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INTRODUZIONE
Ebraismo
Religione degli ebrei, la più antica fra le
fedi monoteistiche. La lingua italiana utilizza convenzionalmente il termine
"ebraismo", benché la religione abbracciata dagli ebrei sin
dall'epoca che seguì la fine dell'esilio a Babilonia (VI secolo a.C.), venga
definita scientificamente "giudaismo". La tradizione ebraica
considera la propria esperienza religiosa eminentemente come osservanza della
Torah, la legge suprema che Dio ha donato al suo popolo, e come Halakah, una
"via", un percorso di fede e di vita da seguire scrupolosamente a
livello personale e collettivo.
Menorah La menorah, un candelabro a otto
braccia a cui gli ebrei attribuiscono un importante valore simbolico, viene
usata durante alcune funzioni religiose. In occasione della Hanukkah, ad
esempio, per ogni giorno della festa viene accesa una nuova candela. La nona,
che è attaccata alla destra della menorah e si chiama shammash (servitore),
viene usata per accendere le altre candele.
Nato nella regione storica della Palestina, in
parte coincidente con il territorio dell'odierno stato di Israele, l'ebraismo è
oggi diffuso in tutto il mondo: è praticato fuori d'Israele dalle comunità
della diaspora, formatesi in seguito ai fenomeni di emigrazione che, spesso a
causa di persecuzioni ed espulsioni, hanno caratterizzato l'intera storia
ebraica. È comunque necessario puntualizzare il fatto che non tutti i 18
milioni di ebrei presenti nel mondo (dei quali 6.800.000 negli Stati Uniti,
oltre 3.600.000 in Israele, quasi 2.000.000 in Russia, circa 1.500.000 in
Europa) praticano la religione tradizionale, nell'ambito della quale non
mancano poi orientamenti diversi, talora contrastanti.
2 LA
RIVELAZIONE DELL'UNICO DIO
Caratteristica fondamentale dell'ebraismo è un
monoteismo radicale, la fede in un unico Dio, assolutamente trascendente e
creatore di un universo che governa provvidenzialmente dall'inizio dei tempi.
Israele esprime la consapevolezza che Dio abbia "parlato" al suo
popolo e, nel corso della storia, la Scrittura sacra, la Bibbia, documenta le
tappe di questa rivelazione progressiva, interpretata dagli ebrei come
un'alleanza, berith, che Dio ha istituito con loro in quanto popolo eletto,
chiamato a custodire gelosamente i precetti della legge.
La
tradizione israelitica considera illecito pronunciare il nome di Dio.
Il tetragramma sacro YHWH esprime il nome di
Dio, che probabilmente in origine si sarebbe dovuto pronunciare come Jaweh o
Yahweh, parola riconducibile alla radice del verbo "essere". Infatti
in un passo fondamentale del libro dell'Esodo (3:14) Dio si rivela a Mosè
proclamando: "Io sono colui che sono", una proposizione che ha dato
luogo a infinite discussioni in sede esegetica, ma il cui significato non
appare comunque discosto dall'idea esprimibile compiutamente con le parole:
"Io sono colui che è", nel senso che Dio definisce se stesso come
entità reale e realtà suprema per eccellenza, che, nel contesto specifico
dell'esodo del popolo di Israele dall'Egitto, rende manifesta la sua presenza
di liberatore della sua gente dalla schiavitù. La tradizione israelitica
considera illecito pronunciare il nome di Dio. Esso, a motivo dell'uso tipico
della scrittura ebraica di non registrare le vocali, compariva nella redazione
antica della Bibbia in forma consonantica come Yhwh, sostituito nella lettura
con il termine più generico Adonai ("Signore"), in quanto soltanto il
sommo sacerdote era autorizzato, una sola volta all'anno (durante la festa
dello Yom Kippur), a pronunciare solennemente il nome ineffabile della
divinità. Quando, nel VII secolo d.C., i dotti masoreti si accinsero a dotare
di vocali i libri biblici per renderne più sicura la tradizione testuale,
inserirono nel tetragramma sacro le vocali di "Adonai", dando luogo
alla forma "Yehowah" che sta all'origine del nome Geova.
Signore onnipotente e legislatore, Dio esige
dal suo popolo un'assoluta fedeltà e un'obbedienza incondizionata alla sua
legge, promulgata solennemente sul monte Sinai ai tempi dell'esodo e registrata
compiutamente nei primi cinque libri della Bibbia, detti, per l'appunto,
"Torah", "legge" in ebraico, ai quali si affiancano i libri
profetici e gli altri scritti canonici. La vicenda storica del popolo di
Israele è interpretata dalla tradizione ebraica secondo una prospettiva
teologica, come luogo privilegiato dell'intervento di Dio, che assiste
costantemente il suo popolo assicurandogli la salvezza di fronte ai numerosi e
potenti nemici, in virtù dell'alleanza stabilita per l'eternità; la sofferenza,
elemento costante nella storia degli ebrei fin dall'antichità, soprattutto dopo
la vicenda drammatica della deportazione a Babilonia nel 586 a.C., è la
conseguenza tangibile dell'infedeltà del popolo eletto ai precetti della sua
religione e ai doveri dell'alleanza. Dio è comunque sempre disposto a rinnovare
l'alleanza, risollevando gli israeliti prostrati dall'oppressione e infondendo
loro nuove speranze.
La fede incrollabile nell'intervento
liberatore di Dio e la coscienza della necessità della conversione al fine di
ottenere la salvezza alimentano, già nei libri profetici della Bibbia, ma
soprattutto nell'ebraismo della diaspora, la speranza nell'avvento di un
Messia, l'uomo dalla missione escatologica che Dio invierà alla fine dei tempi
per liberare definitivamente il suo popolo dall'esilio e dalla dominazione
straniera e instaurare nella terra promessa il regno di pace e prosperità
destinato alla stirpe eletta dei suoi fedeli.
3 LA
TRADIZIONE RABBINICA E IL CULTO
Celebrazione del Bar Mitzvah Il Bar Mitzvah è,
nel rituale ebraico, la cerimonia che segna l'ingresso di un giovane di tredici
anni nella comunità degli adulti. Durante la celebrazione il ragazzo legge
alcuni brani della Torah, accompagnato dal rabbino e dal padre, indossando lo
scialle di preghiera e il copricapo. Esiste un rito simile anche per le
ragazze, chiamato Bat Mitzvah, celebrato al compimento dei dodici anni.David
Reed/Corbis
La speranza nell'avvento del Messia divenne un
tratto fondamentale della fede ebraica dopo la rovina della nazione, avvenuta
nel 135 d.C. per mano dei romani, che già nel 70 avevano distrutto il tempio di
Gerusalemme, luogo simbolico dell'ebraismo, sede principale del culto e altare
del sacrificio offerto a Dio. Con la diaspora, lontani dal tempio e dalla terra
promessa, i fedeli recavano con 515b17f sé le parole della Scrittura e i precetti della
legge. Essi costituirono ben presto l'oggetto di un attento e devoto studio da
parte dei pii israeliti, guidati dai loro maestri, i rabbini (in ebraico e in
aramaico rabbi significa appunto "maestro") alla comprensione di una
tradizione orale che per secoli era stata tramandata da generazioni di saggi
come complemento indispensabile del messaggio divino sedimentato nella Torah.
Filatteri per la preghiera Un giovane chassid
di Brooklin si prepara per la preghiera mattutina, avvolgendo i filatteri
intorno al braccio. I filatteri (tefillin in ebraico) sono costituiti da due
piccole scatole quadrate, contenenti pergamene con passi delle Scritture, unite
da liste di cuoio. Vengono indossati per la prima volta durante la cerimonia
del raggiungimento della maggiore età religiosa, il Bar Mitzvah.Richard T.
Nowitz/Corbis
Frutto di questa intensa attività di studio e
di interpretazione della tradizione antica condotta dalle scuole rabbiniche nei
primi secoli dell'era cristiana sarebbe stata la trascrizione, avvenuta fra il
V e il VI secolo d.C., del Talmud, posto accanto alla stessa Bibbia come fonte
autorevole della legislazione e della condotta sociale e rituale delle comunità
della diaspora fedeli alla religione dei padri e condensato nelle due versioni,
redatte l'una a Babilonia e l'altra in Palestina. L'opera dei rabbini si
espresse anche nelle forme tipiche del Midrash, commento ai libri della
Scrittura, di cui il Targum costituisce, nelle sue diverse redazioni, una
traduzione aramaica indispensabile per i fedeli dopo l'adozione dell'aramaico
come lingua parlata in luogo dell'ebraico. In assenza del tempio il culto
ebraico venne da allora praticato, oltre che fra le mura domestiche, nella
sinagoga, il luogo privilegiato per la preghiera, per la lettura dei libri
sacri e per l'istruzione rabbinica. La preghiera consiste in primo luogo in una
serie di invocazioni, in ebraico tefillah (in origine 18, ma poi passate a 19),
per mezzo delle quali i fedeli implorano la prosperità e l'avvento del Messia.
Per le festività e per lo Shabbat, il sabato ebraico, giorno interamente
consacrato al Signore, è prevista una liturgia particolare; la preghiera dello
Shema, che ha preso nome dalla parola iniziale del brano biblico (Deuteronomio
6:4-9) che esso riproduce, deve essere invece recitata dagli ebrei devoti due
volte al giorno, al mattino e alla sera, assieme alle formule del Kaddish,
invocazione di contenuto spiccatamente messianico.
Festa di Hanukkah L'ultima candela di un menorah,
il candelabro israelitico, viene accesa nel giorno conclusivo del periodo di
Hanukkah, la "Festa delle luci" ebraica.Richard T. Nowitz/Photo
Researchers, Inc.
