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TESINA: DAL COLONIALISMO AL RAZZISMO

sociologia


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TESINA: DAL COLONIALISMO AL RAZZISMO

TESINA: DAL COLONIALISMO AL RAZZISMO

Uno degli aspetti più affascinanti della specie umana è costituito dalla straordinaria diversità fisica e culturale degli individui che la compongono. Ma spesso questa diversità è all'origine di conflitti e di disuguaglianze.

Fin troppo spesso i rapporti tra gli esseri umani sono determinati più in base alle differenze che alle somiglianze esistenti tra i gruppi.

Basti guardare gli immigrati nel nostro paese che, essendo considerati diversi e pericolosi, sono costretti a vivere la propria esistenza all'insegna dell'esclusione e dell'isolamento sociale.

Osservando la società attuale, appare evidente una forte contraddizione: da un lato si propende nettamente e con 424b14e fiducia per un processo di globalizzazione e di apertura che limiti quanto più possibile o elimini del tutto le barriere politiche, culturali e soprattutto economiche dei vari paesi del mondo, tralasciando, o facendo finta di farlo, le palesi differenze ancora esistenti tra quelli ricchi e quelli poveri; dall'altro, si guarda con sospetto, ostilità e repressione ai flussi migratori che, dal Sud del Pianeta, si spostano verso il Nord, e dopo la caduta dei regimi comunisti dell'Europa orientale, dall'Est dell'Europa verso l'Ovest.



Negli ultimi anni in Italia abbiamo assistito sempre più frequentemente all'emergere di campagne e episodi di xenofobia e razzismo, e a una crescente e diffusa intolleranza e un disprezzo sempre meno mal celato verso persone provenienti dai paesi più poveri dell'Europa e del mondo.

La prima osservazione da fare è che in Italia il problema del razzismo è oggi associato immediatamente all'immigrazione, come se il razzismo fosse una conseguenza del flusso di immigrati che ha investito l'Italia, e l'Europa, negli ultimi decenni.

Questa associazione ha il doppio scopo di consolidare la mancanza di una memoria storica del passato dell'Italia, e insieme di vedere nell'Altro, percepito come portatore di una profonda e inconciliabile "diversità", la causa di episodi di discriminazione razziale.

E' importante invece svelare il processo di mistificazione del colonialismo italiano, l'ignoranza di una parte del nostro passato, per comprendere come oggi in Italia sia possibile un razzismo quotidiano.

Le radici del razzismo sono, dunque, antiche e profonde.

La "conquista" dell'America da parte degli europei segna, senza dubbio, il punto più alto dell'affermazione della supremazia dell'uomo bianco sugli "altri" uomini.

Nel libro: "La conquista dell'America. Il problema dell'altro" di Todorov Tzvetan, viene illustrato come Il razzismo si sia sviluppato in seguito alle scoperte geografiche e al colonialismo.

In quest'opera Todorov vuole mostrare attraverso la storia esemplare della conquista, il comportamento dell'uomo quand'esso è messo di fronte all'altro assoluto.

Il primo personaggio presentato dall'autore, è Cristoforo Colombo.

 Personaggio particolarmente importante per Todorov  perché attraverso la scoperta dell'America si annuncia e si fonda la nostra attuale identità; secondo l'autore noi siamo tutti discendenti diretti di Colombo, "con lui ha inizio la nostra genealogia", afferma.

A partire dalla scoperta dell'America, nasce una nuova mentalità che si può definire economica e non più sociale: l'insieme dei rapporti umani si trova riconducibile a dei rapporti economici.

Nel periodo coloniale europeo, alla base del razzismo, che si sviluppò nelle nazioni conquistatrici, c'era un forte e pressante interesse economico.

I colonizzatori, infatti, si servivano delle popolazioni indigene per avere forza lavoro a buon mercato, delle loro terre per l'approvvigionamento di materie prime e come mercato per i propri prodotti industriali.

Le potenze europee, specialmente quelle che praticavano la schiavitù, si trovavano di fronte a un grave dilemma morale.

