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Il suicidio

sociologia


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Liceo Scientifico Statale

Tesina : " Il suicidio"
Ad una prima analisi del comportamento dell'uomo nei confronti della morte e del comportamento suicidario appare una sostanziale contraddizione con la cultura della società contemporanea, basata prevalentemente sul "culto del fitness".

L'angoscia della morte, però, dal 1800, diviene sfondo collettivo messo in rilievo, ed in alcuni casi a 515j98f nche esaltato; si nota, infatti, come questo gesto sia presente in tutta la storia conosciuta del mondo, nonostante il netto contrasto con le manifestazioni di conservazione della vita che operano nel singolo individuo e nella specie.

L'assurdità che si attribuisce a tale gesto, non sembra essere nata con esso, ma sembra che si sia costruita nel corso dello sviluppo dell'uomo, ed in particolare nel nostro contesto sociale e culturale.



Le culture estremo orientali pre-islamiche, infatti, coltivavano un atteggiamento di comprensione nei confronti del suicidio, giustificandolo come unica via di liberazione dai lacci della condizione umana.

Un simile atteggiamento si ritrova anche nella grecità classica in campo filosofico, nello scetticismo e nello stoicismo, oppure nel pensiero romano del quale caso emblematico è Seneca.

 Con l'introduzione del cristianesimo, però, le considerazioni sul suicidio cambiano: adesso è assimilato, addirittura, all'omicidio e quindi al peccato.

Poi, con il diciannovesimo secolo, il tema della morte autoprovocata conosce ulteriori trasformazioni: da un lato, si dimostra comprensione verso questo gesto, come dimostrano le opere di Foscolo e di Goethe; dall'altro, si mantiene sempre un certo scetticismo per quanto riguarda l'efficacia del comportamento suicidarlo, che si può notare chiaramente nel pensiero di Leopardi e Schopenhauer.

Con l'Ottocento si apre, però, anche un'analisi scientifica del suicidio dovuta alla nascita della sociologia e psicologia, protagonisti delle quali si possono considerare Emile Durkheim e Sigmund Freud.

Tuttavia viene riconosciuta innanzi tutto l'importanza conferita al ruolo della personalità dell'individuo, allo stato dell'energia di cui egli dispone per fronteggiare e gestire i suoi conflitti interni, ed alle abilità relazionali con l'ambiente e con le persone più significative. Consapevoli dunque che "l'unica cosa che hanno in comune dodici persone che si sono sparate alla testa è la pallottola" (Crepet 1903) si affronteranno quelle che nel corso della storia hanno costituito le più importanti giustificazioni o condanne nei confronti del comportamento suicidario.  

 


Individuazione delle motivazioni

Diverse sono le definizioni che, fino ad oggi, sono state date di suicidio.

Queste possono essere suddivise in due grandi categorie. Alla prima appartengono quelle definizioni che limitano l'uso del termine "suicidio" alle "uccisioni di sé" volontarie; alla seconda invece appartengono quelle definizioni che includono nella nozione di "suicidio" anche quelle morti che implicano la presenza di un impulso inconscio ad uccidersi.

La prima categoria comprende la maggior parte delle definizioni di suicidio esistenti; della seconda categoria fanno parte quelle definizioni di "suicidio" elaborate da studiosi, in genere di scuola psicoanalitica.

Paradossalmente, però, si può affermare che le definizioni di entrambe le categorie, sia prese singolarmente sia messe a confronto, invece di precisare la natura e i caratteri del suicidio, in modo da distinguerlo da ogni altro atto umano, ci restituiscono il fenomeno nella sua complessità.

Il suicidio, comunque, rimane per molti aspetti sorprendente. E' un atto paradossale, che contraddice l'opinione comune secondo cui gli organismi viventi tendono istintivamente a garantirsi la sopravvivenza. Questa opinione viene però contraddetta solo dal comportamento degli esseri umani: il suicidio si presenta dunque come fenomeno tipicamente umano.

Pertanto, si può ben capire com'esso sollevi con facilità complesse questioni di carattere filosofico, teologico, medico, psicologico, sociologico, i cui contorni variano da caso a caso, da situazione a situazione.


Per la Patria

Parlando del suicidio passa inevitabilmente ai nostri occhi il Giappone, definito  "il paese del suicidio" da un demografo giapponese, Okasaki, su un suo libro pubblicato a Tokyo nel 1960.

