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LA RIVELAZIONE DELL'UNICO DIO

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ALTRI DOCUMENTI

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S. Francesco d'Assisi
La festa della luce - Chanukkah o Hanukkah
LA RIVELAZIONE DELL'UNICO DIO

1  INTRODUZIONE

Ebraismo

 Religione degli ebrei, la più antica fra le fedi monoteistiche. La lingua italiana utilizza convenzionalmente il termine "ebraismo", benché la religione abbracciata dagli ebrei sin dall'epoca che seguì la fine dell'esilio a Babilonia (VI secolo a.C.), venga definita scientificamente "giudaismo". La tradizione ebraica considera la propria esperienza religiosa eminentemente come osservanza della Torah, la legge suprema che Dio ha donato al suo popolo, e come Halakah, una "via", un percorso di fede e di vita da seguire scrupolosamente a livello personale e collettivo.

 

Menorah La menorah, un candelabro a otto braccia a cui gli ebrei attribuiscono un importante valore simbolico, viene usata durante alcune funzioni religiose. In occasione della Hanukkah, ad esempio, per ogni giorno della festa viene accesa una nuova candela. La nona, che è attaccata alla destra della menorah e si chiama shammash (servitore), viene usata per accendere le altre candele.

 

Nato nella regione storica della Palestina, in parte coincidente con il territorio dell'odierno stato di Israele, l'ebraismo è oggi diffuso in tutto il mondo: è praticato fuori d'Israele dalle comunità della diaspora, formatesi in seguito ai fenomeni di emigrazione che, spesso a causa di persecuzioni ed espulsioni, hanno caratterizzato l'intera storia ebraica. È comunque necessario puntualizzare il fatto che non tutti i 18 milioni di ebrei presenti nel mondo (dei quali 6.800.000 negli Stati Uniti, oltre 3.600.000 in Israele, quasi 2.000.000 in Russia, circa 1.500.000 in Europa) praticano la religione tradizionale, nell'ambito della quale non mancano poi orientamenti diversi, talora contrastanti.

2  LA RIVELAZIONE DELL'UNICO DIO

Caratteristica fondamentale dell'ebraismo è un monoteismo radicale, la fede in un unico Dio, assolutamente trascendente e creatore di un universo che governa provvidenzialmente dall'inizio dei tempi. Israele esprime la consapevolezza che Dio abbia "parlato" al suo popolo e, nel corso della storia, la Scrittura sacra, la Bibbia, documenta le tappe di questa rivelazione progressiva, interpretata dagli ebrei come un'alleanza, berith, che Dio ha istituito con loro in quanto popolo eletto, chiamato a custodire gelosamente i precetti della legge.

 La tradizione israelitica considera illecito pronunciare il nome di Dio.

Il tetragramma sacro YHWH esprime il nome di Dio, che probabilmente in origine si sarebbe dovuto pronunciare come Jaweh o Yahweh, parola riconducibile alla radice del verbo "essere". Infatti in un passo fondamentale del libro dell'Esodo (3:14) Dio si rivela a Mosè proclamando: "Io sono colui che sono", una proposizione che ha dato luogo a infinite discussioni in sede esegetica, ma il cui significato non appare comunque discosto dall'idea esprimibile compiutamente con le parole: "Io sono colui che è", nel senso che Dio definisce se stesso come entità reale e realtà suprema per eccellenza, che, nel contesto specifico dell'esodo del popolo di Israele dall'Egitto, rende manifesta la sua presenza di liberatore della sua gente dalla schiavitù. La tradizione israelitica considera illecito pronunciare il nome di Dio. Esso, a motivo dell'uso tipico della scrittura ebraica di non registrare le vocali, compariva nella redazione antica della Bibbia in forma consonantica come Yhwh, sostituito nella lettura con il termine più generico Adonai ("Signore"), in quanto soltanto il sommo sacerdote era autorizzato, una sola volta all'anno (durante la festa dello Yom Kippur), a pronunciare solennemente il nome ineffabile della divinità. Quando, nel VII secolo d.C., i dotti masoreti si accinsero a dotare di vocali i libri biblici per renderne più sicura la tradizione testuale, inserirono nel tetragramma sacro le vocali di "Adonai", dando luogo alla forma "Yehowah" che sta all'origine del nome Geova.

Signore onnipotente e legislatore, Dio esige dal suo popolo un'assoluta fedeltà e un'obbedienza incondizionata alla sua legge, promulgata solennemente sul monte Sinai ai tempi dell'esodo e registrata compiutamente nei primi cinque libri della Bibbia, detti, per l'appunto, "Torah", "legge" in ebraico, ai quali si affiancano i libri profetici e gli altri scritti canonici. La vicenda storica del popolo di Israele è interpretata dalla tradizione ebraica secondo una prospettiva teologica, come luogo privilegiato dell'intervento di Dio, che assiste costantemente il suo popolo assicurandogli la salvezza di fronte ai numerosi e potenti nemici, in virtù dell'alleanza stabilita per l'eternità; la sofferenza, elemento costante nella storia degli ebrei fin dall'antichità, soprattutto dopo la vicenda drammatica della deportazione a Babilonia nel 586 a.C., è la conseguenza tangibile dell'infedeltà del popolo eletto ai precetti della sua religione e ai doveri dell'alleanza. Dio è comunque sempre disposto a rinnovare l'alleanza, risollevando gli israeliti prostrati dall'oppressione e infondendo loro nuove speranze.

La fede incrollabile nell'intervento liberatore di Dio e la coscienza della necessità della conversione al fine di ottenere la salvezza alimentano, già nei libri profetici della Bibbia, ma soprattutto nell'ebraismo della diaspora, la speranza nell'avvento di un Messia, l'uomo dalla missione escatologica che Dio invierà alla fine dei tempi per liberare definitivamente il suo popolo dall'esilio e dalla dominazione straniera e instaurare nella terra promessa il regno di pace e prosperità destinato alla stirpe eletta dei suoi fedeli.

3  LA TRADIZIONE RABBINICA E IL CULTO

Celebrazione del Bar Mitzvah Il Bar Mitzvah è, nel rituale ebraico, la cerimonia che segna l'ingresso di un giovane di tredici anni nella comunità degli adulti. Durante la celebrazione il ragazzo legge alcuni brani della Torah, accompagnato dal rabbino e dal padre, indossando lo scialle di preghiera e il copricapo. Esiste un rito simile anche per le ragazze, chiamato Bat Mitzvah, celebrato al compimento dei dodici anni.David Reed/Corbis 

 

La speranza nell'avvento del Messia divenne un tratto fondamentale della fede ebraica dopo la rovina della nazione, avvenuta nel 135 d.C. per mano dei romani, che già nel 70 avevano distrutto il tempio di Gerusalemme, luogo simbolico dell'ebraismo, sede principale del culto e altare del sacrificio offerto a Dio. Con la diaspora, lontani dal tempio e dalla terra promessa, i fedeli recavano con 515b17f sé le parole della Scrittura e i precetti della legge. Essi costituirono ben presto l'oggetto di un attento e devoto studio da parte dei pii israeliti, guidati dai loro maestri, i rabbini (in ebraico e in aramaico rabbi significa appunto "maestro") alla comprensione di una tradizione orale che per secoli era stata tramandata da generazioni di saggi come complemento indispensabile del messaggio divino sedimentato nella Torah.