Durante la preghiera gli uomini devono
coprirsi il capo con una sorta di zucchetto, detto kippah, che gli ebrei più
devoti portano costantemente come segno della presenza di Dio, mentre durante
l'orazione del mattino nei giorni feriali è d'obbligo indossare un mantello
bianco frangiato di lana o di seta che copre le spalle, il tallet, oltre ai
caratteristici filatteri, ovvero "custodie" cubiche di cuoio
contenenti piccoli rotoli di pergamena che recano scritti alcuni passi della
Torah, fissate con cinghie alla parte superiore del braccio e alla fronte. Il
sabato, giorno di riposo assoluto da ogni attività lavorativa, è dedicato alla
proclamazione solenne della Torah, letta integralmente nelle sinagoghe nel
corso di un ciclo annuale che inizia in autunno con la celebrazione nota come
Simhat Torah (Gioia della Legge), che ha luogo alla fine della festa di Sukkot:
la lettura pubblica del testo biblico costituisce il momento più significativo
del culto sinagogale e la funzione primaria assegnata in origine
all'istituzione della sinagoga. Gli israeliti devoti sono tenuti a osservare
alcune regole alimentari; poiché il cibo deve essere kasher, cioè
"puro", essi devono astenersi dalla carne di maiale e dai pesci privi
di pinne o squame, considerati impuri (Deuteronomio, 14:3-21), mentre gli
animali, tutti i quadrupedi ruminanti con unghia bipartita e il pollame, delle
cui carni è lecito cibarsi, debbono essere sgozzati in modo da essere
completamente mondati dal sangue; è inoltre proibito consumare
contemporaneamente carne e latticini. Fra le feste annuali previste dal
calendario liturgico, le principali, legate in origine al ciclo delle stagioni
e alle attività agricole, sono state in seguito reinterpretate come occasione
di rievocazione di momenti significativi della storia ebraica. Così la Pasqua,
Pesah, "passaggio", festa di primavera che segnava l'inizio del
raccolto, ha acquisito il ruolo di memoria dell'esodo del popolo di Israele
dall'Egitto, mentre la festa di Shabuot, celebrata 50 giorni dopo la Pasqua
(Pentecoste o festa delle Settimane) per sottolineare la fine del raccolto,
richiama il momento in cui Dio donò al suo popolo la Torah sul monte Sinai e
prevede la lettura solenne dei Dieci Comandamenti nelle sinagoghe; allo stesso
modo la festa di Sukkot, "festa delle capanne", anticamente connessa
al raccolto d'autunno, rievoca anche simbolicamente, con l'uso di consumare i
pasti sotto caratteristiche tende, gli anni trascorsi dal popolo eletto nel
deserto prima di giungere alla terra promessa. La festa di Sukkot è preceduta
da un periodo penitenziale di dieci giorni, compresi fra il Capodanno ebraico,
Rosh Hashanah, e Yom Kippur, il "giorno dell'espiazione", la
celebrazione più sacra per gli ebrei, che trascorrono questa giornata nella
preghiera e nel digiuno. Alle vicende storiche del popolo di Israele sono
ispirate le feste di Hanukkah e di Purim: la prima celebra la vittoria dei
Maccabei contro Antioco IV di Siria nel 165 a.C., mentre la seconda rievoca la
vicenda narrata dal libro di Ester, che per l'occasione viene letto nelle
sinagoghe e offre un momento gioioso per la comunità, nella commemorazione
collettiva della situazione pericolosa sperimentata ai tempi del re persiano
Assuero, inizialmente deciso a sterminarli.
Rotoli della Torah Lo studio della Torah è
parte integrante delle festività ebraiche. Anche se la Torah si riferisce
letteralmente ai libri della Genesi, dell'Esodo, del Levitico, dei Numeri e del
Deuteronomio, lo studio spesso implica la lettura di frammenti di altri testi e
commenti ebraici. Ad esempio, il tikkun (piano di studio) per Shavuot, la
seconda delle festività di pellegrinaggio nel calendario ebraico, comprende
sezioni della Bibbia, di letteratura rabbinica e scritti di mistica.Richard T.
Nowitz/Corbis
La vita dei fedeli è segnata da alcuni momenti
fondamentali, a cominciare dal rito della circoncisione, attraverso il quale i
bambini di sesso maschile sono resi partecipi, otto giorni dopo la nascita,
dell'alleanza stipulata da Dio con i discendenti di Abramo. All'età di tredici
anni il ragazzo raggiunge la maggiore età assumendosi, come Bar Mitzvah,
"figlio del comandamento", l'impegno di osservare i precetti della
legge, e viene accolto fra gli adulti che guidano a turno la lettura della
Torah nella sinagoga; nelle comunità più progressiste anche le ragazze vengono
chiamate alla lettura al compimento del dodicesimo anno. La cerimonia delle
nozze, detta Qiddushin, "santificazione", è concepita come momento
particolarmente solenne per sottolineare il valore di comandamento divino
attribuito all'unione coniugale.
4
STORIA
Salmodia ebraica Nei giorni di shabbat e nelle
festività, come anche la mattina del lunedì e del giovedì, nelle sinagoghe si
cantano brani del Pentateuco. La notazione musicale della declamazione dei
salmi non solo indica la melodia ma fornisce anche gli accenti grammaticali, in
modo che il significato del testo sia chiaramente enfatizzato
nell'inno."Cantillation" da Kol Ha'Shofar (Cat.# Folkways FR 8922) (p)1957
Smithsonian/Folkways Recordings. Tutti i diritti
riservati.
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La storia dell'ebraismo corre parallela ai
momenti culminanti della storia del popolo ebraico ed è testimoniata per la sua
fase fondamentale, quella più antica, dai dati confluiti nella Bibbia,
documento teologico costituito da elementi di origine cronologicamente e
concettualmente eterogenea, connessi tuttavia in una prospettiva religiosa
sostanzialmente coerente. L'adozione di una fede assoluta nell'unico Dio viene
considerata da alcuni studiosi successiva a una prima fase, il cosiddetto
enoteismo, in cui l'adorazione di Yahweh non comportava la negazione
dell'esistenza delle divinità degli altri popoli. Il nome stesso di Dio
costituisce una questione tuttora aperta, dal momento che i testi biblici
presentano significativamente, accanto al nome di Yahweh, il termine più
generico "Elohim", forma plurale della radice utilizzata dalle lingue
semitiche per indicare la divinità. Anche nel sacrificio, l'atto di culto
fondamentale praticato dai sacerdoti nel tempio di Gerusalemme con
l'immolazione quotidiana di animali, si può scorgere facilmente l'evoluzione di
un'antica pratica religiosa connessa con i cicli agricoli, pratica che imponeva
l'offerta rituale alla divinità garante della fecondità della natura e del
sostentamento degli esseri umani. D'altro canto non mancarono, soprattutto
nell'epoca successiva alla separazione dei due regni di Giuda e di Israele,
episodi di sincretismo religioso, nei quali il culto di Yahweh veniva accostato
alle diverse pratiche del paganesimo penetrate fra gli israeliti attraverso il
contatto con i popoli vicini: la ferma condanna di questi atteggiamenti
costituisce un caposaldo della predicazione dei profeti, che levarono la loro
voce per richiamare gli ebrei alla fedeltà ai contenuti del monoteismo,
invocando nel contempo una religiosità interiore e non confinata negli spazi di
un ritualismo formale, quale appariva loro la stessa pratica del sacrificio.
Il dramma del 586 a.C., che segna l'inizio
della diaspora, rappresentò certamente un punto di svolta per l'ebraismo, che
da questo momento si caratterizzò sempre più decisamente come una fede storica
che considerava la vicenda umana, e particolarmente quella del popolo di
Israele, come ambito privilegiato dell'intervento di Dio e della manifestazione
della sua alleanza con i discendenti di Abramo. Se profeti come Ezechiele e il
cosiddetto "deutero-Isaia" non esitarono a interpretare la
deportazione a Babilonia come una punizione divina dovuta all'infedeltà del
popolo eletto al patto con l'unico Dio, all'epoca dell'esilio risalirebbe la
forma definitiva dei libri della Torah, che rileggono in chiave retrospettiva
l'intera storia ebraica collocando la rivelazione monoteistica ai suoi primordi
e facendo risalire la fede nell'intervento salvifico del loro Dio, unico
signore della storia, al contesto antico della liberazione dal dominio egizio.
Il ritorno degli ebrei nella loro terra, reso
possibile nel 538 a.C. dall'avvento di Ciro il Grande sulla scena politica
mediorientale, inaugura un periodo di grande fervore religioso, e l'opera di
Neemia e di Esdra, ampiamente descritta dagli omonimi libri biblici, appare
decisamente indirizzata alla creazione di una compagine sociale fondata sul
rispetto della legge sacra e sull'obbedienza a una potente classe sacerdotale.
Questa profonda adesione degli ebrei ai dettami della loro identità religiosa
avrebbe costituito anche il motivo ispiratore della vittoriosa rivolta dei
Maccabei, che venne scatenata dalla pretesa del re Antioco IV di Siria di
proibire agli ebrei la pratica della loro fede imponendo loro culti di tipo
ellenistico e pagani.
L'interpretazione di questo conflitto in
chiave religiosa come momento del conflitto cosmico tra le forze del bene e
quelle del male costituisce uno degli elementi ispiratori della letteratura
apocalittica, che introdusse nell'orizzonte teologico ebraico concetti come
quello di "resurrezione" e di "giudizio", totalmente ignoti
alla tradizione precedente, incline, per quanto concerne l'escatologia, a
confinare i defunti, sia buoni sia malvagi, in un oltretomba tenebroso e senza
speranza, lo sheol.
Reich: Tehillim Tehillim di Steve Reich (1981)
è l'adattamento di quattro salmi in lingua originale: il titolo dell'opera
significa appunto "salmi" in ebraico. Questo passaggio del Salmo 19
mostra la fusione di un forte sottofondo ritmico di derivazione minimalista con
un contributo vocale che echeggia le inflessioni della musica folk
Il conflitto fra gli ambienti religiosi e il
potere politico non cessò durante gli 80 anni di indipendenza di Israele sotto
il regno degli Asmonei. Essi, per la loro tendenza ad arrogarsi, fra intrighi politici
di ogni genere, il titolo di sommo sacerdote accanto a quello di re, spinsero i
movimenti più tradizionalisti a forme di dissenso talora clamoroso, come il
completo isolamento monastico della comunità di Qumran, divenuta nota grazie ai
manoscritti del Mar Morto, talora meno esplicito ma ugualmente significativo,
come nel caso dei farisei. Costoro furono i veri precursori dell'ebraismo
rabbinico che fece seguito alla distruzione del tempio di Gerusalemme, avvenuta
nel 70 d.C. per mano dei romani in seguito alla fallita rivolta antiromana che
ebbe luogo fra il 66 e il 70. Se dopo il fallimento della disperata
sollevazione guidata da Simon Bar Kokeba fra il 131 e il 135 d.C., episodio
considerato come sciagura addirittura superiore a quella del 586 a.C., il
movimento rabbinico riuscì a mantenere la vitalità dell'ebraismo nel contesto
della diaspora raccogliendo i fedeli intorno allo studio della legge, non
mancarono già nei primi secoli tendenze marcatamente antirabbiniche da parte di
alcuni gruppi che, come i caraiti, invocavano una pratica religiosa
caratterizzata da una dimensione spirituale più profonda e lontana da ogni
formalismo legalista.
Il contatto con l'Islam determinò invece la
diffusione, anche negli stessi ambienti rabbinici, dell'interesse per la
speculazione filosofica; così, il pensiero dei maggiori filosofi greci,
tradotti e commentati dai dotti musulmani, fornì ben presto agli intellettuali
ebrei uno strumento apologetico per dimostrare la ragionevolezza e la ricchezza
profonda della loro fede: questa ricerca di una ridefinizione della tradizione
antica sulla base di nuovi orientamenti speculativi caratterizzò in età
medievale l'attività degli ebrei insediati nella Spagna islamica , detti
"sefarditi" da "Sefard", nome arabo della Spagna, e ispirò
l'opera di personaggi di grande rilievo come Maimonide, l'autore della Guida
dei perplessi (1170). Momento altrettanto importante della storia dell'ebraismo
medievale è lo sviluppo di quelle tendenze mistiche che troveranno la loro
espressione più compiuta nella cabala, indirizzo di pensiero esoterico ricco di
suggestioni mutuate dal neoplatonismo e dallo gnosticismo e fondato
sull'interpretazione della Legge in chiave simbolica, come mostrano le pagine
spesso ardue di trattati come lo Zohar, redatto nel XIII secolo dal mistico
Mosè de León.