Il modo in cui trattavano le popolazioni delle colonie era evidentemente incompatibile con la loro dichiarata fede cristiana. Poiché nessun cristiano può legittimamente fare di un essere umano uno schiavo, si fece ricorso ad una giustificazione ovvia: quella di classificare le popolazioni coloniali come subumane.

Colombo stesso, nell'atteggiamento che ha verso gli indiani, non riesce a superare queste due posizioni: o gli indiani sono degli esseri umani completi, con gli stessi suoi diritti, ma sono visti non come uguali ma come identici, e dunque egli sbocca nell'assimilazionismo, cioè nella proiezione dei propri valori sugli altri, oppure parte dalla differenza, ma questa viene  subito tradotta in inferiorità.


Il proposito di fare adottare i costumi spagnoli alle popolazioni indigene, pur continuamente ribadito, non viene mai giustificato, poiché è una cosa che viene da sé, così come il desiderio di cristianizzarle; in questo secondo caso, poi, il discorso è più complesso, e si fonda sull'equilibrio tra il dare la religione e il prendersi l'oro, equilibrio che appare però piuttosto precario, dato che diffondere la religione presuppone che gli indiani siano considerati, almeno di fronte a Dio, come uguali, mentre per prendere l'oro, se essi non vogliono darlo, sarà necessario sottometterli per poterglielo prendere con la forza, ponendoli così in una chiara posizione di inferiorità.

Colombo gradatamente, passa dall'assimilazionismo all'ideologia schiavista, che parte dall'affermazione di principio della inferiorità degli indiani, anche se egli continua a fare distinzioni, per una sorta di coerenza con sé stesso, tra indiani buoni, potenzialmente cristiani ed indiani bellicosi da sottomettere: resta però il fatto che coloro che non sono già cristiani non possono essere altro che schiavi, senza che esista una terza possibilità.


Egli, come è noto, fu un fermo sostenitore della schiavitù degli indiani, ma, anche quando non si trattava di schiavi, il suo comportamento nei confronti degli indiani indica che egli li considera, in fondo, una sorta di oggetti viventi: nella sua passione naturalistica, Colombo, vuole riportare in Spagna esemplari di ogni genere, alberi, uccelli, animali e indiani, ma anche nel caso di questi ultimi non si pone neanche il dubbio di chiedere il loro parere:

"Dice che avrebbe voluto far prigionieri una mezza dozzina di indiani per portarli con sé; [.] il giorno dopo dodici uomini si avvicinarono alla caravella su una barca, e furono tutti catturati e trasferiti sulla nave dell'Ammiraglio, che ne scelse sei e rispedì a terra gli altri sei" (Las Casas, Historia, I, 134).

Altro personaggio presentato da Todorov è Cortès , che si insidia al centro dell'universo indigeno, ne studia e interpreta usanze e messaggi linguistici simbolici col fine esplicito di "agire sull'altro" e piegarlo al proprio dominio.

È opportuno ricordarlo sempre: la conquista dell'america è il più grande genocidio che mai la storia dell'umanità abbia conosciuto perché sono morte più o meno 70 milioni di persone a seguito di questa intrusione, e questo numero rappresenta circa il 90% della popolazione del continente americano.

I metodi del genocidio comprendono il sistematico massacro attuato con le armi e la propagazione intenzionale di malattie infettive tra le popolazioni che sono prive di difese immunitarie naturali.

Analizzando qualche racconto riportato da Las Casas nella sua Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie, il frate domenicano racconta di come un gruppo di spagnoli "si fermarono al mattino per far colazione nel letto prosciugato di un torrente, disseminato ancora qua e là da alcune piccole pozze d'acqua e pieno di pietre da molare: ciò suggerì loro l'idea di affilare le spade"; arrivati al villaggio dopo la colazione sull'erba, gli spagnoli hanno una nuova idea: verificare se le spade sono così affilate come sembrano:

"All'improvviso uno spagnolo (nel quale si può pensare fosse entrato il demonio) trae la spada dal fodero, e subito gli altri cento fanno altrettanto; e cominciano a sventrare, a trafiggere e a massacrare pecore e agnelli, uomini e donne, vecchi e bambini che se ne stavano seduti tranquillamente lì vicino, guardando pieni di meraviglia i cavalli e gli spagnoli. In pochi istanti non rimase vivo nessuno.

