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Manuale di Psicologia Sociale - APPROFONDIMENTO

sociologia


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DOMANDE DELL'ESAME DI ISTITUZIONI DI SOCIOLOGIA - MACIOTI
Definizione di sociologia della conoscenza

&

Manuale di

Psicologia Sociale

 (Guida all'Esame di Psicologia Sociale)

UNITA' DIDATTICA



OGGETTO

RIFERIMENTI AL TESTO

PAROLE CHIAVE

2

La Ricerca in Psicologia sociale

Pag. 37-83

Teoria Scientifica

Qualità-Validità

Efficacia-Attendibilità

Intrusività

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO

AL TESTO

PAROLE CHIAVE

3

Percezione e cognizione sociale

Pag. 87-126

Formazione delle impressioni

Gestalt Theory

Schema Locus di causalità Attribuzione causale

Errore fondamentale di attribuzione

Biases Stereotipo

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

4

Le dimensioni sociali del sé

Pag. 131-154

Io-Me

Gli Schemi del sé

Autostima Autoaccrescimento

Coerenza Autoregolazione

Autopresentazione

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

5

Le Emozioni

Pag. 161-191

Multicomponenzialità

Intrapsichico

Predisposizioni emotive Processo di valutazione

Multidimensionalità

Fisiologicità

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

6

Il Processo di socializzazione

Pag. 197-220

Socializzazione Primaria-Secondaria

Interazione Risocializzazione

Transizione Ecologica


UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

7

Gli Atteggiamenti sociali

Pag. 229-251

Risposte cognitive affettive comportamentali

Condizionamento operante Acquiescenza Interiorizzazione

Misura dell'atteggiamento

Azione ragionata

Coerenza Equilibrio cognitivo

Dissonanza cognitiva


UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

8

Attrazione personale e relazioni sociali

Pag. 299-332

Behaviorismo Comportamentismo

Cognitivismo Interazionismo

Modelli di equazione strutturale

Resoconti retrospettivi

Attribuzione causale-Locus attributivo

Rivalità

Comunicazione non verbale

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

9

Aggressività/Altruismo

Pag. 335-363

Multidisciplinarietà/Multidimensionalità

Frustrazione Fraintendimento

Psicoanalisi

sogno Condotta interpersonale e sociale

Determinante biologica

Empatia

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

10

L'interazione nei gruppi

Pag. 365-406

Gruppo/categoria/aggregato

Interdipendenza

Status

Ruolo Leadership


UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

11

Persuasione e influenza sociale

Pag. 425-442

Messaggio persuasivo

Bisogno di cognizione

Conformismo/Conversione


UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTI AL TESTO

PAROLE CHIAVE

2

La Ricerca in Psicologia sociale

Pag. 37-83

Teoria Scientifica

Qualità-Validità

Efficacia-Attendibilità

Intrusività

APPROFONDIMENTO

Questo Capitolo analizza le caratteristiche principali dell'indagine e della ricerca scientifica in psicologia sociale. Quello che distingue la raccolta e l'elaborazione di informazione scientifica dalla raccolta ed elaborazione di informazioni che ciascuno di noi quotidianamente è in grado di apprendere è il carattere sistematico e intenzionale della ricerca e dell'indagine scientifica. Sia l'uomo comune (della strada) che il ricercatore, infatti, si pongono domande e pervengono a conclusioni circa il comportamento umano, ma mentre l'uomo comune è fondamentalmente inconsapevole dei processi attraverso il quale elabora le sue conclusioni, lo scienziato è in grado di controllare la validità e la qualità delle informazioni raccolte. Questo significa che la ricerca scientifica e le teorie scientifiche differiscono da quelle dell'uomo comune perché sono definite in modo più sistematico ed esplicito. Le teorie scientifiche si distinguono in quanto processi di osservazione intenzionali, deliberati e controllati. In conclusione la teoria scientifica può essere definita come un insieme di preposizioni correlate logicamente che descrivono e spiegano un o 838j95i ggetto di studio.

Il primo step di una ricerca scientifica è la selezione dell'oggetto d'indagine. Una volta selezionato l'oggetto d'indagine possiamo intraprendere due tipi di ricerca: la ricerca di base e la ricerca applicata.

Nel primo caso lo scopo del ricercatore è quello di rendere meno ambigua e di sottoporre a verifica una teoria o parte di essa. Nel secondo caso lo scopo del ricercatore è quello di facilitare l'adozione di decisioni che si rilevino le migliori ai fini della ricerca. La distinzione fondamentale fra le due ricerche si basa sull'origine del quesito di base al quale la ricerca intende rispondere®esempio pag. 40.

Una volta definita la teoria è importante definire anche e soprattutto definire il concetto di ipotesi: una ipotesi è parte di una teoria, ed è un'affermazione in grado di mettere in relazione due variabili ad esempio se accade x, allora con una certa probabilità si osserverà y. L'ipotesi può quindi essere definita come una congettura non ancora dotata di un buon valore scientifico-teorico, una buona ipotesi scientifica, infatti non utilizza le definizioni concettuali delle variabili fra le quali afferma che esista una relazione, ma le loro definizioni operative.

Passiamo ora ad esaminare gli scopi fondamentali dell'indagine e empirica ai quali corrispondono  tre livelli di indagine empirica:

1.    Indagine descrittiva ha lo scopo di assicurare una rappresentazione quanto più possibile fedele ed accurata dell'oggetto di indagine (quadro descrittivo) ed è il primo approccio della ricerca in grado di fornire elementi ed informazioni utili per l'approfondimento dell'indagine.

2.    Indagine correlazionale costituisce il secondo livello di indagine empirica, ed ha lo scopo di mettere in rapporto la variabile oggetto di studio con gli altri fattori e condizioni presenti nella situazione oggetto di indagine.

3.    Indagine sperimentale ha come scopo quello di produrre informazione circa  le relazioni causali. Questo terzo livello di indagine è fondamentale in quanto cerca di stabilire che tipo di relazioni si vengono a creare fra la variabile dipendente oggetto di studio, quella cioè le cui variazioni il ricercatore si limita ad osservare (di cui si suppone il ruolo causale), e la variabile indipendente o sperimentale, quella cioè che viene fatta variare dal ricercatore( di cui si suppone il ruolo di effetto)®esempio pag. 44.

Una ricerca scientifica deve essere attendibile, ovvero empiricamente verificabile, questo significa valutare in termini di qualità e validità le conclusioni a cui perviene. La validità delle conclusioni alle quali si può pervenire si misura attraverso l'uso di tecniche statistiche queste sono applicate ai dati relativi ad un campione allo scopo di trarre conclusioni circa la probabilità che la relazione fra le variabili sia effettiva. In questo senso esistono due tipi di errori possibili, l'errore di primo tipo consiste nel concludere che esiste una relazione fra due variabili quando in realtà questa non è presente, l'errore di secondo tipo, viceversa, conclude che non esiste una relazione fra due variabili quando in realtà questa è presente.

Un altro momento fondamentale di una ricerca scientifica è quello che consiste nel verificare la validità interna del rapporto fra le due variabili. Una volta accertata la relazione fra le variabili x ed y si tratta di decidere se è presente una relazione di causa-effetto fra le due e se l'influenza causale va da x ad y o viceversa. Il rapporto fra X ed Y comunque può essere comunque mediato anche dalla presenza di una terza variabile che chiameremo C. L'accertamento della validità interna consiste essenzialmente nell'esaminare ed eventualmente nello scartare perché non plausibili le relazioni che implicano l'intervento di una terza variabile C.

E' inoltre importante tenere in considerazione quelle che vengono definite le variabili parassite chiamate comunemente artefatti dovuti ai soggetti o al ricercatore che indicano quelle situazioni in cui l'aspettativa del ricercatore è così forte da stimolare, attraverso un meccanismo inconsapevole, nei soggetti sottoposti ad esperimento il tipo di risposta che egli si aspetta e che conferma l'ipotesi da lui formulata. Per evitare questo tipo di situazione , in grado di mettere in pericolo l'esito della ricerca è opportuno utilizzare tecniche non intrusive, motivare i soggetti, utilizzare appositi disegni di ricerca, monitorare costantemente la situazione (manipulation ceck).

Per quel che riguarda l'evento-comportamento osservato esistono quattro livelli a cui corrispondono quattro diversi tipi di scale:scala nominale con caratteristiche di tipo qualitativo che non possono essere ordinate , ad esempio il sesso, il colore dei capelli, l'area di residenza di un campione. La scala ordinale quando le modalità del carattere osservato possono essere ordinate secondo una determinata caratteristica e fra ogni coppia di categorie si può stabilire una relazione ordinale, ad esempio titolo di studio universitario maggiore di quello elementare. La scala intervallare è una vera e propria scala quantitativa che assegna a tutte le unità dei valori numerici. Sulla scala intervallo le differenze numeriche costituiscono delle differenze di grandezza o distanza, in sostanza si ordinano le osservazioni stabilendo anche il grado di distanza che corre fra esse ad esempio gli intervalli fra fasce di reddito da o a 8 milioni, da 9 a 15 ecc. La scala a rapporto si ha allorché si possa partire da uno zero assoluto fissandone arbitrariamente un'unità di misura costante, ad esempio la misura del reddito in lire o milioni di lire in quanto lo zero assoluto corrisponde alla possibilità che gli intervistati non abbiamo alcun reddito.

Generalmente si distinguono quattro tipi di validità delle misure:

¨    Validità di contenuto indica la misura in cui lo strumento in esame contiene un campione rappresentativo del comportamento che si ritiene esprima il concetto che si intende studiare®esempio pag. 55.

¨    Validità concorrente corrisponde alle modalità con le quali ci si accerta della validità di strumenti di misura di proprietà fisiche ®esempio pag. 56.

¨    Validità predittiva indica la possibilità di prevedere in base ad essa le prestazioni future dei soggetti in aree nelle quali si ritiene che la variabile concettuale considerata eserciti una forte influenza ad esempio il test di livello intellettuale.

¨    Validità concettuale, intesa come estensione della validità predittiva, in quanto è data dalle relazioni che essa ha con un insieme di concetti in relazione fra loro.

Per Validità esterna invece si intende la possibilità di generalizzare i risultati di una determinata ricerca a tipi di attori, tipi di contesti, modalità di osservazione e occasioni diverse da quella dell'indagine stessa.

Esistono diverse strategie di indagine quali gli studi sul campo condotti mediante osservazione partecipante e sistematica, le survey research, sondaggi o indagini campionarie, gli esperimenti sul campo, gli esperimenti di laboratorio ed infine le simulazioni sperimentali.

Negli studi sul campo con osservazione partecipante (field work) lo scopo principale del ricercatore consiste nel registrare in modo preciso e sistematico lo svolgimento delle varie attività delle persone nel loro ambiente naturale. Il ricercatore può utilizzare varie strumenti quali appunti, diari, registratori, riprese video. Gli studi sul campo con osservazione sistematica sono quegli studi in cui il ricercatore possiede già informazioni circa l'oggetto di indagine e ha già formulato alcuni quesiti relativi alle variabili e ai fattori che concorrono a produrre il fenomeno oggetto di indagine ®esempio pag. 57 Schema di Bales.

Le survey research indicano tutte quelle ricerche nelle quali ai soggetti viene richiesto di fornire resoconti soggettivi  relativi a se stessi, alle proprie opinioni, atteggiamenti e comportamenti, attraverso questionari che terranno conto delle caratteristiche socio-demografiche di chi dovrà rispondere. I sondaggi sono delle indagini a livello descrittivo che hanno come scopo principale quello di trarre conclusioni circa una determinata popolazione ad esempio, casalinghe, studenti universitari ecc. Tecnica fondamentale delle survey research è il CAMPIONAMENTO.

L'operazione di campionamento consiste nello scegliere tra le unità della popolazione quelle cui rilevare il carattere che forma l'oggetto di indagine. L'obiettivo che ci si pone è quindi quello della rappresentatività, ovvero la maggiore somiglianza possibile fra la distribuzione del carattere nel campione e la sua distribuzione nell'intera popolazione. Naturalmente la difficoltà nell'ottenere buoni risultati sarà influenzata dalla variabilità del carattere nella popolazione, maggiore è la variabilità più è facile ottenere campioni poco rappresentativi, e a ciò si cercherò di ovviare aumentando la numerosità del campione. All'estremo opposto, se la variabilità del carattere fosse nulla sarebbe sufficiente un campione di una sola unità per ottenere una rilevazione senza errore.



Negli esperimenti sul campo il ricercatore si basa essenzialmente sulla osservazione sistematica delle dimensioni rilevanti, attuando però anche una manipolazione diretta delle variabili. In questo tipo di esperimenti il ricercatore ha di solito precise ipotesi circa la natura delle conseguenze che dovrebbero fare seguito all'introduzione di un determinato trattamento e le conclusioni che intende trarre sono di natura causale ( il trattamento X ha causato l'effetto Y) ®esempio pag. 73-75.

L'esperimento di laboratorio è la strategia di ricerca che consente il massimo controllo da parte del ricercatore sulle condizioni nelle quali il comportamento oggetto di interesse viene osservato, fornendo le usale informazioni più efficaci per dimostrare la natura causale della relazione fra due variabili. Nell'esperimento di laboratorio, quindi, il ricercatore è in grado di controllare totalmente la manipolazione della variabile indipendente e può determinare con assoluta libertà l'assegnazione dei soggetti alle diverse condizioni sperimentali. La realizzazione dell'esperimento di laboratorio si articola in 4 fasi:

1.    creazione di un contesto nel quale introdurre la manipolazione della variabile indipendente

2.    la messa in opera della manipolazione, ovvero la creazione della storia di copertura

3.    la misurazione della variabile dipendente

4.    spiegazione ai soggetti delle finalità dell'esperimento.

La simulazione sperimentale come strategia di indagine può essere considerata come quel tentativo di ricostruire il modello di un sistema reale. Esempio fondamentali di questo tipo di ricerche sono i cosiddetti giochi di ruolo Role Playing Games.

Con questi giochi si riproducono ambienti sociali complessi assegnando ruoli caratterizzati in modo realistico®esempio pag. 80. Mentre nell'esperimento di laboratorio il ricercatore controlla totalmente  l'esperimento che comunque è limitato temporalmente all'intervallo che segue la presentazione dello stimolo, nella simulazione sperimentale il ricercatore controlla in modo totale solo lo stadio iniziale della situazione stimolo, ovvero la fase in cui il sistema simulato viene presentato con le sue caratteristiche ai soggetti.