Coltivato a lungo in ristretti circoli
intellettuali, questo orientamento filosofico acquisì caratteri di maggiore
popolarità dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna cristiana (1492) e la sua
prospettiva mistica poté essere reinterpretata in chiave messianica da
personaggi di spicco come Isaac Luria, che, attribuendo alla sofferenza degli
israeliti esuli dalla loro patria un significato preciso nel quadro dell'eterno
dramma cosmico della morte e della rigenerazione dell'universo, avrebbe
ispirato direttamente movimenti messianici come quello alla cui guida fu nel
XVII secolo Shabbatai Zevi.
Lo slancio messianico non fu estraneo neppure
agli ambienti che, influenzati dalle istanze dell'illuminismo, si fecero portatori
di un ebraismo cosiddetto "riformato" per la sua tendenza a
caratterizzarsi, soprattutto in Germania, come una confessione capace di
acquisire nuovo vigore seguendo da vicino il modello del protestantesimo e
abbandonando le pratiche più tradizionali e formali al fine di una migliore
integrazione degli israeliti nella vita sociale dell'Europa moderna. Non è
difficile, infatti, scorgere una forma per così dire "moderna" di
messianismo in atteggiamenti quali la fede nel progresso umano, apparentemente
lontani dalla dimensione religiosa; proprio questi atteggiamenti forgiarono gli
ideali del sionismo, il movimento di ispirazione laica che, fondato nel 1896
dall'ebreo austriaco Theodor Herzl, si fece portavoce della rivendicazione di
una identità nazionale israelitica, traducendo a livello politico la speranza
rabbinica del ritorno nella terra promessa.
L'istituzione dello stato di Israele nel 1948
rappresenta dunque un momento di grande significato per l'intero mondo ebraico,
sia per quanti sono rimasti fedeli alla religione dei padri, sia per le
famiglie che l'hanno abbandonata ormai da generazioni, pur senza aver
dimenticato la propria identità culturale: sull'intero mondo ebraico si era
infatti abbattuto il dramma dell'antisemitismo, che si acuì tragicamente fino
al tentativo di genocidio messo in atto dal nazismo durante gli anni della
seconda guerra mondiale. Il ritorno nella terra dei padri poteva venire dunque
inteso come l'atto culminante del processo di morte e di rigenerazione a cui la
storia pare avere destinato questo popolo.
bibliografia essenziale
Queste fonti forniscono ulteriori informazioni
su Ebraismo.
Lo stato di Israele è divenuto così il luogo
privilegiato della ricerca di un equilibrio fra le diverse anime dell'ebraismo,
che presenta oggi, accanto alla visione dell'ebraismo ortodosso, le istanze
dell'ebraismo riformato e di movimenti di diverso orientamento, dalla militanza
ultra-ortodossa degli uni alla pratica di una devozione più spirituale degli
altri. Questa pluralità di indirizzi si riscontra anche fra tutte le comunità
ebraiche tuttora presenti nei diversi paesi, e in particolare in quelle degli
Stati Uniti, dove, in seguito ai flussi migratori degli anni fra il 1881 e il
1924 e dell'epoca della Shoah, risiede un numero di ebrei di gran lunga
superiore alla stessa popolazione di Israele.
INTRODUZIONE
Islam Religione fondata all'inizio del VII
secolo d.C. da Maometto (in arabo Muhammad) e praticata oggi da circa un
miliardo di fedeli. La religione islamica è diffusa in larghissima maggioranza
non solo in tutti i paesi del Medio Oriente, a eccezione di Israele, ma anche
in Africa centrosettentrionale (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto,
Mauritania, Senegal, Mali, Niger, Ciad, Sudan, Somalia), in Turchia, Iran, Afghanistan,
Pakistan e Asia centrale (Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e
Tagikistan), oltre che in Bangladesh, nelle Maldive, in Malesia e Indonesia. In
India costituisce una minoranza significativa; in Europa viene professata dal
70% della popolazione dell'Albania e da oltre il 40% degli abitanti della
Bosnia-Erzegovina. In Italia conta almeno 800.000 fedeli, per gran parte
immigrati dai paesi nordafricani e dal Senegal. Al fenomeno dell'immigrazione
si deve anche la massiccia presenza di seguaci dell'Islam in Belgio, Francia e
Germania.
Cupola della Roccia, Gerusalemme La Cupola
della Roccia sorge a Gerusalemme sulla roccia sacra da cui, secondo la
tradizione islamica, Maometto è asceso al cielo. Nel tentativo di superare in
splendore le chiese cristiane della regione, il califfo Abd al-Malik costruì la
moschea verso la fine del VII secolo. La struttura ottagonale dell'edificio
racchiude un'area centrale sormontata dalla grande cupola dorata, e le pareti
esterne sono arricchite da decorazioni a mosaico.Israel Ministry of Tourism
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APPROFONDIMENTO
Pirenne: L'espansione dell'Islam nel
Mediterraneo
In Le città del Medioevo Henri Pirenne,
analizzando i primordi di un'economia cittadina destinata, secondo
l'interpretazione dello storico, a evolvere nella futura economia
capitalistica, aveva ricordato come sul Mediterraneo, dopo l'impatto delle
invasioni barbariche, stesse avanzando un nuovo, temibile conquistatore,
l'Islam. Alle vicende di quel periodo dedicò Maometto e Carlomagno, un'opera
pubblicata postuma nel 1937: la struttura secolare sulla quale si era retto
l'impero romano - è la tesi di Pirenne - era sostanzialmente sopravvissuta ai
barbari provenienti dal nord, i quali, anzi, vi si erano adeguati, in qualche
misura adottandola. Quando il nuovo antagonista si attestò sulle rive del mare
già nostrum, fu il "sacro" romano impero di Carlomagno a costituire, nel cuore
dell'Europa continentale, il nuovo polo economico e culturale. Aveva così
inizio, in Europa, il processo che avrebbe visto nascere le grandi monarchie e
consolidarsi il papato e l'impero, i due massimi centri di potere, destinati a
dominare per lunghi secoli la storia del continente.
apri approfondimento
2 IL
DIO UNICO E INVISIBILE
L'islam
si caratterizza come espressione di un monoteismo radicale...
Islam è parola araba che indica il concetto di
sottomissione assoluta all'onnipotenza di Allah, il Dio unico e invisibile:
l'Islam si caratterizza infatti come espressione di un monoteismo radicale, fin
dalla formula fondamentale - "Non vi è altro Dio all'infuori di Allah, e
Maometto è il profeta di Allah" - recitata nel segno dell'appartenenza alla
comunità degli adoratori dell'unico Dio. Il seguace dell'Islam viene definito
in italiano musulmano, termine coniato sulla base del persiano musliman, forma
equivalente all'arabo muslimun, plurale di muslim; questa parola, che si
ritrova anche nella lingua inglese, è utilizzata per indicare chi si considera
sottomesso alla divinità unica e irraggiungibile nella sua dimensione
trascendente. Tale concezione, rigorosamente monoteistica, viene considerata
dalla stessa tradizione islamica in continuità con il credo dell'ebraismo e del
cristianesimo, religioni che costituirebbero le tappe fondamentali della
rivelazione divina. Quest'ultima culminerebbe nella predicazione di Maometto,
il profeta per eccellenza e l'ultimo dei latori della rivelazione di Allah dopo
Abramo (in arabo Ibrahim), Mosè (Musa) e lo stesso Gesù (Isa). A tal proposito
occorre precisare che la tradizione musulmana, riferendosi a Gesù come al più
venerabile fra i profeti vissuti prima di Maometto, considera esclusivamente la
sua natura umana; Maometto stesso non si attribuì mai una natura sovrumana,
presentandosi unicamente come il profeta al quale Allah avrebbe consegnato, per
tramite dell'arcangelo Gabriele, la rivelazione divina destinata a essere
custodita e venerata per sempre dai fedeli. La rivelazione è contenuta nel
Corano, il libro sacro dettato da Dio all'umanità a completamento del messaggio
parzialmente trasmesso sia dalle Scritture ebraiche sia dalle Scritture
cristiane.
Affiancando a questa concezione teologica un
corpus normativo che regola la condotta dei fedeli interamente sottomessi al
volere divino, l'Islam ambisce a identificare l'intera società con la comunità
dei fedeli di Allah. A differenza del cristianesimo, il mondo musulmano non ha
mai conosciuto un'autorità suprema ritenuta depositaria della verità in materia
di fede e di etica. In assenza di una figura paragonabile a quella del papa nel
cattolicesimo, la tradizione islamica assegna all'intera comunità dei fedeli il
compito di custodire i precetti della religione e della retta condotta e
accoglie con molte riserve il ruolo di custodi autorevoli dell'ortodossia
attribuito in epoca moderna ai dotti dell'Università Al-Azhar del Cairo fra i
sunniti, e alla gerarchia dei mullah iraniani fra gli sciiti.
3 LE
ORIGINI
Grande Moschea di Samarra, Iraq All'epoca in
cui venne costruita, tra l'848 e l'852, la Grande Moschea di Samarra (in Iraq)
era la più grande al mondo. Oggi si è conservato intatto solo il minareto a
spirale, da dove il muezzin chiamava i fedeli alla preghiera.SEF/Art Resource,
NY
Vissuto nell'Arabia occidentale all'inizio del
VII secolo d.C., Maometto predicò agli abitanti di quella terra, in maggioranza
seguaci del politeismo, i dettami della nuova fede rivelatagli direttamente
dall'unico Dio. Nonostante l'ostilità incontrata nella sua città natale, La
Mecca, il profeta riuscì a dar vita, nella città oggi nota come Medina, a una
comunità politico-religiosa che sarebbe riuscita, già prima del 632, anno della
morte del fondatore, a imporre la propria autorità in tutta l'Arabia, nelle
città come fra le tribù nomadi, elevando l'appartenenza all'Islam al ruolo di
elemento di identificazione di una compagine politica unitaria.
L'istituzione del califfato, mirante a
garantire la legittima successione di Maometto alla guida della nazione
islamica, rappresentò l'ambito privilegiato per la trasmissione delle
rivelazioni divine comunicate oralmente dal profeta ai suoi discepoli più
fidati e registrate in forma scritta già all'epoca del terzo califfo Othman
(644-656) nelle 114 sure (capitoli) del Corano, accettate dall'Islam come
definitive e immutabili. I passi del libro sacro costituirono ben presto il
fondamento delle prescrizioni rituali ed etiche della comunità, che tuttavia
accostò alle parole e alle azioni del profeta anche alcune pratiche non
testimoniate dal Corano: questa tradizione parallela, detta in arabo sunna,
rappresenta tuttora una fonte autorevole soprattutto per i sunniti, che vi
scorgono un complemento indispensabile alla rivelazione divina.