Entrati allora nella grande casa vicina gli spagnoli si misero ad uccidere, colpendoli di taglio e di punta, tutti coloro che vi si trovavano: il sangue colava dappertutto come se fosse stata scannata una mandria di vacche".



Quali sono le motivazioni di questo comportamento?

Principalmente il desiderio di arricchirsi presto e molto senza curarsi del benessere e della stessa vita altrui.

È molto importante considerare anche una dimensione etica, morale della conquista dell'America; non si tratta solamente del fatto che gli spagnoli volevano assolutamente arricchirsi, è anche in particolar modo perché non rispettavano quegli esseri che avevano di fronte, perché li consideravano una specie di sottouomini, e questo è largamente attestato dalla letteratura dell'epoca, li consideravano come degli esseri intermedi tra le scimmie e l'uomo.

Di conseguenza non c'era nulla di contrario a sterminarli sia direttamente, per impadronirsi della loro ricchezza, sia indirettamente adoperandoli con dei ritmi di lavoro assolutamente infernali che gli indiani non potevano sopportare e che li facevano morire a trent'anni perché non potevano sopportare che dieci anni di lavoro a quelle condizioni nelle miniere d'oro e d'argento.

È, dunque, un tipo di comportamento morale che è indirettamente responsabile di questo risultato spaventoso.

Secondo la prospettiva del conflitto, dietro il razzismo stanno le disuguaglianze economiche.

Le dispute tra i gruppi non riguardano tanto il fondamento reale delle distinzioni razziali o etniche quanto l'uso di presunte distinzioni per mantenere in piedi le disuguaglianze sociali.

Nel libro di Edoardo Galeano, "Le vene aperte dell'America Latina" viene descritta, senza soluzione di continuità, la politica di sfruttamento delle risorse economiche, e il conseguente annichilimento dell'elemento umano, in specie nativo, ad opera di spagnoli, portoghesi ed inglesi già all'indomani dello sbarco di Colombo.

Come scrive lo stesso autore, <<il libro vuole offrire una storia del saccheggio>> e <<illustrare come funzionano i moderni meccanismi della spoliazione>>.

Sfruttamento ed annichilimento che, come l'autore dimostra, sono stati vitali per l'affermazione del capitalismo inglese permettendo a questo l'accumulazione primaria di risorse  senza la quale non sarebbe stata possibile né la rivoluzione industriale né la conseguente dilatazione planetaria dell'imperialismo britannico.

L'America Latina è stata ed è tutt'oggi al servizio delle necessità altrui, essa è una mera riserva di petrolio e di ferro, di rame e di carne, di tutte quelle materie prime destinate ai paesi ricchi che guadagnano, consumandole, molto più di quanto l'America Latina guadagni producendole.

L'argento di Potosí, nell'attuale Bolivia, quello di Zacatecas e di Guanajuato in Messico che rappresentarono per oltre un secolo la più straordinaria fonte di ricchezza della quale disponeva l'Europa era in larga misura controllato dagli usurai con i quali la casa regnante spagnola si era indebitata al punto di dover ipotecare le imposte che riscuoteva all'interno dei suoi sterminati confini. L'argento, estratto grazie al bestiale sfruttamento delle manodopera indigena, «penetrò -come scrive Engels- come acido corrosivo nei pori dell'agonizzante società feudale europea trasformando gli indigeni in un vero e proprio proletariato estero dell'economia europea».

I costi umani furono spaventosi: dei settanta-novanta milioni di Aztechi, Inca e Maya presenti in Sud America all'arrivo dei Conquistadores, un secolo e mezzo dopo ne erano rimasti tre milioni e mezzo.

