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LA CONCEZIONE CRISTIANA DELLO STATO

sociologia


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CAPITOLO II - LA CONCEZIONE CRISTIANA DELLO STATO

 

Il paganesimo ed il cristianesimo hanno caratteri contrapposti. Infatti il paganesimo è un atteggiamento religioso fondato sulla fedeltà alla terra, al finito. E' una religiosità che ci parla di nascita e di morte, di un grande ciclo, che ci rivela una realtà vivente che incarna le forze della natura. La natura è quindi davvero lo sfondo su cui si stagliano i racconti mitologici. C'è per il paganesimo una fedeltà ad una natura animata, una natura viva poiché la natura ha una sua dinamica, una sua anima, una sua realtà che deve essere rispettata. La natura ci parla per enigmi, ci racconta qualcosa che noi dobbiamo saper ascoltare ed interpretare. La natura deve essere rispettata e capita perché è la vita, l'origine stessa della vita. Le divinità non sono altro che forme della natura stessa, espressioni di questa forza vitale.

Dunque bisogna offrire fedeltà alla terra, bisogna avere rispetto ed as 242f51c colto per la natura intesa come limite ultimo.

Per il cristianesimo invece la natura è opera di Dio. Esce dalle mani di Dio ed egli la giudica come un suo prodotto. L'idea  è di  un Dio che è creatore della natura, e proprio in quanto creatore la natura ha una sua libertà, una sua indipendenza nei confronti di Dio stesso. C'è una trascendenza assoluta rispetto alla natura stessa. La natura non è qualcosa di ultimo, ma per il cristiano è la scena della sua vita, è il campo dove gioca la sua vita. Ma il principio decisivo della stessa vita è altrove, rimanda a quell'altrove che è lo stesso Dio. Il cristiano è fedele non tanto alla natura ed alla terra ma a qualcosa d'altro. Allo spirito. A differenza del pagano il cristiano è un uomo responsabile delle sue azioni. Il pagano lo è in un modo diverso in quanto c'è per lui una identificazione con la realtà naturale entro la quale si trova a vivere. Per il cristiano c'è un rinvio ad un principio spirituale di ordine superiore che è la libertà ossia la responsabilità per tutte le sue azioni. La natura non è più né la salvaguardia né la giustificazione del cristiano perché la spiegazione è al di là. Non c'è più fedeltà alla terra ma allo spirito.



Il cristianesimo ci fa uscire dal mondo mitologico che era propriamente e tipicamente pagano per entrare in un mondo storico dove le realtà vogliono essere tali. Questo perché la natura animata, quella che si esprime nella forma della divinità non è altro che la natura nelle sue infinite manifestazioni. Questo mondo non può avere altro modo di esprimersi che il mito inteso come natura vivente nel suo divenire, nelle sue infinite metamorfosi.

I racconti mitici non sono altro che la natura stessa nel suo esibirsi, nel mostrarsi e parlare all'uomo che vive in simbiosi con la natura stessa.

Il cristianesimo invece esce dal mito e prende le distanze dalla natura, la natura non gli parla più  come se fosse quella realtà vivente di cui l'uomo partecipa ed in cui l'uomo pure si identifica.

La natura diventa piuttosto la scena della sua vita, il suo campo d'azione, è ciò che dunque gli offre gli strumenti per costruire un mondo non più mitico ma per l'appunto storico.

L'opposizione tra paganesimo e cristianesimo  presuppone degli intrecci in quanto pur se è vero che il paganesimo è la religione della terra, della natura, del mito ed il cristianesimo è la religione dello spirito, della trascendenza di Dio e quindi di una speranza storica vi sono nel cristianesimo molti elementi pagani e nel paganesimo anticipazioni di elementi che il cristianesimo nel tempo ha adottato, sviluppato e fatti suoi.

La tradizione cristiana ha utilizzato le categorie filosofiche elaborate in ambito pagano (come ad esempio la tradizione Scolastica).

All'interno della mistica cristiana si incontrano esperienze le cui radici sono precristiane, che vanno al di là del cristianesimo stesso.

Il problema filosofico è anzitutto quello di una definizione di ciò che è proprio del paganesimo e di ciò che è proprio del cristianesimo tanto che a più riprese si assiste a tentativi di riprendere, riattualizzare, rimettere in circolo visioni, immagini del mondo pagano o tentativi di ritrovare l'autentico cristianesimo.