Okasaki non aveva del tutto torto, poiché le cifre dei suicidi giapponesi negli anni cinquanta si presentavano tra le più elevate del mondo; ma sbagliava presentando come un dato permanente della società giapponese, un fenomeno che si palesò passeggero. Si è trattato di un'unica ondata di suicidi che ha colpito il Giappone per circa una decina d'anni, durante e poco dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Così sono le testimonianze del passato giapponese che permettono di cogliere nel gesto suicida la verità che esso istituisce: né peccato, né sintomo, la morte volontaria appare come una scelta deliberata di una soluzione tra le altre, come un gesto etico che fa riferimento a principi e valori

 

CONTESTO STORICO

Il contesto storico nel quale dobbiamo inserire quest'ondata di suicidi che colpisce il Giappone, è sicuramente il periodo della seconda guerra mondiale.

Ricordiamo che il conflitto in Europa era cominciato nel 1939 e i successi iniziali della Germania avevano segnato un netto contrasto con la deludente situazione del Giappone. Alla caduta dei Paesi Bassi e della Francia nel maggio del 1940 molti Giapponesi si convinsero che le potenze dell'asse avrebbero certamente vinto in Europa. Perciò a settembre appose la firma al Patto Tripartito che sanciva un'alleanza militare fra Germania, Italia e Giappone e dava a quest'ultimo il riconoscimento della supremazia in Asia Orientale. Si scatenò dunque la reazione americana al pericolo del totalitarismo militante che presentava il Giappone come una gravissima minaccia per la sicurezza americana nel Pacifico. Gli Stati Uniti avevano però un'arma importante da usare contro il Giappone, poiché le industrie belliche giapponesi dipendevano fortemente dalle importazioni di ferro e petrolio americani; infatti, Roosvelt lasciò dapprima scadere il trattato commerciale esistente tra Stati Uniti e Giappone, poi impose un embargo totale su tutte le esportazioni per il Giappone.

Gli Stati Uniti erano decisi ad esigere che il Giappone si ritirasse non soltanto dall'Indocina, ma anche dalla Cina; mentre i Giapponesi volevano riconosciuta la loro egemonia nell'Estremo Oriente.

Dopo trattative svoltesi inutilmente a Washington e a Tokyo, i giapponesi il 7 dicembre attaccarono improvvisamente Pearl Harbour nelle Haway. La guerra nel Pacifico durò quattro anni, recando incalcolabili sofferenze al popolo giapponese, provocando la distruzione dell'impero e delle sue istituzioni militari.

Il 6 giugno 1942 ebbe inizio la battaglia delle Midway, conclusa con la vittoria degli USA, che prima di allora avevano subito solo sconfitte, dopo ebbero solo vittorie.

Da allora l'astro Giapponese cominciò il suo inesorabile declino, portando l'uso dei kamikaze, che fin ad allora erano stati casi sporadici ed isolati,  a norma di combattimento.

Nell'estate del 1944 gli Alleati scatenarono contro le isole giapponesi della madrepatria due massicci attacchi: una puntata si spinse nelle Marianne conquistando Saipan in giugno e Iwo Jima nel marzo del 1945. L'altra riconquistò le Filippine. I due movimenti conversero su Okinawa nel maggio del 1954: da qui cominciarono i bombardamenti sistematici da parte degli Alleati.

Nell'estate del 1945 il Giappone era militarmente sconfitto, ma ancora riluttante ad accettare la resa incondizionata e sempre speranzoso nell'azione dei kamikaze. In agosto ricevette due colpi che resero inevitabile la capitolazione: la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Nonostante le costanti proteste dei militari, il 14 agosto l'imperatore s'incaricò di "sopportare l'insopportabile" e il 15 agosto il Giappone accettava ufficialmente la Dichiarazione di Postdam.



LA SCELTA DEI KAMIKAZE

  1941: i giapponesi erano stati ricacciati da tutti i territori occupati; la flotta, l'esercito e l'aviazione nipponici erano ormai ridotti ai minimi termini; i bombardamenti aerei avevano distrutto molte città, le comunicazioni e l'apparato produttivo; truppe statunitensi erano sbarcate ad Iwo Jima e ad Okinawa. La disfatta era ormai inevitabile, ma il Giappone decise di resistere ad oltranza, ricorrendo ad azioni disperate, come le gesta dei kamikaze (giapponese "vento divino"). Il termine deriva dal nome del tifone che nel 1281 distrusse la flotta mongola che tentava l'invasione del Giappone, essi con i loro aerei carichi d'esplosivo, si lanciavano contro le navi statunitensi nell'estremo tentativo di bloccare l'avanzata americana.  