"l'uso del mercurio per l'estrazione dell'argento con il metodo dell'amalgama avvelenava quanto, o più dei gas tossici nelle viscere della terra. Faceva cadere capelli e denti e provocava tremiti incontrollabili".

Dopo il ciclo dell'argento e dell'oro, che furono la principale spinta alla conquista e alla distruzione dell'Impero inca, l'America latina si trovò alle prese con le esigenze di quello che Galeano definisce «re zucchero».

È l'inizio del devastante fenomeno agricolo denominato «monocultura».

Centinaia di migliaia di ettari del Nord-Est del Brasile prima e delle isole caraibiche poi furono trasformati in immense piantagioni di canna da zucchero nelle quali le poche migliaia di nativi sopravvissuti all'infernale lavoro delle miniere, affiancati da decine di migliaia di schiavi razziati nell'Africa sub-sahariana, furono bestialmente sfruttati per fornire all'Europa e agli Stati Uniti il prezioso «oro bianco».

Dall'argento all'oro, dallo zucchero al caucciù, dal caffè al cotone, dal petrolio al rame: la storia dello sfruttamento del Continente latino-americano e intimamente legata alla disponibilità di risorse agricole e minerali nonché alla disponibilità di manodopera sottopagata.

Le continue, sanguinose rivolte dei popoli sudamericani per liberarsi dal peso opprimente della sudditanza economica s'è spesso scontrato col «volume di fuoco» della fanteria di marina USA e si è sempre dovuto misurare con le fitte trame del gigante nordamericano il quale ritiene «nella sua concezione geo-politica imperialista» l'America centrale e meridionale il naturale retroterra degli Stati Uniti (il celebrato «giardino dietro casa») per controllare il quale tutto è lecito.

Parallelamente alla conquista del territorio, l'assoggettamento coloniale dell'America Latina si dispiega anche come processo mistificatorio: nascono scienze come l'etnologia, l'antropologia che pongono lo studio della diversità al servizio della tesi della superiorità occidentale.

l razzismo delle potenze occidentali è stato, dunque, un fenomeno rilevante sia per le sue dimensioni di scala internazionale, sia per la sistematica giustificazione teorica che di esso dettero i teologi e gli scienziati.

E poiché gli atteggiamenti sociali, come ogni altro elemento della cultura, tendono di per sé ad autoconservarsi, il razzismo può protrarsi a lungo dopo che le condizioni che lo hanno generato sono venute meno come, ad esempio, è avvenuto per gli indiani d'America.

È chiaro che il razzismo si sviluppa facilmente, ma difficilmente scompare.

La storia, dunque, è particolarmente importante perché i rapporti eistenti tra uomini e nazionalità diverse non sono fenomeni nuovi.

La teorizzazione di livelli razziali differenti ha permesso di giustificare fenomeni come la schiavitù e il colonialismo ed ha fornito un importante contributo all'intolleranza prodotta dalle differenze religiose e ideologiche.

Numerose componenti concorrono a formare un atteggiamento razzista, ma la base teorica che lo sostiene deriva dalla convinzione che, nella loro diversità, alcuni gruppi siano più sviluppati ed evoluti di altri.

Gli uomini si considerano diversi per molteplici aspetti: biologico, culturale, religioso, ideologico, filosofico, tecnologico, ecc.




Nel libro "Razze schiave e razze signore", passando all'analisi delle razze considerate dalla teoria razzista schiave per natura - i "colorati", i proletari e le donne - Pietro Basso individua il processo di bestializzazione "tridimensionale: fisica, psichica, morale-religiosa" (p. 62) dei vinti e dei colonizzati, con la conseguente attribuzione di una inferiorità naturale.

Il colonialismo, inteso anche come processo di accumulazione capitalistica, è stato l'ambiente naturale di incubazione del razzismo: prima il razzismo in Europa quasi non esisteva (p. 63).