Quando i cristiani rinviano ad un Dio naturale, trascendente, trovano la giustificazione dei loro atti, non nel fatto di appartenere ad un mondo naturale ma di essere responsabili sulla base di un principio superiore. Essi fanno valere un'istanza di libertà che proprio perché libertà viene pensata non solo asceticamente. Questo, infatti, presupponeva ed esigeva che ci fosse la redenzione dell'individuo per intero e quindi la resurrezione del corpo.

Viceversa, i filosofi pagani, che pensavano la libertà come distacco dalla natura, dovevano dare una coloritura specificamente ascetica nel senso di "liberazione da". Libertà non come atto costitutivo, che mi costituisce in quanto persona, ma semplicemente come colui che deve perseguire, ricercare la felicità nel mondo.

Il cristianesimo opera, come si è detto, il passaggio dal mondo mitico al mondo storico. Anche il cristianesimo è a suo modo un mito,  un annuncio che non ha altra realtà se non quella della parola. La salvezza di cui parla il cristianesimo non è la salvezza operata per via simbolica o metaforica ma è per l'appunto la salvezza dell'uomo come è nella realtà storica.

Il Solari  indica nel cristianesimo una triplice rivoluzione: religiosa, filosofica e morale.

Mentre per gli antichi il divino è impersonale, non si distingue dalla natura stessa per il cristianesimo Dio è persona ossia intelligenza e bontà infinita. E' il principio trascendente dal cui libero atto creativo hanno origine sia la natura che l'uomo.

La speculazione ha un nuovo atteggiamento. Infatti da filosofica diventa teleologica quindi dallo studio dell'oggetto passa a studiare il soggetto che è autore sia della natura che di tutto ciò che esiste.

Come si è già detto, al naturalismo antico succede lo spiritualismo cristiano.

Nella speculazione greca si stabiliva un equilibrio tra spirito e natura facendo dell'intelletto il principio formale che dall'esterno trae il fondamento della sua vita. Il naturalismo classico subordinava l'uomo alla natura. Il cristianesimo invece scavò un abisso incolmabile tra natura e spirito e trasformò il rapporto naturalistico tra l'uomo e l'esterno nel rapporto spirituale tra uomo e Dio. C'era un nuovo vincolo dell'uomo con Dio, non di puro asservimento coattivo ma come vincolo spirituale di amore e fede. L'uomo non è più passivo come  prima rispetto alla natura ma crea in sé la nuova vita dello spirito e si rende simile a Dio.

La perfezione morale è l'opera della volontà mentre per i greci era l'intelligenza.

Cambia radicalmente la concezione dei rapporti dell'uomo. Egli infatti,  viene stimato come essere avente la stessa natura spirituale, lo stesso tipo di destinazione degli altri uomini. Tutti gli uomini vengono considerati figli dello stesso Padre, devono amarsi come fratelli.

L'amore per il prossimo viene esteso anche ai nemici. E' un dovere cristiano. Le differenze di razza, di classe, di condizione sociale  hanno solo un valore accidentale, riguardano la vita e i beni terreni. Hanno solo validità passeggera.

Vengono esaltate nuove virtù quali la fede, la speranza, la carità. E tra queste vengono esaltate la castità  e la povertà che distaccano l'uomo dai beni del mondo, dalle attrattive dei sensi e fanno sì che si prepari alla beatitudine eterna. Viene esaltato tutto ciò che è soprannaturale e divino.



Nel 410 d.C. il sacco di Roma perpetrato dai Goti di Alarico provocò forti critiche contro i cristiani poiché a loro veniva imputata la decadenza e la rovina della potenza romana attraverso la svalutazione delle virtù civili e militari e lo spostamento delle ragioni della vita ad una realtà soprasensibile.

Pur in questo contesto storico bisogna ricordare che cristianesimo ed impero romano si sfruttarono in qualche modo a vicenda.

Dal punto di vista storico operando un rapido excursus bisogna ricordare che nel 100 d.c. la Chiesa era composta da una sparuta minoranza spesso perseguitata. Non esisteva ancora nessun credo comune a tutte le chiese. L'organizzazione era piuttosto fluida e variava da una zona all'altra, con notevoli differenze tra le chiese formate da adepti. Non esistevano ancora modelli fissi per il culto pure se esistevano alcuni riti specifici cristiani come il battesimo e l'eucarestia.

Vi furono due svolte importanti nella vita della chiesa primitiva. La prima avvenne nell'anno 70 d.c., anno del saccheggio di Gerusalemme  da parte dei Romani, quando la chiesa di Gerusalemme venne distrutta. Distruzione che divenne definitiva nel 135 d.c. ad opera di Adriano e la chiesa guida divenne ben presto quella di Roma, capitale del mondo pagano.