Questo capitolo ha mostrato le particolarità di ciascuna delle ricerche più importanti della psicologia sociale. la conclusione a cui si perviene è che tutte le strategie di ricerca nonostante vantaggi e svantaggi vanno considerate complementari. Questo significa che non esiste una strategia migliore, il ricercatore infatti deve essere consapevole del fatto che le diverse strategie differiscono le une dalle altre nella misura in cui consentono di garantire la concretezza del sistema studiato, il controllo delle variabili delle quali si suppone il ruolo causale, la generalizzabilità delle conclusioni a cui si perviene.

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO

AL TESTO

PAROLE CHIAVE

3

Percezione e cognizione sociale

Pag. 87-126

Formazione delle impressioni

Gestalt Theory

Schema Locus di causalità Attribuzione causale

Errore fondamentale di attribuzione

Biases Stereotipo

APPROFONDIMENTO

Questo Capitolo analizza i processi psicologici di base attraverso cui gli individui utilizzano e rendono attivi gli schemi mentali che permettono di interpretare ed analizzare i comportamenti degli altri e gli eventi che quotidianamente si devono affrontare. Dietro una semplice descrizione riguardante una persona  c'è una enorme quantità di attività che coinvolge diversi aspetti della vita mentale e dell'esperienza psicologica dell'individuo. Ognuno di noi nel momento in cui si trova a dover costruire l'impressione di una persona viene a contatto con un numero elevatissimo di informazioni che vengono decodificate e tradotte in unità concettuali , le quali interagiscono con quella struttura di conoscenza che ogni individuo possiede a proposito del mondo.

Salom Asch è stato uno dei primi psicologi che abbiano esplorato l'organizzazione della percezione sociale. L'assunto di base da cui partiva Asch era che la percezione è un processo costruttivo i cui risultati sono mediati dalle strutture di interpretazione che si attivano nel nostro cervello. Il modo attraverso cui noi interpretiamo un certo oggetto dipende dal contesto in cui esso è inserito, il contesto in sostanza fornisce di volta, in volta, configurazioni diverse che producono modificazioni nel significato degli oggetti che andiamo a interpretare. Questo assunto rimanda ad una teoria fondamentale in psicologia ovvero la Gestalt Theory. Seconda questa teoria la percezione totale di un'altra persona non è la semplice somma di concetti usati nel definire la persona, ma il soggetto percipiente tenta di organizzare i vari tratti della persona in un insieme, e nel fare ciò crea una percezione qualitativamente diversa dalla semplice somma delle parti. Anticipando la tematica degli schemi, che sarà approfondita più avanti, Asch partiva dal presupposto che noi concepiamo le persone come delle unità psicologiche e che le diverse informazioni che di loro possediamo vengono rapportate ad un nucleo interpretativo unificante. Per comprendere meglio questo processo interpretativo ci serviremo di due modelli:il modello configurazionale e il modello algebrico . Asch per l'appunto è l'autore che sposa la teoria del modello configurazionale in quanto afferma, come spiegato precedentemente, che nel processo di formazione delle impressioni di persona si manifestano delle forze unificanti che agiscono per raccordare e integrare gli elementi di informazione in una impressione globale. In questo modello, in sintesi, viene sottolineato il carattere olistico della realtà soggettiva: sono le relazioni fra le parti, ovvero le caratteristiche dell'insieme ad attribuire senso alle nostre esperienze psicologiche. Il modello algebrico, a differenza, prevede che ogni tratto di persona possieda uno specifico e non modificabile significato e che la valutazione ad esso rimanga costante. In sintesi questo modello non è altro che la semplice somma algebrica delle valutazioni, ad esempio se incontro uno sconosciuto che possiede alcuni tratti di personalità, non dovrò fare altro che combinare le valutazioni associate alle sue caratteristiche positive e negative, in questo modo il risultato costituirà la mia impressione globale di quella persona ®esempio pag. 93.

Un concetto molto importante che emerge da questo processo è che i tratti che compaiono per primi nella descrizione hanno un impatto decisamente maggiore sulla valutazione globale rispetto a quelli che si presentano successivamente EFFETTO PRIMACY. Alla luce di quanto affermato fino ad ora risulta chiaro come nella vita di ogni giorno gli individui utilizzano le informazioni direttamente disponibili, integrandole spesso con quelle che già sono in loro possesso TEORIA IMPLICITA DELLA PERSONALITÀ' questa teoria ben descrive quell'attività fondamentale della mente umana di andare oltre l'informazione data. e' importante sottolineare che questa teoria implicita della personalità sembra guidare non solo i giudizi dell'uomo della strada ma anche il lavoro degli addetti ai lavori.

Concludendo i legami che i soggetti attivano per trarre inferenze sul comportamento manifesto degli individui costituiscono spesso delle strutture che potremmo definire multidimensionali ricche ed articolate che facilitano i percorsi di recupero delle informazioni e che, nel caso di persone sconosciute, rendono più sicuri i giudizi e le previsioni. Questo concetto ci aiuta a comprendere l'aspetto più generale riguardante la nostra conoscenza sociale ovvero il fatto che essa è frutto del complesso intreccio tra ciò che sta dentro di noi e ciò che la nostra mente attivamente costruisce ed organizza. Introduciamo a questo punto il concetto di schema sociale: gli schemi sono delle strutture di dati che servono a rappresentare i concetti immagazzinati in memoria.

Esistono vari tipi di schema ognuno a seconda del caso che ci  troviamo ad analizzare, schemi di persone, schemi di sé, schemi di eventi ed infine schemi di ruolo.

Gli Schemi di persone sono strutture di conoscenza che si riferiscono a particolari categorie di individui che focalizzano i tratti di personalità che li distinguono e che ne rendono significativo il comportamento.

Gli Schemi di sé a differenza sono quelle strutture schematiche che riguardano le conoscenze relative a noi stessi. Gli Schemi di ruolo sono quelle strutture cognitive che organizzano le conoscenze circa i comportamenti previsti, ad esempio esercitare una professione vuol dire acquisire determinati comportamenti di routine, il cui significato è compreso se lo schema corrispondente viene attivato . A questo riguardo è importante fare una precisazione, e cioè tenere presente che esistono dei ruoli che le persone incarnano fin dalla nascita e che li accompagnano per tutta la vita, questi sono i cosiddetti ruoli ascritti come ad esempio la razza, il sesso, l'età.

Per quel che riguarda gli schemi di eventi questi possono essere definiti come quelle strutture di conoscenza che descrivono varie azioni negli opportuni contesti. Questi schemi o script sono in grado di produrre aspettative su ciò che è probabile che si verifichi in una particolare situazione, generano prescrizioni sul come ci si deve comportare, offrendo anche indicazioni sulla sequenza  di azioni che porta al raggiungimento di un obiettivo. Questi schemi il più delle volte si innescano automaticamente, inconsapevolmente, per fare una telefonata e per prendere un treno nessuno di noi rifletterebbe sulle strutture che programmano tali tipi di azioni.

Il concetto di schema ci introduce un altro concetto molto importante per l'analisi del giudizio sociale, ovvero lo studio di come le persone cercano spiegazioni circa il loro e l'altrui comportamento. Questo processo prende il nome di attribuzione causale spiegabile come quel processo che si mette in atto quando cerchiamo di capire le origini e le cause di determinati comportamenti. Ognuno di noi esprime la necessità di dover sempre prevedere il futuro e controllare gli eventi a cui quotidianamente siamo sottoposti. E' facile dedurre che se riusciamo a capire quali fattori hanno prodotto un certo risultato presumibilmente siamo anche in grado di controllare la probabilità con cui questo risultato si può verificare in futuro o almeno a prevedere quando questo si realizzerà.

Secondo Heider, il criterio principale per interpretare il comportamento di qualcuno consiste nel decidere il LOCUS della causalità, ossia nello stabilire se la causa del comportamento della persona sta nella persona che lo ha prodotto, nell'ambiente circostante o in ambedue. Da qui la capacità, secondo Heider di individuare i vari livelli di responsabilità che determinano quanto ad una persona può essere fatto carico di un determinato accadimento.

Sulla scia del pensiero di Heider Jones e Davis hanno elaborato la teoria dell'inferenza corrispondente ponendosi l'obiettivo di analizzare i modi in cui le persone effettuano stabili attribuzioni circa le disposizioni di chi compie un'azione. L'assunto di base di questa teoria stabilisce che il comportamento di una persona risulta informativo agli occhi di un'altra quando questo è il frutto di un'intenzione e quando tale intenzione si mantiene costante nel tempo. Conoscere bene un individuo significa quindi comprendere e prevedere il suo comportamento (l'amicizia).

Attraverso le teorie esposte di Heider, e di Davis emerge l'importanza di definire l'origine di causa interna o esterna di una determinata situazione, modello proposto da Weiner . La causa sarà interna quando essa è riconducibile alla persona che ha messo in atto un certo comportamento mentre sarà esterna quando è riconducibile alla situazione ®esempio pag. 110.

Ognuno di noi è poi anche in grado fare questo tipo di inferenze anche riguardo il proprio comportamento, ovvero ricercare le cause dei propri successi o insuccessi all'esterno o all'interno di sé. La tendenza generale che le persone hanno di attribuire i propri successi a cause interne e i propri insuccessi a cause esterne va sotto il nome di self-serving bias, ossia di attribuzione al servizio di sé.

Quando noi osserviamo e valutiamo i comportamenti delle persone, generalmente tendiamo ad attribuire tali comportamenti alle loro qualità o disposizioni più che a fattori di tipo situazionale. Questo meccanismo introduce un altro concetto fondamentale e cioè quello dell'errore fondamentale di attribuzione, con il quale si indica quella tendenza generale di giudizio che i soggetti manifestano allorché, nell'individuare i fattori che determinano il comportamento della gente, sottostimano l'impatto dei fattori situazionali mentre sovrastimano l'impatto dei fattori disposizionali. Il soggetto tende, secondo questo principio ad attribuire il comportamento dell'attore a sue disposizioni permanenti, come ad esempio gli atteggiamenti, senza considerare che in alcuni casi l'attore assume determinati comportamenti perché non ha la possibilità di comportarsi in maniera differente. Questo processo introduce anche un altro meccanismo molto importante e cioè la differenza attore-osservatore nei processi attribuzionali, ossia quella tendenza sistematica a spiegare il comportamento degli altri nei termini di fattori  disposizionali ed il proprio nei termini di fattori  situazionali o instabili. le persone in sintesi tendono ad essere disposizionaliste solo quando giudicano il comportamento degli altri, mentre le stesse persone tendono ad essere situazionaliste quando devono spiegare il proprio comportamento.

Nel momento in cui ci troviamo a dover affrontare determinate situazioni o ad esprimere giudizi nei confronti degli altri il giudizio o il comportamento degli altri sembra avere un ruolo abbastanza debole , in genere infatti utilizziamo informazioni di consenso autogenerate. L'effetto del consenso basato sul sé consiste nella tendenza a percepire il proprio comportamento come tipico e nell'assumere che nelle stesse circostanze gli altri si sarebbero comportati nello stesso modo. Questo discorso per introdurre il concetto del falso consenso una tendenza che vede i soggetti bisognosi nel ricercare la compagnia di coloro che sono a loro simili o che si comportano in maniera simile. L'effetto di falso consenso appare particolarmente forte quando i fattori situazionali e le condizioni ambientali sono percepiti come responsabili del comportamento, al contrario, l'effetto sui affievolisce quando emergono delle attribuzioni disposizionali del comportamento. Infine. l'effetto diventa molte forte nel caso dei gruppi di minoranza, coloro che appartengono ad una minoranza giudicano i propri comportamenti molto più condivisi entro il proprio gruppo di quanto non capiti ai membri di un gruppo di maggioranza.

Tutti gli esempi che abbiamo riportato fino ad ora sottolineano l'importanza degli schemi ed in generale delle strategie cognitive perché sostanzialmente in grado di semplificare l'interpretazione della realtà in cui viviamo. gli psicologi sociali  hanno dato a queste strategie cognitive di semplificazione il nome di euristiche.

Esistono tre diversi tipi di euristiche

1.    L'Euristica della rappresentatività

2.    L'Euristica della disponibilità

3.    L'Euristica della simulazione

L'Euristica della rappresentatività è una scorciatoia di pensiero che permette al soggetto di fare inferenze circa la probabilità del verificarsi di un certo evento. Il suo impiego in sostanza ci aiuta a rispondere a domande quali ad esempio qual è la probabilità che la persona A appartenga alla categoria B ®esempio pag. 118 quindi l'euristica della rappresentatività è un giudizio circa la rilevanza che produce un giudizio di probabilità.

L'Euristica della disponibilità è quella strategia di pensiero che viene attivata quando le persone devono valutare la frequenza o la probabilità di verificarsi di un evento essa si basa sulla facilità e sulla velocità con cui vengono alla mente esempi o associazioni che si riferiscono alla categoria su cui il giudizio viene espresso.

L'Euristica della simulazione è una variante di quella della disponibilità e viene impiegata quando i soggetti devono immaginari ipotetici scenari in modo da produrre ipotesi su come certi eventi si potrebbero verificare.

Schemi, teorie implicite della personalità, processi di attribuzione causale sono tutte parti di un panorama concettuale che ci ha aiutato a capire quali sono i meccanismi che generano la nostra rappresentazione del mondo sociale e quali sono i giudizi su di esso.

Come abbiamo più volte sottolineato un aspetto fondamentale di tale attività è la creazione di sistemi in grado di semplificare le nostre rappresentazioni, a questi sistemi gli psicologici hanno dato il nome di Stereotipo. Il più importante veicolo di trasmissione degli stereotipi è quello linguistico e il più semplice livello di analisi che a questo riguardo può essere scelto si riferisce al vocabolario che viene impiegato in ogni data cultura per trasmettere informazioni o per denominare alcuni gruppi.

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

4

Le dimensioni sociali del sé

Pag. 131-154

Io-Me

Gli Schemi del sé

Autostima Autoaccrescimento

Coerenza Autoregolazione

Autopresentazione

APPROFONDIMENTO

Mentre il Capitolo precedente ha analizzato i meccanismi della percezione sociale, ovvero il modo attraverso cui ognuno di noi si rapporta agli altri ,questo capitolo ha come obiettivo quello di spiegare l'insieme dei pensieri e dei sentimenti che definiscono ciò che ciascuno di noi ritiene di essere ovvero il concetto di sé. Se combiniamo i pensieri e i sentimenti che definiscono il concetto di sé con i giudizi di valore ad esso associati, ne deriva un altro costrutto teorico i importante quello di autostima.