Filatteri per la preghiera Un giovane chassid di Brooklin si prepara per la preghiera mattutina, avvolgendo i filatteri intorno al braccio. I filatteri (tefillin in ebraico) sono costituiti da due piccole scatole quadrate, contenenti pergamene con passi delle Scritture, unite da liste di cuoio. Vengono indossati per la prima volta durante la cerimonia del raggiungimento della maggiore età religiosa, il Bar Mitzvah.Richard T. Nowitz/Corbis 

 

Frutto di questa intensa attività di studio e di interpretazione della tradizione antica condotta dalle scuole rabbiniche nei primi secoli dell'era cristiana sarebbe stata la trascrizione, avvenuta fra il V e il VI secolo d.C., del Talmud, posto accanto alla stessa Bibbia come fonte autorevole della legislazione e della condotta sociale e rituale delle comunità della diaspora fedeli alla religione dei padri e condensato nelle due versioni, redatte l'una a Babilonia e l'altra in Palestina. L'opera dei rabbini si espresse anche nelle forme tipiche del Midrash, commento ai libri della Scrittura, di cui il Targum costituisce, nelle sue diverse redazioni, una traduzione aramaica indispensabile per i fedeli dopo l'adozione dell'aramaico come lingua parlata in luogo dell'ebraico. In assenza del tempio il culto ebraico venne da allora praticato, oltre che fra le mura domestiche, nella sinagoga, il luogo privilegiato per la preghiera, per la lettura dei libri sacri e per l'istruzione rabbinica. La preghiera consiste in primo luogo in una serie di invocazioni, in ebraico tefillah (in origine 18, ma poi passate a 19), per mezzo delle quali i fedeli implorano la prosperità e l'avvento del Messia. Per le festività e per lo Shabbat, il sabato ebraico, giorno interamente consacrato al Signore, è prevista una liturgia particolare; la preghiera dello Shema, che ha preso nome dalla parola iniziale del brano biblico (Deuteronomio 6:4-9) che esso riproduce, deve essere invece recitata dagli ebrei devoti due volte al giorno, al mattino e alla sera, assieme alle formule del Kaddish, invocazione di contenuto spiccatamente messianico.

Festa di Hanukkah L'ultima candela di un menorah, il candelabro israelitico, viene accesa nel giorno conclusivo del periodo di Hanukkah, la "Festa delle luci" ebraica.Richard T. Nowitz/Photo Researchers, Inc. 

 

Durante la preghiera gli uomini devono coprirsi il capo con una sorta di zucchetto, detto kippah, che gli ebrei più devoti portano costantemente come segno della presenza di Dio, mentre durante l'orazione del mattino nei giorni feriali è d'obbligo indossare un mantello bianco frangiato di lana o di seta che copre le spalle, il tallet, oltre ai caratteristici filatteri, ovvero "custodie" cubiche di cuoio contenenti piccoli rotoli di pergamena che recano scritti alcuni passi della Torah, fissate con cinghie alla parte superiore del braccio e alla fronte. Il sabato, giorno di riposo assoluto da ogni attività lavorativa, è dedicato alla proclamazione solenne della Torah, letta integralmente nelle sinagoghe nel corso di un ciclo annuale che inizia in autunno con la celebrazione nota come Simhat Torah (Gioia della Legge), che ha luogo alla fine della festa di Sukkot: la lettura pubblica del testo biblico costituisce il momento più significativo del culto sinagogale e la funzione primaria assegnata in origine all'istituzione della sinagoga. Gli israeliti devoti sono tenuti a osservare alcune regole alimentari; poiché il cibo deve essere kasher, cioè "puro", essi devono astenersi dalla carne di maiale e dai pesci privi di pinne o squame, considerati impuri (Deuteronomio, 14:3-21), mentre gli animali, tutti i quadrupedi ruminanti con unghia bipartita e il pollame, delle cui carni è lecito cibarsi, debbono essere sgozzati in modo da essere completamente mondati dal sangue; è inoltre proibito consumare contemporaneamente carne e latticini. Fra le feste annuali previste dal calendario liturgico, le principali, legate in origine al ciclo delle stagioni e alle attività agricole, sono state in seguito reinterpretate come occasione di rievocazione di momenti significativi della storia ebraica. Così la Pasqua, Pesah, "passaggio", festa di primavera che segnava l'inizio del raccolto, ha acquisito il ruolo di memoria dell'esodo del popolo di Israele dall'Egitto, mentre la festa di Shabuot, celebrata 50 giorni dopo la Pasqua (Pentecoste o festa delle Settimane) per sottolineare la fine del raccolto, richiama il momento in cui Dio donò al suo popolo la Torah sul monte Sinai e prevede la lettura solenne dei Dieci Comandamenti nelle sinagoghe; allo stesso modo la festa di Sukkot, "festa delle capanne", anticamente connessa al raccolto d'autunno, rievoca anche simbolicamente, con l'uso di consumare i pasti sotto caratteristiche tende, gli anni trascorsi dal popolo eletto nel deserto prima di giungere alla terra promessa. La festa di Sukkot è preceduta da un periodo penitenziale di dieci giorni, compresi fra il Capodanno ebraico, Rosh Hashanah, e Yom Kippur, il "giorno dell'espiazione", la celebrazione più sacra per gli ebrei, che trascorrono questa giornata nella preghiera e nel digiuno. Alle vicende storiche del popolo di Israele sono ispirate le feste di Hanukkah e di Purim: la prima celebra la vittoria dei Maccabei contro Antioco IV di Siria nel 165 a.C., mentre la seconda rievoca la vicenda narrata dal libro di Ester, che per l'occasione viene letto nelle sinagoghe e offre un momento gioioso per la comunità, nella commemorazione collettiva della situazione pericolosa sperimentata ai tempi del re persiano Assuero, inizialmente deciso a sterminarli.

Rotoli della Torah Lo studio della Torah è parte integrante delle festività ebraiche. Anche se la Torah si riferisce letteralmente ai libri della Genesi, dell'Esodo, del Levitico, dei Numeri e del Deuteronomio, lo studio spesso implica la lettura di frammenti di altri testi e commenti ebraici. Ad esempio, il tikkun (piano di studio) per Shavuot, la seconda delle festività di pellegrinaggio nel calendario ebraico, comprende sezioni della Bibbia, di letteratura rabbinica e scritti di mistica.Richard T. Nowitz/Corbis 

 

La vita dei fedeli è segnata da alcuni momenti fondamentali, a cominciare dal rito della circoncisione, attraverso il quale i bambini di sesso maschile sono resi partecipi, otto giorni dopo la nascita, dell'alleanza stipulata da Dio con i discendenti di Abramo. All'età di tredici anni il ragazzo raggiunge la maggiore età assumendosi, come Bar Mitzvah, "figlio del comandamento", l'impegno di osservare i precetti della legge, e viene accolto fra gli adulti che guidano a turno la lettura della Torah nella sinagoga; nelle comunità più progressiste anche le ragazze vengono chiamate alla lettura al compimento del dodicesimo anno. La cerimonia delle nozze, detta Qiddushin, "santificazione", è concepita come momento particolarmente solenne per sottolineare il valore di comandamento divino attribuito all'unione coniugale.

4  STORIA

Salmodia ebraica Nei giorni di shabbat e nelle festività, come anche la mattina del lunedì e del giovedì, nelle sinagoghe si cantano brani del Pentateuco. La notazione musicale della declamazione dei salmi non solo indica la melodia ma fornisce anche gli accenti grammaticali, in modo che il significato del testo sia chiaramente enfatizzato nell'inno."Cantillation" da Kol Ha'Shofar (Cat.# Folkways FR 8922) (p)1957 Smithsonian/Folkways Recordings. Tutti i diritti riservati.