In queste situazioni, il suicidio si presenta come l'ultimo gesto in grado di spezzare il letargo. Spesso un gesto d'appello: si sfida la morte perché finalmente qualcosa avvenga.

L'attacco a Pearl Harbor fu uno di questi salti nel vuoto, il progetto fu elaborato dall'ammiraglio Yamamoto nel corso dell'estate del 1941: egli riconosceva che la flotta non avrebbe resistito al combattimento per più di un anno. Tuttavia si giunse alla conclusione che fosse tanto più urgente attaccare, per intimidire l'avversario. Vincere o morire: i soldati giapponesi prendevano alla lettera questo motto; quando una posizione si trovava in una situazione disperata, una carica suicida concludeva il combattimento, i sopravvissuti si slanciavano davanti alle mitragliatrici gridando banzai!

Svanita l'euforia delle prime vittorie, l'esercito vide accrescersi la certezza della sconfitta, nella guerra del Pacifico aveva posto in gioco la propria esistenza, la disfatta sarebbe stata la sua morte, e quindi la morte dell'intero Giappone. Ma la tradizione marziale suggeriva la via d'uscita: morendo ci si rende invincibile. Ogni combattimento aveva questa soluzione a portata di mano e la guerra del Pacifico portò alla pianificazione di questa morte volontaria.

L'offensiva degli alleati andava erodendo a poco a poco le posizioni dei giapponesi. Nel 1944 questi ultimi cedettero di aver trovato l'arma vincente. Per vincere sarebbe bastato volerlo davvero, e dunque volerlo fino alla morte.

Al momento dello sbarco americano a Saipan, alcuni piloti presero la decisione di distruggersi sulle navi nemiche: la maggior parte venne abbattuta, nessun obiettivo venne raggiunto. L'idea fece la sua strada nell'aviazione della Marina. Per la prima volta le missioni suicide furono sottratte all'improvvisazione per diventare massicce, regolari, sistematiche.

Mai, nella lunga storia delle guerre, era stata fatta a dei soldati tale proposta. Ogni combattimento comporta missioni pericolose, la disperazione può dare ai vinti il coraggio di uccidersi, ma per la prima volta si trattava di scegliere una morte certa, a mente fredda e alcune settimane prima.

I piloti accettarono l'impresa. Alle soglie della battaglia di Leyte vennero create alcune "Unità speciali d'attacco per impatto corporeo". In breve tempo si costituirono liste d'attesa. Il reclutamento e l'addestramento si fondavano sulla consapevolezza dell'inevitabile sconfitta: la battaglia delle Filippine era perduta, ma la gestione della morte volontaria era diventata un'istituzione regolare. Inizialmente s'includevano solo i piloti più abili, successivamente si sollecitarono le vocazioni. Si evocava l'angoscia del paese, la necessità del sacrificio.erano rari coloro che si tiravano indietro, del resto occorreva maggior coraggio per isolarsi dal destino comune piuttosto che confondersi in esso.

Effettivamente gli assalti dei kamikaze furono all'inizio particolarmente temibili, il nemico non sapeva come reagirvi. In seguito però s'imparò a difendersi, scomparve l'effetto sorpresa e le perdite degli alleati cominciarono a diminuire. La battaglia di Okinawa fu la più accanita, ma non bastava a salvare l'impero: i piloti più esperti erano già stati utilizzati, l'istruzione veniva abbreviata per mancanza di carburante; alla prova  dei fatti questi metodi si rivelarono inefficaci, ma vennero continuati ritualmente fino alla fine. Così, in qualche mese, cinquemila kamikaze si sacrificarono.

Non ci s'illudeva più di vincere la guerra e neanche di ritardare l'invasione del territorio nazionale, ma per la gloria del Grande Giappone il sacrificio doveva continuare.

L'ultima settimana del Grande Giappone ebbe inizio con tre terribili colpi: Hiroshima il 6 agosto, l'entrata in guerra dell'URSS l'8, e Nagasaki il 9 agosto.