Quindi il razzismo può essere definito come una teoria che giustifica un rapporto sociale di dominazione.

Grande attenzione è riservata alle teorie di Gobineau e di Lapouge.

Arthur  de Gobineau scrisse il Saggio sulla diseguiaglianza delle razze umane, il classico più famoso della teoria razzista.

Gobineau utilizzò argomenti antropologici, linguistici, storici e culturali per dimostrare che il mondo era abitato da tre razze principali: i bianchi (la razza caucasica, semitica, iafetica), i gialli (il ramo altaico, mongolo, finnico e tataro) e i neri (i camiti); e che ognuna di queste razze era caratterizzata da aspetti fisici e caratteriali specifici.

L'obiettivo era dimostrare che la razza tedesca era superiore alle altre e che per mantenerla pura era necessario evitare incroci e contaminazioni con le razze inferiori:

"Dal punto di vista della pratica morale l'Ariano, che non è sempre il migliore degli uomini, è certo il più illuminato circa il valore intrinseco di quel genere di atti che commette. [.] è dunque superiore agli altri uomini principalmente nella misura della sua intelligenza e della sua energia".

Il mito della superiorità dell'uomo bianco, afferma Basso in polemica con le tesi di Poljakov, non è nato in funzione anti-ebraica, ma come nucleo dell'ideologia e della pratica colonialista, nei confronti, cioè, delle razze considerate schiave, per poi essere applicato agli ebrei anche in conseguenza del secolare anti-ebraismo della Chiesa cattolica.

Se in Gobineau, secondo Basso, gli argomenti a favore della superiorità della razza bianca sono di carattere prevalentemente qualitativo, è solo con il 1848 che le scienze naturali iniziano, con più decisione e senza le ambiguità delle epoche precedenti, a fornire un fondamento di carattere "scientifico" alla teoria razzista, in particolare con l'opera di Lapouge.

La dottrina della superiorità della razza bianca, tipico prodotto dell'Europa moderna, è il minimo comun denominatore di molti intellettuali e appartenenti alle classi colte di diverse nazioni europee, in una direzione sovranazionale che supera anche le barriere dei singoli nazionalismi.

Nel libro "Le razze in provetta" di Nicoletta Giove, si delinea come, nell'Europa evoluzionista e positivista di fine Ottocento, il sottosviluppo, le differenze sociali, l'emarginazione e la devianza trovano una spiegazione 'biologica', utile a giustificare 'scientificamente' politiche repressive contro quanti - anarchici, agitatori politici, devianti, malati mentali, vagabondi - vengono considerati, e rappresentati, come una minaccia all'ordine sociale e politico.

" Durante tutto il XIX secolo l'avanzamento dell'era industriale tracciò uno spartiacque ancor più profondo tra la realtà europea e le culture extracontinantali: la "civiltà" e l'uomo selvaggio divennero sempre più distanti e inconciliabili perché troppo diversi fra loro, troppo lontani. [.] scoprire i motivi di così vaste differenze mentali nella specie significava ricorrere alla alla craniometria: valutare le doti naturali era come analizzare, misurare il cervello umano e, dunque, la sua sede, il cranio".

Lapouge riuscì ad integrare le teorie razziste di Gobineau con le teorie evoluzioniste di Darwin, mettendo in guardia dal pericolo della contaminazione tra razze diverse.

Francese come Gobineau, Vacher de Lapouge sviluppa i suoi studi nel campo dell'antroposociologia, della quale può essere definito come fondatore.

Tale "scienza", fondata su dati scientifici e antropometrici, faceva riferimento   essenzialmente al criterio dell'indice cefalico, che sta alla base della divisione in  brachicefali (valori alti, crani larghi) e dolicocefali (valori bassi, crani allungati). Attraverso la presenza di questi, l'antroposociologia, cerca di stabilire le attitudini ed il valore di una razza.