La seconda svolta importante si verificò nel 313 d.c. anno di conversione al cristianesimo dell'imperatore Costantino. Fino a quel momento la chiesa era una minoranza del dissenso, che veniva perseguitata. La situazione cambiò rapidamente in quanto Costantino pose fine alle persecuzioni ed offrì ufficialmente alla Chiesa il suo appoggio ed il suo favore. Degli imperatori che gli succedettero solo uno era pagano.

Solo verso il 500 d.c. (dopo l'editto di Teodosio) il quadro della situazione divenne ben diverso. La stragrande maggioranza delle persone all'interno dell'Impero Romano si definiva cristiana ed il cristianesimo divenne religione ufficiale di Stato. Il cristianesimo, infatti, si diffuse e l'impero ebbe un valido motivo di sopravvivenza poiché allo sgretolarsi dell'impero sopravvisse la Chiesa.

L'impero era diviso in due tronconi:  la parte orientale dove si parlava il greco e la parte occidentale  in cui prevalevano la lingua e la cultura latina. Al di là delle differenze linguistiche vi erano ovviamente differenze culturali tra mondo greco e mondo romano.  Solo dopo il crollo dell'Impero Romano di Occidente  avvenuto nel V secolo, le due chiese si separarono, gradualmente, dando vita a ciò che poi sarà la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica. 

E' in questo contesto storico che vive Agostino, figlio di una donna cristiana, Monica. All'inizio si avvicina ad una forma di religione di tipo gnostico, il manicheismo, ampiamente diffuso in Africa (si ricorda che Agostino nacque nel 354 d.c. a Tagaste, nell'attuale Algeria).

Il fondatore del manicheismo, Mani, originario della Persia, si era presentato come apostolo di Cristo ma fautore di una religione universale ed aveva svolto un'intensa opera di predicazione. Il manicheismo era una religione dualistica, nella quale confluivano elementi di origine persiana ma soprattutto elementi gnostici anche cristiani. Il nucleo di questa religione ere il riconoscimento di due regni, quello della luce e quello delle tenebre, ciascuno retto da un principio divino. La vita del  manicheo era vista come preparazione all'evento che avrebbe posto fine alla mescolanza di luce e tenebre. Per il manicheismo é il male il creatore del mondo e paradossalmente questo è il peggiore dei mondi possibili. Ma il manicheismo è permeato anche dall'idea che il male aveva consistenza ontologica.  Questo tipo di religione andava incontro ad un uomo come Agostino che sentiva assai forte il senso del peccato. Da giovane Agostino aveva condotto una vita piuttosto dissoluta e peccaminosa,  ma comincia a nutrire i primi dubbi sul manicheismo e si avvicina alla filosofia scettica.

Del manicheismo permane in Agostino l'idea del senso del peccato e la visione dell'umanità come "massa damnationis" e dello scetticismo gli rimarrà l'idea dell'impossibilità di avere certezze. Agostino, nel proseguo della sua vita, rimane affascinato dal cristianesimo in chiave platonica, raffinato ed esauriente. Egli scopre che ciò che dice il Vangelo di Giovanni è affine ai neoplatonici ed in particolare Plotino ossia che in principio era il Logos, la ragione. Agostino verrà nominato vescovo di Ippona a pieno titolo. Sono quelli gli anni in cui con gli scritti e la predicazione Agostino combatte anche contro la chiesa del vescovo Donato, fondata su una concezione rigoristica e settaria della comunità ecclesiale dalla quale devono essere esclusi tutti gli impuri. A seguito del saccheggio di Roma nell'agosto del 410 d.c. ad opera dei Goti di Alarico, Agostino compone  i primi 3 libri della "Città di Dio" (413 d.c.) opera che sarà poi completata nel 426 d.c. raggiungendo il numero complessivo di 22 libri. In quest'opera Agostino tenta di dimostrare la superiorità del cristianesimo su tutta la cultura pagana. Negli stessi anni si trova anche ad affrontare un altro avversario, il pelagianesimo, che rischia di frantumare l'unità della Chiesa e del suo insegnamento.