Il saldo governo dei califfi e la fede comune
permise i rapidi successi degli eserciti arabi. Questi ultimi, già prima del
650 sottomisero al dominio del califfato di Medina l'Egitto, la Siria, l'Iraq e
le regioni occidentali della Persia; intorno al 660, con il passaggio del
potere alla dinastia degli Omayyadi, prese avvio la seconda fase della
diffusione dell'Islam, che penetrò nel vastissimo territorio compreso fra il
Marocco e l'Afghanistan, in Spagna e nelle regioni dell'Asia centrale.
4
L'EREDITÀ EBRAICO-CRISTIANA: DEMONOLOGIA ED ESCATOLOGIA
Testo illustrato del Corano Questa splendida
pagina decorata è tratta da un esemplare del Corano del XIV secolo. Per i
musulmani il Corano è la trascrizione infallibile del messaggio trasmesso da
Dio a Maometto. Come profeta e messaggero di Dio, Maometto venne investito
della responsabilità di divulgare questo messaggio a tutti i credenti. I
musulmani considerano Maometto l'ultimo di una serie di profeti che comprende
Mosè, Abramo, Giuseppe, Davide e Gesù. L'Islam prevede che il testo del Corano,
suddiviso in 114 sure o capitoli, e lungo circa quanto il Nuovo Testamento,
venga cantato durante il culto.Bojan Brecelj/Corbis
La tradizione islamica, sottolineando il
primato assoluto di Allah, gli attribuisce le parole rivelate a Maometto e
registrate nel Corano, le cui pagine altro non sarebbero che copie di un
archetipo celeste unico e immutabile. Dal canto suo, la moderna ricerca
storico-religiosa intende chiarire le origini del monoteismo islamico
considerando primariamente l'influenza esercitata in Arabia dall'ebraismo e dal
cristianesimo, in particolare nell'ambiente culturale del profeta, al quale non
erano ignote le Sacre Scritture degli ebrei e dei cristiani, salutati con
rispetto come "popoli del libro". Il Corano, infatti, fa riferimento
a Mosè come al tramite della rivelazione divina contenuta nella Torah, mentre
Gesù viene presentato come il custode di un "vangelo" in una
prospettiva tendente a identificare il fondatore del cristianesimo con
l'estensore di un libro dettato dalla divinità.
Annoverando Gesù tra i profeti, analogamente
ai personaggi considerati tali dall'Antico Testamento, il Corano lo presenta
come Masih, Messia, ma respinge come bestemmia suprema l'attribuzione di una
natura divina a Gesù, pur condividendo con i Vangeli il racconto della sua
nascita da una vergine e dei miracoli compiuti, per poi divergere dalla
tradizione cristiana in merito alla crocifissione: Gesù sarebbe stato infatti
direttamente innalzato al cielo da Dio senza conoscere l'umiliazione del
supplizio, patito in realtà da un uomo reso simile a lui agli occhi dei suoi
persecutori e degli stessi discepoli. Queste e altre asserzioni del Corano
possono essere connesse più o meno precisamente con i racconti dei Vangeli
apocrifi e con le dottrine delle differenti correnti ebraiche e cristiane
diffuse, o comunque conosciute in qualche modo, in Arabia all'epoca di
Maometto, ed è significativo che lo stesso Corano, presentando come fatto
riprovevole la divisione dei cristiani in sette contrapposte l'una all'altra,
abbia coscienza dei numerosi movimenti sviluppatisi in seno al cristianesimo
dei primi secoli e in gran parte condannati come eretici.
Fra le creature di Allah il Corano contempla
pure, accanto agli angeli, la folta schiera dei jinn, gli antichi
"spiritelli" che, venerati nel paganesimo preislamico come divinità
minori, sono stati adottati dall'Islam sia come esseri benefici divenuti fedeli
ad Allah sia come pericoloso esercito di demoni, tra i quali Iblis è il
minaccioso tentatore degli uomini. Per quanto concerne l'escatologia, la
tradizione islamica prevede il giudizio universale, presentato nel Corano,
assieme alla resurrezione, come momento culminante della storia di questo mondo
al termine di una serie di terrificanti cataclismi naturali (sure 81,82,84); il
paradiso - adn, nome arabo dell'Eden biblico - precluso agli infedeli e ai
malvagi, destinati al fuoco dell'inferno, viene descritto (sura 52) come un
giardino di delizie, dove i beati, riconosciuti tali dopo che le loro buone azioni,
pesate su una bilancia, si saranno rivelate più consistenti di quelle cattive,
potranno godere della felicità dei sensi gustando cibi succulenti e
allietandosi con la compagnia di incantevoli fanciulle (vedi Huri).
La tradizione che arricchì successivamente i
dati del Corano offre invece la suggestiva narrazione della fine del mondo
preceduta dall'apparizione del daggial, il falso profeta. Questa creatura
malefica regnerà sulla terra per 40 giorni prima di essere sconfitta dal mahdi,
figura escatologica capace di inaugurare un'epoca di felicità e di giustizia
che prelude al giudizio universale.
5 LA
SHARIAH E I RITI
Preghiera collettiva nella moschea Le moschee
sono i luoghi di culto dei musulmani. Nella foto, un momento di preghiera
collettiva all'interno di una moschea in Tagikistan.V.
Khristoforov/TASS/SOVFOTO-EASTFOTO
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Pellegrinaggio alla Kaaba I musulmani
considerano la Kaaba, un piccolo santuario della Mecca, l'edificio più sacro
della terra. Secondo la dottrina islamica fu eretto dai patriarchi Abramo e
Ismaele sulle fondamenta poste da Adamo. Quando pregano, i musulmani di tutto
il mondo si rivolgono verso la Mecca e, ogni credente che ne abbia i mezzi,
deve recarsi in pellegrinaggio alla città santa almeno una volta nella vita.
Nella foto, un momento delle cerimonie intorno alla Kaaba: rituali e
festeggiamenti si protraggono per vari giorni durante il mese islamico
destinato ai pellegrinaggi, dhu-al-higgia.Mehmet Biber/Photo Researchers, Inc.
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Id al-Fitr Un momento solenne della festa di
Id al-Fitr, che segna il termine del Ramadan, il terzo dei Cinque pilastri
dell'Islam. La cerimonia è occasione di gioia per la comunità: si indossano
abiti nuovi e ci si riunisce per cantare le lodi di Allah e del suo profeta,
Maometto.Christine Osborne Pictures
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Musica liturgica islamica I musulmani pregano
cinque volte al giorno, individualmente o in gruppo. Prima della preghiera è
necessario compiere abluzioni per purificare il viso, le mani e i piedi. Il
muezzin (la persona che chiama alla preghiera) intona il suo canto ad alta voce
da un luogo elevato, come il minareto di una moschea. Il brano fa parte di un
canto d'invito alla preghiera, privo di accompagnamento musicale."Call to
Prayer" da Islamic Liturgy: Song and Dance at a Meeting of Dervishes
(Cat.# Folkways FR
8943) (p)1960 Smithsonian/Folkways Recordings. Tutti i
diritti riservati.
Musica sacra sufi della Siria Il sufismo, una
corrente mistica della religione islamica, si affermò in Siria e in altri paesi
musulmani nel II secolo d.C. Il brano registrato, corrispondente alla seconda
parte di una cerimonia sufi chiamata darb shish ("direttore della
coscienza"), viene usato per indurre i novizi a entrare in stato di
trance."Islamic Ritual Darb Shish", da Syria: Islamic Ritual Zikr in
Aleppo (Cat. # D 8013)
(p)1975/1989 Auvidis. Tutti i diritti riservati.
La professione di fede in Allah obbliga i
seguaci dell'Islam all'osservanza di una serie di norme etiche e legali che,
regolamentando ogni aspetto della vita della comunità, costituiscono un
complesso e minuzioso codice giuridico concepito come modello ideale per una
società teocratica. Identificando infatti la società civile con la comunità dei
fedeli, la teologia islamica innalza il diritto, fiqh ("saggezza"),
al rango di scienza religiosa, che deve essere coltivata dai dotti con la
massima dedizione per garantire nel futuro la conformità della condotta dei
fedeli ai principi della legge, la shariah. Gli esperti di giurisprudenza,
detti mufti nella tradizione sunnita e mullah in quella sciita, legiferano in
relazione a ogni aspetto della vita civile e religiosa: essi elaborano sia le
norme del codice penale sia le prescrizioni del diritto di famiglia, ponendo a
fondamento delle loro decisioni non solo i dati del Corano e della sunna, come
si trovano nelle raccolte dei detti e delle azioni del profeta (vedi Hadith),
ma anche l'orientamento concorde, ijma, di una o più generazioni di uomini di
legge in relazione a una determinata materia; alle indicazioni di questi
cultori del diritto devono attenersi i qadi, i giudici chiamati a pronunciare
le sentenze in merito ai singoli casi loro sottoposti.
5.1 Il
diritto di famiglia e la condizione della donna
Nell'ambito di competenza della shariah
rientrano anche le norme del diritto matrimoniale. Le nozze per l'uomo possono
avere anche carattere poligamico: alla libertà di sposare fino a quattro donne
si associa l'obbligo di assicurare un identico tenore di vita a ciascuna delle
consorti e ai rispettivi figli. Tale obbligo, soprattutto in epoca moderna, fa
di questa pratica una possibilità limitata agli uomini più benestanti. Il
divorzio, possibile per iniziativa del marito anche in assenza di particolari
motivazioni, può essere ottenuto dalla donna solo per mezzo di una complessa
procedura giuridica, sulla base dello stesso principio che consente il
matrimonio fra un musulmano e una donna di diverso credo religioso, ma
impedisce di dare in sposa una donna musulmana a un uomo non seguace
dell'Islam. Per quanto concerne l'abbigliamento femminile, l'esortazione
rivolta dal Corano alle donne affinché indossino un mantello che copra il loro
corpo da capo a piedi non può essere posta a fondamento della prescrizione di
nascondere anche il volto, introdotta dai califfi Abbasidi (750-1258) con la
consuetudine di confinare le mogli nell'harem, ovvero "luogo
interdetto" agli uomini, consentendo loro di comparire in pubblico
soltanto con il volto coperto.
Questo orientamento non univoco della
tradizione antica fa sì che le prescrizioni in materia di abbigliamento
femminile siano tuttora più o meno rigide nei diversi paesi islamici,
analogamente alle altre norme che regolano le attività delle donne in campo
sociale e professionale. Allo stesso modo, l'applicazione letterale della shariah
come espressione principale del diritto (taglio della mano destra come pena per
il furto o lapidazione per l'adulterio) è prerogativa di paesi, quali l'Arabia
Saudita e l'Iran, più inclini a una visione integralista dell'Islam. Altrove,
ad esempio in Egitto e in Siria, la pratica islamica convive con un sistema
legale parzialmente ispirato a modelli occidentali, mentre la Turchia è dal
1928 uno stato ufficialmente laico, benché non vi manchino movimenti religiosi
di indirizzo più o meno integralista.