Le sorti della nazione rimasero per qualche giorno nelle mani del ministro della guerra Anami, egli però piuttosto che accettare la sconfitta andò incontro alla morte. Così intervenne l'imperatore, con un diretto discorso al popolo giapponese il 15 agosto 1945: egli voleva che il sacrificio cessasse, accettava  di sacrificarsi alla volontà dl vincitore. Non la morte, dunque, ma la metamorfosi.

Il 2 settembre firmò la resa incondizionata, la guerra si concluse ma non il velo di morte che vegliava sull'intero popolo giapponese. Si suicidò il generale Anami, si suicidò il vice-ammiraglio Ugaki che pensò di dover accompagnare, come face Onischi, nella morte i piloti dei quali aveva organizzato il sacrificio. Una ventina dei suoi uomini gli chiesero il permesso di fargli da scorta: non sarebbe morto da solo.

Per la prima volta in duemilaseicento anni il popolo giapponese si sarebbe dovuto inchinare a un conquistatore, molti rimasero increduli, altri reagirono immediatamente presi dall'angoscia.

Ancora per qualche anno, come quei maremoti che fanno seguito a lunghi intervalli a un terremoto, un'ondata suicida colpì i giovani che avrebbero potuto, dovuto, morie in guerra. Ma con il tempo anche questi effetti scomparvero. Oggi le giovani generazioni, che hanno tutto dimenticato perché nulla hanno vissuto, non possono più giudicare le frenesie ultranazionaliste, non si può dire se si trattava di fanatismo, di un senso di colpa risvegliato dai generali di guerra oppure di una psicosi diffusa su tutto il Giappone.

L'11 settembre

La scelta dei kamikaze giapponesi, dettata dalla estrema volontà di difendere la propria patria, sebbene non condividibile, era una scelta ragionata, logica.

Al giorno d'oggi sono ritornati alla ribalta feroci kamikaze che sono ben lontani da quelli appena descritti, infatti, il loro gesto suicidio/omicidio  dovuto ad un fanatismo religioso privo di logica, è rivolto non contro soldati in armi ma contro civili inermi ed inoffensivi, colpevoli di far parte di quell'occidente demoniaco.




Come autoliberazione

Il suicidio è stato in molto casi preso in considerazione come unica risoluzione al dramma della vita e quindi come liberazione autoprovocata da ciò che può essere chiamato il "male di vivere", da una condizione di assurdità in cui l'uomo si trova costretto a vivere.

Un celebre passo del "Mythe de Sisyphe" del filosofo esistenzialista Albert Camus, ci documenta la centralità del tema del suicidio per il pensiero occidentale: "Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. Il resto- se il mondo abbia tre dimensioni o se lo spirito abbia nove o dodici categorie- viene dopo."

Il corpo è considerato come carcere dell'anima, prigione fisica che  causa all'uomo la percezione delle sofferenze terrene.     

Seneca

Una posizione favorevole al suicidio, è sostenuta da Lucio Anneo Seneca, in linea con la dottrina stoica: lo stoicismo, infatti, riconosceva l'ammissibilità morale, per il saggio, di togliersi la vita, qualora gravi ragioni gli impedissero di vivere virtuosamente.

Ma Seneca, in questo, andò ben oltre lo stoicismo, poiché fece del suicidio uno dei cardini della propria riflessione filosofica, ricorrente da una capo all'altro dei suoi scritti. La filosofia senecana, infatti, può essere considerata, per molti aspetti, una meditatio mortis, cioè una preparazione alla morte sul modello socratico: ed è proprio la riflessione sul suicidio, a far risaltare che per Seneca, morire bene e con consapevolezza è una condizione indispensabile per il raggiungimento della sapientia.

Lui stesso avrebbe potuto evitare la morte, nel 65 d.C. , nei confronti di quel Nerone che, trasformatosi in imperatore pazzo e sanguinario, accusa Seneca di aver partecipato alla congiura dei Pisone e gli ordina di recidersi le vene; la stessa possibilità si era presentata a Catone, di fronte ad un Cesare solitamente clemente con gli sconfitti; ma entrambi, Seneca e Catone, non esitano a scegliere la via più conforme al loro credo filosofico.

Van Gogh

Nasce nel 1853, figlio di un pastore protestante in una modesta famiglia olandese. Avviato agli studi teologici nel 1869 accetta di lavorare in una ditta di mercanti d'arte dalla quale sarà presto licenziato.

Nel 1880 si trasferisce in Belgio dove matura la sua vocazione per la pittura: nei volti sofferenti  dei minatori riconosce l'immagine di Cristo e tutto ciò che vede rientra nel suo immaginario artistico.

