena assistito a questa scena, che la cavalleria lo abbandonò, passando anch'essa al nemico, e la fanteria fu battuta. Si ritirò quindi in città, imprecando contro Cleopatra, che l'aveva tradito e messo nelle mani di coloro che egli aveva preso a combattere per amore di lei. Essa, temendo la sua folle ira, si rifugiò nella tomba, calò le saracinesche, che erano fatte di sbarre e stanghe robuste, e mandò ad annunciare ad Antonio la sua morte. Egli vi credette. Si disse: "E tu, cosa aspetti Antonio? La fortuna ti ha tolto l'unico pretesto che ti rimaneva per amare la vita"; ed entrò in camera. Lì, mentre si slegava la corazza e se la toglieva esclamò: "O Cleopatra, non mi duole di essere separato da te poiché presto arriverò dove tu sei; ma mi duole che un imperatore come io sono si sia rivelato meno coraggioso di una donna". Antonio aveva uno schiavo fedele, di nome Eros, a cui da molto tempo aveva fatto promettere che; se lo avesse pregato;l'avrebbe ucciso. Ora gli chiese di eseguire la promessa. Lo schiavo sguainò la spada e la sollevò come per colpire il padrone, ma poi la rivolse invece verso la propria faccia e ammazzò se stesso. Mentre cadeva ai suoi piedi, Antonio disse: "Bravo, Eros, che mi insegni come io debba fare ciò di cui tu sei incapace". Si colpì dunque al basso ventre, lasciandosi cadere sul lettuccio. Ma il colpo non fu tale da provocare una morte istantanea. Allorché l'efflusso del sangue cessò, dopo che si era piegato sul letto, si riebbe, e pregò i circostanti di finirlo. Ma essi scapparono dalla camera. Così Antonio gridò e si dibattè, finchè non venne il segretario di Cleopatra, Diomede, mandato da lei per prenderlo e portarlo nella tomba dove si trovava la regina.

A. Mantegna - San Sebastiano

(Circa 1480. Olio su tavola, 275 x 142 cm. Parigi, Museo del Louvre)

F. Goya - Saturno divora un figlio

(Circa 1821-1823. Olio su intonaco, strappato e riportato su tela, 146 x 83 cm. Madrid, Museo del Prado)

Anonimo - Il trionfo della morte

(XIV-XV Sec. Affresco staccato, Palermo, Palazzo Abatellis)

Elegy Written in a Country Churchyard

By Thomas Gray

The Curfew tolls the knell of parting day,

The lowing herd wind slowly o'er the lea,

The plowman homeward plods his weary way,

And leaves the world to darkness and to me.

Now fades the glimmering landscape on the sight,

And all the air a solemn stillness holds,

Save where the beetle wheels his droning flight,

And drowsy tinklings lull the distant folds;

Save that from yonder ivy-mantled tow'r

The mopeing owl does to the moon complain

Of such, as wand'ring near her secret bow'r,

Molest her ancient solitary reign.

Beneath those rugged elms, that yew-tree's shade,

Where heaves the turf in many a mould'ring heap,

Each in his narrow cell for ever laid,

The rude Forefathers of the hamlet sleep.

[.]

Let not Ambition mock their useful toil,

Their homely Joys, and destiny obscure;

Not Grandeur hear with a disdainful smile,

The short and simple annals of the poor.

The boast of heraldry, the pomp of pow'r

And all that beauty, all that wealth e'er gave,

Awaits alike th'inevitable hour.

The paths of glory lead but to the grave.

Nor you, ye Pround, impute to These the fault,

If Mem'ry o'er their Tomb no Trophies raise,

Where thro' the long-drawn aisle and fretted vault

The pealing anthem swells the note of praise.

Can storied urn or animated bust



Back to its mansion call the fleeting breath?

Can Honour's voice provoke the silent dust,

Or Flatt'ry sooth the dull cold ear of Death?

Perhaps in this neglected spot is laid

Some heart once pregnant with celestial fir;

Hands, that the rod of empire might have sway'd

Or wak'd to extasy the living lyre.

But Knowledge to their eyes her ample page

Rich with the spoils of time did ne'er unroll;

Chill Penury repress'd their noble rage,

And froze the genial current of the soul.

Full many a gem of purest ray serene,

The dark unfathom'd caves of ocean bear:

Full many a flower is born to blush unseen,

And waste its sweetness on the desert air

[.]