5.2 I
Cinque pilastri dell'Islam
Se questa pluralità di orientamenti
costituisce indubbiamente un motivo di tensione nel mondo islamico, la quasi
totalità dei seguaci di questa religione offre invece un'immagine di profonda
unità per quanto concerne l'osservanza dei doveri noti come Cinque pilastri
dell'Islam: alla professione di fede, shahada, nell'unico Dio, il musulmano
deve infatti affiancare la preghiera quotidiana, salat, nelle forme rituali
previste, osservando poi il digiuno, sawm, durante il mese di Ramadan, oltre a
recarsi in pellegrinaggio, hagg, almeno una volta nella vita alla città santa,
La Mecca, e a versare una certa somma di denaro come decima, zakat, a beneficio
dei poveri e della comunità. Obblighi altrettanto sentiti dai fedeli sono,
oltre alla circoncisione maschile, l'astinenza dal consumo di bevande alcoliche
e di carne di maiale, e il rispetto delle norme della macellazione rituale
degli animali delle cui carni è lecito cibarsi.
5.3 La
preghiera
La preghiera, certamente la pratica più
suggestiva dell'Islam, riunisce per cinque volte al giorno (soltanto tre fra
gli sciiti) l'intera comunità dei fedeli che, ovunque si trovino, interrompono
all'ora stabilita qualsiasi attività per compiere i gesti di un preciso
cerimoniale, rivolgendosi verso La Mecca su un tappeto, limite dello spazio
sacro, a piedi scalzi e in stato di purità rituale dopo una serie di abluzioni.
La preghiera quotidiana viene recitata in forma collettiva nella moschea, il
luogo di culto dei musulmani, dove il venerdì, giorno festivo per l'Islam, si
tiene a mezzogiorno il rito solenne. Oltre alla salat, guidata da un imam,
viene recitata una sorta di omelia pronunciata dal pulpito da un khatib, figura
che comunque non riveste, al pari dello stesso imam, alcuna funzione
sacerdotale in nome del principio della pari dignità di tutti i fedeli di
fronte ad Allah. Al muezzin, forma turca dell'arabo muadhdhin, è invece
affidato l'incarico di annunciare dal minareto, la torre annessa alla moschea,
l'ora della preghiera quotidiana e della funzione del venerdì.
5.4 I
luoghi sacri
Qom, Iran Città santa per i musulmani sciiti,
Qom, in Iran, è ricca di edifici di grande interesse storico e artistico. La
tomba di Fatima, con la sua caratteristica cupola dorata, risale al IX secolo e
fu restaurata agli inizi del XIX secolo. Meta ogni anno di migliaia di
pellegrini, il santuario è sede delle più alte gerarchie del culto sciita. A
Qom ha sede anche la più importante scuola teologica del paese, dove si sono
formati e hanno insegnato i maggiori ayatollah.Robert Harding Picture
Library
Il luogo più sacro per i seguaci dell'Islam è
certamente la città natale del profeta, La Mecca, dove, al centro del cortile
della Grande moschea, la "moschea sacra" per eccellenza, si erge la
Kaaba, una costruzione cubica, larga circa 10 metri e alta 15, verosimilmente
utilizzata in epoca preislamica come santuario pagano dagli adoratori della
celebre Pietra Nera, un meteorite di 30 centimetri di diametro che, incastonato
in un angolo dell'edificio, è divenuto oggetto di venerazione anche per i
musulmani. Considerando infatti la Pietra Nera come dono inviato dal cielo per
confortare Adamo dopo la sua cacciata dal paradiso, la tradizione islamica
vuole che la Kaaba, edificata da Abramo come luogo dove chiamare a raccolta
tutti i popoli invitati a rendere culto all'unico Dio, fosse caduta nelle mani
dei seguaci del politeismo e dell'idolatria, prima che Maometto la restituisse
alla sua funzione originaria di luogo consacrato alla pratica del monoteismo.
Oltre a sottolineare la sacralità di Medina,
dove si trova la tomba del profeta, il mondo islamico tributa da sempre grande
venerazione alla città di Gerusalemme, il più antico fra i luoghi santi del
monoteismo; qui Maometto, trasportatovi nottetempo dall'arcangelo Gabriele,
avrebbe conosciuto l'esperienza miracolosa dell'ascensione ai sette cieli e
dell'incontro con i massimi profeti, da Adamo a Gesù. Grande importanza
assumono per gli sciiti, in relazione alle attività dei loro imam, numerose
altre città, come Karbala in Iraq e Qom in Iran.
5.5 Il
Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca
Facendo decorrere il computo degli anni
dall'Egira, il trasferimento di Maometto dalla Mecca a Medina, il calendario
islamico si articola su un ciclo lunare di 12 mesi non connessi con il corso
delle stagioni. Il nono mese è il Ramadan, il periodo più sacro dell'anno
durante il quale i fedeli osservano scrupolosamente l'obbligo di digiunare,
astenendosi anche dalle bevande e dai rapporti sessuali, dall'alba al tramonto,
per poi celebrare come momento di gioia, alla comparsa della luna nuova, la
festa più importante dell'anno, il primo giorno del mese successivo a quello
del digiuno. L'ultimo mese dell'anno, quello di dhu al-higgia, offre invece lo
spettacolo solenne del pellegrinaggio alla Mecca. Nella prima metà del mese la
città santa viene invasa da una folla sterminata di fedeli che indossano una
veste bianca. Terminate le purificazioni rituali essi procedono verso il cuore
della città, la Grande moschea, dove compiono sette giri intorno alla Kaaba (il
rito si chiama tawaf) e baciano la Pietra Nera, recandosi poi, come ultima
tappa di una corsa frenetica fra le colline, nel piccolo villaggio di Mina.
Esaurita in questo luogo la celebrazione di altri riti, fra i quali una
lapidazione simbolica del diavolo, il pellegrinaggio si conclude, il decimo
giorno del mese, con il sacrificio di animali secondo un cerimoniale imitato
nei tre giorni successivi, quelli appunto della "festa del
sacrificio", in tutto il mondo musulmano.
6 LE
PRINCIPALI CORRENTI DELL'ISLAM
Esaminando lo sviluppo storico delle tendenze
più significative tuttora presenti nell'Islam, è possibile far risalire ai
primi decenni successivi alla morte di Maometto l'origine delle correnti
fondamentali, i sunniti e gli sciiti, che sarebbero sorte, assieme ai
kharigiti, fra il 656 e il 661, come fazioni politiche protagoniste di una dura
lotta di potere, per poi acquisire nel corso dei secoli il carattere di
comunità religiose distinte da indirizzi teologici peculiari.
Se l'Islam venne dominato sin dalle origini da
una visione sostanzialmente legalistica dell'esperienza religiosa, emersero ben
presto in seno alla comunità tendenze mistiche e il desiderio di intrattenere
un rapporto diretto con il divino, caratteristica delle numerose scuole del
sufismo. Ostacolati dai giuristi e dai califfi, i mistici musulmani furono
spesso vittime della persecuzione, come nel caso di al Hallaj, giustiziato nel
922 a motivo della sua fede nell'unione mistica con Allah, che ai custodi
dell'ortodossia suonava come una sfida alla dottrina tradizionale della
trascendenza assoluta di Dio. Gli scritti di Al-Ghazali, che contribuì
all'accettazione delle forme di culto del misticismo islamico, chiusero
un'epoca di straordinaria fioritura culturale che, utilizzando le categorie del
pensiero greco (particolarmente il neoplatonismo) come strumento per
un'indagine più profonda dei contenuti spirituali del Corano, aveva prodotto i
capolavori della filosofia islamica.
6.1 I
rapporti con l'Occidente
Moschea di Roma Inaugurata il 21 giugno 1995,
giorno del solstizio d'estate, la grande moschea di Roma, progettata da
Vittorio Gigliotti e Paolo Portoghesi, ripropone nell'architettura e
nell'apparato decorativo gli elementi tradizionali dell'arte islamica. Un alto
minareto svetta sopra le cupole della copertura, mentre all'interno fitti
mosaici policromi in ceramica invetriata ripetono versetti del Corano sul tema
"Allah è luce".Serao/Fotocronache Olympia
Per quanto concerne invece l'epoca moderna, il
rapporto con la cultura europea ha certamente costituito il motivo di fondo del
dibattito che ha interessato, già dal XVIII secolo, l'intero mondo musulmano,
determinando talvolta uno stato di tensione a motivo dell'emergere, accanto
alle posizioni decisamente riformistiche, di atteggiamenti di chiusura totale
di fronte a qualsiasi influenza culturale estranea all'antica tradizione
religiosa. Ai teorici di un Islam per così dire "moderato" che sappia
far convivere i suoi ideali tradizionali con le esigenze di una società moderna
e parzialmente occidentalizzata si contrappongono infatti quanti considerano il
primato della legge religiosa nella vita sociale come elemento irrinunciabile
dell'identità islamica, minacciata dal laicismo politico e sociale dell'Occidente
secolarizzato. Il malcontento diffuso negli ambienti religiosi più
tradizionalisti, fortemente critici verso la politica di quei governi ritenuti
responsabili della corruzione di una società ligia da secoli al rispetto dei
principi più puri dell'Islam, è alla base del fenomeno del cosiddetto
fondamentalismo islamico.
6.2 Il
fondamentalismo
È questa una delle tendenze più vistose
dell'Islam del XX secolo, per quanto sia scorretto sopravvalutarne l'importanza
a scapito delle altre espressioni di questa religione. Sorto propriamente in
ambito cristiano in riferimento alle istanze di quelle denominazioni del
protestantesimo che, alla fine del XIX secolo, promossero negli Stati Uniti una
battaglia a difesa dell'interpretazione letterale del testo biblico, il termine
"fondamentalismo" indica oggi convenzionalmente l'ideologia dei
numerosi movimenti nati nel mondo islamico per propugnare, anche con il ricorso
alla violenza, il ritorno alla rigida osservanza dei precetti della religione come
forma di opposizione politica e culturale all'Occidente.
Se questi ideali caratterizzarono già dal 1928
un gruppo come quello dei "Fratelli musulmani", il cui esponente di
maggior prestigio, Sayyid Qutb, fu giustiziato per ordine delle autorità
egiziane nel 1966, il fondamentalismo islamico ha conosciuto la sua massima
diffusione nell'ultimo scorcio del secolo con l'attività di numerosi movimenti
politico-religiosi capaci di influire sulla vita sociale in diversi paesi.
Il modello politico a cui molti militanti di
questi partiti fanno riferimento è quello dell'Iran, dove nel 1979 l'ayatollah
Khomeini, una delle più alte autorità dell'Islam sciita, riuscì a conquistare
il potere facendo del fondamentalismo religioso il motivo ispiratore di una
rivoluzione popolare contro il regime filo-occidentale dello scià Reza Pahlavi.
Roccaforte del fondamentalismo è divenuto dal 1989 anche il Sudan, con il colpo
di stato militare che ha portato al potere il Fronte islamico nazionale di
Hassan al-Turabi, e la più rigida ortodossia islamica è stata imposta in
Afghanistan dal 1996 con la vittoria dei taliban, giovani reclutati nelle
scuole coraniche e divenuti miliziani di una delle fazioni in lotta per la
supremazia dopo il ritiro degli invasori sovietici dal paese.