Il sacco di Roma ai pagani appare una punizione degli dei per aver consentito l'affermazione della religione cristiana dell'impero. Agostino scrivendo "La città di Dio" vuole mostrare la superiorità del cristianesimo sopra tutte le istituzioni e le forme di cultura puramente umana. Al centro c'è il tema della provvidenza divina. E' Dio che fa nascere e perire gli imperi. E' convinto che la vicenda della vera chiesa non possa essere condizionata dalle vicende umane e per dimostrarlo elabora una teologia della storia. Le vicende storiche dipendono, secondo Agostino dall'ordinamento voluto da Dio. All'interno di tale ordinamento anche il negativo può trasformarsi in positivo. In questo modo l'intero corso della storia può essere concepito denso di significati che il credente può cogliere solo parzialmente in quanto il significato globale è noto solo a Dio. Il passato, il presente ed il futuro sono per l'uomo opachi. Però è possibile individuare il filo che percorre  l'intera storia universale nei suoi momenti decisivi. Il filo della storia é dato dalla lotta tra il bene ed il male, che si costituiscono in due regni, dei quali Agostino indaga l'origine, la durata, la fine. Agostino distingue tra due città: quella di Dio, ovvero la città celeste, retta dall'amore di Dio e la città terrena, dominata dall'amore in sé. La prima è costituita dagli uomini giusti, che vivono secondo lo spirito mentre la seconda è formata dagli uomini ingiusti, angeli ribelli che vivono secondo la carne. La lotta tra le due città ritma il corso della storia e prende il sopravvento sullo schema della successione delle età del mondo. Sin dai tempi remoti della caduta di Adamo, che con il peccato originale ha contaminato l'umanità, la razza umana è stata divisa in due città. L'appartenenza a ciascuna delle due dipende solo dalla grazia divina. Già prima di Cristo alcuni uomini facevano parte della città di Dio. Il termine città, civitas, indica infatti la comunità dei cittadini, il corpus al quale essi appartengono ed in cui trovano la propria identità. Coniando la nozione di città celeste Agostino dava ai fedeli il senso e la certezza di essere popolo di Dio, venendo a rafforzare così i legami interni di solidarietà nei confronti di un mondo ostile. Un popolo infatti, si definisce in relazione a ciò che ama: è sulla base di ciò che ama che fonda la propria unità e costruisce rapporti di subordinazione ed obbedienza. E' per questo che  la città terrena non deve essere identificata con lo Stato ma come una società su cui si fonda la città del diavolo, ossia gli imperi umani, che coltivano culti pagani. I membri della città terrena rifiutano di considerare effimero ciò che hanno creato e quindi sconvolgono l'ordine delle cose. L'ordine viene costituito  dalle relazioni naturali di dipendenza tre le varie parti che lo compongono. Questo viene caratterizzato dall'obbedienza delle parti inferiori nei confronti di quelle superiori per ordine gerarchico. Così l'autorità e l'obbedienza vengono ad essere necessarie  per impedire violenze reciproche. La politica si configura allora come mezzo per garantire la sicurezza ed impedire la violenza. La città di Dio è la chiesa di quanti vivono secondo Dio. Non coincide numericamente però con tutti coloro i facenti parte della chiesa visibile, la comunità universale, in quanto non a tutti Dio elargisce le sue grazie. La chiesa sarà dei puri solo nel giorno del giudizio finale. Prima di allora il membro della città di Dio è solo peregrinus ossia uno straniero in terra. Lui deve vivere nel mondo ma al contempo deve essere distaccato dal mondo in attesa di ritornare alla sua terra. In questo modo non potrà mai realizzare il desiderio umano fondamentale: quello di pace. Nella città terrena e nella stessa vicenda storica in cui il bene ed il male coesistono intrecciati ed in perenne conflitto non è possibile realizzare la vera pace. Questa pace è solo strumentale ed effimera. Solo la resurrezione finale sarà la risoluzione di ogni conflitto e di ogni tensione. Il bene potrà trionfare completamente solo alla scomparsa della storia.




La giustizia si identifica con la volontà di Dio. Non si cerca la ragione del giusto ma soltanto se Dio l'ha voluto. Il diritto diventa quindi un insieme di precetti, di imperativi, non già un complesso di norme razionali. Per i greci operare giustamente era la conoscenza del giusto naturale mentre per Agostino è la partecipazione attiva del soggetto. E' l'uomo che diventa artefice della giustizia. La giustizia viene ad assumere un carattere religioso poiché è espressione della volontà di Dio. La vita cristiana perfetta non è possibile nella realtà. Solo il monachesimo cerca di attuare il perfetto ideale cristiano. Per Agostino come il corpo é soggetto all'anima così lo Stato deve subordinarsi alla Chiesa ed ai suoi fini. Lo Stato veniva visto come mezzo necessario per contenere gli egoismi umani e per garantire pace ed ordine esteriore, che è la condizione essenziale che permette alla Chiesa di svolgere la sua missione religiosa.