La morte protagonista della Grande Guerra

(due poesie tratte da "Allegria di naufragi" di G.Ungaretti)

Veglia

Un'intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

con la sua bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata

nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d'amore

Non sono mai stato

tanto

attaccato alla vita

Soldati

Si sta come

d'autunno

sugli alberi

le foglie

Paradiso - Canto XI

Vita di San Francesco (v.43-117)

Intra Tupino e l'acqua che discende

del colle eletto dal beato Ubaldo,

fertile costa d'alto monte pende,

onde Perugina sente freddo e caldo

da Porta Sole; e di rietro le piange

per grave giogo Nocera con Gualdo.

Di quella costa, là dov'ella frange

più sua rattezza, nacque al mondo un sole,

come fa questo talvolta di Gange.

Però chi d'esso loco fa parole,

non dica Ascesi, chè direbbe corto,

ma Oriente, se proprio dir vuole.

Non era ancor molto lontan da l'orto,

ch'el cominciò a far sentir la terra

de la sua gran virtute alcun conforto;

chè per tal donna, giovinetto, in guerra

del padre corse, a cui, come a la morte,

la porta del piacer nessun diserra;

e dinanzi a la sua spiritual corte

et coram patre le si fece unito ;

poscia di dì in dì l'amò più forte.

Questa, privata del primo marito,

millecent'anni e più dispetta e scura

fino a costui si stette sanza invito;

né valse udir che la trovò sicura

con Amiclate, al suon de la sua voce,

colui ch'a tutto 'l mondo fè paura;

né valse esser costante né feroce,

sì che, dove Maria rimase giuso,

ella con Cristo pianse in su la croce.

Ma perch'io non proceda troppo chiuso,

Francesco e Povertà per questi amanti

prendi oramai nel mio parlar diffuso.

La lor concordia e i lor lieti sembianti,

amore e maraviglia e dolce sguardo

facieno esser cagion di pensier santi;

tanto che 'l venerabile Bernardo

si scalzò prima, e dietro a tanta pace

corse e, correndo, li parve esser tardo.

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!

Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro

dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

Indi sen va quel padre e quel maestro

con la sua donna e con quella famiglia

che già levava l'umile capestro.

Né li gravò viltà di cuor le ciglia

per esser fi' di Pietro Bernardone,

né per parer dispetto a maraviglia;

ma regalmente sua dura intenzione

ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe

primo sigillo a sua religione.

Poi che la gente poverella crebbe

dietro a costui, la cui mirabil vita

meglio in gloria del ciel si canterebbe,

di seconda corona redimita

fi per Onorio da l'Etterno Spiro

la santa voglia d'esto archimandrita.

E poi che, per la sete del martiro,

ne la presenza del Soldan superba

predicò Cristo e li altri che 'l seguiro,

e per trovare a conversione acerba

troppo la gente e per non stare indarno,

redissi al frutto de l'italica erba,

nel crudo sasso intra Tevero e Arno

da Cristo prese l'ultimo sigillo,

che le sue membra due anni portarno.

Quando a colui ch'a tanto ben sortillo

piacque di trarlo suso a la mercede

ch'el meritò nel suo farsi pusillo,

a' frati suoi, sì com' a giuste rede,

raccomandò la donna sua più cara,

e comandò che l'amassero a fede;

e del suo grembo l'anima preclara

mover si volle, tornando al suo regno,

e al suo corpo non volle altra bara.




La morte di Ivàn Il'ìc

Capitolo XII

Da quell'istante era cominciato quel grido, che per tre giorni non si era interrotto, così tremendo che, a due porte di distanza, non era possibile udirlo senza provare orrore. Nell'istante in cui aveva risposto alla moglie, egli aveva capito di essere perduto, che non c'era ritorno, che era giunta la fine, davvero la fine,  e che il suo dubbio non era stato risolto, e che sarebbe rimasto un dubbio.

   "Uh! Uhu! Uh!" gridava su diverse intonazioni. Aveva cominciato a gridare: "Non voglio!" e aveva continuato a gridare la lettera "U".