Si accentua la sua incapacità di accettazione delle regole sociali e il fratello Theo sarà l'unico che sino alla fine lo sosterrà moralmente ed economicamente.

Nel luglio del 1890 in un campo di grano maturo e inondato dal sole, l'artista si uccide. Van Gogh ha dato un significato al colpo di rivoltella col quale ha posto fine alla sua vita. Al suicidio, infatti, aveva già pensato da qualche anno come il solo modo di "protestare contro la società e di difendersi". Che cos'altro poteva fare un uomo solo, ingombro di speranze frustrate, senza una via d'uscita, senza una via di scampo alla propria inquietudine?

" sento la mia malinconia incurabile, dovuta a eventi passati, e poi mi vengono a dire che il mio stato è "giovane fanatismo avventato"! Siamo molto, molto lontani da esso. In questo stato d'animo si è "maledettamente seri".non ci si aspetta di trovare cose facili, dolcezze, si sa di dover lottare contro qualcosa di duro come la roccia."

" Io stesso non so come dipingo. Mi siedo con una tavola bianca di fronte al luogo che mi colpisce, guardo quel che mi sta dinnanzi, mi dico " questa tavola vuota deve diventare qualcosa" - torno insoddisfatto - la metto via e quando mi sono riposato un poco, vado a guardarla con una specie di timore. Allora sono ancora insoddisfatto, perché ho ancora troppo chiara in mente quella scena magnifica, per essere soddisfatto di quello che ne ho tirato fuori. Ma trovo che nel mio lavoro c'è in fondo un'eco di quello che mi ha colpito. Vedo che la natura mi ha detto qualcosa, mi ha rivolto la parola."

In effetti gli stati d'animi di Van Gogh si riflettono spesso nei suoi dipinti.

Sicuramente importante per ciò che stiamo trattando, è il dipinto "Campo di grano con volo di corvi" del 1890.

Una tempesta, quasi un presagio di lutto, si sta per abbattere su un campo di grano tagliato da tre viottoli bordati di verde, dai quali si leva, con volo composto uno stormo di corvi neri.

Il dipinto viene realizzato con una violenza fin'ora inaudita nelle sue opere. Il campo di grano, forse scosso dal vento, è trattato come pennellate veloci di giallo ed il cielo è incupito dal nero delle nubi minacciose.

La luminosità del cielo azzurro e l'oro lucente del grano stanno per soccombere, vinti da un colore scuro che inesorabilmente li copre. L'artista pare guardare impotente l'evento che si compie sotto i suoi occhi e, come l'uccellino in gabbia nella lettera a Theo del 1880, se ne sta immobile " a guardare fuori il cielo turgido, carico di tempesta e sente in se la rivolta contro la propria fatalità".


Come impulso inconscio

L'antropologia dell'ultimo Freud vuole essere decisamente "realistica" e "pessimistica". La guerra aveva preso Freud alla sprovvista e aveva provocato in lui una reazione di pessimismo radicale sostenendo che "tutto è troppo orribile" perché l'uomo possa ritrovare un mondo felice. Così contro coloro che ritenevano che l'uomo possa, in qualche circostanza, essere davvero felice, Freud ribatte che la sofferenza è componente strutturale della vita, poiché siamo costretti a patire nel corpo e nella psiche, a decadere e a morire.

In questa premessa si inserisce anche il ripensamento, da parte di Freud, della sua teoria psicologica sulla vita pulsionale. Infatti al fondo della vita psichica, secondo Freud, vi sono le pulsioni, cioè "una certa quantità di energia che preme verso una determinata direzione".

 Bisogna distinguere due specie di pulsioni, una delle quali, quella costituita dalle pulsioni sessuali o Eros, è di gran lunga la più appariscente e la più facile da individuare. Essa comprende non soltanto la vera e propria pulsione sessuale disinibita, ma anche la pulsione di autoconservazione, che va attribuita all'Io. (.)

Abbiamo incontrato qualche difficoltà quando si è trattato di illustrare la seconda specie di pulsioni; alla fine siamo giunti a ravvisare nel sadismo il suo rappresentante. Sulla base di considerazioni teoriche abbiamo formulato l'ipotesi di una pulsione di morte, a cui competa il compito di ricondurre il vivente organico nella stato privo di vita; l'Eros perseguirebbe invece il fine di complicare la vita, allo scopo naturalmente di conservarla, aggregando in unità sempre più vaste le particelle disperse della sostanza vivente.