Nel contesto storico di quel periodo vi erano i popoli germanici  che vivevano in gruppi di famiglie raccolti in villaggi, in continuo movimento, organizzati militarmente sotto l'autorità dei capi. Con l'incoronazione nell'anno 800 d.c. di Carlo Magno parve unirsi l'elemento germanico all'elemento religioso. Si ebbe il concetto di repubblica universale cristiana retta da Dio in cielo mentre in terra governavano i suoi vicari, il pontefice e l'imperatore. La società medievale é un grande organismo unitario che ha sia una missione temporale che spirituale diretta da una duplice autorità di cui si è appena detto. Ma queste autorità non resistettero a lungo in pace. Infatti sorsero questioni di precedenza in quanto i pontefici volevano la piena potestà, anche sugli affari temporali, in qualità di rappresentanti di Dio.

Si fa ricorso alla vita feudale  e poi a forme di aggregazione più vaste che ci danno il carattere dello Stato moderno.

Nella vita dei comuni medievali risorge l'ideale classico delle città. Alle nuove formazioni politiche come la monarchia si riferisce la dottrina scolastica che occupa un periodo molto ampio che va dalla rinascita carolingia fino al 1400 con l'avvento dell'Umanesimo in Italia e del Rinascimento, in seguito, nel resto d'Europa. La scolastica è una cultura limitata che riguarda un numero ristretto di persone. E' una filosofia che interessa l'Occidente,  è radicata nella civitas cristiana occidentale e riguarda solo una piccola parte del mondo. Non bisogna dimenticare però  che la chiesa romana mantiene sempre contatti con la chiesa orientale ma sono sempre contatti piuttosto bruschi. In effetti sono di quel periodo storico per il mondo cristiano la  guerra santa e la conquista ed  i rapporti con l'islam.

I temi  trattati  più significativi sono, nella filosofia cristiana scolastica, il rapporto tra fede e ragione, la dimostrazione dell'esistenza di Dio in termini razionali.

Temi che verranno trattati anche da San Tommaso d'Aquino, che divide le possibili verità ed i possibili ambiti della ragione.

La scolastica cristiana può essere definita come il tentativo di difendere il cristianesimo servendosi di filosofia antica quale quella di Platone ed Aristotele. In un primo tempo si preferì Platone soprattutto per via di due sue dottrine: quella dell'immortalità dell'anima, esposta nel Fedone e quella della creazione del mondo esposta nel Timeo. L'idea di un Dio architetto, qual è il Demiurgo, che ordina il mondo, è piuttosto vicina a quella cristiana. Per Platone però, per quanto riguarda l'anima, essa è eterna ossia è sempre esistita e sempre esisterà. Per i cristiani invece è perenne ma non eterna. Dio la crea ad un certo punto e da allora non morirà mai.  Ma non è sempre esistita.



Dal XII secolo, a partire dalle crociate, penetrerà anche la filosofia aristotelica.

Bisogna tener presente che i due ordini monastici più importanti nel medioevo erano quelli dei Francescani e dei Domenicani. I primi tendevano a prediligere le teorie di Platone per la mistica meno razionalistica mentre i secondi preferivano Aristotele per via della sua grande razionalità.

Tommaso, che era domenicano, non a caso cercava di dimostrare razionalmente l'esistenza di Dio.

Alla dottrina scolastica si  deve la giustificazione dello Stato nella sua forma più alta, la  monarchia.

La dottrina scolastica dello Stato viene espressa in Tommaso d'Aquino specialmente in De Regimine Principum. Egli tra la concezione classica e quella agostiniana cerca una soluzione conciliante. Nel libro vengono dimostrate due tesi: l'uomo è un animale sociale e politico ed è indispensabile che gli uomini vengano governati con impegno da qualcuno. Tommaso ebbe chiara la distinzione tra  società e Stato. La prima forma di società è la famiglia. San Tommaso non afferma dogmaticamente che Dio creò l'uomo per la società ma adduce argomenti razionali anche derivati in parte da Aristotele. L'uomo rispetto agli animali ha la ratio. Ma mentre gli animali hanno l'istinto che li guida l'uomo non può conoscere tutte le cose ed è attraverso il linguaggio che  comunica agli altri le sue idee .