   Per tutti e tre i giorni, nel corso dei quali per lui non esistette il tempo, Ivàn Il'ìc si agitò in quel sacco nero nel quale lo infilava quell'invisibile, irresistibile forza. Si dibatteva, come si dibatte tra le mani del boia il condannato a morte, sapendo che per lui non c'è salvezza; e di minuto in minuto sentiva che, a dispetto di tutti gli sforzi della lotta, si avvicinava sempre più a quel punto che gli faceva tanto orrore. Sentiva che il suo tormento era anche nel fatto di venir risucchiato in quel buco nero, e, più ancora, di non poterci penetrare. Gli impediva di penetrarci il pensiero che la sua vita fosse stata buona. Questa giustificazione della propria vita lo tratteneva, e non lo lasciava andare avanti, e più di ogni altra cosa lo tormentava.

   Improvvisamente, una qualche forza lo colpì in petto, sul fianco, gli soffocò ancor più violentemente il respiro, egli sprofondò nel buco e laggiù, alla fine del buco, s'illuminò qualcosa. Gli accadde quello che capita in un vagone sulla ferrovia, quando pensi che stai andando avanti, e invece vai indietro, e all'improvviso ti rendi conto della direzione in cui stai andando veramente.

   "Sì, tutto è stato come non avrebbe dovuto essere" si disse, "ma non importa. Si può, si può fare come dovrebbe essere. Ma come dovrebbe essere?" si domandò, e improvvisamente tacque.

   Questo avvenne alla fine del terzo giorno, un'ora prima della sua morte. In quello stesso istante il ginnasiale piano piano penetrò nella stanza del padre, e si avvicinò al suo letto. Il moribondo continuava a gridare disperatamente e ad agitare le mani. La sua mano andò a finire sulla testa del ginnasiale. Il ginnasiale la afferrò, se la portò alle labbra e si mise a piangere.

   In quello stesso istante Ivàn Il'ìc sprofondò, vide la luce, e gli si rivelò che la sua vita non era stata come avrebbe dovuto essere, ma che vi si poteva ancora porre rimedio. Si domandò: "Come dovrebbe essere?" e tacque, in ascolto. Allora si rese conto che  qualcuno stava baciando la sua mano. Aprì gli occhi e guardò il figlio. Provò pietà per lui. La moglie gli si avvicinò. La guardò. Lei, con la bocca aperta e le lacrime che le colavano sul naso e sulla guancia, lo guardava con espressione disperata. Provò pietà per lei.

   "Sì, li tormento" pensò. "Gli dispiace, ma staranno meglio quando morirò." Voleva dirlo, ma non aveva le forze per farlo. "D'altronde perché parlare, occorre fare" pensò. Con lo sguardo indicò alla moglie il figlio, e disse:

   "Portalo via.dispiace.anche per te." Voleva ancora dire "perdona" ma disse "lascia andare" e, privo di forze per correggersi, fece un gesto in silenzio, con la mano, sapendo che chi doveva avrebbe capito.

   E, all'improvviso, gli fu chiaro che quello che lo affliggeva e che non usciva, all'improvviso sarebbe uscito d'un colpo, e da due parti, da dieci parti, da tutte le parti. Aveva pietà di loro, bisognava fare in modo che non provassero sofferenza. Risparmiare loro e risparmiare se stesso da quelle sofferenze. "Quant'è bene e quanto è facile" pensò. "E il dolore?" si domandò. "Dov'è andato? Allora, dolore, dove sei?"

   E si mise in ascolto.

   "Sì, eccolo. Ebbene, lasciamo che il dolore sia."

   "E la morte? Dov'è?"

   Cercò la sua solita paura della morte, la paura di un tempo, e non la trovò. Dov'era? Quale morte? Non c'era nessuna paura perché non c'era nemmeno la morte.

   Al posto della morte c'era la luce.

   "Allora è così!" disse improvvisamente ad alta voce. "Che gioia!"

   Per lui tutto ciò avvenne in un attimo, e il significato di quest'attimo ormai non poteva più mutare. Per i presenti la sua agonia si protrasse ancora per due ore. Nel suo petto gorgogliava qualcosa; il suo corpo emaciato sussultava. Poi il gorgoglio e il rantolo si fecero sempre più rari.

   "E' finita!" disse qualcuno sopra di lui.

   Egli udì queste parole e le ripetè nella sua anima. "E' finita la morte" si disse. "Non esiste più."

   Inspirò l'aria dentro di sé, si fermò a metà del respiro, si allungò, e morì.