In Turchia il rispetto della costituzione
laica non ha impedito al Refah, o "Partito del benessere" di
Necmettin Erbakan, piuttosto vicino agli ideali del fondamentalismo islamico,
di divenire forza politica di governo. In Algeria il Fronte islamico di salvezza
(FIS) fu messo fuori legge dal partito al potere dopo avere acquisito il ruolo
di forza politica di rilievo ottenendo addirittura la maggioranza dei suffragi
nel primo turno delle elezioni politiche del dicembre 1991; questa decisione
scatenò la reazione violenta del movimento, le cui azioni terroristiche
continuano a insanguinare il paese (60.000 morti alla metà del 1997), colpendo
soprattutto intellettuali, giornalisti e semplici cittadini contrari alla
prospettiva di islamizzazione dello stato. Movimenti integralisti, come quello
di Hamas, si oppongono al processo di pace fra il popolo palestinese e lo stato
di Israele (vedi Questione palestinese), mentre fazioni integraliste, ad
esempio gli Hezbollah sciiti, sono stati protagonisti della storia recente del
Libano.
6.3 La
guerra santa
bibliografia essenziale
Queste fonti forniscono ulteriori informazioni
su Islam.
Motivo ispiratore comune per le azioni di
queste compagini politico-religiose è il concetto di "guerra santa"
contro gli infedeli, identificati indifferentemente con i non musulmani e con i
membri della comunità islamica considerati traditori a motivo delle loro
posizioni progressiste e filo-occidentali. A questo proposito occorre precisare
che il termine arabo jihad, nel quale non solo la cultura occidentale, ma anche
qualche settore dello stesso integralismo islamico, tende a cogliere la
definizione della guerra santa come dottrina essenziale nell'Islam, nel Corano
ha un'accezione più ampia: jihad significa infatti "sforzo" e il libro
sacro, considerando come sforzo maggiore sulla via di Dio l'impegno del fedele
a vincere le proprie tentazioni per divenire un buon musulmano, presenta la
guerra santa contro gli infedeli soltanto come dovere minore da compiersi in
circostanze ben precise sulla base di una rigorosa definizione giuridica. Non
si deve dimenticare inoltre che, per quanto l'Islam sia penetrato fino in
Europa come conseguenza della forza espansionistica dell'impero ottomano dal
1300 alla fine della prima guerra mondiale, il diritto musulmano non ha mai
previsto, di fatto, l'imposizione della fede islamica attraverso la guerra,
tenendo distinti i successi militari dei popoli arabi dalla diffusione della
religione predicata da Maometto.
INTRODUZIONE
Buddhismo
Religione nata in India sulla base degli
insegnamenti di Siddhartha Gautama, detto il Buddha ("l'Illuminato, il
Risvegliato"). Egli diffuse il suo insegnamento nel VI secolo a.C.
criticando alcuni principi fondamentali dell'induismo, come il valore dei
sacrifici e l'autorità dei brahmani e, di conseguenza, l'intero sistema delle
caste. La fede buddhista è oggi vitale soprattutto in Asia orientale, dove
conta 300 milioni di seguaci, nelle due forme sviluppatesi dal nucleo
dottrinale originario: il buddhismo Theravada è dominante nello Sri Lanka, in
Thailandia, Cambogia, Birmania (oggi Myanmar) e Laos, mentre il buddhismo
Mahayana vanta numerosi fedeli in Cina, Taiwan, Corea, Giappone e Vietnam, ed è
il credo di gran lunga più popolare in Tibet e in Mongolia.
Monaci buddhisti I monaci buddhisti vivono nei
monasteri conducendo una vita ascetica di contemplazione e di studio. Fin
dall'inizio il buddhismo fu una religione essenzialmente monastica:
l'appartenenza alla comunità dei monaci è considerata un requisito per
raggiungere il nirvana. Tradizionalmente i monasteri organizzano e diffondono
la fede; i loro ordinamenti sono prescritti da alcuni testi, come i Vinaya
Pitaka, che stabiliscono le regole della comunità, di solito essenzialmente
maschile: la percentuale di monache buddhiste, infatti, è relativamente
ridotta. Nella foto, un gruppo di monaci ritmano il canto corale battendo le
mani.Hutchison Library
2 ORIGINI E DOTTRINE FONDAMENTALI
Ruota della vita La
Ruota della vita, conosciuta anche come Ruota della legge, raffigura la
ciclicità dell'esistenza secondo la concezione buddhista. Nel dipinto murale
qui riprodotto, la ruota è sostenuta da una mostruosa creatura che rappresenta
la morte. I tre peccati cardinali, simboleggiati da animali emblematici (il
serpente simboleggia l'odio, il quadrupede la stupidità e l'uccello la
passione), sono collocati al centro della ruota. Il cerchio successivo è diviso
in sezioni che corrispondono alle diverse sfere dell'esistenza. La ruota è
delimitata dal cerchio più esterno in cui sono raffigurati i dodici vincoli
della catena delle cause.Hutchison Library
Primo veicolo di
diffusione della dottrina fu la comunità monastica (Sangha) dei discepoli del
Buddha, il fondatore, nato presumibilmente, sulla base di dati biografici
incerti, nel 563 a.C. a Kapilavastu, nell'India settentrionale: allevato nel
lusso e nell'agiatezza in quanto figlio di un piccolo re locale, egli rimase
profondamente scosso dalla scoperta dell'infinito dolore che incombe su tutti gli
esseri umani, costretti da una forza ineluttabile a vivere esistenze sempre
nuove nel ciclo inarrestabile della reincarnazione. Siddhartha decise, all'età
di ventinove anni, di lasciare la reggia paterna per dedicarsi, libero
dall'attaccamento ai beni materiali, alla ricerca di una via che conducesse
alla liberazione dalla sofferenza e alla felicità suprema. Si dedicò dapprima
allo yoga e alle pratiche di un ascetismo che dopo alcuni anni gli parrà tanto
severo quanto infruttuoso; adottò allora una via media fra la vita agiata e la
mortificazione assoluta, per approdare poi, nell'ultima fase del suo cammino,
alla definitiva illuminazione, ottenuta, secondo la tradizione, durante una
notte trascorsa a meditare sotto un fico sacro a Bodh Gaya.
Da allora Siddhartha,
divenuto finalmente il Buddha, "l'illuminato", si impegnerà
instancabilmente nella sua opera di predicazione itinerante per raccogliere un
numero sempre maggiore di discepoli ai quali affidare il nucleo essenziale
della sua dottrina, tramandata in forma esclusivamente orale e riassunta nelle
definizioni dette Quattro nobili verità. La vita è sofferenza: il dolore
(dukkha) e l'inconsistenza costituiscono l'essenza più profonda della vita
umana dalla nascita alla morte così che la morte non rappresenta in alcun modo
la liberazione dal dolore, in quanto, conformemente alla concezione
fondamentale del pensiero indiano, l'uomo è soggetto, come tutti gli esseri, al
flusso inarrestabile delle rinascite, reincarnandosi continuamente in corpi
sempre diversi.
Origine di tutto
questo carico di sofferenza è l'ignoranza della natura illusoria di tutto ciò
che l'uomo percepisce come suo orizzonte reale: da questa ignoranza non
scaturisce solo la schiavitù dei beni materiali, ma anche, come frutto del
desiderio di sopravvivenza, l'attaccamento alla vita stessa. Alla sofferenza si
può porre fine soltanto mediante l'eliminazione del desiderio e l'estinzione di
ogni forma di attaccamento all'esistenza, al fine di spezzare definitivamente
la catena delle rinascite. Per ottenere la liberazione dal dolore occorre
camminare sulla via dell'Ottuplice sentiero, che racchiude in sé retta visione,
retta intenzione, retto parlare, retto agire, retto modo di sostentarsi, retto
impegno, retta consapevolezza, retta meditazione: si tratta, in pratica, del
compendio fondamentale della fede buddhista, che vede nella moralità la
premessa e insieme la conseguenza della saggezza e della capacità di possederla
attraverso la meditazione.
La riflessione del
Buddha muove dalla definizione dell'esistenza umana come complesso di azioni
indotte dalla presenza condizionante di cinque elementi: il corpo materiale, i
sentimenti, le percezioni, la tendenza all'agire e la coscienza. Essi,
denominati in sanscrito skandha, "legami", con il loro temporaneo e
mutevole aggregarsi costituiscono la natura stessa della persona, e di
conseguenza ne determinano, con l'attaccamento alla vita e la propensione
all'azione, la sottomissione alla sofferenza; essa ha luogo nell'ambito di
un'esistenza materiale destinata a essere per sua natura non permanente
(anitya) e, in definitiva, segnata da una condizione negativa in quanto
anatman, esistenza non dotata di una propria essenza.
Da questa
concezione dipende anche la formulazione alla quale il Buddha ricorre per spiegare
il concetto di samsara, il flusso ininterrotto di rinascite posto come
caposaldo imprescindibile da tutte le correnti del pensiero indiano: secondo la
dottrina del pratityasamutpada, ovvero dell'"origine condizionata",
una catena di dodici cause agisce in ciascuna esistenza dell'individuo
portandolo a ignorare la natura illusoria di tutta quanta la realtà e rendendo
possibile l'azione degli elementi aggregati, che lo spingono all'attaccamento
alla vita stessa. Di conseguenza, l'individuo è indotto alla ricerca spasmodica
di una sorta d'immortalità attraverso la rinascita continua in corpi materiali
sempre nuovi: ogni esistenza è così legata indissolubilmente alle infinite
esistenze precedenti e a quelle future, in una catena inestricabile di sofferenza
che il saggio deve necessariamente spezzare.
In questo indirizzo
di pensiero trova posto anche l'altro concetto portante della tradizione
indiana, quello di karma, la conseguenza etica indotta dal complesso delle
azioni che l'individuo compie in ciascuna esistenza, determinando
inesorabilmente la sua condizione nell'esistenza successiva, secondo una logica
di premio e di punizione: la condotta in vita porta con sé la possibilità di
rinascere sotto forma di animale, oppure di uomo, di demone, di divinità. Prendendo
atto della presenza ineluttabile del karma nell'infinita vicenda umana, il
Buddha ravvisa nell'aspirazione a una vita di ordine superiore il legame che
determina - pur nella forma di un impegno etico e religioso volto al nobile
fine dell'accumulo dei meriti - l'attaccamento all'azione con il conseguente
carico di sofferenza. Anche gli dei, che pure apparentemente vivono in uno
stato di somma beatitudine, non sfuggono alla suprema legge dell'universo,
all'incombere della morte e alla possibilità di reincarnarsi in un essere
inferiore: essi sono privi di ogni capacità di influire fattivamente sul
destino degli uomini, le cui preghiere e sacrifici si rivelano assolutamente
inefficaci, meramente utili a perpetuare, con la speranza illusoria nel valore delle
azioni, la sottomissione a un karma di dolore. L'illusione domina ancor più
beffardamente le stesse divinità che, inconsapevoli della realtà incombente
anche su di loro, non avvertono neppure la possibilità di raggiungere la
salvezza autentica per mezzo dell'illuminazione: solo gli uomini, vicini come
sono alle manifestazioni più concrete del dolore, possono sperare di prendere
coscienza delle sue cause e di ottenere l'illuminazione unica e definitiva che
ponga fine al ciclo infinito delle rinascite.