Esistono, infatti, forti differenze tra coloro che possiedono un'alta autostima, sia nella sfera delle disposizioni comportamentali sia nelle strategie di costruzione della realtà. Le persone con alta autostima hanno, quindi, una visione ottimistica della vita, questo fa si che riescano a porsi obiettivi ambiziosi sapendosi, allo stesso tempo gestire gli eventi negativi con tranquillità. Al contrario le persone che hanno una bassa tendono ad essere pessimiste, maturando un atteggiamento negativo nei confronti della vita e sviluppando così sindromi depressive.

Il Sé presenta due aspetti fondamentali, da un lato c'è il sé come conoscitore, ovvero come istanza capace di riflettere, dall'altro lato c'è il sé inteso come flusso di consapevolezza. Riassumendo potremo definire il sé come un Io che è origine di tale consapevolezza e un Me come oggetto di tale della consapevolezza stessa.

James padre fondatore della psicologia americana è stato il primo ad individuare le caratteristiche principali del Me in quanto oggetto di conoscenza. Egli ha distinto il Me in tre componenti:un Me materiale che attiene alle conoscenza che l'individuo ha in relazione al proprio corpo, alla propria casa, ai vestiti alla famiglia. Un Me sociale che attiene alle molteplici immagini che gli altri si formano nei riguardi dell'individuo (ad esempio i ruoli che si ricoprono all'interno della società) ed infine un Me spirituale che attiene alle conoscenze che l'individuo possiede rispetto alle sue facoltà psicologiche, ai suoi tratti personali, atteggiamenti, emozioni ecc.

Markus è stato un altro psicologo che ha dato una definizione interesse del concetto di sé intendendolo come un insieme di conoscenze, o meglio come una rete di  informazioni che guida l'individuo nella percezione, elaborazione ed integrazione delle esperienze. da queste considerazioni emerge un netto parallelismo del concetto di sé con il concetto di schema, secondo Markus, infatti, tutte le rappresentazioni del sé sono immagazzinate in memoria  dentro uno schema concettuale distinto:quanto più forti sono le i legami fra un insieme di esperienze memorizzate e il concetto di sé tanto più quelle esperienze diventeranno parte integrante di questa struttura di rappresentazione. Un altro modo per porre a confronto l'Io e il Me è stato proposto dal modello di Greenwald e Pratkanis secondo cui l'Io conoscitore sarebbe inteso come un programma di un computer che opera trasformazioni sui dati input in entrata ed esegue elaborazioni su quelli in uscita output. il Me sarebbe invece l'insieme dei dati depositati in memoria del computer, ovvero le esperienze, le memorie del computer. E' importante inoltre definire un altro aspetto molto importante del sé e cioè il fatto che ognuno di noi possieda un nucleo concettuale stabile referente al nostro sé e del quale siamo costantemente consapevoli durante tutto l'arco della nostra vita. Questo non vuol dire che non esistano casi in cui un'identità personale e o sociale non sia ben stabilizzata e radicata ne è un chiaro esempio il caso degli adolescenti ®esempio pag. 137.

Un modo attraverso cui le persone costruiscono la rappresentazione del sé consiste nel mettere in relazione il sé attuale con quello passato. Questo tipo di comparazione è molto utile in quanto permette all'individuo di fare inferenze sullo sviluppo e sui progressi delle proprie capacità e sulla coerenza della propria visione del mondo. Importante è tenere presente che tendenzialmente quando questa comparazione avviene, l'individuo tende a modificare con più facilità il ricordo del passato, questo significa che la ricostruzione del proprio passato spesso non è attendibile, nel senso che le persone tendono a ricordare meglio e ad enfatizzare gli aspetti positivi del sé. Le concezioni di sé riguardano anche stati ipotetici del sé proiettati nel futuro, Markus e Nurius definiscono i sé possibili come componenti del sistema del sé orientate al futuro. Queste rappresentati del sé proiettato in possibili stati futuri possono favorire e la realizzazione degli obiettivi che il soggetto si pone. Questo significa, quindi che il concetto di sé non determina solo l'elaborazione delle informazioni riguardanti noi stessi, ma influisce anche su come percepiamo gli altri e come interagiamo con loro.

Nella concezione che ognuno ha di sé stesso possono emergere anche delle incongruenze. Possono nascere cioè delle tensioni fra i vari sé possibili. Higgins ritiene, infatti, che l'individuo abbia una concezione di sé principale nei termini di un sé effettivo,(formato da quell'insieme di caratteristiche che l'individuo ritiene di possedere) nei termini di un sé ideale (formato da quell'insieme di caratteristiche che l'individuo idealmente vorrebbe possedere), nei termini di un sé imperativo (formato da quell'insieme di caratteristiche che l'individuo ritiene di dover possedere).

La situazione ottimale è quando sussiste equilibrio fra queste tre dimensioni del sé. Sulla base del modello di Higgins è possibile prevedere che se un soggetto desidera realizzarsi in una qualche attività (sé ideale) ma non ci riesce (sé effettivo), il quadro affettivo della persona sarà caratterizzato da depressione. Se invece il conflitto si manifesta fra sé effettivo e sé imperativo Higgins ipotizza  che il quadro affettivo più probabile non sia basato sulla depressione ma sull'ansia.

Greenwald fu un altro psicologo che indicò l'esistenza di tre dimensione  del sé che secondo lui sono l'egocentralità, la benefficienza e il conservatorismo cognitivo. L'egocentralità si riferisce a quella tendenza a mantenere una focalizzazione sui contenuti del sé durante i processi di giudizio e memoria in cui gli individui sono coinvolti. Nella dimensione della benefficienza Greenwald racchiude  due diversi concetti, il fare bene e il farlo con competenza. Sono questi concetti che, in termini di assunzioni implicite, stanno alla base dei criteri con cui i soggetti valutano la loro condotta e ricordano il loro passato. Ad esempio i soggetti, come abbiamo già avuto modo di osservare, tendono a ricostruire il loro passato ricordando i successi e dimenticando i fallimenti. Infine la terza dimensione è quella del conservatorismo cognitivo, ossia quella tendenza spesso presente nel comportamento umano che porta gli individui a resistere per quanto sia possibile al cambiamento. Questo significa che i soggetti sono portati a recuperare in maniera selettiva le informazioni dalla loro memoria.

Uno dei motivi fondamentali che stanno alla base dei meccanismi di valutazione del sé è quello dell'autoaccrescimento, con il quale si intende il tentativo che i soggetti mettono costantemente in atto di ottenere delle risposte ambientali positive riguardo al sé, di evitare quelle negative, di sperimentare emozioni piacevoli per quanto riguardo la propria condotta, di mantenere un alto livello di autostima.

Le persone, infatti, tendono quotidianamente a ricercare situazioni e ad adottare strategie di azioni capaci di confermare i convincimenti che esse hanno del proprio sé. Nello stesso tempo cercano di evitare tutte quelle situazioni capaci di contraddire le loro concezioni.

I motivi di autoaccrescimento e di coerenza possono però anche agire in direzioni antagoniste, è il caso ad esempio di una persona con bassa autostima, il motivo di autoaccrescimento indurrà quel soggetto a ricercare feedback positivi, mentre il motivo dovrebbe fargli preferire feedback negativi e più prevedibili, data l'immagine di sé che egli ha maturato. Secondo i risultati ottenuti in una indagine sperimentale condotta da Swann, Griffin, Predmore e Gaines sia il bisogno di coerenza con il sé sia il motivo di autoaccrescimento sono operativi nell'esperienza psicologica del soggetto, ma il primo ha influenza sugli aspetti cognitivi, il secondo sui gli aspetti emotivi.

I processi di autoregolazione sono dei meccanismi complessi attraverso i quali gli individui selezionano situazioni e persone con cui interagire, adottano strategie che consentono loro di gestire un'immagine pubblica e di presentare sé stessi in modo da raggiungere gli obiettivi che si sono posti. Oltre ai processi di autoregolazione esistono anche processi di autopresentazione attraverso i quali le persone manipolano la loro immagine e il loro comportamento in modo da creare specifiche impressioni nei loro interlocutori. i motivi che stanno alla base della gestione di queste strategie  sono riconducibili a quelli già esaminati a proposito del sé in generale.

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

5

Le Emozioni

Pag. 161-191

Multicomponenzialità

Intrapsichico

Predisposizioni emotive Processo di valutazione

Multidimensionalità

Fisiologicità

APPROFONDIMENTO

In questo Capitolo ci si occuperà dei fenomeni emotivi, delle loro origini e cause. Molte teorie concordano nel definire l'emozione come un'esperienza multicomponenziale, inoltre le emozioni sono definite come fenomeni prevalentemente intrapsichici e intrapersonali.

In alcuni degli approcci più recenti, invece si sottolinea il carattere sociale ed interpersonale delle emozioni arrivando anche a definirle come costruzioni sociali.

Le emozioni, infatti, sono fenomeni complessi e per essere studiate hanno sempre necessitato un approccio interdisciplinare che vedeva coinvolte più discipline quali ad esempio la sociologia, l'antropologia, la psicologia e la biologia. Ogni disciplina naturalmente focalizzerò la sua attenzione su di uno aspetto diverso  comunque sono le stesse variabili strutturali dell'emozione ad essere considerate a vari livelli.

L'esperienza emotiva si articola in varie componenti, come è già stato osservato. l'emozione sostanzialmente è composta da elementi chiamati antecedenti, ovvero quegli eventi che stimolano, suscitano l'emozione aspetto che di fatto si situa al di fuori dell'esperienza stessa. Le emozioni, infatti, hanno un oggetto, sono cioè suscitate da eventi o antecedenti di varia natura, da quelli più microscopici ( lo sguardo di qualcuno) a quelli macroscopici ( la morte di qualcuno). Esiste di fatto una sorta di prototipicità dei rapporti evento-emozione che permette di prevedere con buona approssimazione quale emozione proverà un individuo se incontra un determinato evento e di ipotizzare quale tipo di evento è all'origine di una certa emozione che osserviamo in un altro individuo. Uno stesso evento, infatti, può generare reazioni diverse ed emozioni diverse. Persone appartenenti a gruppi culturali diversi possono quindi provare emozioni differenti  date certe loro caratteristiche sociodemografiche, cioè essere più o meno sensibili ad un certo tipo di evento.

Il rapporto evento-emozione è quindi complesso ma soprattutto probabilistico e non di tipo assoluto. Questo significa non tanto prevedere quale emozione proverà un individuo quando si verificherà un certo evento, ma piuttosto che significato attribuirà quell'individuo a quel tipo di evento. Da questo si deduce che è l'evento come percepito e non l'evento in sé a provocare l'emozione. Dietro ogni emozione ci sono infatti tantissimi elementi fondamentali che fanno parte dell'universo personale dell'individuo di cui non si può sottovalutare l'importanza. Questi sono ad esempio i valori, gli scopi, le credenze, le conoscenze a loro volta connessi con la storia culturale e alla specifica cultura in cui ogni individuo vive che fanno dell'emozione un segnale con una specifica funzione adattiva. In sintesi, ciò che costituisce l'evento antecedente di un'emozione è strettamente connesso con la codifica, anche culturalmente determinata dell'evento. I tipi di eventi sono allora assimilabili a degli schemi che connettono eventi specifici a significati socialmente condivisi. Gli eventi, infatti, vengono valutati cognitivamente, sia in relazione alle loro implicazioni circa il benessere dell'individuo e i suoi interessi, sia circa il modo in cui l'individuo può far fronte all'evento in questione. Il processo di valutazione è quindi multidimensionali implica cioè una serie di controlli rispetto a varie dimensioni quali:

1.    valenza e salienza di un evento (situazione spiacevole o piacevole)

2.    novità (la situazione si è presentata prima dell'individuo, ovvero era attesa?)

3.    controllo (la situazione è modificabile da parte dell'individuo)

4.    certezza (l'individuo è in grado di far fronte all'evento?)

5.    causa (Chi ha causato l'evento?)

6.    intenzionalità (l'evento è stato causato intenzionalmente)

Nel complesso le ricerche hanno evidenziato che le diverse emozioni sono caratterizzate da specifiche configurazioni di valutazione, che definiscono qual è la struttura di significato situazionale di una certa emozione.

Le emozioni, inoltre, inoltre comportano spesso cambiamenti fisiologici: il battito del cuore rallenta o accelera, si arrossisce o si impallidisce e via dicendo. Queste reazioni di tipo fisiologico definiscono l'intensità dell'esperienza emotiva. Esistono poi dei comportamenti espressivi innati come ad esempio quelli più elementari che si possono identificare nello spalancare degli occhi e tutte quelle reazioni che potremmo definire istintive. Gli eventi emotigeni suscitano cambiamenti nelle modalità di tendenza all'azione, la tendenza all'azione è relazionale in quanto l'individuo cerca di stabilire, mantenere o interrompere una certa relazione con un altro individuo, un oggetto o un aspetto dell'ambiente a seconda dello scopo finale che vuole raggiungere. Alcune ricerche empiriche hanno individuato varie dimensioni o fattori di tendenza all'azione che differenziano le varie emozioni, come l'avere il controllo sulla situazione, il sentirsi impotente, l'inibizione, l'opporsi ecc.

Per regolazione si intende sia il controllo inibitorio sull'emozione sia la sua intensificazione volontaria. La regolazione opera, quindi, nel senso di evitare stati emotivi negativi e ricercare invece stati emotivi positivi.

Tutte le componenti analizzate fino ad ora formano il nucleo centrale del processo emotivo. Le emozioni sono associate ad una struttura intenzionale, cioè l'insieme di piani che il soggetto sviluppa ed esegue per far fronte ad un dato evento. Queste strutture intenzionali consce o meno sono importanti perché estendono lo stato momentaneo di tendenza d'azione  la paura dell'altezza ad esempio evita di frequentare posti alti)

Le emozioni hanno anche un decorso temporale, alcune emozioni infatti durano più di altre come terrore, stupore, gioia, ma molto dipende anche dall'impatto dell'evento e dai processi regolazione. un'altra caratteristica molto importante dell'emozione è che essa opera in concomitanza con o indipendentemente da, altri sistemi, e che se necessario può interferire con il loro operato. Infatti un'emozione può insorgere in qualunque momento, indipendentemente, da quello che sta facendo l'individuo.

La valutazione emotiva degli eventi è dunque continua e contemporanea rispetto alle attività in corso.

In sintesi le emozioni non sono pure, mere esperienze interne, puramente irrazionali, ma piuttosto modi di percepire il mondo , più precisamente sono dei processi adattivi, intelligenti, di transazione con l'ambiente, a livello quindi non solo intrapsichico ma anche interpersonale e sociale.