Le tombe dei grandi uomini

(un estratto da "Dei Sepolcri" di Ugo Foscolo, v. 151-212)

A egregie cose il forte animo accendono

l'urne de'forti, o Pindemonte; e bella

e santa fanno al peregrin la terra

che le ricetta. Io quando il monumento

vidi ove posa il corpo di quel grande,

che temprando lo scettro a' regnatori,

gli allor ne sfronda, ed alle genti svela

di che lagrime grondi e di che sangue;

e l'arca di colui che nuovo Olimpo

alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide

sotto l'etereo padiglion rotearsi

più mondi, e il Sole irradiarli immoto,

onde all'Anglo che tanta ala vi stese

sgombrò primo le vie del firmamento;

te beata, gridai, per le felici

aure pregne di vita, e pe' lavacri

che da' suoi gioghi a te versa Appennino!

Lieta dell'aer tuo veste la Luna

di luce limpidissima i tuoi colli

per vendemmia festanti, e le convalli

popolate di case e d'oliveti

mille di fiori al ciel mandano incensi:

e tu prima, Firenze, udivi il carme

che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,

e tu i cari parenti e l'idioma

desti a quel dolce di Calliope labbro

che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma

d'un velo candidissimo adornando,

rendea nel grembo a Venere Celeste.

Ma più beata chè in un tempio accolte

serbi l'itale glorie, uniche forse

da che le mal vietate Alpi e l'alterna

onnipotenza delle umane sorti

armi e sostanze t'invadeano ed are

e patria e, tranne la memoria, tutto.

Che ove speme di gloria agli animosi

intelletti rifulga ed all'Italia,

quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi

venne spesso Vittorio ad ispirarsi.

Irato a' patrii Numi, errava muto

ove Arno è più deserto, i campi e il cielo

desioso mirando;e poi che nullo

vivente aspetto gli molcea la cura

qui posava l'austero; e avea sul volto

il pallor della morte e la speranza.

Con questi grandi abita eterno, e l'ossa

fremono amor di patria. Ah sì! da quella

religiosa pace un Nume parla:

e nutrìa contro a' Persi in Maratona

ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,

la virtù greca e l'ira. Il navigante

che veleggiò quel mar sotto l'Eubèa,

vedea per l'ampia oscurità scintille

balenar d'elmi e di cozzanti brandi,

fumar le pire igneo vapor, corrusche

d'armi ferree vedea larve guerriere

cercar la pugna; e all'orror de' notturni

silenzi si spandea lungo né campi

di falangi un tumulto e un suon di tube,

e un incalzar di cavalli accorrenti

scalpitanti sugli elmi a' moribondi,

e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

G. Pascoli - La tessitrice

Mi son seduto su la panchetta

Come una volta.quanti anni fa?

Ella, come una volta, s'è stretta

Su la panchetta.

E non il suono d'una parola;

solo un sorriso tutto pietà.

La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,

dolce mio bene, partir da te?

Piange, e mi dice d'un cenno muto:

Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa

tira del muto pettine a sè.

Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perchè non suona

dunque l'arguto pettine più?

Ella mi fissa timida e buona:

Perchè non suona?

E piange, e piange - Mio dolce amore,

non t'hanno detto? non lo sai tu?

Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso

per te soltanto; come non so:

in questa tela, sotto il cipresso,

accanto alfine ti dormirò.



Siamo noi che rendiamo breve la vita

(Un estratto dal "De brevitate vitae" di Seneca, par.1-4)

La maggior parte degli uomini, Paolino, lamenta della cattiveria della natura, perché veniamo al mondo per un tempo troppo breve, e perché lo spazio di tempo che ci è concesso passa troppo velocemente e rapidamente, al punto che, se si fa eccezione per pochissimi, gli altri devono lasciare la vita, mentre ancora vi si stanno preparando. E di questo malanno generale, come tutti lo chiamano, non si lamenta solo la massa e il volgo ignorante; ma un sentimento analogo suscita le lamentele anche degli uomini famosi. Di qui nasce la famosa esclamazione del più grande dei medici: "La vita è breve, l'arte è lunga". Perciò anche Aristotele fece alla natura un processo, per nulla adatto ad un saggio, quando disse che essa aveva concesso agli animali tanto tempo da permettere loro di superare anche cinque o dieci generazioni, mentre all'uomo, che pure è nato per tante e tanto grandi imprese, ha fissato un limite ben più vicino. In verità non è che noi abbiamo poco tempo, è che ne perdiamo molto. La vita sarebbe abbastanza lunga, e ci è stata data in abbondanza per il compimento delle più grandi imprese; bisognerebbe però che fosse tutta ben spesa; ma quando è svanita tra il lusso e la trascuratezza, quando non è impiegata per nessuna azione che valga qualcosa, quando infine il destino estremo incombe, allora noi, che non l'abbiamo sentita passare, ci accorgiamo che è già passata. Proprio così: la vita non è che l'abbiamo ricevuta breve, ma l'abbiamo resa breve; di essa noi non siamo poveri, ma prodighi, come capita per delle ricchezze immense e regali che, se vanno in mano ad un padrone che non sa amministrarle, svaniscono in un momento, mentre sostanze anche modeste, se affidate ad un buon amministratore, col tempo aumentano: così anche il tempo che abbiamo a disposizione si estende a sufficienza, se sappiamo impiegarlo bene.