Entrambe le pulsioni agirebbero in modo conservativo, nel senso più rigoroso di questo termine, poiché mirerebbero al ripristino di uno stato turbato dell'apparire della vita. L'apparire della vita sarebbe dunque la causa della continuazione della vita e al tempo stesso dell'aspirazione alla morte; e la vita stessa sarebbe una lotta e un compromesso fra queste due tendenze.

Freud nega che l'uomo, per natura, è buono; infatti, definisce la fede verso la bontà innata dell'uomo, come una di quella illusioni da cui gli uomini si aspettano che la loro vita sia abbellita. In realtà l'uomo è violento, brutale e crudele. Ed infatti per Freud, nell'uomo convivono due tipi di pulsioni:la prima, su cui la psicoanalisi inizialmente ha concentrato i suoi studi, è la pulsione sessuale, che tende all'autoconservazione. La sua energia viene detta libido; la seconda, opposta alla prima, è una pulsione aggressiva, la cui meta è la distruzione.

Nell'uomo, quindi, convivono Eros e Thanatos, Amore e Morte.

 Negli esseri viventi le pulsioni erotiche e quelle di morte avrebbero dato luogo a regolari impasti, miscele. La vita consisterebbe nelle manifestazioni del conflitto o dell'interferenza tra questi due tipi di pulsioni, esse entrerebbero in azione sin dal primo apparire della vita lavorando l'una contro l'altra.



Quando una di esse prevarica l'altra si arriva alla procreazione, con la vittoria di Eros, o alla morte, con la vittoria di Thanatos. In particolare questo impulso inconscio porta  al suicidio quando l'aggressività di cui è costituito si rivolge verso l'individuo stesso.

"la pulsione di morte si esprimerebbe quindi come pulsione distruttiva rivolta contro il mondo esterno, contro gli altri esseri viventi e contro se stessi.

 

" Le minacciose pulsioni di morte subiscono nell'individuo svariate elaborazioni. In parte sono rese inoffensive mediante un impasto con componenti erotiche, in parte vengono dirottate verso l'esterno sottoforma di aggressività (.) E' rimarchevole il fatto che l'uomo, quanto più limita la propria aggressività verso l'esterno, tanto più diventa rigoroso, ossia aggressivo, nei confronti del proprio ideale dell'Io. Di conseguenza quanto più l'uomo padroneggia la propria aggressività, tanto più si accentua l'inclinazione aggressiva del suo ideale contro il suo stesso Io. E' come se si verificasse uno spostamento, un volgersi contro il proprio Io."


Come suicidio sociale

Un caso particolare è quello del suicido sociale inteso, non come eliminazione fisica di se stessi, ma come alienazione dalla società.

L'estraniarsi completamente dal contesto sociale in cui si vive comporta la perdita della propria identità e quindi una sorte di morte interiore, di perdita di se stessi e delle proprie radici.

La frase "nessun uomo è un'isola" si riferisce alla socialità dell'individuo che istituisce in ogni contesto delle relazioni sociali, superficiali e profonde, e proprio grazie a queste egli vive in continuo confronto con gli altri e in continua prova con se stesso.

Caso emblematico è quello di Mattia Pascal, protagonista di una delle più famose opere di Pirandello. E' la storia di un piccolo borghese, costretto a fare parte di una famiglia insopportabile e a vivere in una misera condizione sociale, che per un caso fortuito si trova finalmente libero e padrone di sé. Grazie ad una vincita al casinò di Montecarlo, Mattia Pascal diviene libero economicamente; inoltre apprende di essere ufficialmente morto, in quanto la moglie e la suocera lo hanno riconosciuto nel cadavere di un annegato. Gli si presenta quindi, un'occasione importante: quella di vivere libero immerso nel fluire della vita. Ma in lui, l'attaccamento alla vita sociale, a quella che da Pirandello viene definita una "trappola", è troppo forte. Decide, per questo, di crearsi una nuova identità, ma soffre perché questa lo costringe all'esclusione dalla vita degli altri. Rientra dunque nella sua vecchia identità, tornando in famiglia, ma scopre che la moglie si è risposata ed ha avuto una figlia da un altro. Impossibilitato a riprendere la sua "prima vita", non gli resta dunque che adattarsi alla sua condizione di "forestiere della vita", costretto a guardare vivere gli altri, con la consapevolezza di non essere più nessuno!