Le esperienze emotive dell'individuo sia quelle indirette ( le emozioni che l'individuo apprende dai resoconti degli altri) che quelle dirette (le emozioni che l'individuo apprende nel corso della sua vita), è fonte di molte conoscenze che e credenze che nell'insieme possono essere definite come le teorie ingenue delle emozioni, queste comprendono i seguenti aspetti

¨    La natura delle emozioni e i vari rapporti fra causali fra le sue componenti

¨    Gli interessi e gli eventi focali di una data cultura

¨    Gli aspetti globali del processo emotivo

¨    Le norme sociali e personali

¨    I significati del lessico emotivo

Per concludere le teorie ingenue delle emozioni definiscono la competenza emotiva, competenza che determina il grado di efficacia, sociale e personale con cui un individuo instaura mantiene o modifica le transazioni emozionali con l'ambiente.

Le emozioni possono essere involontariamente comunicative, un osservatore può inferire in base ad esse qual è l'emozione provata , qual è la valutazione dell'evento. Le emozioni possono essere sia intenzionali che inconsapevoli, questo significa che il contesto interazionale ricopre un ruolo importante sulla regolazione dell'emozione in quanto stimola, inibisce o mantiene stabile una certa emozione e la sua espressione.

UNITA' DIDATTICA




OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

6

Il Processo di socializzazione

Pag. 197-220

Socializzazione Primaria-Secondaria

Interazione Risocializzazione

Transizione Ecologica

APPROFONDIMENTO

In questo capitolo si tratteranno i modelli teorici più classici sul tema della socializzazione.

Il processo di socializzazione è una fase fondamentale nell'individuo, ma nella psicologia sociale questo tema a partire dagli anni '30 e '40 ha suscitato non poche polemiche generando interessanti conflitti culturali. Sintetizzando le definizioni più comuni di quel periodo, con il termine socializzazione si intende un insieme di processi mediante i quali gli individui diventano persone, ovvero acquistano le conoscenze, le abilità, i comportamenti che li mettono in grado di partecipare alla vita sociale. E' chiaro come in questa accezione la società svolga un ruolo predominate nel fissare quegli obiettivi ai quali l'individuo è chiamato a rispondere, questo significa che l'individuo non è l'artefice della propria vita. Contro questa teoria si opponeva l'ideologia americana che al contrario enfatizzava l'uomo in grado di farsi da sé particolarmente attiva in quegli anni. Queste tue tendenze contrapposte costituivano i due paradigmi dominati sui processi di socializzazione, il primo fautore della plasticità permanente delle risposte dell'individuo alla società, l'altro a favore del ruolo combinato di fattori biologici uniti a quelli sociali come determinanti nel processo di socializzazione.

Agli inizi degli anni '60 molte ricerche hanno cominciato ad occuparsi dei bambini e ad analizzare i meccanismi di socializzazione fin dai primi anni di vita. Le prime teorie definivano il processo di socializzazione come quel processo attraverso cui il bambino inerme diviene gradualmente una persona consapevole di sé stessa, questa tesi sosteneva la necessità di adeguamento del bambino alle regole della società a cui appartiene, e quindi il suo sviluppo sociale veniva inteso principalmente come acquisizione dei prerequisiti sociali per arrivare solo in seguito all'interazione con gli altri. Tesi che fu offuscata dalla teoria costruttivista di Piaget e dal prevalere del paradigma cognitivista.

Secondo questo approccio l'interazione del bambino con gli altri e con l'ambiente che lo circonda è di fondamentale importanza per il suo sviluppo sociale e cognitivo. Il contesto familiare, il gruppo dei pari, la scuola e i mezzi di comunicazione di massa diventano agenti di socializzazione cruciali che accompagneranno il percorso evolutivo del bambino per tutta la vita. Fu Bronfenbrenner, infatti, a sottolineare il fatto che il processo di socializzazione si snoda per tutto l'arco temporale dello sviluppo umano, non ha in sostanza una fine. Egli considerava la socializzazione come quel costante processo di adattamento reciproco fra il soggetto e i cambiamenti che caratterizzano l'ambiente che lo circonda, definito come ambiente ecologico. Per Bronfenbrenner esistono varie strutture con cui relazionarsi, la prima, la più interna è definita Microsistema caratterizzata dalla relazione diadica e dall'interazione faccia a faccia, la struttura successiva definita Mesosistema comprende le interrelazioni fra due o più situazioni ambientali nel quale il soggetto ha un ruolo attivo; la caratteristica principale di questa struttura è quella di produrre delle transizioni ecologiche, ovvero dei cambiamenti più o meno radicali nel sistema delle relazioni diadiche, ad esempio non più solo il nucleo familiare per il bambino, ma il suo ingresso nella scuola, i suoi primi amici, nuovi adulti con cui interagire ecc. Nella struttura dell'Esosistema simile al Mesosistema l'individuo non ha un ruolo attivo, ma quello che gli accade può comunque influenzare la situazione ambientale che lo riguarda. L'ultima struttura è il Macrosistema che può essere definita come una sorta di cornice culturale dell'ambiente ecologico.

In sintesi il Modello ecologico permette di descrivere e comprendere l'insieme dei fenomeni che vanno sotto il nome generico di cambiamenti, ovvero le cosiddette transizioni ecologiche che non dimentichiamo si possono verificare durante tutto l'arco della vita. Questo modello presenta delle similitudini con un altro modello molto importante quello riproduttivo-interpretativo, concretizzatosi negli studi etnografici, e sviluppatosi recentemente all'interno della corrente sociologica dell'interazionismo simbolico, questo modello ipotizzato da autori quali Passeron Bordieu sottolinea il ruolo discriminate svolto, ad esempio, dalle istituzioni scolastiche e dagli insegnanti stessi nel trattare in modo differente gli alunni, generando una socializzazione e un'educazione tale da riprodurre il sistema di classi sociali dominante.

La socializzazione è un processo che dura per tutta la vita, ma può essere suddivisa in due fasi principali: la socializzazione primaria e secondaria . Nella prima il bambino verifica una progressiva generalizzazione dai ruoli e dagli atteggiamenti degli Altri in particolare i membri della famigli (padre, madre, fratelli, nonni). In questa fase il bambino comincia ad apprendere l'insieme delle norme e delle regole che governano la vita sociale. Questo apprendere dagli altri attraverso l'interazione con essi è stato definito da G.H Mead il modello teorico dell'Altro Generalizzato, momento cruciale in quanto permette al bambino di identificarsi con una generalità di altri e quindi di iniziare a comprendere la società. Nella socializzazione primaria il bambino è naturalmente dipendente dagli altri, nel senso che non ha la capacità di scegliere le persone per lui importanti. E' stato studiato, infatti, che i bambini di tutte le culture cominciano il proprio sviluppo in situazioni di dipendenza totale dagli adulti, per poi conquistare la relativa autonomia. E' in questa fase che il bambino svolge funzioni elementari di apprendimento di ruoli chiamate turn taking, ovvero schemi di azioni e di interazioni complementari, come ad esempio, dare, prendere, fare domande, rispondere ecc.

La socializzazione primaria si distingue da questo carattere di assoluta dipendenza del bambino rispetto al nucleo familiare di appartenenza, la famiglia è quindi per lui la società, il suo ambiente, anche perché l'unico che conosce realmente: quando il bambino però comincia per esempio ad andare all'asilo e a scuola, vediamo che anche i coetanei assumono progressivamente un ruolo molto importante ai fini del suo processo evolutivo, tanto importante quanto quello svolto fino a quel momento dalla sua famiglia. I bambini, in sostanza, cercano con tenacia di costruirsi modalità di controllo e di governo della propria vita quotidiana, attraverso la creazione di una rete di rapporti con compagni-amici che permetta loro di partecipare alla vita sociale. E' in questa fase che il bambino comincia a mettere in discussione il ruolo degli adulti e a fare le prime inferenze fra il suo ambiente di crescita e quello degli altri. E' anche in questa fase che si scatenano le prime tensioni emotive come ad esempio, paura , confusione, curiosità, momenti che vengono stimolati e compresi soprattutto nella fase del gioco.

Mentre la partecipazione sociale e l'amicizia sono elementi centrali della cultura dei coetanei, una crescente differenziazione sociale e la presenza di conflitti nelle relazioni sociali sono aspetti caratteristici nel corso dell'infanzia fino all'adolescenza. Il primo segnale di differenziazione sociale è l'intensificarsi delle differenze fra i sessi. Riassumendo tre grandi caratterizzano la cultura dei coetanei. Il primo attiene all'importanza della partecipazione alla vita sociale. I ragazzi sono cioè in grado di  produrre collettivamente gruppi gerarchici, e diventano cruciali temi quali l'accettazione nel gruppo, la popolarità e la solidarietà fra a mici.

Un secondo tema centrale è costituito dai tentativi di affrontare le incertezze, gli interessi, le paure e i  conflitti che determinano la vita quotidiana. Un terzo tema riguarda la messa in discussione dell'autorità degli adulti, processo che si innesca fin dal primo anno di vita.

La socializzazione secondaria comporta naturalmente un'identificazione emotiva con gli adulti significativi meno intensa di quella primaria, ma comunque importante. Il rapporto genitori figli è infatti sempre indispensabile ed allo stesso tempo estremamente funzionale ad una socializzazione completa e regolare. Fonte di crisi durante la socializzazione secondaria è proprio la presa di coscienza da parte dei ragazzi del fatto che la famiglia e i genitori in particolari non sono più l'unico mondo esistente. In generale la socializzazione secondaria implica riti più o meno espliciti e ufficiali di iniziazione  al mondo adulto, periodi di apprendistato, l'esperienza di transizioni ecologiche, come ad esempio la scuola, ed in seguito l'ingresso nel mondo del lavoro e l'uscita dalla famiglia.

Uno dei fenomeni più interessanti della socializzazione secondaria è la risocializzazione, termine con cui si vuole spiegare la natura cangiante e soggetta a cambiamenti e trasformazioni della realtà appresa nel processo di crescita, per quanto essa possa sembrare massiccia e definita.

Il concetto di risocializzazione ha molte sfumature, nel senso che può presentare aspetti normali come semplice processo di cambiamento e di maturazione, o aspetti più radicali in cui gli individui sperimentano un vero e proprio mondo nuovo ne é un esempio l'addestramento militare, o una degenza cronica in ospedale.

UNITA' DIDATTICA

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RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

7

Gli Atteggiamenti sociali

Pag. 229-251

Risposte cognitive affettive comportamentali

Condizionamento operante Acquiescenza Interiorizzazione

Misura dell'atteggiamento

Azione ragionata

Coerenza Equilibrio cognitivo

Dissonanza cognitiva

APPROFONDIMENTO

Una prima definizione di atteggiamento è stata data da Thomas e Znaniecki secondo i quali l'atteggiamento è un processo mentale e individuale che determina risposte attuali e potenziali di ogni individuo. Gli atteggiamenti secondo questo assunto sono processi sia individuali che sociali, frutto di scambi reciproci fra l'individuo e il suo ambiente.

Un'altra definizione degna di nota è quella di Allport, il quale definisce l'atteggiamento come uno stato di prontezza mentale e neurologica, organizzato nel corso dell'esperienza, che ha un'influenza direttrice e dinamica sulle risposte dell'individuo agli oggetti e alle situazioni con cui è in relazione.

Un'altra definizione importante è quella della scuola comportamentista e neo comportamentista che vede l'atteggiamento non come un processo psicologico ma come una variabile ipotetica di cui si può misurare l'intensità e la valenza positiva o negativa. Esempio tipico di questa posizione è il modello tripartito. Questo modello vede coinvolte tre dimensioni particolari nella formazione di un atteggiamento, che corrispondono precisamente a tre risposte, una di tipo cognitivo, una di tipo affettivo e la terza di tipo comportamentale. ®esempio pag. 232

La prima risposta attiene alle credenze, la seconda ai sentimenti e agli stati d'animo, la terza alle azioni manifeste ma anche alle intenzioni che si possono dimostrare nei confronti di un determinato oggetto. Da queste affermazioni ne consegue che l'atteggiamento può essere il risultato della mediazione di queste tre componenti come può derivare in tutto o in parte da una sola.

L'aspetto fondamentale di un atteggiamento è che questo è sempre in relazione a qualcosa di esterno che funge da stimolo. Gli atteggiamenti sono importanti in quanto svolgono molte funzioni fra cui quelle di adattamento sociale e di guida al comportamento umano. Gli atteggiamenti infatti tendono a rimanere stabili nel tempo, preservano e conservano l'immagine di sé, organizzano e regolano la memoria  di azioni, persone ed eventi, svolgono un'azione egodifensiva, e per ultimo influenzano il comportamento sociale.

Gli atteggiamenti nascono quindi come dall'esperienza diretta della mediazione delle figure parentali, dei gruppi di riferimento e dei mezzi di comunicazione di massa. Fra i processi che contribuiscono alla formazione delle componenti dell'atteggiamento citiamo i processi di base come l'elaborazione cognitiva dell'informazione, le reazioni emotive, i meccanismi di condizionamento classico ed uno operante: il primo si ha quando esiste uno stimolo neutro capace di evocare una risposta negativa o positiva, il secondo invece si basa sul meccanismo della ricompensa, per cui se un comportamento viene premiato aumenteranno le probabilità che venga ripetuto, viceversa se punito questa probabilità diminuirà.

Vari esperimenti hanno inoltre dimostrato che gli atteggiamenti formatisi tramite esperienza diretta sono più radicati nella mente dell'individuo, tuttavia anche il ruolo degli altri non è da sottovalutare nella formazione dei nostri atteggiamenti; questo vale soprattutto per quei temi di ordine sociale come la politica, la sanità ecc. I piccoli gruppi, la famiglia, i colleghi di lavoro svolgono tutti un ruolo importante nella creazione delle norme e dei valori sociali, questo comunque porta a vari livelli di convinzione rispetto agli atteggiamenti che ognuno di noi possiede.

Una persona che adotta l'atteggiamento di un'altra non essendone pienamente convinta si dice che abbia assunto quell'atteggiamento per acquiescenza, mentre l'interiorizzazione di un atteggiamento presuppone naturalmente la piena convinzione e consapevolezza della validità di quel particolare atteggiamento. Come abbiamo già accennato in precedenza, un ruolo molto importante lo svolgono anche e soprattutto i mezzi di comunicazione di massa. I mass media, infatti non solo sono in grado di creare atteggiamenti ma anche di inventarne di nuovi.