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La storia dell'ebraismo corre parallela ai momenti culminanti della storia del popolo ebraico ed è testimoniata per la sua fase fondamentale, quella più antica, dai dati confluiti nella Bibbia, documento teologico costituito da elementi di origine cronologicamente e concettualmente eterogenea, connessi tuttavia in una prospettiva religiosa sostanzialmente coerente. L'adozione di una fede assoluta nell'unico Dio viene considerata da alcuni studiosi successiva a una prima fase, il cosiddetto enoteismo, in cui l'adorazione di Yahweh non comportava la negazione dell'esistenza delle divinità degli altri popoli. Il nome stesso di Dio costituisce una questione tuttora aperta, dal momento che i testi biblici presentano significativamente, accanto al nome di Yahweh, il termine più generico "Elohim", forma plurale della radice utilizzata dalle lingue semitiche per indicare la divinità. Anche nel sacrificio, l'atto di culto fondamentale praticato dai sacerdoti nel tempio di Gerusalemme con l'immolazione quotidiana di animali, si può scorgere facilmente l'evoluzione di un'antica pratica religiosa connessa con i cicli agricoli, pratica che imponeva l'offerta rituale alla divinità garante della fecondità della natura e del sostentamento degli esseri umani. D'altro canto non mancarono, soprattutto nell'epoca successiva alla separazione dei due regni di Giuda e di Israele, episodi di sincretismo religioso, nei quali il culto di Yahweh veniva accostato alle diverse pratiche del paganesimo penetrate fra gli israeliti attraverso il contatto con i popoli vicini: la ferma condanna di questi atteggiamenti costituisce un caposaldo della predicazione dei profeti, che levarono la loro voce per richiamare gli ebrei alla fedeltà ai contenuti del monoteismo, invocando nel contempo una religiosità interiore e non confinata negli spazi di un ritualismo formale, quale appariva loro la stessa pratica del sacrificio.

Il dramma del 586 a.C., che segna l'inizio della diaspora, rappresentò certamente un punto di svolta per l'ebraismo, che da questo momento si caratterizzò sempre più decisamente come una fede storica che considerava la vicenda umana, e particolarmente quella del popolo di Israele, come ambito privilegiato dell'intervento di Dio e della manifestazione della sua alleanza con i discendenti di Abramo. Se profeti come Ezechiele e il cosiddetto "deutero-Isaia" non esitarono a interpretare la deportazione a Babilonia come una punizione divina dovuta all'infedeltà del popolo eletto al patto con l'unico Dio, all'epoca dell'esilio risalirebbe la forma definitiva dei libri della Torah, che rileggono in chiave retrospettiva l'intera storia ebraica collocando la rivelazione monoteistica ai suoi primordi e facendo risalire la fede nell'intervento salvifico del loro Dio, unico signore della storia, al contesto antico della liberazione dal dominio egizio.

Il ritorno degli ebrei nella loro terra, reso possibile nel 538 a.C. dall'avvento di Ciro il Grande sulla scena politica mediorientale, inaugura un periodo di grande fervore religioso, e l'opera di Neemia e di Esdra, ampiamente descritta dagli omonimi libri biblici, appare decisamente indirizzata alla creazione di una compagine sociale fondata sul rispetto della legge sacra e sull'obbedienza a una potente classe sacerdotale. Questa profonda adesione degli ebrei ai dettami della loro identità religiosa avrebbe costituito anche il motivo ispiratore della vittoriosa rivolta dei Maccabei, che venne scatenata dalla pretesa del re Antioco IV di Siria di proibire agli ebrei la pratica della loro fede imponendo loro culti di tipo ellenistico e pagani.

L'interpretazione di questo conflitto in chiave religiosa come momento del conflitto cosmico tra le forze del bene e quelle del male costituisce uno degli elementi ispiratori della letteratura apocalittica, che introdusse nell'orizzonte teologico ebraico concetti come quello di "resurrezione" e di "giudizio", totalmente ignoti alla tradizione precedente, incline, per quanto concerne l'escatologia, a confinare i defunti, sia buoni sia malvagi, in un oltretomba tenebroso e senza speranza, lo sheol.

Reich: Tehillim Tehillim di Steve Reich (1981) è l'adattamento di quattro salmi in lingua originale: il titolo dell'opera significa appunto "salmi" in ebraico. Questo passaggio del Salmo 19 mostra la fusione di un forte sottofondo ritmico di derivazione minimalista con un contributo vocale che echeggia le inflessioni della musica folk

Il conflitto fra gli ambienti religiosi e il potere politico non cessò durante gli 80 anni di indipendenza di Israele sotto il regno degli Asmonei. Essi, per la loro tendenza ad arrogarsi, fra intrighi politici di ogni genere, il titolo di sommo sacerdote accanto a quello di re, spinsero i movimenti più tradizionalisti a forme di dissenso talora clamoroso, come il completo isolamento monastico della comunità di Qumran, divenuta nota grazie ai manoscritti del Mar Morto, talora meno esplicito ma ugualmente significativo, come nel caso dei farisei. Costoro furono i veri precursori dell'ebraismo rabbinico che fece seguito alla distruzione del tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C. per mano dei romani in seguito alla fallita rivolta antiromana che ebbe luogo fra il 66 e il 70. Se dopo il fallimento della disperata sollevazione guidata da Simon Bar Kokeba fra il 131 e il 135 d.C., episodio considerato come sciagura addirittura superiore a quella del 586 a.C., il movimento rabbinico riuscì a mantenere la vitalità dell'ebraismo nel contesto della diaspora raccogliendo i fedeli intorno allo studio della legge, non mancarono già nei primi secoli tendenze marcatamente antirabbiniche da parte di alcuni gruppi che, come i caraiti, invocavano una pratica religiosa caratterizzata da una dimensione spirituale più profonda e lontana da ogni formalismo legalista.

Il contatto con l'Islam determinò invece la diffusione, anche negli stessi ambienti rabbinici, dell'interesse per la speculazione filosofica; così, il pensiero dei maggiori filosofi greci, tradotti e commentati dai dotti musulmani, fornì ben presto agli intellettuali ebrei uno strumento apologetico per dimostrare la ragionevolezza e la ricchezza profonda della loro fede: questa ricerca di una ridefinizione della tradizione antica sulla base di nuovi orientamenti speculativi caratterizzò in età medievale l'attività degli ebrei insediati nella Spagna islamica , detti "sefarditi" da "Sefard", nome arabo della Spagna, e ispirò l'opera di personaggi di grande rilievo come Maimonide, l'autore della Guida dei perplessi (1170). Momento altrettanto importante della storia dell'ebraismo medievale è lo sviluppo di quelle tendenze mistiche che troveranno la loro espressione più compiuta nella cabala, indirizzo di pensiero esoterico ricco di suggestioni mutuate dal neoplatonismo e dallo gnosticismo e fondato sull'interpretazione della Legge in chiave simbolica, come mostrano le pagine spesso ardue di trattati come lo Zohar, redatto nel XIII secolo dal mistico Mosè de León.

