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Emile DURKHEIM (1858-1917)

sociologia


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Emile DURKHEIM

                               (1858-1917)

 

Della divisione del lavoro sociale (1893)

In Della divisione del lavoro sociale, Durkheim si domanda come mai l'individuo diventa sempre più autonomo e al tempo stesso viene sempre più a dipendere dal resto della società. Infatti, lo sviluppo dell'individuo che caratteriz 454c28e za la modernità è accompagnato da un cambiamento dei legami sociali. Le società premoderne (prive della divisione del lavoro) non conoscono spazi per le differenze e per le individualità, le unità sociali stanno insieme perché sono tutte simili e ugualmente sottoposte all'unità di grado superiore di cui fanno parte (l'individuo alla famiglia, la famiglia al clan, il clan alla tribù). È una solidarietà "meccanica", come quella delle molecole di un corpo inorganico. I sistemi giuridici che vigono all'interno delle società premoderne, sono tutti sistemi che adottano sanzioni repressive contro chi viola le leggi. Al contrario, nelle società moderne, in cui fortissima è la divisione del lavoro, ogni individuo e ogni gruppo svolge funzioni diverse: la solidarietà non si fonda più sull'uguaglianza ma sulla differenza; gli individui e i gruppi stanno infatti insieme perché nessuno è autosufficiente e tutti dipendono da altri. E gli stessi sistemi giuridici mirano non a reprimere, bensì a ristabilire l'equilibrio infranto da chi ha violato le norme (sono cioè sanzioni restitutive). Questo tipo di solidarietà è detta da Durkheim solidarietà "organica".



La nozione di solidarietà, indica la coscienza sempre più interiorizzata che gli individui hanno di convivere in società e di sposarne i valori fondativi-aggregativi.  Secondo Durkheim, sotto l'influenza del fattore demografico, le società passano dalla prevalenza della solidarietà "meccanica" a quella della solidarietà "organica". Ma l'aumento in volume e in densità della popolazione ha realmente un effetto soltanto in virtù della densità "morale" o "dinamica" (numero e frequenza degli scambi sociali), la cui crescita causa a sua volta l'evoluzione dei quadri sociali.

Durkheim riconosce alla divisione del lavoro soprattutto un carattere morale. Infatti  in virtù di essa l'individuo ridiventa consapevole del suo stato di dipendenza nei confronti della società e del fatto che da questa provengono le forze che lo trattengono e lo frenano. In una parola, la divisione del lavoro diventa anche la base dell'ordine morale.  

 

Le regole del metodo sociologico (1895)

Nello scritto Della divisione del lavoro sociale del 1893 Durkheim si domandò quali fossero e come funzionassero le "regole del metodo sociologico". Il fatto sociale - ossia "l'integrazione degli individui in una comunità morale di significazione" - è irriducibile ai fatti psicologici e biologici. Si tratta di un fatto collettivo, oggettivo, e rispondente a "leggi sociali" autonome dalla  psicologia e dalla biologia. 

 La caratteristica essenziale dei fatti sociali consiste nel potere che essi hanno di esercitate dall'esterno una pressione sulle coscienze degli individui.

È dunque la coercizione (contrainte) con cui le azioni sociali si impongono ai voleri dell'individuo che istituisce il fatto sociale. Posso decidere di portare le scarpe appese al collo, ma la riprovazione collettiva, non il fatto in sé, mi scoraggerà dal farlo.

D'altra parte, una società si manifesta come un "tutto": in ciò riposa l'olismo durkheimiano. Non è il risultato della somma di individui o di gruppi: è un luogo in  cui  le  norme sono funzione dell'interdipendenza delle sue componenti (olismo). Bisogna però guardarsi dallo spiegare i fatti sociali come frutto dei fatti psichici degli individui: piuttosto, i fatti psichici sono il "prolungamento" (così dice Durkheim) di fatti sociali all'interno della coscienza. Ciò appare evidente se, come suggerisce Durkheim, prestiamo attenzione al caso del matrimonio: è l'organizzazione sociale del matrimonio che fa nascere i sentimenti parentali, e non viceversa. Di più: ogni società è un insieme di "fatti morali", una combinazione sui generis di istituzioni. Con istituzione, Durkheim designa ogni forma organizzata - famiglia, istruzione, giustizia - tesa ad un  fine sociale, a una funzione, "l'organo è indipendente dalla funzione", poiché "le cause che lo hanno posto in essere sono indipendenti dal fine a cui tende". L'analisi di Durkheim implica che se l'intersezione dei gruppi, l'interdipendenza costante delle istituzioni determinano il sociale, tutto, in una società, non dipende dalla funzione. Per Durkheim, l'espressione dei bisogni dell'individuo è sempre socialmente condizionata. Essi insomma non esistono fuori dalla società e solo in essa si soddisfano. 




Durkheim farà delle istituzioni il suo oggetto primario di studio perché distinguono le società umane delle società animali e attestano l'unità del tipo umano.

 

Il suicidio (1897)

Durkheim era convinto che le cifre del suicidio dipendono dagli ambienti sociali (familiari, confessionali, politici, professionali). Per determinare se la crescita del tasso di suicidio derivi o no da quella del grado d'istruzione, egli introduce una variabile intermedia, la religione: l'indebolimento delle comunità confessionali "rafforza ad un tempo il bisogno di sapere e l'inclinazione al suicidio", poiché l'individuo separato dalla comunità esperisce la perdita del quadro di riferimento normativo (anomia)  e il conforto della comunità. Durkheim determina tre tipi principali di suicidio. Due riguardano le società moderne: il suicidio anomico, fortemente connesso alle crisi da esse attraversate, quando si crea cioè disordine (anomia); e a tal proposito Durkheim argomenterà che il numero di suicidi aumenta sia in periodi di recessione economica sia di impetuoso sviluppo;  il suicidio egoista, ancora tipico delle società moderne e dovuto all'allentarsi dei legami comunitari;  il suicidio altruistico tipico delle società a solidarietà meccanica, in cui l'individuo si sacrifica per rinsaldare il gruppo di appartenenza (oggi noi potremmo esplicitamente ascrivere in questa categoria il suicidio dei kamikaze).  

 

Le forme elementari della vita religiosa (1912)

Durkheim vede nella religione il fenomeno sociale fondamentale dal quale derivano tutti gli altri. Ne tenta una definizione oggettiva ossia non relativa al contenuto dei dogmi:

"È  il sistema condiviso di credenze e di pratiche (riti) relative a cose sacre, ossia separate, interdette".

La dialettica del sacro e del profano costituisce il centro del fatto sociale (nella religione, è la società che adora se stessa) ed è speculare a quella intercorrente tra individuo e società.

Durkheim prosegue nelle Forme elementari della vita religiosa il progetto di tentare una teoria generale dell'attività simbolica: l'elaborazione di una sociologia della conoscenza. Così, lingua, segni, simboli, per una parte fatti sociali, acquistano significato soltanto in funzione di un contesto sociale e storico dato e della loro posizione in un insieme di relazioni.







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