Misurare un atteggiamento significa sapere come questo si distribuisce all'interno della popolazione. Quando si vuole sottoporre ad analisi un atteggiamento è necessario prima di tutto selezionare quegli indicatori che hanno un rapporto significativo con quel costrutto. Esistono due tecniche fondamentali dirette e indirette. Le tecniche dirette consistono nel chiedere alle persone, per mezzo di item di vario tipo un'autovalutazione del proprio atteggiamento. Le tecniche indirette, invece, rilevano l'atteggiamento senza che la persona se ne accorga o mascherando l'obiettivo di indagine.

Per quel che riguarda le tecniche dirette analizzeremo i vari tipi di scale atte alla misurazione degli atteggiamenti.

La prima di cui presenteremo i caratteri principali è la Scala di Thurstone definita ad intervalli soggettivamente uguali. La procedura per costruire questa scala consiste nel:

1.    Formulare una lista di 100 item

2.    Sottoporre gli items a controllo da parte dei giudici i quali divideranno gli items in rodine di intensità favore/sfavore che ogni opinione esprime

3.    Assegnazione di un intervallo a cui associare il relativo punteggio e calcolo del valore scalare di ogni item che corrisponde a la mediana degli intervalli (intensità)

4.    Selezionare i 20/30 item più significativi e meno ambigui per poi sottoporli ai soggetti

Bisogna tenere in considerazione che Thurstone vede l'atteggiamento come una struttura decisamente complessa in cui influiscono vari elementi composti dai sentimenti, dalle credenze, dai pregiudizi, dalle convinzioni delle persone, ma quello che interessa nella misurazione è solo l'intensità e la direzione. L'atteggiamento, in questo senso è visto da Thurstone come un continuum psicologico graduato, compreso fra un polo massimo di sfavore ed un massimo di favore.

Costruire una scala significa quindi ricostruire questo continuum attraverso una serie ristretta di affermazioni con valori scalari ®esempio pag 234.

Un'altra scala che passiamo ad osservare è quella formulata da Likert definita a punteggi sommati. Questa scala decisamente più semplice, ma comunque efficace, prevede la formulazione di 50 item in grado di coprire tutte le possibili angolazioni dell'atteggiamento considerato. I soggetti in questo modo sono chiamati a rispondere alle domande usando una scala a 5 intervalli ed esprimendo il loro parere nei termini di d'accordo, molto d'accordo, abbastanza d'accordo, neutro, contrario, molto contrario, abbastanza contrario. Ad ogni risposta sarà dato un punteggio che andrà da 1 a 5. L'atteggiamento più favorevole corrisponderà al punteggio 5 ®esempio pag. 234.

Entrambe le scale devono rispondere ai requisiti fondamentali della ricerca scientifica, ovvero attendibilità, fedeltà e validità. Ricordo che per validità si intende la capacità della scala di misurare effettivamente l'atteggiamento per cui è stata selezionata. Un modo per assicurare la validità è quello di sottoporre la scala a campioni diversi di cui si conosce il parere.

Un'altra tecnica importante di misurazione è quella del differenziale semantica costruita da Osgood; attraverso  questo sistema si misura il significato connotativo dei concetti . Lo strumento è formato da una serie di scale bipolari come buono/cattivo, bello/brutto a 5 o a 7 intervalli. I soggetti devono segnare l'intervallo fra i due aggettivi che sposa meglio il loro parere.

Un'altra tecnica attendibile è quella dell'item singolo, ovvero utilizzare una singola domanda chiaramente collegata all'atteggiamento che interessa misurare. ®esempio pag. 235

Tutte le scale di cui abbiamo parlato si basano sulla autovalutazione dei soggetti.

Le tecniche indirette sono molto varie e come abbiamo detto, hanno la prerogativa di non essere intrusive, cioè di misurare l'atteggiamento con sistemi che aggirano la consapevolezza del soggetto. Fra queste tecniche rileviamo quella del falso canale di informazione di Jones e Sigall che ha lo scopo di scoraggiare i soggetti dal mentire, collegandoli ad una macchina in grado di scoprire se le loro opinioni sono attendibili e non falsificate. Le tecniche indirette utilizzano tutte indicatori di tipo fisiologico, in grado cioè di misurare gli atteggiamenti dei soggetti interpretando e controllando le loro reazioni fisiche.

Un aspetto degno di nota è quello della coerenza degli atteggiamenti. Abbiamo visto come l'atteggiamento sia un insieme composto di elementi psicologici, il problema della coerenza è proprio quello di esaminare in che modo questi elementi si relazionano fra di loro. Ci si chiede in sostanza se le credenze che una persona ha verso un oggetto abbiamo la stessa valenza positiva o negativa delle sue reazioni affettive e delle sue intenzioni comportamentali.

A questo proposito un aspetto molto studiato è l'organizzazione degli atteggiamenti e la loro relazione con le credenze da cui derivano. Un esempio può essere quello del modello dell'aspettativa-valore, secondo cui l'atteggiamento dipende da due tipi di dati, la probabilità soggettiva che un oggetto ha certi attributi e la valenza positiva o negativa di questi (mi piace andare al cinema e ci vado di mercoledì perché costa anche meno).

Questo dimostra come la valutazione dell'oggetto correla bene solo con le credenze più salienti e accessibili.®esempio pag. 236. Quando un sistema di credenze riferito ad un atteggiamento è composto da caratteristiche sia positive che negative si dice ambivalente

Fino ad ora abbiamo visto come esista un legame molto stretto tra quella che è la formazione degli atteggiamenti e il ruolo che i processi cognitivi svolgono in tale formazione. Una delle prime teorie con cui si definisce l'atteggiamento come l'insieme delle categorie personali con cui un individuo valuta degli stimoli è stata coniata da Sherif e Hovland, secondo i quali gli atteggiamenti sono categorizzazioni persistenti che si formano nel corso dell'interazione sociale e che  sono caricate di affettività positiva e negativa.

secondo questa definizione, l'atteggiamento è quindi visto come una costruzione possibile grazie alla percezione e classificazione di stimoli riguardanti persone, gruppi, eventi sociali, e le categorie così formate regoleranno le successive valutazioni.

C'è da ribadire comunque che l'atteggiamento di una persona non deve essere visto come una posizione sul continuum di sfavore/favore verso un oggetto, ma piuttosto come la gamma delle posizioni di atteggiamento che la persona si sente di accettare e di quelle che ritiene di rifiutare. Lo studio di Sherif mostra che l'area del rifiuto diventa tanto più ampia quanto più una persona è estremista nei suoi atteggiamenti. Infine citiamo quegli studi che considerano l'atteggiamento come una struttura di riferimento, ovvero uno schema, per usare un termine familiare.

Secondo infatti la teoria dell'azione ragionata di Fishbein e Ajzen il comportamento è determinato dall'intenzione che la persona ha di intraprenderlo, l'intenzione è a sua volta determinata dall'atteggiamento verso il comportamento e le norme soggettive, quest'ultime a loro volta sono determinate dalla credenza che altre persone ritengano che quel comportamento sia o no da mettere in atto.

E interessante notare il ruolo che qui viene attribuito agli schemi di riferimento sociale, in sostanza gli atteggiamenti si formano attraverso l'esperienza diretta e presuppongono una stretta relazione tra l'oggetto e la sua valutazione, di conseguenza un atteggiamento è molto accessibile quando è forte e si attiva quindi automaticamente di fronte all'oggetto, questo tipo di automatismo infine aumenta la probabilità che l'atteggiamento sia seguito da un comportamento coerente.

Arrivati a questo punto è opportuno chiedersi cos'è che cambia gli atteggiamenti o che a differenza li conserva stabili nel tempo. Va subito ribadito che il cambiamento può essere il risultato non solo di fattori esterni (persone, mass media) ma può essere stimolato anche da esigenze di tipo cognitivo e motivazionale interne all'individuo. Una teoria che spiega bene questo fenomeno è quella nota con il nome di Teoria dell'equilibrio cognitivo che tratta del modo in cui una persona percepisce i suoi rapporti con un'altra e con un oggetto di comune interesse ®esempio pag. 272. Secondo Heider le persone preferiscono gli stati equilibrati a quelli disequilibrati a causa delle tensioni spiacevoli che caratterizzano questi ultimi, e suggerisce possibili modi per riequilibrare il sistema, tra cui il cambio di atteggiamento. Questa teoria ci introduce uno dei concetti più importanti della psicologia sociale ovvero la Dissonanza cognitiva.

La maggioranza delle persone ha bisogno di un rapporto di coerenza logica fra le proprie idee. Festinger fu il primo ad individuare questa necessità. Secondo l'autore un individuo che ha due rappresentazioni cognitive (idee sul mondo) coerenti l'una con l'altra è in uno stato di equilibrio detto di consonanza. Al contrario due rappresentazioni cognitive incoerenti producono dissonanza, ovvero uno spiacevole stato di disturbo. In sostanza la gente spesso guidata dalla motivazione a realizzare uno stato di coerenza tra le proprie rappresentazioni cognitive, quando si accorge di avere due posizioni mentali discordanti e quindi contemporaneamente contrapposte entra in uno stato di dissonanza sgradevole.  Questo in sintesi  significa che le persone sono avvezze ad agire in conformità con le proprie conoscenze e convinzioni, quanto più questa conformità è elevata, maggiore sarà l'equilibrio e lo stato di benessere. Favoriscono la dissonanza fattori quali le pressioni di gruppo, le regole e le norme sociali, fattori di natura situazionale in genere. Le persone riducono lo stato di dissonanza modificando il proprio atteggiamento. Quando il comportamento contrasta con questo, la gente modifica l'atteggiamento nella stessa direzione del comportamento. Se però si sente costretta ad agire in un certo modo  i suoi atteggiamenti non cambieranno in modo sensibile. Al contrario il comportamento liberamente scelto accresce la probabilità che l'attore ricorra  a meccanismi di riduzione della dissonanza. Dopo la libera scelta la gente tende a sviluppare un atteggiamento più positivo verso l'alternativa scelta e uno più negativo verso quella rifiutata ®esempio pag. 273

La persuasione è lo strumento più specifico attraverso il quale si cerca di far cambiare atteggiamento, in psicologia gli studi su questo tema sono stati iniziati con il programma di Hovland negli anni '40 e '50 presso l'Università di Yale. Il gruppo di Yale ha studiato quella situazione specifica in cui si esplica la comunicazione fra una fonte che invia un messaggio ed un destinatario, l'audience che lo riceve. In generale è stato dimostrato che più la fonte è credibile maggiore è il cambiamento®esempio pag. 282

Nel settore della persuasione sono inoltre particolarmente numerose le ricerche che utilizzano il MOOD ovvero l'umore come variabile capace di modificare la persuadibilità di una persona.

Negli ultimi anni la relazione fra gli stati affettivi e il cambio di atteggiamenti è stata studiata alla luce delle teorie della persuasione come quella della risposta cognitiva e il modello della probabilità di Petty e Cacioppo. Secondo questi modelli le persone che ricevono una comunicazione persuasiva possono o prestare molta attenzione al contenuto del messaggio, oppure possono far caso solo agli aspetti più semplici e superficiali del messaggio, come ad esempio la piacevolezza o il prestigio della fonte. Il primo tipo di elaborazione, quello centrato sul contenuto è definito elaborazione sistematica, via centrale, mentre la seconda strategia è chiamata elaborazione euristica, via periferica. Per concludere vi sono due elementi che determinano il percorso dell'informazione e cioè la capacità cognitiva e la motivazione dell'ascoltatore. Se queste due caratteristiche sono presenti è probabile che una persona elabori l'informazione in profondità, per la via centrale, mentre se l'ascoltatore non è motivato né capace verrà usata la via periferica.

Le teorie funzionalistiche degli anni '50 e '60 hanno studiato il ruolo che gli atteggiamenti ricoprono nel sostegno di sé e della propria immagine. Come anticipato all'inizio del capitolo si distinguono 4 funzioni principali: quella egodifensiva, quella di espressione di valori, quella di adattamento sociale e quella esperienzale. Analizzare le funzioni aiuta a capire perché esistono certi atteggiamenti e a cosa servono. Studi hanno dimostrato che esiste un certo grado di automonitoraggio chiamato self monitoring attraverso cui ognuno di noi è in grado di adattarsi o meno all'ambiente che lo circonda. Un alto grado di monitoraggio high self monitoring corrisponderà ad una persona in grado di sapersi adattare a tutte le situazioni senza particolari problemi, viceversa per un basso grado di monitoraggio, low self monitoring.

Come abbiamo dimostrato fino ad ora le persone hanno bisogno di conoscere la realtà che le circonda, hanno bisogno di sapersi adattare e di interagire con gli altri affermano le proprie istanze morali. Allo stesso tempo però le persone si devono anche difendere, in questo senso l'atteggiamento svolge una funzione egodifensiva trasformandosi spesso in pregiudizio, cioè in un atteggiamento sfavorevole verso un oggetto, che tende ad essere altamente stereotipato. Il pregiudizio socialmente più rilevate è quello razziale.



UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

8

Attrazione personale e relazioni sociali

Pag. 299-332

Behaviorismo Comportamentismo

Cognitivismo Interazionismo

Modelli di equazione strutturale

Resoconti retrospettivi

Attribuzione causale-Locus attributivo

Rivalità

Comunicazione non verbale

APPROFONDIMENTO

Dato che l'attrazione interpersonale ha effetti formidabili sulla vita della gente, la comprensione dei fattori che tengono unite le persone è diventato un obiettivo assai stimolante per la psicologia sociale.

Possiamo distinguere nella storia recente di quest'area di studio tre periodi differenti: nel primo a partire dagli Anni '40 Festinger concentrò la sua attenzione sui fattori che influenzano lo sviluppo e la coesione dei gruppi sociali, mentre Newcomb si dedicava ai processi di conoscenza e alla amicizia, la sua attenzione principalmente era focalizzata ai momenti iniziali di una relazione e quindi al fenomeno dell'attrazione interpersonale. Nel secondo periodo caratterizzato dagli Anni '60, la relazione fra somiglianza di atteggiamenti ed attrazione divenne il centro di attenzione di numerose ricerche, la più famosa fu quella di Byrne, il quale attraverso una serie indagini (esperimenti-tipo in cui si invitavano i soggetti a rispondere a questionari anonimi composti da circa 20 items su temi quali lo sport, il fumo, il ruolo della donna chiedendo poi loro di esprimere giudizi sulle persone che lo avevano compilato) concluse che la somiglianza di atteggiamenti conduce ad attrazione attraverso un meccanismo di stimolo-risposta che chiamò A reinforcement model of attraction ®esempio pag 301.