Coltivato a lungo in ristretti circoli intellettuali, questo orientamento filosofico acquisì caratteri di maggiore popolarità dopo l'espulsione degli ebrei dalla Spagna cristiana (1492) e la sua prospettiva mistica poté essere reinterpretata in chiave messianica da personaggi di spicco come Isaac Luria, che, attribuendo alla sofferenza degli israeliti esuli dalla loro patria un significato preciso nel quadro dell'eterno dramma cosmico della morte e della rigenerazione dell'universo, avrebbe ispirato direttamente movimenti messianici come quello alla cui guida fu nel XVII secolo Shabbatai Zevi.

Lo slancio messianico non fu estraneo neppure agli ambienti che, influenzati dalle istanze dell'illuminismo, si fecero portatori di un ebraismo cosiddetto "riformato" per la sua tendenza a caratterizzarsi, soprattutto in Germania, come una confessione capace di acquisire nuovo vigore seguendo da vicino il modello del protestantesimo e abbandonando le pratiche più tradizionali e formali al fine di una migliore integrazione degli israeliti nella vita sociale dell'Europa moderna. Non è difficile, infatti, scorgere una forma per così dire "moderna" di messianismo in atteggiamenti quali la fede nel progresso umano, apparentemente lontani dalla dimensione religiosa; proprio questi atteggiamenti forgiarono gli ideali del sionismo, il movimento di ispirazione laica che, fondato nel 1896 dall'ebreo austriaco Theodor Herzl, si fece portavoce della rivendicazione di una identità nazionale israelitica, traducendo a livello politico la speranza rabbinica del ritorno nella terra promessa.

L'istituzione dello stato di Israele nel 1948 rappresenta dunque un momento di grande significato per l'intero mondo ebraico, sia per quanti sono rimasti fedeli alla religione dei padri, sia per le famiglie che l'hanno abbandonata ormai da generazioni, pur senza aver dimenticato la propria identità culturale: sull'intero mondo ebraico si era infatti abbattuto il dramma dell'antisemitismo, che si acuì tragicamente fino al tentativo di genocidio messo in atto dal nazismo durante gli anni della seconda guerra mondiale. Il ritorno nella terra dei padri poteva venire dunque inteso come l'atto culminante del processo di morte e di rigenerazione a cui la storia pare avere destinato questo popolo.

bibliografia essenziale

Queste fonti forniscono ulteriori informazioni su Ebraismo.

Lo stato di Israele è divenuto così il luogo privilegiato della ricerca di un equilibrio fra le diverse anime dell'ebraismo, che presenta oggi, accanto alla visione dell'ebraismo ortodosso, le istanze dell'ebraismo riformato e di movimenti di diverso orientamento, dalla militanza ultra-ortodossa degli uni alla pratica di una devozione più spirituale degli altri. Questa pluralità di indirizzi si riscontra anche fra tutte le comunità ebraiche tuttora presenti nei diversi paesi, e in particolare in quelle degli Stati Uniti, dove, in seguito ai flussi migratori degli anni fra il 1881 e il 1924 e dell'epoca della Shoah, risiede un numero di ebrei di gran lunga superiore alla stessa popolazione di Israele.

INTRODUZIONE

Islam Religione fondata all'inizio del VII secolo d.C. da Maometto (in arabo Muhammad) e praticata oggi da circa un miliardo di fedeli. La religione islamica è diffusa in larghissima maggioranza non solo in tutti i paesi del Medio Oriente, a eccezione di Israele, ma anche in Africa centrosettentrionale (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Mauritania, Senegal, Mali, Niger, Ciad, Sudan, Somalia), in Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan e Asia centrale (Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan), oltre che in Bangladesh, nelle Maldive, in Malesia e Indonesia. In India costituisce una minoranza significativa; in Europa viene professata dal 70% della popolazione dell'Albania e da oltre il 40% degli abitanti della Bosnia-Erzegovina. In Italia conta almeno 800.000 fedeli, per gran parte immigrati dai paesi nordafricani e dal Senegal. Al fenomeno dell'immigrazione si deve anche la massiccia presenza di seguaci dell'Islam in Belgio, Francia e Germania.

 

Cupola della Roccia, Gerusalemme La Cupola della Roccia sorge a Gerusalemme sulla roccia sacra da cui, secondo la tradizione islamica, Maometto è asceso al cielo. Nel tentativo di superare in splendore le chiese cristiane della regione, il califfo Abd al-Malik costruì la moschea verso la fine del VII secolo. La struttura ottagonale dell'edificio racchiude un'area centrale sormontata dalla grande cupola dorata, e le pareti esterne sono arricchite da decorazioni a mosaico.Israel Ministry of Tourism

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APPROFONDIMENTO 

Pirenne: L'espansione dell'Islam nel Mediterraneo

In Le città del Medioevo Henri Pirenne, analizzando i primordi di un'economia cittadina destinata, secondo l'interpretazione dello storico, a evolvere nella futura economia capitalistica, aveva ricordato come sul Mediterraneo, dopo l'impatto delle invasioni barbariche, stesse avanzando un nuovo, temibile conquistatore, l'Islam. Alle vicende di quel periodo dedicò Maometto e Carlomagno, un'opera pubblicata postuma nel 1937: la struttura secolare sulla quale si era retto l'impero romano - è la tesi di Pirenne - era sostanzialmente sopravvissuta ai barbari provenienti dal nord, i quali, anzi, vi si erano adeguati, in qualche misura adottandola. Quando il nuovo antagonista si attestò sulle rive del mare già nostrum, fu il "sacro" romano impero di Carlomagno a costituire, nel cuore dell'Europa continentale, il nuovo polo economico e culturale. Aveva così inizio, in Europa, il processo che avrebbe visto nascere le grandi monarchie e consolidarsi il papato e l'impero, i due massimi centri di potere, destinati a dominare per lunghi secoli la storia del continente.

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2  IL DIO UNICO E INVISIBILE

 L'islam si caratterizza come espressione di un monoteismo radicale...

Islam è parola araba che indica il concetto di sottomissione assoluta all'onnipotenza di Allah, il Dio unico e invisibile: l'Islam si caratterizza infatti come espressione di un monoteismo radicale, fin dalla formula fondamentale - "Non vi è altro Dio all'infuori di Allah, e Maometto è il profeta di Allah" - recitata nel segno dell'appartenenza alla comunità degli adoratori dell'unico Dio. Il seguace dell'Islam viene definito in italiano musulmano, termine coniato sulla base del persiano musliman, forma equivalente all'arabo muslimun, plurale di muslim; questa parola, che si ritrova anche nella lingua inglese, è utilizzata per indicare chi si considera sottomesso alla divinità unica e irraggiungibile nella sua dimensione trascendente. Tale concezione, rigorosamente monoteistica, viene considerata dalla stessa tradizione islamica in continuità con il credo dell'ebraismo e del cristianesimo, religioni che costituirebbero le tappe fondamentali della rivelazione divina. Quest'ultima culminerebbe nella predicazione di Maometto, il profeta per eccellenza e l'ultimo dei latori della rivelazione di Allah dopo Abramo (in arabo Ibrahim), Mosè (Musa) e lo stesso Gesù (Isa). A tal proposito occorre precisare che la tradizione musulmana, riferendosi a Gesù come al più venerabile fra i profeti vissuti prima di Maometto, considera esclusivamente la sua natura umana; Maometto stesso non si attribuì mai una natura sovrumana, presentandosi unicamente come il profeta al quale Allah avrebbe consegnato, per tramite dell'arcangelo Gabriele, la rivelazione divina destinata a essere custodita e venerata per sempre dai fedeli. La rivelazione è contenuta nel Corano, il libro sacro dettato da Dio all'umanità a completamento del messaggio parzialmente trasmesso sia dalle Scritture ebraiche sia dalle Scritture cristiane.