                                     


Leopardi

Nella poetica del Leopardi si può scorgere una lucida e continua tendenza alla demolizione delle speranze umane, che il poeta segue, ponendo in risalto inesorabilmente le varie ragioni che rendono infelice la condizione dell'uomo. La vita gli appare, infatti, un'inutile corsa verso il nulla, avvolta dal mistero e dal dolore, che è l'unica certezza per l'uomo. I1 piacere non esiste se non come pausa momentanea dal male e dalla condizione di pena.

La natura, vista da lui in un primo momento come madre amorosa, gli appare in seguito come matrigna; essa, secondo il poeta, crea l'uomo ma non si preoccupa della sua felicità.

 Leopardi, infatti, celebra la giovinezza e la bellezza della natura e della vita, anche se con lo stato d'animo doloroso di colui che da tutto ciò si sente escluso, manifestato in particolare nell'Ultimo canto di Saffo. Il suo, comunque, è un pessimismo eroico e mai rassegnato. Egli reagisce perché ha in sé un'ansia religiosa che nessuna logica, nemmeno quella del suicidio, può distruggere. La sua energia si esprime nelle sue stesse parole "...e di più vi dico francamente che io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il collo al destino o vengo seco a patti come fanno gli altri uomini..."

Il suicidio non è infatti, nonostante tutto, il rimedio a tutti i mali dell'uomo, a sostenere questa tesi Leopardi sottolinea il "senso dell'animo", ossia quella persuasione dell'amicizia che lega l'intera umanità e che nel Dialogo di Plotino e di Porfirio sollecita a rifiutare il suicidio e a non temere la morte, in quanto solo l'umanità e non l'azione del singolo, può distruggere il nemico comune che è la natura.

Leopardi si serve della poesia come un mezzo per esprimere sinceramente i suoi stati d'animo; chiama perciò canti i suoi componimenti poetici, volendo affermare che essi sono soprattutto espressioni sincere e immediate dei suoi sentimenti, senza particolari scopi letterari ed eruditi. Il linguaggio di cui si serve è definito da lui stesso "vago e peregrino", ossia non privo di una certa bellezza, ottenuta con l'utilizzo di vocaboli preziosi, ma complessivamente semplice e quasi dimesso. Esso non è privo, pertanto, del fascino delle cose naturali ed autentiche. Gli effetti poetici sono raggiunti con semplici accorgimenti, come il soggetto in fine di verso.   


Schopenhauer

Una concezione pessimistica della vita, è propria anche di Schopenhauer.

Per il filosofo tedesco, il corpo dell'uomo non è altro che oggettivazione della volontà, della cosa in sé che sta dietro ai fenomeni.

Questa volontà è una, libera, eterna ed in sé infinita. L'oggettivazione in esseri finiti, viene perciò avvertita da essa come mancanza, bisogno, desiderio di qualcosa, ma essenzialmente dolore. Per cui anche la nostra vite è essenzialmente dolore, in quando è mossa da un desiderio continuo, da un perenne stato di insoddisfazione.

Quando, infatti, soddisfiamo un desiderio, si consegue uno stato di piacere, che però non è altro che momentanea cessazione del dolore. E, siccome la volontà non può mai soddisfare pienamente se stessa- perché altrimenti cesserebbe di volere, si presenterà davanti a noi un nuovo desiderio, una nuova tensione, e quindi un nuovo dolore.

Se,però, una volta soddisfatto un desiderio non ne subentra subito un altro, allora sorge la noia, il più terribile dei mali.

L'atteggiamento pessimistico di fondo che caratterizza la filosofia di Schopenhauer, lo porta a vedere la vita come priva di senso.

Unico modo per uscire da questa condizione di dolore è l'annullamento della volontà, possibile solo con l'ascesi. Con questa il mondo non è più mondo, ma si annulla per l'individuo. L'ascesi quindi è negazione dell'essere,  indifferenza o vero e proprio orrore per l'essere.

Questa negazione, vista come sacrificio di sé, però non porta al suicido. Infatti chi si suicida, non nega la volontà, ma afferma solo la sua insoddisfazione per le condizioni in cui era costretto a vivere. Inoltre, è proprio la volontà a beffarsi di lui: l'atto del suicidio è, infatti, un atto della volontà.







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