Lungo la linea di ricerca similarità-attrazione si è poi avuto un grande proliferare di indagini. Huston e Levinger in una rassegna di almeno una sessantina di studi sull'argomento hanno per lo più confermato, ma a volte anche messo in dubbio, l'effetto previsto. Huston e Levinger hanno sottolineato l'importanza di distinguere tra diverse qualità e significati della somiglianza, suggerendo una prospettiva connessa all'information processing per interpretare le situazioni in cui la somiglianza non induce attrazione, ma costituisce una minaccia al nostro senso di unicità provocando un senso di inadeguatezza.. Comunque le critiche di maggior rilievo agli studi di Byrne sono maturate agli inizi degli Anni '60 con gli esperimenti di laboratorio, con cui tra l'altro si è verificata una grande crisi per la psicologia sociale  e le conclusioni a cui essa perveniva. Rilevante a questo proposito è la teoria di Moscovici, il quale sostiene che la psicologia sociale sarà scienza solo quando si solleverà dallo stato di semplice parafrasi dell'ovvio, per arrivare a d una interpretazione dei fenomeni meno scontata più innovativa e particolare.

Quello della polemica sull'esperimento di laboratorio è stato un periodo di grande importanza per la psicologia sociale. La psicologia nasce come disciplina orientata allo studio dei modi e delle forme dell'articolazione tra il mondo psichico e quello sociale, ovvero è una disciplina destinata allo studio sistematico dell'interazione umana e delle sue basi psicologiche. Questo ha comportato una sorta di omologia strutturale fra un'ottica di tipo psicologico mirante soprattutto alla comprensione degli aspetti invariati dei processi mentali e delle dinamiche affettive (percezione, memoria, emozioni) e un'ottica più specificatamente sociologica in grado di analizzare gli aspetti strutturali delle situazioni sociali. Questo ha comportato sul piano metodologico la necessità di esperimenti sul campo e della ricerca sul terreno, e la sperimentazione atta a costruire specifiche situazioni nei laboratori. Questo modo ha comportato da un lato una positiva peculiarità della psicologia sociale, ma dall'altro anche restringimenti di campo, dovuti ad una totale identificazione da parte della psicologia sociale con questa tecnica di indagine durata per molti anni e poi sfatata a partire dalla fine degli Anni '60.

La critica si riferiva al fatto che l'esperimento di laboratorio fosse una tecnica non in grado di cogliere con le dovute attenzioni il ruolo cruciale giocato dal contesto sociale, culturale e storico nel condizionamento dell'oggetto di studio, ovvero l'azione e il pensiero degli attori sociali. L'importanza di tale ruolo è da alcuni autori così fortemente sottolineata da mettere sostanzialmente in dubbio l'esistenza di processi generali  e caratteristici della natura umana in quanto tale. Questo periodo che va dalla fine dei Settanta è dunque caratterizzato da dibattiti e riflessioni di natura teorica metodologica e da una progressiva evanescenza dello studio delle attrazioni e dei rapporti interpersonali. Il terzo periodi di studi, a differenza, è stato caratterizzato da una netta ripresa di lavori, indagini, libri, articoli, riviste specializzate sull'argomento. Periodo caratterizzato inoltre da una forte interdisciplinarietà che diede vita ad un nuovo corso di studi chiamato l'arcipelago delle relazioni interpersonali, caratterizzato da uno spiccato interesse verso le relazioni reali nelle loro varie fasi di formazione, mantenimento, declino e dalla tendenza, spesso condivisa dai ricercatori ad allontanarsi dalla sperimentazione in favore di studi empirici ad essa alternativi.

Secondo Hinde una relazione interpersonale consiste in una serie di interazioni che avvengono nel tempo e che sia la prima sia le seconde posseggano delle proprietà che non si trovano solo nelle singole persone, come ad esempio, la sincronia. Questo significa che  le relazioni non si possono esaurire in una prospettiva individualistica, ma è indispensabile costruire un approccio specifico allo studio che tenga innanzitutto conto del contenuto, della varietà e della qualità delle relazioni. Ma è anche fondamentale sconto della frequenza relativa e delle modalità ricorrenti delle interazioni, quello che conta cioè è la loro struttura, la simmetria o complementarietà dei rapporti.

Cercheremo ora di definire i vari modelli teorici che hanno caratterizzato lo studio dello sviluppo, del mantenimento e del declino delle relazioni. Tre sono stati i modelli teorici più importanti che come abbiamo già avuto modo di spiegare hanno caratterizzato la ricerca psicologica a partire dagli Anni' 50.

 

Il paradigma behaviorista Anni '20-50

L'assunto di questo paradigma è che l'azione umana è governata da eventi esterni (caso di Pavlov il cane ). Il comportamento umano, secondo questa teoria può essere spiegato solo in base all'azione dell'ambiente, ipotesi rimpiazzata poi dal neo behaviorismo che all'azione preponderante dell'esterno associava gli stati psicologici come veri responsabili del comportamento. Secondo questo modello di grande importanza per le relazioni sociali sono i meccanismi di scambio e di ricompensa. Watson ad esempio, sosteneva l'importanza nell'apprendimento degli atteggiamenti e nella formazione delle relazioni interpersonali dei bambini, di ricompense e punizioni contestuali come fattori in grado di plasmare e dr forma al comportamento infantile. Il postulato base di tale teoria è simile al principi base di massimizzazione del profitto economico, ovvero, anche nelle relazioni iinterpersonali le persone tendono a massimizzare i propri benefici e minimizzare i propri costi ®esempio pag 306. Secondo la teoria dell'interdipendenza di Kelley, una relazione esiste quando i comportamenti, le emozioni, i pensieri di due persone sono interconnessi; lo studio di tale relazione va allora orientato tenendo conto dell'influenza reciproca che intercorre fra le due persone.

 

Il paradigma cognitivista Anni '60

Paradigma che dà rilievo ai processi cognitivi interni. Le teorie cognitive sottolineano il ruolo del pensiero e dell'interpretazione sull'attività sociale degli individui( fu il cognitivismo ha dar vita alle teorie sugli script, gli schemi del comportamento). Il cognitivista è colui  ili quale crede nella Gestalt Theory, cercando di scoprire i meccanismi in virtù dei quali i processi interni della gente danno forma al mondo esterno. Uno dei più grandi esponenti di questa corrente fu Kurt Lewin il primo a sviluppare una teoria sul comportamento umano ovvero la teoria del campo, secondo la quale la rappresentazione del mondo è il fattore responsabile principale delle azioni degli individui. Il modo in cui un soggetto costruisce la rappresentazione del proprio mondo varia a seconda degli scopi e dei suoi bisogni interni.

Il paradigma interazionista Anni '70

Questo paradigma diverge completamente dai paradigmi precedenti che mettevano in risalto l'individuo. Gli interazionisti simbolici sottolineano, a differenza, l'importanza delle relazioni sociali fra gli individui e non il singolo. Questa paradigma sta alla base della costruzione della realtà e concentra la sua attenzione sulle regole e delle relazioni interpersonali e sulla loro variabilità culturale.

In contrasto con l'idea di una tendenza a raggiungere l'equilibrio nelle relazioni, analizzeremo ora l'ultima prospettiva che si rifà ad una concezione dialettica. Secondo questo modello i processi sociali sono caratterizzati da polarità e opposizioni, quali apertura/chiusura, stabilità/cambiamento, novità/prevedibilità, e che tali polarità costituiscano un unico sistema unitario e che i processi  di opposizioni siano di natura dinamica e implichino un cambiamento nel corso del tempo ®esempio pag. 311.

Come abbiamo detto le relazioni  hanno come caratteristica fondamentale il loro svilupparsi nel corso del tempo, questo comporta una attenzione notevole alle diverse fasi che le contraddistinguono e ci inserisce nel discorso dell'introduzione del tempo nei disegni di ricerca. A questo scopo si possono utilizzare più sistemi, tra cui il cross-sectional, vale a dire confrontare nello stesso momento gruppi di persone coinvolte in relazioni con una diversa storia, oppure i disegni di ricerca per serie temporali, studi di laboratorio attraverso cui si analizzano sequenze di eventi per misurare la probabilità condizionale di determinati modelli (pattern) di interazione. Oppure il paradigma di interazione diadica, il cui scopo è quello di registrare il comportamento spontaneo di coppie di persone in attese di essere sottoposte ad un esperimento e raccogliere i loro stati introspettivi.

Questa tecnica permettere di fare inferenze circa la natura di fenomeni quali l'intersoggettività e l'empatia. Infine i modelli di equazione strutturale che integrano aspetti di analisi fattoriale con modelli di anali causale, ovvero valutare l'attendibilità dei risultati con il principio teorico che ne è alla base. Da queste considerazioni emerge come le tecniche fondamentali alla base della raccolta dati sul fenomeno relazioni sono i resoconti retrospettivi (diari, e libri di bordo) e le narrazioni. Fonte insostituibile per la raccolta di questi dati è l'osservazione.

Tra i processi cognitivi più studiati della psicologia sociali quelli attributivi occupano un ruolo importante. La psicologia in questo senso risponde a domande del tipo Perché si è verificato un certo evento? Chi o cosa lo ha provocato?. In queste circostanze, ritorna utile il modello dell'attribuzione causale di Heider secondo il quale le persone ricorrono ad una serie di errori o bias sottovalutando il ruolo delle circostanze, giudicando in modo diverso un'azione di cui sono spettatori o protagonisti (diff. attore-osservatore) o adottando modelli funzionali al mantenimento dell'autostima. In una relazione a due quando il grado di interdipendenza con il partner è alto, questi casi vengono affrontati con il dialogo che diventa il modo attraverso cui discutere sulla natura delle situazioni coinvolgendo i motivi e gli interessi di tipo personale o nettamente relazionali ®esempio pag. 320. Grande importanza a questo proposito sono anche i messaggi non verbali nella qualifica o dequalifica di una relazione.

Per concludere possiamo affermare per comprendere il comportamento sociale sono necessari quattro livelli di analisi:

1.    intrapersonale che riguarda processi mentali quali l'organizzazione e la struttura di atteggiamenti



2.    interpersonale che considera le dinamiche dei processi interindividuali fra persone simili

3.    intergruppi che considera i processi di categorizzazione sociale, gli effetti delle appartenenze di gruppo

4.    sociale che riguarda le credenze condivise, l'ideologia

Lo studio delle relazioni si situa esattamente al secondo livello, anche se per un'analisi dettagliata è sempre opportuno attuare delle sinergie fra i vari livelli descritti.

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

9

Aggressività/Altruismo

Pag. 335-363

Multidisciplinarietà/Multidimensionalità

Frustrazione Fraintendimento

Psicoanalisi

sogno Condotta interpersonale e sociale

Determinante biologica

Empatia

APPROFONDIMENTO

Carattere essenziale dell'aggressività essendo un'esperienza emotiva è la multidimensionalità, caratteristica base anche dell'altruismo. nel caso di entrambi i fenomeni il riconoscimento della loro complessità comporta la necessità di contemplare diversi livelli di analisi. In un'ottica psicolgico-sociale l'aggressività e l'altruismo si configurano come fenomeni nterpersonali che interessano soprattutto il rapporto dell'individuo con i suoi simili. all'interno di gruppi o fra gruppi differenti. Per comprendere ed illustrare il problema dell'aggressività faremo riferimento a due modelli teorici di segno completamente diverso: uno si fonda sulla teoria ereditaria e l'altro sul carattere appreso dell'aggressività. Nonostante gli esseri umani nascano con la predisposizione biologica al comportamento aggressivo, sembra sia l'apprendimento sociale il fattore cruciale nel determinare come e quando l'aggressività si manifesti. Quanto risulta, infatti, dalle ricerche induce a ritenere che la fenomenologia aggressiva nella sua multiformità non è riconducibile né ad un istinto, né ad una disposizione. Il comportamento aggressivo innanzitutto è un insieme di azioni dirette a colpire uno o più individui, tali da infliggere loro sofferenze fisiche o morali, di conseguenza il prototipo aggressione è qualcosa di indesiderabile, di ingiusto, di riprovevole agli occhi della gente. Da questo si evince come sia comunque il frutto di norme, attribuzioni ,di significati, di aspettative e di affetti.

In Freud sono rintracciabili tre ipotesi di base:

*     aggressività come impulso primario

*     aggressività come reazione alla frustrazione

*     aggressività come esternazione della pulsione di morte

Queste tre ipotesi non sono in alternativa l'una all'altra, ma sembrano complementari ai diversi aspetti della fenomenologia aggressiva.

Dopo Freud le stesse ipotesi sono state riprese nell'ambito della psicologia dell'Io, nel senso di un intreccio profondo fra aggressività e privazioni precoci, fra frustrazioni e ansie distruttive e persecutorie. La relazione madre-figlio e le interazioni dell'individuo con l'ambiente costituiscono gli elementi più importanti per il costituirsi delle condotte aggressive così come quelle altruistiche. Se dunque è plausibile che l'Io si difenda allontanando e aborrendo qualsiasi fonte di dispiacere, è evidente che le reazioni primitive di fastidio, avversione e rifiuto nei confronti di ciò che è fonte di disturbo variano in relazione alle privazioni e alle difficoltà incontrate nei diversi ambienti.

La frustrazione è un antecedente base per lo sviluppo del comportamento aggressivo, l'ostacolo che si frappone tra un bisogno e la meta del suo appagamento, la privazione  di una ricompensa, un attacco fisico, un insulto possono generare frustrazione che nei soggetti degenera in forme aggressive. Lo stato sociale degli attori e i legami fra loro preesistenti influenzano significativamente il ricorso a reazioni più o meno aggressive. Secondo Berkowitz, quindi, tutto ciò che è fonte o può essere fonte di dolore o disturbo, dà vita  a reazioni cognitive e psicomotorie  che s i traducono in tentativi di fuga o comportamenti aggressivi. E' dunque l'esperienza che porta ad escludere la tesi biologica per confermare i fattori ambientali e sociali all'origine dell'aggressività. Una teoria dell'aggressione deve, infatti soddisfare tre ordini di motivi: quelli connessi alle situazioni che portano gli individui all'aggressività, quelli connessi alle condizioni e agli effetti che ne assicurano il mantenimento. Ancora più oggi che in passato si è portati a pensare che non vi è alcuna evidenza fisiologica a favore di una stimolazione aggressiva all'interno dell'organismo umano, e che non è la natura dell'uomo, ma il modo in cui esso viene cresciuto. E' infatti nel contesto sociale che la condotta aggressiva si manifesta. ed è rispetto alle norme e ai valori sociali che si definiscono e si selezionano i criteri che porteranno a classificare come aggressivo un comportamento. In questo  ci sono molti studi che confermano il ruolo della famiglia come istigatore e produttore di aggressività. I genitori punitivi forniscono i modelli e i pretesti per i comportamenti aggressivi dei figli. In questo un ruolo significativo lo hanno anche i fratelli e i compagni.