Affiancando a questa concezione teologica un corpus normativo che regola la condotta dei fedeli interamente sottomessi al volere divino, l'Islam ambisce a identificare l'intera società con la comunità dei fedeli di Allah. A differenza del cristianesimo, il mondo musulmano non ha mai conosciuto un'autorità suprema ritenuta depositaria della verità in materia di fede e di etica. In assenza di una figura paragonabile a quella del papa nel cattolicesimo, la tradizione islamica assegna all'intera comunità dei fedeli il compito di custodire i precetti della religione e della retta condotta e accoglie con molte riserve il ruolo di custodi autorevoli dell'ortodossia attribuito in epoca moderna ai dotti dell'Università Al-Azhar del Cairo fra i sunniti, e alla gerarchia dei mullah iraniani fra gli sciiti.

3  LE ORIGINI

Grande Moschea di Samarra, Iraq All'epoca in cui venne costruita, tra l'848 e l'852, la Grande Moschea di Samarra (in Iraq) era la più grande al mondo. Oggi si è conservato intatto solo il minareto a spirale, da dove il muezzin chiamava i fedeli alla preghiera.SEF/Art Resource, NY 

 

Vissuto nell'Arabia occidentale all'inizio del VII secolo d.C., Maometto predicò agli abitanti di quella terra, in maggioranza seguaci del politeismo, i dettami della nuova fede rivelatagli direttamente dall'unico Dio. Nonostante l'ostilità incontrata nella sua città natale, La Mecca, il profeta riuscì a dar vita, nella città oggi nota come Medina, a una comunità politico-religiosa che sarebbe riuscita, già prima del 632, anno della morte del fondatore, a imporre la propria autorità in tutta l'Arabia, nelle città come fra le tribù nomadi, elevando l'appartenenza all'Islam al ruolo di elemento di identificazione di una compagine politica unitaria.

L'istituzione del califfato, mirante a garantire la legittima successione di Maometto alla guida della nazione islamica, rappresentò l'ambito privilegiato per la trasmissione delle rivelazioni divine comunicate oralmente dal profeta ai suoi discepoli più fidati e registrate in forma scritta già all'epoca del terzo califfo Othman (644-656) nelle 114 sure (capitoli) del Corano, accettate dall'Islam come definitive e immutabili. I passi del libro sacro costituirono ben presto il fondamento delle prescrizioni rituali ed etiche della comunità, che tuttavia accostò alle parole e alle azioni del profeta anche alcune pratiche non testimoniate dal Corano: questa tradizione parallela, detta in arabo sunna, rappresenta tuttora una fonte autorevole soprattutto per i sunniti, che vi scorgono un complemento indispensabile alla rivelazione divina.

Il saldo governo dei califfi e la fede comune permise i rapidi successi degli eserciti arabi. Questi ultimi, già prima del 650 sottomisero al dominio del califfato di Medina l'Egitto, la Siria, l'Iraq e le regioni occidentali della Persia; intorno al 660, con il passaggio del potere alla dinastia degli Omayyadi, prese avvio la seconda fase della diffusione dell'Islam, che penetrò nel vastissimo territorio compreso fra il Marocco e l'Afghanistan, in Spagna e nelle regioni dell'Asia centrale.

4  L'EREDITÀ EBRAICO-CRISTIANA: DEMONOLOGIA ED ESCATOLOGIA

Testo illustrato del Corano Questa splendida pagina decorata è tratta da un esemplare del Corano del XIV secolo. Per i musulmani il Corano è la trascrizione infallibile del messaggio trasmesso da Dio a Maometto. Come profeta e messaggero di Dio, Maometto venne investito della responsabilità di divulgare questo messaggio a tutti i credenti. I musulmani considerano Maometto l'ultimo di una serie di profeti che comprende Mosè, Abramo, Giuseppe, Davide e Gesù. L'Islam prevede che il testo del Corano, suddiviso in 114 sure o capitoli, e lungo circa quanto il Nuovo Testamento, venga cantato durante il culto.Bojan Brecelj/Corbis 

 

La tradizione islamica, sottolineando il primato assoluto di Allah, gli attribuisce le parole rivelate a Maometto e registrate nel Corano, le cui pagine altro non sarebbero che copie di un archetipo celeste unico e immutabile. Dal canto suo, la moderna ricerca storico-religiosa intende chiarire le origini del monoteismo islamico considerando primariamente l'influenza esercitata in Arabia dall'ebraismo e dal cristianesimo, in particolare nell'ambiente culturale del profeta, al quale non erano ignote le Sacre Scritture degli ebrei e dei cristiani, salutati con rispetto come "popoli del libro". Il Corano, infatti, fa riferimento a Mosè come al tramite della rivelazione divina contenuta nella Torah, mentre Gesù viene presentato come il custode di un "vangelo" in una prospettiva tendente a identificare il fondatore del cristianesimo con l'estensore di un libro dettato dalla divinità.

Annoverando Gesù tra i profeti, analogamente ai personaggi considerati tali dall'Antico Testamento, il Corano lo presenta come Masih, Messia, ma respinge come bestemmia suprema l'attribuzione di una natura divina a Gesù, pur condividendo con i Vangeli il racconto della sua nascita da una vergine e dei miracoli compiuti, per poi divergere dalla tradizione cristiana in merito alla crocifissione: Gesù sarebbe stato infatti direttamente innalzato al cielo da Dio senza conoscere l'umiliazione del supplizio, patito in realtà da un uomo reso simile a lui agli occhi dei suoi persecutori e degli stessi discepoli. Queste e altre asserzioni del Corano possono essere connesse più o meno precisamente con i racconti dei Vangeli apocrifi e con le dottrine delle differenti correnti ebraiche e cristiane diffuse, o comunque conosciute in qualche modo, in Arabia all'epoca di Maometto, ed è significativo che lo stesso Corano, presentando come fatto riprovevole la divisione dei cristiani in sette contrapposte l'una all'altra, abbia coscienza dei numerosi movimenti sviluppatisi in seno al cristianesimo dei primi secoli e in gran parte condannati come eretici.

Fra le creature di Allah il Corano contempla pure, accanto agli angeli, la folta schiera dei jinn, gli antichi "spiritelli" che, venerati nel paganesimo preislamico come divinità minori, sono stati adottati dall'Islam sia come esseri benefici divenuti fedeli ad Allah sia come pericoloso esercito di demoni, tra i quali Iblis è il minaccioso tentatore degli uomini. Per quanto concerne l'escatologia, la tradizione islamica prevede il giudizio universale, presentato nel Corano, assieme alla resurrezione, come momento culminante della storia di questo mondo al termine di una serie di terrificanti cataclismi naturali (sure 81,82,84); il paradiso - adn, nome arabo dell'Eden biblico - precluso agli infedeli e ai malvagi, destinati al fuoco dell'inferno, viene descritto (sura 52) come un giardino di delizie, dove i beati, riconosciuti tali dopo che le loro buone azioni, pesate su una bilancia, si saranno rivelate più consistenti di quelle cattive, potranno godere della felicità dei sensi gustando cibi succulenti e allietandosi con la compagnia di incantevoli fanciulle (vedi Huri).