 

L'incontro con Dario

(un estratto da "Il compagno dagli occhi senza cigli" di G. D'annunzio)

Stamani la mia armatura ha un fallo; e temo la ferita.

Quale ferita, e da chi? La causa di tanto sgomento non è se non una visita annunziata! Debbo oggi rivedere, dopo vent'anni, un mio compagno di collegio e dietro di lui lo spettro della primissima giovinezza, la larva ambigua della pubertà.

E' tornato a Firenze dall'Inghilterra dove ha vissuto molti anni oscuri e duri, interrotti da rare notizie. So che è malato, anzi condannato. D'indugio in indugio ho differito l'incontro penoso. La sua lettera di ieri non mi consente più alcun pretesto. Ho già il cuore stretto e la gola chiusa. Guardo con indifferenza le pagine di stanotte; non ho voglia di rileggerle. Può talvolta la vita essere una così cruda nemica dell'arte? [.]

"Dario! Dario!" Ecco ch'egli non parla e non sanguina più nel mio ricordo; ma lo scorgo ad un tratto di là dalla siepe d'alloro, lo vedo vivo in carne ed ossa camminare verso di me, affrettare il passo, alzare le mani nascoste nei guanti di lana bianca, agitarle nel saluto, avvicinarsi ansando, raso e liscio come allora, pallido come allora, simile a un fanciullo e simile a un vecchietto, con un sorriso straziante nella bocca smorta, con su le spalle curve un peso orrendo e oscuro. "Dario!" [.]

L'anima sembra in fuga, quasi sgominata e sciolta, presa dal bisogno d'essere altrove. Ritorna, tocca l'amico malato, lo avvolge, lo abbraccia; poi di nuovo si divide, si sparpaglia, si dissipa, come quella fiamma che vagola sulla superficie del legno prima d'apprendersi: "Artista, artista, ecco, tieni, mordi la vita. Questa è la malattia, questa è la sciagura, questo è il crollo di ogni bene. Non distogliere la pupilla dall'amico che si trascina e s'affanna. Ma guardalo, ma sopportalo intero. Ha uno specchio per te, perché tu vi ti miri, nel suo petto cavernoso". [.]

"Vieni, vieni". Lo prendo per la mano e lo traggo verso la stanza più profonda, verso la stanza della musica. Sento la sua mano sudaticcia tremare nella mia. Tutte le cose adunate intorno, i legni i libri i quadri le maioliche le stoffe, mi diventano rammarico ed onta. Vorrei che le mie mura si facessero a un tratto nude e bianche come quelle del refettorio dove mangiammo, del dormentorio ove riposammo, dell'aula ove studiammo. "Siediti". Lo lascio sedere tra i cuscini troppo numerosi d'un divano; mi siedo sopra uno sgabello di contro a lui. Siamo presso la finestra. Un poco di sole gli viene su le ginocchia. E ci guardiamo. Ah, di che mai nasce quel suo tenue sorriso? Neppure il dolore di mia madre, in un giorno indimenticabile, n'ebbe per me uno più straziante. [.]

"Amico mio, amico mio, chi t'ha fatto tanto male?". Egli pone le sue mani nude su le sue ginocchia, e il sole gliele illumina. L'ultima falange delle dita è stranamente deformata intorno l'unghia rigonfia alla radice.

Egli mi chiede: "Non mi riconosci?". Dissimulo il sussulto che mi dà il suono inatteso della sua voce nella stanza chiusa. E' tanto sonora che mi sembra egli m'abbia parlato forte nell'orecchio.