La società, secondo Tommaso, ha un'origine naturale. In ogni comunità vi deve essere qualcuno che la governa. L'asservimento da parte dei cittadini al signore  fa si che l'uomo non si  ribella poiché il potere deriva direttamente da Dio. L'uomo è immagine di Dio e quindi ribellarsi significherebbe ribellarsi a se stesso.  Per Tommaso la perfezione è il regno inteso come riunioni di  città o piccoli Stati per la difesa e lo sviluppo delle forze interne.

Tommaso perviene al pensiero che Dio, avendo creato l'uomo per la società, ha voluto l'autorità civile. Ma nel suo pensiero la derivazione del potere di Dio è solo formale perché viene considerata nel rapporto astratto tra chi comanda  e chi invece è comandato. Concretamente la sovranità è il diritto umano e Dio la comunica direttamente agli uomini che devono organizzare una certa forma di governo.
Nel Medioevo la forma di governo migliore era considerata la monarchia soprattutto per le aggregazioni più vaste.

La monarchia medievale non era monarchia assoluta. Aveva la preferenza per l'esigenza di ordine e di unità. Il limite del potere monarchico era l'esistenza di una legge naturale inderogabile. Ma la violazione delle leggi naturali e divine faceva sì che si avesse la tirannide, che non aveva come fine il bene comune.

Tommaso tratta anche del rapporto tra Stato e Chiesa chiarendo che l'autorità civile collabora con la Chiesa e crea le condizioni necessarie affinché questa possa guidare gli uomini alla beatitudine eterna. Ma rimane autonoma la sua sfera di poteri che servono solo per il fine comune. Per Tommaso il potere spirituale e quello temporale devono essere separati e la Chiesa non deve ingerire nella sfera temporale poiché non dispone di mezzi efficaci per assolvere il bene comune.

La concezione cristiana dello Stato  che viene espressa nella sua forma più alta nella dottrina scolastica riproduce come si è già accennato la speculazione antica, soprattutto quella aristotelica, ma questa concezione viene superata attraverso lo spirito cristiano.

Ritornano i concetti della naturalità e della necessità dello Stato, il suo fine etico, la distinzione che Aristotele faceva delle forme di governo per l'esercizio morale ed immorale di questi. Si ritrova l'avversione al tiranno, il concetto di legge naturale come limite del potere pubblico. Tutti questi elementi vengono profondamente modificati nel loro contenuto. La legge naturale è sentita come partecipazione della ragione umana alla divina.

La differenza fondamentale tra concezione antica e concezione cristiana si ritrova soprattutto nell'individuo che non trae il suo valore attraverso l'appartenenza alla civitas ma dalla sua qualità di essere morale che lo introduce in una realtà altra da quella dello Stato, superiore ad essa.

Come cittadino della città di Dio subisce l'autorità della Chiesa, come essere invece non obbedisce  più incondizionatamente allo Stato ma si distingue e si oppone a quest'ultimo. Si comincia a comprendere che se il potere viene da Dio e viene concretizzato negli uomini nel momento che questi non realizzano il bene comune  allora non lo esercitano in maniera legittima.

Dopo San Tommaso si riscontra il dualismo tra le tendenze mistiche e le correnti razionalistiche. Si trova l'ideale del santo che non vuole vincoli con il mondo, e si rifugia in Dio, rinunciando esplicitamente a se stesso ed ai rapporti che lo legano alla famiglia ed allo Stato. Si riscontrano nel medioevo il misticismo e l'ascetismo con l'esaltazione della castità, della povertà, della rinuncia dei beni.

Il sistema di equilibrio tra Stato e Chiesa che San Tommaso aveva cercato di costruire non resse in quanto la Chiesa interveniva oltre la missione divina anche nella vita interna degli Stati.

Anche l'ideale cristiano di una norma suprema di giustizia derivata da Dio e superiore allo Stato venne spazzato via dalla tendenza della Chiesa a finalità non evangeliche ma per lo più di interesse temporale, rivelandosi fin troppo spesso come una potenza che regnava nel mondo al pari degli altri Stati.

Con il passare del tempo il rapporto dell'uomo con Dio venne sempre più mediato attraverso una dipendenza gerarchica tra i ministri ed i sudditi della divinità.

Si ebbero in quel periodo le differenze sociali, i privilegi, le disuguaglianze giuridiche nella vita sia familiare che civile che portarono ad una reazione per poter riaffermare il senso dell'umanità e del diritto dello Stato attraverso l'Umanesimo.







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