La tradizione che arricchì successivamente i dati del Corano offre invece la suggestiva narrazione della fine del mondo preceduta dall'apparizione del daggial, il falso profeta. Questa creatura malefica regnerà sulla terra per 40 giorni prima di essere sconfitta dal mahdi, figura escatologica capace di inaugurare un'epoca di felicità e di giustizia che prelude al giudizio universale.

5  LA SHARIAH E I RITI

 

Preghiera collettiva nella moschea Le moschee sono i luoghi di culto dei musulmani. Nella foto, un momento di preghiera collettiva all'interno di una moschea in Tagikistan.V. Khristoforov/TASS/SOVFOTO-EASTFOTO

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Pellegrinaggio alla Kaaba I musulmani considerano la Kaaba, un piccolo santuario della Mecca, l'edificio più sacro della terra. Secondo la dottrina islamica fu eretto dai patriarchi Abramo e Ismaele sulle fondamenta poste da Adamo. Quando pregano, i musulmani di tutto il mondo si rivolgono verso la Mecca e, ogni credente che ne abbia i mezzi, deve recarsi in pellegrinaggio alla città santa almeno una volta nella vita. Nella foto, un momento delle cerimonie intorno alla Kaaba: rituali e festeggiamenti si protraggono per vari giorni durante il mese islamico destinato ai pellegrinaggi, dhu-al-higgia.Mehmet Biber/Photo Researchers, Inc.

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Id al-Fitr Un momento solenne della festa di Id al-Fitr, che segna il termine del Ramadan, il terzo dei Cinque pilastri dell'Islam. La cerimonia è occasione di gioia per la comunità: si indossano abiti nuovi e ci si riunisce per cantare le lodi di Allah e del suo profeta, Maometto.Christine Osborne Pictures

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Musica liturgica islamica I musulmani pregano cinque volte al giorno, individualmente o in gruppo. Prima della preghiera è necessario compiere abluzioni per purificare il viso, le mani e i piedi. Il muezzin (la persona che chiama alla preghiera) intona il suo canto ad alta voce da un luogo elevato, come il minareto di una moschea. Il brano fa parte di un canto d'invito alla preghiera, privo di accompagnamento musicale."Call to Prayer" da Islamic Liturgy: Song and Dance at a Meeting of Dervishes (Cat.# Folkways FR 8943) (p)1960 Smithsonian/Folkways Recordings. Tutti i diritti riservati.

 

 

Musica sacra sufi della Siria Il sufismo, una corrente mistica della religione islamica, si affermò in Siria e in altri paesi musulmani nel II secolo d.C. Il brano registrato, corrispondente alla seconda parte di una cerimonia sufi chiamata darb shish ("direttore della coscienza"), viene usato per indurre i novizi a entrare in stato di trance."Islamic Ritual Darb Shish", da Syria: Islamic Ritual Zikr in Aleppo (Cat. # D 8013) (p)1975/1989 Auvidis. Tutti i diritti riservati.

 

 

La professione di fede in Allah obbliga i seguaci dell'Islam all'osservanza di una serie di norme etiche e legali che, regolamentando ogni aspetto della vita della comunità, costituiscono un complesso e minuzioso codice giuridico concepito come modello ideale per una società teocratica. Identificando infatti la società civile con la comunità dei fedeli, la teologia islamica innalza il diritto, fiqh ("saggezza"), al rango di scienza religiosa, che deve essere coltivata dai dotti con la massima dedizione per garantire nel futuro la conformità della condotta dei fedeli ai principi della legge, la shariah. Gli esperti di giurisprudenza, detti mufti nella tradizione sunnita e mullah in quella sciita, legiferano in relazione a ogni aspetto della vita civile e religiosa: essi elaborano sia le norme del codice penale sia le prescrizioni del diritto di famiglia, ponendo a fondamento delle loro decisioni non solo i dati del Corano e della sunna, come si trovano nelle raccolte dei detti e delle azioni del profeta (vedi Hadith), ma anche l'orientamento concorde, ijma, di una o più generazioni di uomini di legge in relazione a una determinata materia; alle indicazioni di questi cultori del diritto devono attenersi i qadi, i giudici chiamati a pronunciare le sentenze in merito ai singoli casi loro sottoposti.

5.1  Il diritto di famiglia e la condizione della donna

Nell'ambito di competenza della shariah rientrano anche le norme del diritto matrimoniale. Le nozze per l'uomo possono avere anche carattere poligamico: alla libertà di sposare fino a quattro donne si associa l'obbligo di assicurare un identico tenore di vita a ciascuna delle consorti e ai rispettivi figli. Tale obbligo, soprattutto in epoca moderna, fa di questa pratica una possibilità limitata agli uomini più benestanti. Il divorzio, possibile per iniziativa del marito anche in assenza di particolari motivazioni, può essere ottenuto dalla donna solo per mezzo di una complessa procedura giuridica, sulla base dello stesso principio che consente il matrimonio fra un musulmano e una donna di diverso credo religioso, ma impedisce di dare in sposa una donna musulmana a un uomo non seguace dell'Islam. Per quanto concerne l'abbigliamento femminile, l'esortazione rivolta dal Corano alle donne affinché indossino un mantello che copra il loro corpo da capo a piedi non può essere posta a fondamento della prescrizione di nascondere anche il volto, introdotta dai califfi Abbasidi (750-1258) con la consuetudine di confinare le mogli nell'harem, ovvero "luogo interdetto" agli uomini, consentendo loro di comparire in pubblico soltanto con il volto coperto.

Questo orientamento non univoco della tradizione antica fa sì che le prescrizioni in materia di abbigliamento femminile siano tuttora più o meno rigide nei diversi paesi islamici, analogamente alle altre norme che regolano le attività delle donne in campo sociale e professionale. Allo stesso modo, l'applicazione letterale della shariah come espressione principale del diritto (taglio della mano destra come pena per il furto o lapidazione per l'adulterio) è prerogativa di paesi, quali l'Arabia Saudita e l'Iran, più inclini a una visione integralista dell'Islam. Altrove, ad esempio in Egitto e in Siria, la pratica islamica convive con un sistema legale parzialmente ispirato a modelli occidentali, mentre la Turchia è dal 1928 uno stato ufficialmente laico, benché non vi manchino movimenti religiosi di indirizzo più o meno integralista.

5.2  I Cinque pilastri dell'Islam

Se questa pluralità di orientamenti costituisce indubbiamente un motivo di tensione nel mondo islamico, la quasi totalità dei seguaci di questa religione offre invece un'immagine di profonda unità per quanto concerne l'osservanza dei doveri noti come Cinque pilastri dell'Islam: alla professione di fede, shahada, nell'unico Dio, il musulmano deve infatti affiancare la preghiera quotidiana, salat, nelle forme rituali previste, osservando poi il digiuno, sawm, durante il mese di Ramadan, oltre a recarsi in pellegrinaggio, hagg, almeno una volta nella vita alla città santa, La Mecca, e a versare una certa somma di denaro come decima, zakat, a beneficio dei poveri e della comunità. Obblighi altrettanto sentiti dai fedeli sono, oltre alla circoncisione maschile, l'astinenza dal consumo di bevande alcoliche e di carne di maiale, e il rispetto delle norme della macellazione rituale degli animali delle cui carni è lecito cibarsi.