Esistono varie forme di aggressione più o meno controllabili, più o meno consce e consapevoli. Oggi comunque sembra esserci un accordo in ambito accademico su due forma principali di aggressione: reattiva, ostile-affettiva, caratterizzata dalla predominanza di componenti affettivo-emotiva, e una proattiva o strumentale, caratterizzata da componenti cognitive e intenzionali.

A differenza in ambito socio-biologico il termine altruismo confermano ipotesi di tipo biologico evoluzionista , secondo cui la selezione opera a livello di parentela e dei principi di adattamento globale, per cui le capacità adattive di un individuo risultano dalla somma della sua forma genetica e da quella sociale come parte di un gruppo. L'altruismo si configura come quel meccanismo con cui, in accordo ai principi della selezione naturale, gli individui e i gruppi sociali aumentano le possibilità di riproduzione. Il carattere di questo atteggiamento sarebbe in sostanza genetico.

In ambito psicologico l'altruismo è quell'azione diretta al beneficio di altre persone senza riconoscimenti esterni.

Per quanto concerne le origini della plausibilità dell'ipotesi di una predisposizione naturale verso le diverse  forme dell'altruismo si ritiene plausibile l'ipotesi secondo cui l'ambiente sociale con le sue regole, con i suoi valori, svolge una parte decisiva nel veicolare, nell'ordinare l'importanza e nel disciplinare le espressioni delle varie manifestazioni di altruismo: quando prestare aiuto, come corrispondere alle emozioni altrui. Da tempo gli psicologi sociali si interrogano sulla dimensione sociale del comportamento di aiuto: chi aiuta e perché aiuta, chi si aiuta, quali sono le condizioni che incoraggiano o scoraggiano il comportamento d'aiuto. Alcuni sono più inclini degli altri ad aiutare per bisogni sociali di affiliazione o di potere.. Quando la presenza degli altri comporta un valore aggiunto alla gratitudine, allora è probabile che essa aumenti la probabilità del prestare aiuto.

In conclusioni le condotte altruistiche ed aggressive si configurano tutte come espressioni di strategie più o meno riuscite di rapporto con la realtà, riflettono particolari organizzazioni mentali risultano dal  concorso di differenti componenti affettive e cognitive. Per quanto le riguarda le origini è stata sottolineata l'importanza dei processi d apprendimento, di socializzazione e di assimilazione e costruzione spontanea dell'esperienza.

UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

10

L'interazione nei gruppi

Pag. 365-406

Gruppo/categoria/aggregato

Interdipendenza

Status

Ruolo Leadership

APPROFONDIMENTO

Nei capitoli precedenti abbiamo più volte tracciato il quadro delle ricerche psicologiche nel corso degli anni, e abbiamo notato come fra gli Anni Venti e Trenta si sia dedicata molta attenzione alla misurazione degli atteggiamenti, nel periodo caratterizzato dai Cinquanta e Sessanta, invece, l'argomento più discusso fu quello riguardante il cambiamento degli atteggiamenti, nel terzo periodo infine, quello che inizia a metà degli Anni Ottanta l'interesse predominante è stato sviluppato nei confronti dello studio della struttura degli atteggiamenti. In questa fase si sono poi consolidate due linee di ricerca: una riguardante i processi di gruppo, l'altra il concetto di cognizione sociale. Questi saranno gli argomenti che tratteremo in questo capitolo.

Un gruppo sociale è costituito da un numero di individui che interagiscono fra loro con regolarità. Questa regolarità consente alla formazione di una distinta unità con una propria identità sociale. I membri di un gruppo, quindi, sono legati da forme di comportamento simili che differiscono da quelle di chi non è membro del gruppo. Per aggregato, invece, si intende un insieme di individui che si trovano nello stesso luogo, nello stesso momento, senza però condividere tra loro un legame preciso. Una categoria sociale è un raggruppamento di tipo statistico, cioè è costituita da un insieme di individui classificati nella stessa categoria in base ad una caratteristica ad esempio il reddito, l'età. Gli individui appartenenti ad una stessa categoria sociale non interagiscono fra loro, né si trovano insieme nello stesso luogo. La sociologia inoltre distingue fra gruppi primari e secondari: i primi sono insiemi di persone che interagiscono direttamente in quanto legate da vincoli di natura emotiva, ne sono un esempio la famiglia, gli amici, i gruppi secondari invece sono formati da persone che hanno rapporti frequenti ma di tipo più che altro impersonale, in quanto determinati da scopi pratici e funzionalistici.

Fu Kurt Lewin ha definire lo studio sociopsicologico della nozione di gruppo sociale. Lewin si appoggia alla teoria della Gestalt per dimostrare come ogni totalità sia diversa dalla somma delle sue parti in quanto ha proprietà diverse. Lewin in sostanza, fa coincidere il concetto mente di gruppo con quello gestaltiano di totalità dinamica che evidenzia caratteristiche diverse da quelle risultanti dalla somma delle sue componenti. Il gruppo, quindi, è un'entità diversa rispetto all'insieme di singoli che lo compone. Il gruppo sono composti da individui che percepiscono se stessi come parte di unità durevole nel tempo e nello spazio, i membri inoltre condividono la caratteristica di avere una finalità in comune.

Questa definizione di totalità dinamica presuppone un concetto molto importante, ovvero quello di interdipendenza dei membri del gruppo. In breve, non è la somiglianza o la diversità che decide se due individui appartengono allo stesso gruppo o a due gruppi diversi, ma l'interazione sociale o altri tipi di interdipendenza. Un gruppo è definibile come una totalità dinamica basata sull'interdipendenza invece che sulla somiglianza. Lewin inoltre sostenne che i processi che governano la vita dei piccoli gruppi possono essere applicati tranquillamente anche a quelli di grandi dimensioni, (teoria del campo) ovvero le concezioni della dinamica di gruppo derivate dalle ricerche in gruppi molto piccoli, possono essere applicati con successo a gruppi di milioni di individui.

Passiamo ora ad analizzare un altro concetto molto importante, quello di status, questo si riferisce alla posizione che una persona occupa all'interno di un sistema sociale e alla valutazione di tale posizione in una scala di prestigio. Sono considerati centrali due indicatori in questa definizione: la tendenza da parte di chi occupa uno status elevato a promuovere iniziative  che poi vengono continuate dal gruppo; una valutazione consensuale del prestigio connesso ad un certo status come il pattern generale di influenza del gruppo.

E' interessante notare come molti studi hanno evidenziato che il sistema di status  si sviluppa con sorprendente rapidità, poco dopo che il gruppo si sia formato. Vi sono due principali spiegazioni per questo: in teorici degli stati di aspettativa sostengono come già dai primi incontri del gruppo le posizioni vengono attribuite in accordo con le aspettative riguardo al possibile contributo di ognuno al raggiungimento degli obiettivi del gruppo. I teorici della corrente etologica sostengono invece che fin dai primi incontri i membri del gruppo valutano la forza di qualcuno a partire dalla su apparenza e dal suo contegno. In altre parole si formerebbero dei contesti in grado di produrre vincitori e vinti e l'assegnazione di status avverrebbe in base a queste categorizzazioni.

Connesso al concetto di status c'è quello di ruolo che può essere inteso come un insieme di aspettative condivise circa il modo in cui dovrebbe comportarsi un individuo che occupa una determinata posizione all'interno del gruppo. All'interno di un gruppo si possono ricoprire vari ruoli, principalmente quello di leader, del nuovo arrivato e del capro espiatorio, è sulla base di tali differenziazioni che sorgono i conflitti all'interno del gruppo.

Le norme di gruppo possono essere definite come un insieme di aspettative condivise circa il comportamento dei membri del gruppo. La dinamica delle interazioni sociali all'interno di un gruppo comporta la costruzione di un set limitato di comportamenti ed opinioni cui ci si attende che i membri debbano uniformarsi, un insieme di norme consensuali la cui effrazione può portare  a sanzioni per coloro che le deviano. Sono proprie le norme del gruppo a definirne il tipo e a consolidare la sua coesione così come la devianza. Il deviante all'interno del gruppo riceve un maggior numero di comunicazioni nel tentativo di ricondurlo verso le norme e i comportamenti principali di tale gruppo. Allo stesso tempo il deviante non gode di popolarità nel gruppo, anzi viene definito antipatico in quanto non in grado di uniformarsi e adeguarsi alle leggi del gruppo. La costruzione delle norme di gruppo svolge quindi quattro funzioni principali:

1.    Avanzamento del gruppo, raggiungimento degli obiettivi

2.    Mantenimento del gruppo

3.    Costruzione della realtà sociale le norme offrono sostegno alle opinioni die membri per costruire attraverso il consenso una realtà sociale condivisa

4.    Definizione dei rapporti con l'ambiente sociale le norme permettono ai membri del gruppo di definire le proprie relazioni rispetto all'ambiente sociale più vasto.

La comunicazione è essenziale alla vita di gruppo ci si riferisce ai modelli di comunicazione che il gruppo adotta per adempiere al proprio compito. Studi hanno messo in evidenza regolarità statistiche dei processi di comunicazione all'interno dei gruppi. Gli studi più famosi a riguardo sono:

¨    Bales ®secondo cui le strutture di comunicazione che emergono spontaneamente in un gruppo sono il risultato del numero di comunicazioni che ogni individuo  riceve ed emette nei confronti degli altri membri del gruppo

¨    Festinger ®ha analizzato le dinamiche comunicative in rapporto con altri fenomeni di gruppo, per esempio il caso del deviante che riceve più comunicazioni degli altri almeno fino a che non si uniforma alle opinioni e agli atteggiamenti degli altri.

¨  Bavelas ®ha proposto un modello matematico in grado di descrivere le strutture di gruppo, riprendendo la teoria del campo di Lewin attraverso mappe topologiche ®esempio pag. 377.

Fra gli indici per descrivere vari tipi di reti importanti sono l'indice di distanza che misura il numero minimo di legami di comunicazione che un individuo attraverso per comunicare con un altro membro e l'indice di centralità che misura il grado di centralizzazione cioè quanto le comunicazioni in un gruppo siano centralizzate su una persona o distribuite uniformemente fra i membri del gruppo. Leavitt con questi studi dimostrò che più una rete di comunicazioni è centralizzata più rapido è lo svolgimento di compiti all'interno del gruppo perché le comunicazioni sono meno numerose e più semplici. Ma allo stesso tempo anche la natura del compito da eseguire è fondamentale; nei compiti complessi i gruppi decentralizzati comunicano in modo uniforme le informazioni necessarie per risolvere il compito, ottimizzando i risultati rispetto ai gruppi centralizzati, in cui la maggior parte dei casi il leader rischia di non essere in grado di elaborare tutta la mole di informazioni.

Parlando di norme, status, ruoli e reti comunicative abbiamo notato come all'interno di un gruppo le posizioni di un membro possono essere centrali o periferiche, quello che emerge da questo discorso è il rapporto dominanza-sottomissione all'interno dei gruppi. Questo ci conduce al concetto di potere che implica la capacità di influenzare o controllare altre persone. Esistono cinque possibili fonti di potere:

1.    potere di ricompensa abilità del membro del gruppo di promettere ricompense materiali o simboliche

2.    potere coercitivo il membro del gruppo che aziona sanzioni punitive o minacce nei confronti di altri membri

3.    potere legittimo

4.    potere d'esempio

5.    potere di competenza

Passiamo ora ad analizzare un concetto molto importante quello di leadership. la leadership implica un processo di influenza fra il leader e i seguaci del gruppo in ordine al raggiungimento degli obiettivi del gruppo stesso.

Turner definisce leader le persone o i ruoli sociali che esercitano maggiore influenza in un gruppo rispetto ad altre persone o agli altri ruoli. Il leader, in sostanza, è più propositivo, mostra più iniziativa degli altri nel gruppo ed occupa una posizione elevata nella gerarchia di status e nella rete di comunicazione del gruppo si trova in posizione centrale. Esiste una i dea di leader di senso comune che lo vede nei termini di grande uomo ossia di leader naturale, ma è importante ribadire che i comportanti del leader, così come quelli delle persone in generale tendono a variare da situazione a situazione per cui i tratti della leadership si possono definire dinamici e non statici.. Il bisogno di trovare una alternativa scientifica alla teoria del grande uomo, teoria di senso comune, porta secondo Hollander a due sviluppi teorici interrelati fra loro: da una parte lo studio dei comportamenti del leader e dall'altra l'approccio situazionista.

Per quel che riguarda il primo sviluppo Bales e Slater hanno individuato due funzioni specifiche che attengono al comportamento del leader: assicurare un clima di armonia di gruppo mostrando considerazione nei confronti dei membri funzione del leader socio-emozionale; realizzare il compito, mostrando le migliori idee e organizzando il lavoro di gruppo funzione specifica del leader centrato sul compito.

Uno studio famoso di Lewin, Lippit e White ha inoltre distinto la leadership in autoritaria, democratica e laissez-faire. lo stile democratico e autoritario rappresentano rispettivamente il leader socio-emozionale e quello centrato sul compito.

L'approccio situazionista si fonda, invece, sull'idea che il leader debba assolvere dei compiti e diverse funzioni a seconda delle situazioni; il contenuto e il contesto delle attività determineranno, quindi, differenti richieste di comportamento. C'è poi la teoria del modello di contingenza proposta da Hollander che si basa su un'idea interazionista della leadership, la cui efficienza dipende dalla corrispondenza fra lo stile adottato dal leader e il controllo che questo detiene della situazione. Questo modello sostiene che il leader centrato sulle relazioni ha migliori prestazioni in condizioni di controllo moderato delle situazioni rispetto al leader centrato sul compito che offre migliori prestazioni in situazioni di controllo o alto o basso della situazione. Hollander insieme ad altri studiosi considera inoltre come punto fondamentale la dinamica iniziale di adesione alle norme del gruppo e di successiva immissione di nuove idee da parte del leader. Hollander parla precisamente di credito idiosincratico che il leader deve conquistare presso il gruppo nelle fasi iniziali della relazione. La credibilità che viene acquistata dal leader si basa secondo Hollander su 4 requisiti fondamentali::

1.    il conformismo iniziale alle norme del gruppo

2.    l'essere scelto dal gruppo liberamente

3.    dar prova di competenza

4.    identificazione del leader con il gruppo

Ogni situazione di gruppo che richieda una scelta o presa di decisione fa si che si produca un conflitto tra opinioni o giudizi, o alternative diverse. Se non ci sono differenze fra le opzioni e non c'è conflitto non esiste il problema della scelta o della decisione. Quel che succederà dipenderà in gran parte da come gli attori sociali si pongono di fronte al conflitto. Possono cercare di evitarlo oppure di affrontarlo con risolutezza. ®esempio pag. 390-391.