"Oh, non sei mutato, quasi. Guarda me!". E vorrei enumerare le lesioni del tempo, esagerarle, apparirgli come un uomo esausto su cui sia sospesa la minaccia, ridiventargli compagno anche nella miseria e nella passione. "Vedi: non ho più capelli; i denti mi si logorano; la vista mi diminuisce ogni giorno; soffro d'insonnia e d'allucinazioni. Tutta questa ricchezza è illusoria. Sono carico di debiti. O prima o poi, non mi lasceranno se non una cinquantina di libri e una tavola d'abete". Egli mi guarda con una malinconia così potente che sembra sola esistere come una creatura ammirabile che intorno a sé tutto riduca a ombre vane. Poi tenta ancora di sorridere. "Quanto eri bello! Forse avevi gli occhi più grandi. Mi ricordo. E avevi i capelli così scuri che non mi sarei mai aspettato di ritrovarti con una barba bionda."

Non ho mai provato tanto fastidio del mio corpo e tanto rincrescimento di non potermene spogliare come d'un vecchio vestito. Da questi piedi, da queste gambe è sostenuta la mia vita, da queste costole è rinserrata, da questo cranio è coperchiata! E quella povera anima di fratello abita le caverne orrende di quei polmoni, si esala in quello sputo che il fazzoletto riceve e serba! [.]

"Ti ricordi? Ti ricordi?" Sempre la stessa domanda è ripetuta come il colpo della zappa che disseppellisce.

La morte nella critica alla società borghese americana

(due poesie tratte da "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters)

George Gray

Molte volte ho osservato

il marmo che hanno scolpito per me

un vascello con la vela ammainata

alla fonda in un porto.

In verità ciò non rappresenta la mia destinazione

ma la mia vita.

Perché mi fu offerto l'amore e io fuggii

i suoi disinganni;

il dolore bussò alla mia porta, ma ebbi paura;

mi chiamò l'ambizione, ma le opportunità mi hanno

terrorizzato.

Eppure desidero di dare

un significato alla mia vita.

E ora io so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino

dovunque conducano il vascello.

Dare il significato alla propria vita

può finire in follia,

ma la vita senza significato è la tortura

senza requie e vago desiderio.

E' un vascello che anela al mare

e ne ha paura.

Griffy il bottaio

Il bottaio deve intendersi di tinozze.

Ma io conoscevo anche la vita,

e voi che vi aggirate fra queste tombe

credete di conoscere la vita.

Credete che i vostri occhi spazino su un largo orizzonte, forse,

in realtà state solo guardando le pareti della tinozza.

Non potete sollevarvi ai suoi orli

e vedere il mondo esterno delle cose, e così vedere voi stessi.

Siete sommersi nella vostra tinozza -

tabù e regole e apparenze, sono le droghe della vostra tinozza.

Spazzatele e rompete l'incantesimo

di credere che la vostra tinozza è la vita,

e che voi conoscete la vita!


Bibliografia

·        G. Guidorizzi - La letteratura greca (pag. 601-615) - Ed. Einaudi scuola

·        M. Bettini - La letteratura latina 3 (pag. 88-89) - Ed. La Nuova Italia

·        D. Alighieri - Paradiso (a cura di U. Bosco e G. Reggio) (pag. 184-191) - Ed. Le Monnier

·        P. E. Balboni, M. Bondi, C. M. Coonan - Literature in English 2 (pag. 12) - Ed. Valmartina

·        G. Baldi, S. Giusso, M. Razetti, G. Zaccaria - Dal testo alla storia dalla storia al testo 3/1 (pag. 109-122) e 3/2 (pag. 892-919) - Ed. Paravia

·        S. Kirkegaard - La malattia mortale (pag. 9-14) - Ed. di comunità

·        L. N. Tolstòj - La morte di Ivàn Il'ìc - Ed. Oscar Classici Mondadori

·        F. Puccio - Testi e intertesti del novecento (pag. 223-228) - Fratelli Conte Editori

·        E. L. Masters - Antologia di Spoon River - Ed. Einaudi

·        E. M. Remarque - Niente di nuovo sul fronte occidentale - Oscar Classici Moderni Mondadori

·         Seneca - De brevitate vitae - Ed. economiche classiche







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