5.3  La preghiera

La preghiera, certamente la pratica più suggestiva dell'Islam, riunisce per cinque volte al giorno (soltanto tre fra gli sciiti) l'intera comunità dei fedeli che, ovunque si trovino, interrompono all'ora stabilita qualsiasi attività per compiere i gesti di un preciso cerimoniale, rivolgendosi verso La Mecca su un tappeto, limite dello spazio sacro, a piedi scalzi e in stato di purità rituale dopo una serie di abluzioni. La preghiera quotidiana viene recitata in forma collettiva nella moschea, il luogo di culto dei musulmani, dove il venerdì, giorno festivo per l'Islam, si tiene a mezzogiorno il rito solenne. Oltre alla salat, guidata da un imam, viene recitata una sorta di omelia pronunciata dal pulpito da un khatib, figura che comunque non riveste, al pari dello stesso imam, alcuna funzione sacerdotale in nome del principio della pari dignità di tutti i fedeli di fronte ad Allah. Al muezzin, forma turca dell'arabo muadhdhin, è invece affidato l'incarico di annunciare dal minareto, la torre annessa alla moschea, l'ora della preghiera quotidiana e della funzione del venerdì.

5.4  I luoghi sacri

Qom, Iran Città santa per i musulmani sciiti, Qom, in Iran, è ricca di edifici di grande interesse storico e artistico. La tomba di Fatima, con la sua caratteristica cupola dorata, risale al IX secolo e fu restaurata agli inizi del XIX secolo. Meta ogni anno di migliaia di pellegrini, il santuario è sede delle più alte gerarchie del culto sciita. A Qom ha sede anche la più importante scuola teologica del paese, dove si sono formati e hanno insegnato i maggiori ayatollah.Robert Harding Picture Library 

 

Il luogo più sacro per i seguaci dell'Islam è certamente la città natale del profeta, La Mecca, dove, al centro del cortile della Grande moschea, la "moschea sacra" per eccellenza, si erge la Kaaba, una costruzione cubica, larga circa 10 metri e alta 15, verosimilmente utilizzata in epoca preislamica come santuario pagano dagli adoratori della celebre Pietra Nera, un meteorite di 30 centimetri di diametro che, incastonato in un angolo dell'edificio, è divenuto oggetto di venerazione anche per i musulmani. Considerando infatti la Pietra Nera come dono inviato dal cielo per confortare Adamo dopo la sua cacciata dal paradiso, la tradizione islamica vuole che la Kaaba, edificata da Abramo come luogo dove chiamare a raccolta tutti i popoli invitati a rendere culto all'unico Dio, fosse caduta nelle mani dei seguaci del politeismo e dell'idolatria, prima che Maometto la restituisse alla sua funzione originaria di luogo consacrato alla pratica del monoteismo.

Oltre a sottolineare la sacralità di Medina, dove si trova la tomba del profeta, il mondo islamico tributa da sempre grande venerazione alla città di Gerusalemme, il più antico fra i luoghi santi del monoteismo; qui Maometto, trasportatovi nottetempo dall'arcangelo Gabriele, avrebbe conosciuto l'esperienza miracolosa dell'ascensione ai sette cieli e dell'incontro con i massimi profeti, da Adamo a Gesù. Grande importanza assumono per gli sciiti, in relazione alle attività dei loro imam, numerose altre città, come Karbala in Iraq e Qom in Iran.

5.5  Il Ramadan e il pellegrinaggio alla Mecca

Facendo decorrere il computo degli anni dall'Egira, il trasferimento di Maometto dalla Mecca a Medina, il calendario islamico si articola su un ciclo lunare di 12 mesi non connessi con il corso delle stagioni. Il nono mese è il Ramadan, il periodo più sacro dell'anno durante il quale i fedeli osservano scrupolosamente l'obbligo di digiunare, astenendosi anche dalle bevande e dai rapporti sessuali, dall'alba al tramonto, per poi celebrare come momento di gioia, alla comparsa della luna nuova, la festa più importante dell'anno, il primo giorno del mese successivo a quello del digiuno. L'ultimo mese dell'anno, quello di dhu al-higgia, offre invece lo spettacolo solenne del pellegrinaggio alla Mecca. Nella prima metà del mese la città santa viene invasa da una folla sterminata di fedeli che indossano una veste bianca. Terminate le purificazioni rituali essi procedono verso il cuore della città, la Grande moschea, dove compiono sette giri intorno alla Kaaba (il rito si chiama tawaf) e baciano la Pietra Nera, recandosi poi, come ultima tappa di una corsa frenetica fra le colline, nel piccolo villaggio di Mina. Esaurita in questo luogo la celebrazione di altri riti, fra i quali una lapidazione simbolica del diavolo, il pellegrinaggio si conclude, il decimo giorno del mese, con il sacrificio di animali secondo un cerimoniale imitato nei tre giorni successivi, quelli appunto della "festa del sacrificio", in tutto il mondo musulmano.

6  LE PRINCIPALI CORRENTI DELL'ISLAM

Esaminando lo sviluppo storico delle tendenze più significative tuttora presenti nell'Islam, è possibile far risalire ai primi decenni successivi alla morte di Maometto l'origine delle correnti fondamentali, i sunniti e gli sciiti, che sarebbero sorte, assieme ai kharigiti, fra il 656 e il 661, come fazioni politiche protagoniste di una dura lotta di potere, per poi acquisire nel corso dei secoli il carattere di comunità religiose distinte da indirizzi teologici peculiari.

Se l'Islam venne dominato sin dalle origini da una visione sostanzialmente legalistica dell'esperienza religiosa, emersero ben presto in seno alla comunità tendenze mistiche e il desiderio di intrattenere un rapporto diretto con il divino, caratteristica delle numerose scuole del sufismo. Ostacolati dai giuristi e dai califfi, i mistici musulmani furono spesso vittime della persecuzione, come nel caso di al Hallaj, giustiziato nel 922 a motivo della sua fede nell'unione mistica con Allah, che ai custodi dell'ortodossia suonava come una sfida alla dottrina tradizionale della trascendenza assoluta di Dio. Gli scritti di Al-Ghazali, che contribuì all'accettazione delle forme di culto del misticismo islamico, chiusero un'epoca di straordinaria fioritura culturale che, utilizzando le categorie del pensiero greco (particolarmente il neoplatonismo) come strumento per un'indagine più profonda dei contenuti spirituali del Corano, aveva prodotto i capolavori della filosofia islamica.

6.1  I rapporti con l'Occidente

Moschea di Roma Inaugurata il 21 giugno 1995, giorno del solstizio d'estate, la grande moschea di Roma, progettata da Vittorio Gigliotti e Paolo Portoghesi, ripropone nell'architettura e nell'apparato decorativo gli elementi tradizionali dell'arte islamica. Un alto minareto svetta sopra le cupole della copertura, mentre all'interno fitti mosaici policromi in ceramica invetriata ripetono versetti del Corano sul tema "Allah è luce".Serao/Fotocronache Olympia 

 

Per quanto concerne invece l'epoca moderna, il rapporto con la cultura europea ha certamente costituito il motivo di fondo del dibattito che ha interessato, già dal XVIII secolo, l'intero mondo musulmano, determinando talvolta uno stato di tensione a motivo dell'emergere, accanto alle posizioni decisamente riformistiche, di atteggiamenti di chiusura totale di fronte a qualsiasi influenza culturale estranea all'antica tradizione religiosa. Ai teorici di un Islam per così dire "moderato" che sappia far convivere i suoi ideali tradizionali con le esigenze di una società moderna e parzialmente occidentalizzata si contrappongono infatti quanti considerano il primato della legge religiosa nella vita sociale come elemento irrinunciabile dell'identità islamica, minacciata dal laicismo politico e sociale dell'Occidente secolarizzato. Il malcontento diffuso negli ambienti religiosi più tradizionalisti, fortemente critici verso la politica di quei governi ritenuti responsabili della corruzione di una società ligia da secoli al rispetto dei principi più puri dell'Islam, è alla base del fenomeno del cosiddetto fondamentalismo islamico.