Il legame tra fisiognomia e teoria darwiniana dell'evoluzione della specie consente all'antropologia di scrutare gli indizi somatici dell'inferiorità dei popoli colonizzati e di avviare una prassi comparativo-classificatoria tesa a individuare, 'misurare' e fissare i caratteri 'tipologici' rappresentativi di interi gruppi sociali, geografici o etnici.

Si può dire ti che ilazze diverse. lese permettendo pensiero di Lapouge  costituisce un caso emblematico di darwinismo sociale olistico: la consapevolezza della competizione esistente tra individui appartenenti ad una stessa società si traduce in una ricerca delle cause e delle leggi che regolano le relazioni umane, ma, soprattutto, si trasforma in una ricerca scientifica, in un'analisi antropologica basata su quantificazioni numeriche rigorose.

Secondo Lapouge, solo attraverso l'antropologia fisica è possibile capire il corso della storia passata e presente.

La classificazione delle razze europee si svolge in tre gruppi:

a)     Homo europaeus. Alto, biondo, dolicocefalo dal volto allungato, vive nelle isole britanniche e nell'Europa del nord-est. Dal punto di vista psicologico è un dominatore. In religione è protestante perché la sua indipendenza mal si adatterebbe all'aurorità della Chiesa;

b)     Homo alpinus. Piccolo, bruno, la testa e il viso rotondo, è il brachicefalo i cui esemplari più tipici sono gli abitanti dell'Auvergne e i turchi. Predomina in Francia, in Italia e nei paesi balcanici. È un gran lavoratore ma è ben lungi dal voler primeggiare. Politicamente è "lo schiavo perfetto, il servo ideale e nelle repubbliche moderne, il cittadino più gradito, perché sopporta ogni abuso". È cattolico e su di lui poggiano la civiltà greca e romana.



c)      Homo mediterraneus. È bruno e dolicocefalo. Perfetti esponenti, i napoletani e gli andalusi.

La classificazione razziale di Lapouge fu alla base di molte leggi razziali  in molte parti del mondo e dello sterminio nazzista.

Ancor oggi le teorie razziali non sono scomparse, la parola razza è sostituita con "etnia" o "popolo", ma il suo significato rimane il medesimo. Come scrive Pietro Basso:

"l'esperienza sociale quotidiana mostra, e senza possibilità di equivoci, che la razza è una realtà. Una solida realtà sociale, psicologica, ideologica, politica. La razza è tuttora una categoria piena di significato. Che conta, altro se conta! Le razze esistono. E sono socialmente diseguali. Il mondo è profondamente spaccato, infatti, in razze signore e razze schiave".

Il comportamento verbale come pure il linguaggio comune ne sono testimoni: evitare la vicinanza di un vagabondo o di uno zingaro, definire "sporco negro" un soggetto dalla pelle scura non sono certamente comportamenti meramente istintivi, piuttosto, sono frutto di un agire mirato perché indotto e costruito socialmente.

Nel testo di Alessandro Dal Lago "Non-persone. L'esclusione dei migranti in una società globale" si cerca di comprendere come la comparsa di stranieri in cerca di lavoro e opportunità sociali abbia portato ad atteggiamenti razzisti: di chiusura della società italiana e a diverse pratiche sociali di esclusione e trasformazione degli stranieri in nemici della società.

Ciò che è particolarmente interessante, è l'insistenza che l'autore ha posto sullo slittamento semantico del termine immigrato, ormai sostituito da altri termini (extracomunitario, straniero; o le società di accoglienza, per esempio, che ora diventano "società di destinazione"), tutti tendenti a proiettare nell'immigrato la diarchia noi/loro.

"Clandestino", che di per sé non dovrebbe avere più senso in una società di liberi ed eguali, e soprattutto in un universo mondiale globalizzato, diviene uno dei termini utilizzati maggiormente dagli autoctoni per riferirsi agli stranieri in modo dispregiativo.

Il modo in cui il sistema politico affronta gli sbarchi di clandestini è emblematico di un atteggiamento generale  che marginalizza lo straniero, lo rende inferiore e diverso, e per questo considerato e trattato come nemico.