In conclusione possiamo affermare che nei gruppi in cui i membri sono scarsamente coinvolti nell'affrontare una scelta o nell'optare per una decisione si realizzerà un confronto di idee cauto (normalizzazione); nei membri in cui si denota un alto grado di coinvolgimento si realizzerà un conflitto e la decisione sarà in questo caso fortemente polarizzata (polarizzazione).

Levine e Moreland hanno raccolto numerose ricerche attinenti al concetto di socializzazione di gruppo, analizzando i processi di origine, evoluzione, trasformazione e conclusione di un gruppo. Il modello da loro proposto insegna che la socializzazione di gruppo si fonda su tre processi psicologici particolari quali:: la valutazione, l'impegno e la transizione di ruolo ®esempio pag. 397.

Ogni processo è stato considerato sia nella prospettiva di gruppo che in quella individuale. La valutazione attiene agli sforzi compiuti dal gruppo e dai singoli attori per aumentare la convenienza reciproca, questo implica lo sviluppo di aspettative normative, il monitoraggio delle discrepanze fra il comportamento atteso e quello reale, ed infine il tentativo di diminuire tali discrepanze. L'impegno si fonderà sulla stima, fatta sia dal gruppo sia dagli individui che lo compongono, della convenienza passata, presente e futura della relazione reciproca in corso in confronto ad altre relazioni alternative.

La transizione di ruolo infine, che si verifica quando l'impegno giunge a definire un criterio di decisione implica una riformulazione della relazione dell'individuo con il gruppo ed un cambiamento della valutazione reciproca fra il gruppo e l'individuo in questione.

Riassumendo la valutazione implica che la convenienza reciproca della relazione sia stimata dai due principali attori della relazione e cioè il gruppo e l'individuo. Poiché il gruppo ha degli scopi che vuole raggiungere, valuterà quanto gli individui che lo compongono contribuiscono al loro raggiungimento: quale specifico contributo ogni membro può fornire e quali attese possono essere sviluppate. la valutazione non si svolge, quindi, solo allo stato attuale dei fatti , ma si realizza in una dimensione temporale che va dal passato al futuro della vita del gruppo e di ogni suo membro.

L'impegno attiene alla prospettiva individuale, e analizza il modo in cui un individuo si impegna con gli altri membri del gruppo. L'impegno sarà tanto più forte quanto più le parti in gioco ricordano relazioni avute in passato, sperimentano relazioni più gratificanti rispetto ad altre, si aspettano relazioni future più gratificanti.

Poiché i livelli di reciproco impegno gruppo e individuo e viceversa, si modificano nel tempo anche la natura del rapporto si modificherà. Questi cambiamenti sono resi possibili in relazione a criteri di decisione o da livelli specifici di impegno che indicano come si possa giustificare un cambiamento qualitativa nella relazione delle due parti. Quando l'impegno di un gruppo verso un individuo tocca uno di questi livelli di decisione, il gruppo metterà in moto una transizione di ruolo. La situazione sarò la stessa anche per l'impegno di un individuo nei confronti del gruppo. Con la transazione di ruolo la relazione reciproca fra le due parti in gioco verrà ridefinita e le parti modificheranno le attese reciproche circa il comportamento dell'una e dell'altra parte. E' importante sottolineare che Levine e Moreland, hanno notato che dopo la transizione di ruolo nel processo di socializzazione, si attiva una nuova valutazione che produrrà altre transizioni di ruolo.

E' ovvio che se una sola delle due parti è orientata a raggiungere il proprio obiettivo la socializzazione di gruppo non si realizzerà. Nella fase di mantenimento, una volta scattata la socializzazione si realizzerà una sorta di negoziazione fra l'individuo che tenta di trovare il suo ruolo specifico nel gruppo per soddisfare i suoi bisogni, e il gruppo che farà di tutto per rendere il più elevato possibile il contributo del soggetto agli obiettivi del gruppo stesso. se il negoziato avrà successo ambedue le parti manterranno alto il proprio impegno reciproco, se invece il negoziato avrà esito negativo, l'impegno delle due parti diminuirà sino ad arrivare all'inevitabile divergenza di pensiero fra le parti in gioco per cui l'individuo diventerà una figura marginale.

Gli studi sul pregiudizio e sugli stereotipi sociali hanno messo in evidenza l'esigenza di analizzare il rapporto esistente fra un gruppo sociale, e l'ambiente in cui è inserito. L'ambiente, e di conseguenza gli altri gruppi sociali, eserciteranno un ruolo determinate che influenzerà il gruppo in tutte le sue fasi dell'esistenza..

Gli studi sulle relazioni fra gruppi e le dinamiche di gruppo svolti da Sherif, ®esempio pag. 407 hanno evidenziato che se due gruppi che sono in rapporto fra loro si pongono degli scopi competitivi, giungeranno rapidamente al conflitto, se, invece, due gruppi si pongono scopi sovraordinati giungeranno ad una cooperazione reciproca. Esistono anche delle ipotesi riguardanti il principio secondo cui l'esistenza pura e semplice di un gruppo altro dal proprio (out-group, in-group) possa comunque produrre competizione e conflitto intergruppi. In altre parole importante in questa teoria, è la categoria altro gruppo in sé, piuttosto che caratteristiche particolari di quella categoria. In sintesi, un gruppo è definito come una totalità dinamica basata sull'interdipendenza, invece che sulla somiglianza. Una categoria, invece, può essere definita come un insieme di individui legati da una caratteristica comune che li distingue dagli altri. Questo comporta un assunto fondamentale spiegabile tramite il concetto di interdipendenza lewiniana, il solo fatto di condividere la stessa sorte indipendentemente da come questa si realizza, sembra sufficiente a far nascere discriminazioni valutative a favore della proprio gruppo di appartenenza. ®esempio pag. 410.

Secondo il modello di Doise devono essere distinti tre aspetti delle relazioni fra gruppi: quello comportamentale, quello dei giudizi, quello delle rappresentazioni. Tutti questi aspetti interagiscono fra loro all'interno di un gruppo, in quanto il processo di categorizzazione che permette agli individui di organizzare la propria esperienza soggettiva dell'ambiente circostante, rende conto anche dello strutturarsi di un sistema di interazioni sociali. In questa prospettiva Doise introduce il concetto di processo di differenziazione categoriale per spiegare in modo articolato come i comportamenti di differenziazione sociale si svolgano proprio partendo dal concetto di categorizzazione. il processo di categorizzazione, come già abbiamo avuto modo di spiegare nei precedenti capitoli, non permette solo agli individui di organizzare e semplificare il proprio mondo, ma permette anche e soprattutto la differenziazione fra gruppi e categorie sociali.


UNITA' DIDATTICA

OGGETTO

RIFERIMENTO AL TESTO

PAROLE CHIAVE

11

Persuasione e influenza sociale

Pag. 425-442

Messaggio persuasivo

Bisogno di cognizione

Conformismo/Conversione

APPROFONDIMENTO

Nel capitolo sulla formazione degli atteggiamenti abbiamo visto il ruolo importante della comunicazione e del messaggio persuasivo, che può essere emesso da una fonte astratta  e distante, come nel caso di un messaggio pubblicitario, oppure da una fonte presente e immediata come nel caso di una discussione. in entrambi i casi il messaggio, se sostenuto da argomentazioni valide e presentato in modo convincente , è in grado di modificare l'atteggiamento altrui.

L'efficacia della persuasione è però il complicato intreccio di numerosi fattori che andremo ad analizzare.. Fu principalmente agli inizi degli Anni Quaranta con la guerra e l'avvento dei mezzi di comunicazione di massa che fiorirono le ricerche sul cambiamento degli atteggiamenti e gli effetti della comunicazione persuasiva , ovvero le caratteristiche dell'emittente, del destinatario, del messaggio, del contenuto e del tipo di canale. I dati emersi da questo filone di studi furono molto importanti e diedero inizio a quello che oggi viene chiamato lo studio degli effetti sociali della comunicazione di massa.

Agli inizi degli Anni Ottanta alle numerose teorie sviluppate nel corso degli anni si aggiunse un nuovo modello proposto da Petty e Cacioppo chiamato il Modello della probabilità di elaborazione, in grado di integrare molti risultati ritenuti contraddittori e inconciliabili fino a quel momento.

Secondo questo modello esistono due meccanismi distinti attraverso i quali il messaggio persuasivo può indurre un cambiamento degli atteggiamenti. Il destinatario di un messaggio può elaborare il contenuto del messaggio riflettendo sul suo contenuto e generare argomentazioni o controargomentazioni proprie in risposta a tale messaggio.

Se il messaggio è esposto in maniera convincente i pensieri che tale messaggio susciterà saranno positivi agli occhi del destinatario e il suo atteggiamento cambierà in corrispondenza, viceversa se le argomentazioni proposte sono poche convincenti o deboli il messaggio non sorbirà l'effetto desiderato. In entrambi i casi il soggetto ha la capacità di esaminare la qualità del contenuto del messaggio a cui è sottoposto accettando o rifiutando le argomentazioni proposte. Capita però che il destinatario accetti o meno il contenuto del messaggio senza elaborarlo, ma basandosi semplicemente su criteri superficiali che non attengono alla reale qualità delle argomentazioni proposte, come ad esempio il caso della credibilità della fonte di emissione o che il messaggio sia lungo o corto.

Naturalmente l'efficacia persuasoria di un messaggio attiene alle capacità di elaborazione cognitiva del destinatario, cioè da un attento esame di quel messaggio e non dal prevalere di altri fattori. In sostanza un messaggio per essere assorbito e per ottenere un certo risultato deve possedere dei caratteri di validità, di chiarezza, di rilevanza associati anche all'interesse del destinatario verso i temi trattati dal messaggio. In breve l'elaborazione di un messaggio segue due distinti percorsi che il modello di Petty e Cacioppo chiamano centrali e periferici.

Il percorso centrale produce atteggiamenti duraturi, resistenti al cambiamento e predittivi di comportamento, mentre il percorso periferico produce atteggiamenti più superficiali soggetti a mutazioni nel corso del tempo ®esempio pag. 430.

A parità di caratteristiche del messaggio e delle condizioni in cui questo viene presentato, è importante notare che non tutte le persone hanno la stessa disposizione ad elaborarlo attivamente. Ci sono persone cognitivamente più portate ad una analisi attenta e approfondita rispetto ad altre più pigre e meno coinvolte nell'elaborazione delle informazioni. Per misurare questa disposizione Petty e Cacioppo hanno elaborato una scala a 18 item sulla quale il soggetto è tenuto a descrivere la sua tendenza all'attività cognitiva.

Secondo Chaiken il soggetto applica una regola semplici per giudicare la validità di un messaggio chiamata euristica che attiene alla fiducia nei confronti degli esperti oppure ad una condivisione con la maggioranza 8 opinione pubblica predominate).

La teoria di Petty e Cacioppo è sostanzialmente una teoria cognitiva anche se prevede che la scelta del percorso dipenda tra l'altro da fattori motivazionali, come già è stato detto. un esempio può essere quello dell'influenza dell'umore positivo o negativo sulla percezione di un messaggio. effettivamente è stato dimostrato che persone in buona disposizione di umore si lascino influenzare più facilmente da un messaggio senza prestare la dovuta attenzione alla qualità o alla validità dei suoi contenuti. L'umore negativo, al contrario, stimolerebbe un'elaborazione più attenta e analitica dei contenuti informativi. Discriminante di questi processi è comunque sempre la predisposizione soggettiva ad un'elaborazione centrale piuttosto che periferica..

per quel che attiene alla tematica dell'influenza sociale nei gruppi la dimostrazione più nota del potere persuasivo della maggioranza viene dalle ricerche di Asch, il quale ha dimostrato il potere straordinario e disarmante del meccanismo del conformismo, ovvero sposare atteggiamenti o convinzioni solo per il fatto di essere unanimemente accettate e condivise dalla maggioranza della popolazione ®esempio pag. 435.

L'influenza informazionale si riferisce al fatto che le opinioni e i comportamenti degli altri costituiscono un'importante fonte di informazione per la costruzione della realtà. Soprattutto in momenti di incertezza e indecisione. Come dimostra Asch accettare l'opinione predominante, comunque non comporta un cambiamento radicale e profondo delle convinzioni, spesso le persone ritornano alle loro opinioni iniziali non appena la maggioranza è assente  o se viene data loro la possibilità di esprimersi in privato.

Il potere persuasivo della minoranza è stato analizzato da Moscovici, il quale rovescia il paradigma di Asch sostenendo il potere influenzante delle minoranze nel modificare gli atteggiamenti di persone ingenue ®esempio pag. 437.

Numerosi esperimenti successivi hanno anche dimostrato il potere persuasorio delle minoranze in ambiti sociali rilevanti come gli atteggiamenti sulla pena di morte, sull'aborto, l'inquinamento, i diritti dei gay e delle donne. in sintesi le minoranze influiscono soprattutto sulle opinioni private ed inoltre l'influenza è più duratura di quella riscontrata nel caso della maggioranza.

A questo punto del discorso è lecito domandarsi perché la maggioranza attiva un processo di elaborazione periferico, mentre la minoranza un processo di elaborazione centrale. la minoranza è per definizione molto saliente e quindi in grado di attirare l'attenzione del bersaglio, inoltre gode di vantaggi a livello di attribuzione causale, queste due caratteristiche secondo Petty e Cacioppo aumentano la motivazione ad elaborare attivamente il messaggio minoritario. Un terzo fattore, infine, sembra influire più sulle capacità che sulla motivazione dell'elaborazione: trovarsi in disaccordo con una minoranza è meno stressante.

Infine il modello di Nemeth ha dimostrato che le persone sottoposte all'influenza minoritaria si impegnano in un'attività di pensiero divergente prendendo in considerazione un ampio insieme di stimoli, che va ben al di là del messaggio minoritario, questo spiegherebbe inoltre il percorso centrale di elaborazione tipico della conformazione alla minoranza.







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