Il fine ultimo
dell'uomo che segue il cammino di salvezza suggeritogli dal Buddha è il
raggiungimento della condizione suprema del nirvana, l'estinzione di ogni
desiderio e la libertà da ogni forma di condizionamento materiale e
psicologico: ottenuta questa illuminazione interiore, il saggio prosegue il
cammino della sua esistenza terrena liberandosi gradualmente del carico del
karma che lo lega al corpo materiale e preparando la strada alla liberazione
definitiva, la condizione del parinirvana, il nirvana definitivo,
l'annientamento totale che coincide con il momento della morte. Raggiungibile
teoricamente da tutti i fedeli, questa condizione di beatitudine eterna è posta
più realisticamente, già nella prima fase dello sviluppo del buddhismo
(soprattutto dai maestri della scuola Theravada), come meta principale soltanto
per i membri della comunità monastica. Questi ultimi devono mirare a ottenere
l'illuminazione e a essere venerati come arhat, saggi giunti allo stato di
perfezione al termine del lungo cammino sulla via dell'Ottuplice sentiero. Agli
altri fedeli non resta che rassegnarsi all'accumulo di meriti che consente,
attraverso l'osservanza, nel corso della lunga vicenda delle rinascite
successive, della legge morale - non uccidere, non rubare, non pronunciare
menzogna, non fare uso di sostanze inebrianti e non abbandonarsi al disordine
sessuale - di reincarnarsi finalmente nella condizione di monaco per compiere
il passo decisivo verso la liberazione.
3 I CONCILI E LE SCRITTURE
Canto sacro
buddhista giapponese La musica cerimoniale del buddhismo giapponese costituisce
una sintesi di elementi nipponici, indiani e cinesi. Il rito shomyo è
accompagnato dall'adattamento cinese di un canto vedico indiano, paragonabile
al canto gregoriano. Le salmodie shomyo vengono cantate in sanscrito, cinese e
giapponese."Bell - Morning Ceremony" da The Way of Eiheiji: Zen
Buddhist Ceremony (Cat.# Folkways
8980) (p)1959 Smithsonian/Folkways Recordings. Tutti i
diritti riservati.
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Avendo il Buddha
rifiutato di scegliere un successore come guida autorevole della comunità,
subito dopo la sua morte si rese necessario procedere alla definizione di
alcuni principi che garantissero l'unità fra i monaci e la corretta
trasmissione degli insegnamenti del fondatore, diffusi unicamente in forma
orale: a questo scopo vennero convocate assemblee note come "concili
buddhisti", il primo dei quali si tenne a Rajagrha (oggi Rajgir) pochi
anni dopo la scomparsa del Buddha per precisare soprattutto le regole della
disciplina monastica.
L'intento normativo
prevalse anche un secolo più tardi, nel concilio riunitosi a Vaiśali per
dichiarare l'inammissibilità di alcuni comportamenti, come l'utilizzo del
denaro e l'assunzione di bevande inebrianti, ritenuti leciti da diversi gruppi
di monaci; la terza assise, convocata dal re Aśoka a Pataliputra (oggi
Patna) nel III secolo a.C. si proponeva invece esplicitamente di purificare la
comunità (che godeva ormai della protezione regia) dalla presenza, oltre che di
tendenze dichiaratamente eterodosse, di numerosi individui bollati come
"falsi monaci" che vennero immediatamente allontanati. Questa
assemblea, che decise di inviare missionari al di fuori dell'India, segnò un
momento decisivo per la diffusione del buddhismo.
Canto sacro
buddhista tibetano I canti polifonici fanno parte dei rituali buddhisti
praticati dai monaci dell'Università Tantrica di Gyuto, in Tibet. La cerimonia
tradizionale si fonda su un'antica tecnica vocale, in cui il cantore riesce a
produrre due o tre note vibranti più acute o più gravi del suono prodotto
inizialmente dalla sua stessa voce. Il coro di tali voci forma una peculiare
trama armonica, di straordinaria intensità sonora."Yamantaka
Un quarto concilio,
tenutosi intorno al 100 d.C. a Jalandhar, o in un'altra località del Kashmir
sotto l'egida del re Kaniska, rivelò in modo ormai evidente la presenza in seno
alla comunità di diverse tendenze che il dibattito precedente non aveva saputo
armonizzare. In modo particolare era divenuto insanabile il contrasto fra i monaci
(detti in sanscrito Sthavira e in lingua pali Thera). Un gruppo, gli
"antichi" (Thera, appunto) - da cui il nome Theravada utilizzato per
identificare la loro scuola - propugnavano la stretta osservanza delle regole
stabilite dal Buddha, mentre i membri della mahasanghika, cioè "grande
assemblea", erano favorevoli ad accogliere istanze diverse in campo
disciplinare, soprattutto per quanto concerne il ruolo dei laici, e in campo
dottrinale interpretavano in modo tutto nuovo la figura del fondatore. Questa
quarta assise non riuscì comunque nell'intento di conciliare gli orientamenti
delle due correnti, e la tradizione Theravada ne rifiuta addirittura
l'autenticità, richiamandosi più volentieri al concilio di Pataliputra.
La scuola Theravada
si ritiene inoltre custode di quei testi sacri del buddhismo che, trasmessi
dapprima in forma orale e redatti in forma scritta intorno a I secolo a.C.,
costituirebbero, secondo la tradizione, il resoconto fedele delle parole del
Buddha riguardo ai più diversi argomenti dottrinali e disciplinari. Questa
raccolta di scritture canoniche sopravvive in lingua pali (vedi Lingue
Indoarie), uno degli idiomi che già prima dell'era volgare incominciarono a
sostituire il sanscrito nell'uso comune, ed è nota con il nome di Tripitaka,
cioè "Tre canestri", che indica la divisione in tre sezioni
fondamentali: il Sutta pitaka, raccolta di discorsi, il Vinaya pitaka, codice
di disciplina monastica, e l'Abhidhamma pitaka, scritto sistematico di natura
filosofica. Il Sutta pitaka, composto essenzialmente di dialoghi fra il Buddha
e diversi interlocutori, si divide a sua volta in cinque sottosezioni: Digha
nikaya (Raccolta dei discorsi lunghi), Majjhima nikaya (Raccolta dei discorsi
di media lunghezza), Samyutta nikaya (Raccolta dei discorsi l'un l'altro
connessi), Anguttara nikaya (Raccolta di discorsi disposti in serie numerica) e
Khuddaka nikaya (Raccolta di discorsi brevi), che contiene fra l'altro i
popolari Jataka, ovvero le narrazioni delle vite anteriori del Buddha, e il
Dhammapada (Versi della legge), esposizione sommaria degli insegnamenti
filosofici e morali del maestro.
La disciplina che i
monaci e le monache devono osservare è esposta nelle 227 regole del Vinaya
pitaka, accompagnate ciascuna da un racconto, che ne illustra l'origine e lo
scopo, e dalla minaccia della punizione prevista per chi osi infrangerle. Sette
opere distinte compongono invece l'Abhidamma pitaka, che presenta in termini
squisitamente tecnici un'analisi della struttura metafisica della realtà e una
fenomenologia dell'attività psicologica, affiancando a questi trattati di alto
spessore speculativo una sorta di lessico delle espressioni maggiormente
rilevanti a livello concettuale. Accanto alle scritture canoniche, il buddhismo
Theravada riconosce grande autorità ad altri due testi: il Milindapanha (I
quesiti del re Milinda), opera risalente al II secolo a.C. che espone gli
insegnamenti del Buddha sotto forma di dialogo fra il celebre re indoellenico
Menandro (pali: Milinda) e il monaco Nagasena, e il Visuddhimagga (Via alla
purezza), il capolavoro redatto nel V secolo a.C. da Buddhaghosha, il più
famoso fra i divulgatori antichi della dottrina buddhista.
4 THERAVADA, MAHAYANA, LAMAISMO
Cogliendo in
termini estremamente sintetici i dati di una situazione che nella sua
evoluzione storica dovette essere certamente alquanto complessa, si può
considerare la corrente Theravada e le undici scuole uscite da essa, come
l'unica sopravvissuta delle diciotto scuole che raccolsero nelle proprie file i
monaci assertori della fedeltà assoluta agli insegnamenti autentici del Buddha
storico, in contrapposizione alle rivendicazioni sostenute da quanti,
riconoscendosi in una delle cinque scuole della grande comunità mahasanghika,
attribuivano ai membri delle diciotto scuole una visione eccessivamente
elitaria dell'appartenenza religiosa e una scarsa attenzione al destino dei
laici.
Fra queste scuole,
quelle vicine all'ambiente della grande comunità mahasanghika delinearono una
nuova immagine del Buddha, identificando il fondatore come una delle
manifestazioni storiche di un Buddha eterno e trascendente; egli sarebbe
apparso sulla terra per comunicare all'umanità la via della salvezza.
Innumerevoli Buddha, mossi a compassione per la miserevole condizione
dell'umanità, avrebbero nobilitato con la loro presenza momenti diversi
dell'infinita vicenda ciclica della storia del cosmo, degnandosi di assumere la
natura umana come ultima tappa di un processo di spogliazione della propria
essenza metafisica. I fedeli devono comunque essere in grado di cogliere questa
essenza, rivolgendo la loro attenzione, oltre che alle dottrine divulgate
dall'ultimo dei Buddha storici, ai messaggi costantemente inviati all'umanità
dalla schiera dei Buddha cosmici con le più diverse modalità della comunicazione
mistica.
Maitreya Questa
statuetta thailandese, conservata al Museo nazionale di Phnom Penh, in
Cambogia, raffigura Maitreya, il Buddha futuro. Nel Buddhismo Mahayana, in
particolare per la scuola Theravada, Maitreya è il successore del Buddha
storico, che tornerà nel futuro ciclo cosmico per rinnovare i suoi insegnamenti
segnando la fine dei tempi.Private Collection/SuperStock
Di questa dottrina
si sarebbe appropriata, precisandola ulteriormente, la seconda corrente
fondamentale del buddhismo, quella Mahayana, che, emersa in seguito a vicende
alquanto oscure fra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., si pone di fatto in
continuità con il pensiero del mahasanghika, per quanto sia estremamente
problematico non solo stabilirne l'origine dall'una o dall'altra scuola, ma
anche precisare la zona in cui mosse i primi passi, identificata ora con le
regioni meridionali e ora con quelle nordoccidentali del subcontinente indiano.