Nell'incontro con lo straniero, nella nostra società prevale una visione etnocentrica, secondo cuoi il nostro modo di fare e pensare sono i migliori.

Risulta, quindi, facile capire perché l'autore scelga di parlare di "non-person" quando si riferisce agli immigrati.

"Non-person" è un termine di origine inglese; esso è utilizzato per indicare tutte quelle persone che sono escluse attraverso il sistema politico, legislativo e ideologico dal riconoscimento sociale.

A partire dagli anni '90 le ostilità verso i migranti si fanno sempre più forti, sino ad arrivare ad una costruzione sociale del migrante come nemico: egli è  prigioniero di una cultura diversa dalla nostra, si trova come in una gabbia stretta e rigida che limiterebbe la sua libertà, determinando problemi di adattamento.

L'autore osserva nel suo libro come la società italiana identifichi e tratti lo straniero come criminale, o colui che potenzialmente può diventarlo, spesso per fattori riconducibili all'aspetto fisico o a modi di fare non conformi alle abitudini dei nativi, ma non per questo dannosi o considerati come reati.

Ogni società stabilisce quali siano le caratteristiche che devono essere dimostrate da ciascun membro, per poter essere considerato appartenente ad essa.

Quando ci si trova di fronte a un estraneo è possibile che il suo aspetto consenta di valutare a priori a quale categoria appartenga e quali siano gli attributi che manifesta.

Ciò consente, in altre parole, di stimare la sua "identità sociale".

Così, Dal Lago vede l'immigrato come  oggetto di numerose attribuzioni di connotati negativi e deformati.

Può essere un probabile criminale, sicuramente un destabilizzatore dell'ordine pubblico, il fruitore indebito di una parte di assistenza sanitaria e il beneficiario di attenzioni sociali del tuotto immeritatamente o a scapito degli autoctoni.

L'opinione pubblica e soprattutto i media e la stampa quotidiana sono responsabili della "tipizzazione" degli stranieri (migranti e profughi) come "mali sociali" o "pericoli" della società, e alimentano quindi sentimenti di razzismo/xenofobia.

Pensare ad un mondo in cui le diverse razze e culture si integrino fra di loro, mantenendo ciascuna la propria specificità, è elogiabile e forse realizzabile, ma non può far dimenticare le difficoltà e le differenze e non di rado l'avversione che caratterizzano in molti casi il rapporto tra immigrati e il paese di accoglienza.

Quindi, le non-persone sono destinate ad avere un futuro instabile nella nostra società, sono state annullate, non tramite una violenza corporea, ma tramite una pratica più subdola e indiretta, perché in ogni società organizzata siamo persone solo se la legge ce lo consente.

Questa situazione rientra in quella che Dal Lago definisce come "tautologia della paura", con questo termine si vuole raffigurare un processo che a partire dalla paura dello straniero, che rappresenta il diverso, l'estraneo per eccellenza, lo fa diventare il nemico da cui difendersi, da odiare, quello che minaccia l'ordine.Il tutto parte dal pregiudizio nei confronti del migrante, che è clandestino, quindi pericoloso, un fuorilegge.

la storia, dunque, si ripete.

Il razzismo non è mai scomparso, piuttosto si è riacutizzato.

Anche nel caso del razzismo verso gli immigrati, avviene che il gruppo dominante (e quindi il gruppo degli autoctoni) cerca sempre di legittimare i propri interessi attraverso un'ideologia, cioè un insieme di credenze che spiegano e giustificano il sistema sociale esistente. L'ideologia del razzismo serve a legittimare le disuguaglianze sociali esistenti tra i gruppi facendole apparire naturali o giuste.

Oggi gli studiosi concordano nel ritenere che non esiste una "razza pura" né tanto meno una "razza ariana" e che comunque i fattori che determinano lo sviluppo di una civiltà non sono certo quelli biologici di razza, ma storici e quindi culturali, economici e politici.







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