La corrente Mahayana che, come logica conseguenza della sua concezione, non
considera uniche scritture autorevoli quelle del canone pali - legate
esclusivamente alla figura del Buddha storico - venera anche numerosi testi
redatti in lingua sanscrita, come il Saddharmapundarika Sutra (Sutra del Loto
della Buona Legge), l'Avatamsaka Sutra (Sutra della Ghirlanda) e il
Prajnaparamita Sutra (Sutra della Perfetta Sapienza), e attribuisce grande
importanza alla figura del Bodhisattva, il saggio che, al pari dell'arhat
teorizzato dalla scuola Theravada, mira a ottenere l'illuminazione, ma, a differenza
di quest'ultimo, ritarda il suo ingresso nella condizione beata del nirvana una
volta raggiunto lo scopo supremo, prolungando la sua esistenza corporea al fine
di comunicare agli uomini, oggetto della sua compassione, la via della
salvezza.
I Bodhisattva
rappresentano per i fedeli del buddhismo Mahayana figure da venerare
profondamente, riconoscendo loro una dignità vicina per tanti aspetti a quella
del Buddha storico. Quest'ultimo costituisce, nella forma di "corpo di
trasformazione", soltanto una, e la più caduca, delle manifestazioni del
"corpo dell'essenza", la natura più autentica del Buddha cosmico,
pura e assoluta nella sua perfezione spirituale, superiore anche a quella del
"corpo di beatitudine" da contemplare nello splendore dei cieli, dove
egli è assiso per inviare all'umanità i suoi messaggi salvifici.
La moltiplicazione
delle figure dei Buddha, venerabili in questa loro multiforme natura dei tre
corpi (trikaya) accanto agli stessi Bodhisattva, ha fatto del buddhismo
Mahayana una forma di espressione religiosa spiccatamente devozionale, rispetto
alla rigida visione della scuola Theravada, che considera unicamente la figura
del Buddha storico; essa ha inoltre preparato al successivo sviluppo di un
indirizzo che, a motivo dell'utilizzo di pratiche e culti magici ed esoterici
simili per tanti aspetti a quelli del tantrismo di matrice induista, si
definisce come "buddhismo tantrico" e incorpora la base dottrinale
del lamaismo impostosi, dal VII secolo d.C., in Tibet, in Mongolia e, con la
scuola Shingon, in Cina e Giappone.
5 LA DIFFUSIONE
Grande Buddha di
Kamakura, Giappone Il buddhismo venne introdotto in Giappone nel 539 d.C.
quando un governatore coreano stipulò un'alleanza con il governatore giapponese
di Yamato. Per compiacerlo il governatore coreano gli inviò in dono una statua
di Buddha e alcuni testi buddhisti che descrisse come i tesori più grandi che
potesse inviare. Il Daibutsu (Grande Buddha) di Kamakura, Giappone, fu
realizzato in bronzo nel 1252 da Ono Goroemon o da Tanji Hisatomo, entrambi
abili fonditori. La statua, che ha un'altezza di 11,4 m e pesa circa 93
tonnellate, raffigura Amitabha (conosciuto anche come Amida) in uno stato di
perfetto riposo e calma suprema.SuperStock
Fede di solide
tradizioni missionarie, il buddhismo divenne ben presto religione ufficiale
nello Sri Lanka, dove era stato introdotto, nella versione Theravada, fin
dall'epoca del re Aśoka, che inviò nell'isola il figlio Mahinda e la
figlia Sanghamitta. Di fede Theravada erano anche i mon, gli abitanti indigeni
dell'area birmana e thailandese; i birmani adottarono questa confessione
soltanto nell'XI secolo, con il re Anuruddha, dopo avere conosciuto la versione
tantrica fin dall'849, anno della proclamazione di Pagan capitale del regno.
Diffusosi fra i thai, giunti dalla Cina nel XII secolo, il buddhismo Theravada
fu proclamato religione ufficiale della Thailandia un secolo più tardi dal re
Sukhotai, mentre al XIV secolo risale la sua penetrazione nel Laos e in
Cambogia, dove già dal II secolo conviveva più o meno stabilmente con
l'induismo, come mostrano anche le rovine del celebre complesso monumentale di
Angkor Vat, l'espressione più significativa dell'arte khmer.
Le diverse correnti
del buddhismo si diffusero in Cina fin dal I secolo d.C. come pratica filosofica
dell'élite intellettuale, sensibile alla predicazione di maestri indiani quali
Kumarajiva che, giunto in Cina nel 401, favorì l'opera di traduzione in lingua
cinese dei testi sacri. Esse raccolsero numerosi seguaci, fino al prevalere
definitivo della visione Mahayana sotto le dinastie Sui (589-618) e Tang
(618-907). In questo periodo sorsero quattro scuole: la riflessione filosofica
intorno al Saddharmapundarika Sutra costituisce il fondamento dottrinale della
scuola nota con il termine giapponese Tendai, mentre l'Avatamsaka Sutra
rappresenta il testo fondamentale della scuola Huayan a cui si affiancano
l'indirizzo della Terra Pura, incentrato sulla venerazione del Buddha Amitabha,
e quello Chan (Zen in giapponese).
Fortemente
indebolito dalla persecuzione dell'845, il buddhismo non scomparve mai
totalmente dalla Cina e conobbe una certa ripresa all'epoca della dinastia Yuan
(1279-1368), dopo essere stato adottato come religione di stato dalle vicine
compagini politiche che precedettero l'unificazione della Corea nel periodo
Koryo (918-1392), epoca di massimo fulgore della fede Mahayana, poi subordinata
al confucianesimo con la dinastia Yi (1392-1910). Sottomesso alla Cina fino al
X secolo, anche il Vietnam accolse la tradizione Mahayana, diffusasi nelle
epoche successive fino alla forte penetrazione del XVIII secolo, con la
formazione di numerose scuole locali.
Giunto in Giappone
dalla Corea (verosimilmente fra il 538 e il 552), il buddhismo fu proclamato
religione di stato nel 593 dal principe Shotoku, e conobbe un notevole successo
in epoca Nara (710-794) e Heian (794-1185), con lo sviluppo delle diverse
scuole, fra le quali quella Tendai, introdotta dal monaco Saicho e
successivamente riformata dai fautori degli indirizzi della Terra Pura e dello
Zen; essi riscossero grande popolarità accanto alla scuola tantrica dello
Shingon, fondata dal monaco Kukai, e a quella, sorta in epoca Kamakura
(1185-1333), di Nichiren. Per quanto concerne il Tibet, il cammino che fece
acquisire al Mahayana il suo carattere essenzialmente tantrico fin dal VII
secolo ebbe fra i protagonisti principali il maestro Padmasambhava (metà VIII
secolo), codificatore dei tratti fondamentali della dottrina poi diffusa dai
lama.
6 LE PRATICHE TRADIZIONALI E LE TENDENZE
RECENTI
La tradizione più
antica identifica i fedeli del Buddha con i membri di una comunità di carattere
essenzialmente monastico; la ben nota immagine del monaco dalla testa rasata,
vestito di una tonaca arancione senza cuciture, evoca tuttora il seguace di questa
religione e della sua disciplina, che conserva i suoi aspetti caratteristici
nonostante i mutamenti e gli adattamenti certamente sopravvenuti nel tempo: i
monaci oggi non sono più itineranti come in origine, ma seguono tendenzialmente
(almeno nella tradizione Theravada) tutte le norme previste dagli scritti
canonici. Osservano il celibato e l'obbligo di vivere unicamente di elemosina,
disposizioni, queste, abrogate da alcune scuole giapponesi che permettono ai
religiosi il matrimonio. Queste scuole impongono ai monaci, come fa lo Zen, di
provvedere al proprio sostentamento per mezzo del lavoro agricolo.
Il buddhismo non prevede alcun tipo di culto
ufficiale, ponendosi piuttosto come filosofia di vita...
Membri della
comunità sono considerati anche i laici, che condividono con i monaci e con le
monache la professione di fede riassunta nella formula: "Io prendo rifugio
nel Buddha, nel dharma (la dottrina, la legge del Buddha) e nel sangha (la
comunità)". Sebbene il buddhismo non preveda alcun tipo di culto
ufficiale, ponendosi piuttosto come filosofia di vita per il singolo, la
venerazione del Buddha ha trovato comunque espressione in forme popolari, come
testimoniano gli stupa, i tempietti votivi a forma di cupola che fanno parte
del paesaggio urbano nei paesi buddhisti e che accolgono le reliquie
dell'"illuminato", oggetto di una devozione molto sentita, come nel
caso del dente del Buddha custodito a Kandy, nello Sri Lanka. Ai festeggiamenti
che nei paesi di fede Theravada sono noti con il nome del mese (Vesakha) in cui
Siddharta sarebbe nato, si affiancano i rituali più elaborati della tradizione
Mahayana, con le immagini dei molteplici Buddha e Bodhisattva sempre pronti a
ricevere le offerte (fiori, frutta, incenso) dei fedeli non solo nei templi, ma
anche su altari domestici.
Il buddhismo rimane
ancora vitale nei paesi dell'Asia orientale, soprattutto in Thailandia e in
Birmania, per quanto abbia dovuto affrontare, quale conseguenza del rapido
processo di occidentalizzazione, alcune delle istanze tipiche di una società
moderna: alcuni monaci, infatti, si sono impegnati in prima persona in progetti
volti a migliorare la condizione delle classi più umili. La loro attività ha
l'esplicito fine di smentire le accuse di quanti considerano il buddhismo una fede
essenzialmente passiva che si mostra insensibile alle miserie dell'umanità,
considerate parte di un destino ineluttabile. Una conferma significativa di
questo mutato atteggiamento si è verificata fin dal 1956 in India, dove il
numero dei fedeli era costantemente diminuito fin dal XII secolo, con la
conversione di oltre tre milioni di individui appartenenti alla casta più bassa
della tradizione induista, quella dei cosiddetti "intoccabili".
Filosofia per sua
natura nemica di ogni visione materialistica, il buddhismo ha subito
restrizioni, e talora anche vere e proprie forme di persecuzione nei paesi
retti da regimi comunisti; le difficoltà maggiori sono sorte in Cina, paese la
cui classe dirigente ha mostrato chiaramente, dopo l'annessione del Tibet e l'esilio
del Dalai Lama nel 1959, la propria ostilità, in particolare al lamaismo, ma in
generale a ogni altra forma di questa tradizione religiosa. Molto attivo è
invece da alcuni decenni il buddhismo giapponese, che ha conosciuto la nascita
di numerose nuove scuole, come la Soka Gakkai ("Società per la creazione
dei valori") sorta dalla scuola Nichiren e caratterizzata da una solida
organizzazione soprattutto per quanto concerne le tecniche di proselitismo e
l'utilizzo dei mezzi di comunicazione per una forma di propaganda capillare.
Dal 1956 essa creò un "partito del buon governo", espressione
concreta di un'ideologia che promette ai suoi fedeli felicità materiale e
spirituale in questo mondo, trasfigurato in una sorta di paradiso terrestre.
L'indirizzo Soka Gakkai ha acquisito, insieme allo Zen e ad altre scuole
buddhiste, una certa notorietà anche in Occidente, dove ormai da alcuni decenni
l'interesse per questa religione si esprime sia nel rinnovato fervore di studi,
condotti soprattutto in chiave di accostamento comparativo con la tradizione
filosofica occidentale, sia in forme di adesione più o meno ufficiale, limitate
comunque a cerchie alquanto ristrette.