6.2  Il fondamentalismo

È questa una delle tendenze più vistose dell'Islam del XX secolo, per quanto sia scorretto sopravvalutarne l'importanza a scapito delle altre espressioni di questa religione. Sorto propriamente in ambito cristiano in riferimento alle istanze di quelle denominazioni del protestantesimo che, alla fine del XIX secolo, promossero negli Stati Uniti una battaglia a difesa dell'interpretazione letterale del testo biblico, il termine "fondamentalismo" indica oggi convenzionalmente l'ideologia dei numerosi movimenti nati nel mondo islamico per propugnare, anche con il ricorso alla violenza, il ritorno alla rigida osservanza dei precetti della religione come forma di opposizione politica e culturale all'Occidente.

Se questi ideali caratterizzarono già dal 1928 un gruppo come quello dei "Fratelli musulmani", il cui esponente di maggior prestigio, Sayyid Qutb, fu giustiziato per ordine delle autorità egiziane nel 1966, il fondamentalismo islamico ha conosciuto la sua massima diffusione nell'ultimo scorcio del secolo con l'attività di numerosi movimenti politico-religiosi capaci di influire sulla vita sociale in diversi paesi.

Il modello politico a cui molti militanti di questi partiti fanno riferimento è quello dell'Iran, dove nel 1979 l'ayatollah Khomeini, una delle più alte autorità dell'Islam sciita, riuscì a conquistare il potere facendo del fondamentalismo religioso il motivo ispiratore di una rivoluzione popolare contro il regime filo-occidentale dello scià Reza Pahlavi. Roccaforte del fondamentalismo è divenuto dal 1989 anche il Sudan, con il colpo di stato militare che ha portato al potere il Fronte islamico nazionale di Hassan al-Turabi, e la più rigida ortodossia islamica è stata imposta in Afghanistan dal 1996 con la vittoria dei taliban, giovani reclutati nelle scuole coraniche e divenuti miliziani di una delle fazioni in lotta per la supremazia dopo il ritiro degli invasori sovietici dal paese.

In Turchia il rispetto della costituzione laica non ha impedito al Refah, o "Partito del benessere" di Necmettin Erbakan, piuttosto vicino agli ideali del fondamentalismo islamico, di divenire forza politica di governo. In Algeria il Fronte islamico di salvezza (FIS) fu messo fuori legge dal partito al potere dopo avere acquisito il ruolo di forza politica di rilievo ottenendo addirittura la maggioranza dei suffragi nel primo turno delle elezioni politiche del dicembre 1991; questa decisione scatenò la reazione violenta del movimento, le cui azioni terroristiche continuano a insanguinare il paese (60.000 morti alla metà del 1997), colpendo soprattutto intellettuali, giornalisti e semplici cittadini contrari alla prospettiva di islamizzazione dello stato. Movimenti integralisti, come quello di Hamas, si oppongono al processo di pace fra il popolo palestinese e lo stato di Israele (vedi Questione palestinese), mentre fazioni integraliste, ad esempio gli Hezbollah sciiti, sono stati protagonisti della storia recente del Libano.

6.3  La guerra santa

bibliografia essenziale

Queste fonti forniscono ulteriori informazioni su Islam.

Motivo ispiratore comune per le azioni di queste compagini politico-religiose è il concetto di "guerra santa" contro gli infedeli, identificati indifferentemente con i non musulmani e con i membri della comunità islamica considerati traditori a motivo delle loro posizioni progressiste e filo-occidentali. A questo proposito occorre precisare che il termine arabo jihad, nel quale non solo la cultura occidentale, ma anche qualche settore dello stesso integralismo islamico, tende a cogliere la definizione della guerra santa come dottrina essenziale nell'Islam, nel Corano ha un'accezione più ampia: jihad significa infatti "sforzo" e il libro sacro, considerando come sforzo maggiore sulla via di Dio l'impegno del fedele a vincere le proprie tentazioni per divenire un buon musulmano, presenta la guerra santa contro gli infedeli soltanto come dovere minore da compiersi in circostanze ben precise sulla base di una rigorosa definizione giuridica. Non si deve dimenticare inoltre che, per quanto l'Islam sia penetrato fino in Europa come conseguenza della forza espansionistica dell'impero ottomano dal 1300 alla fine della prima guerra mondiale, il diritto musulmano non ha mai previsto, di fatto, l'imposizione della fede islamica attraverso la guerra, tenendo distinti i successi militari dei popoli arabi dalla diffusione della religione predicata da Maometto.

INTRODUZIONE

Buddhismo

Religione nata in India sulla base degli insegnamenti di Siddhartha Gautama, detto il Buddha ("l'Illuminato, il Risvegliato"). Egli diffuse il suo insegnamento nel VI secolo a.C. criticando alcuni principi fondamentali dell'induismo, come il valore dei sacrifici e l'autorità dei brahmani e, di conseguenza, l'intero sistema delle caste. La fede buddhista è oggi vitale soprattutto in Asia orientale, dove conta 300 milioni di seguaci, nelle due forme sviluppatesi dal nucleo dottrinale originario: il buddhismo Theravada è dominante nello Sri Lanka, in Thailandia, Cambogia, Birmania (oggi Myanmar) e Laos, mentre il buddhismo Mahayana vanta numerosi fedeli in Cina, Taiwan, Corea, Giappone e Vietnam, ed è il credo di gran lunga più popolare in Tibet e in Mongolia.

 

Monaci buddhisti I monaci buddhisti vivono nei monasteri conducendo una vita ascetica di contemplazione e di studio. Fin dall'inizio il buddhismo fu una religione essenzialmente monastica: l'appartenenza alla comunità dei monaci è considerata un requisito per raggiungere il nirvana. Tradizionalmente i monasteri organizzano e diffondono la fede; i loro ordinamenti sono prescritti da alcuni testi, come i Vinaya Pitaka, che stabiliscono le regole della comunità, di solito essenzialmente maschile: la percentuale di monache buddhiste, infatti, è relativamente ridotta. Nella foto, un gruppo di monaci ritmano il canto corale battendo le mani.Hutchison Library

 

2  ORIGINI E DOTTRINE FONDAMENTALI

Ruota della vita La Ruota della vita, conosciuta anche come Ruota della legge, raffigura la ciclicità dell'esistenza secondo la concezione buddhista. Nel dipinto murale qui riprodotto, la ruota è sostenuta da una mostruosa creatura che rappresenta la morte. I tre peccati cardinali, simboleggiati da animali emblematici (il serpente simboleggia l'odio, il quadrupede la stupidità e l'uccello la passione), sono collocati al centro della ruota. Il cerchio successivo è diviso in sezioni che corrispondono alle diverse sfere dell'esistenza. La ruota è delimitata dal cerchio più esterno in cui sono raffigurati i dodici vincoli della catena delle cause.Hutchison Library 

 

Primo veicolo di diffusione della dottrina fu la comunità monastica (Sangha) dei discepoli del Buddha, il fondatore, nato presumibilmente, sulla base di dati biografici incerti, nel 563 a.C. a Kapilavastu, nell'India settentrionale: allevato nel lusso e nell'agiatezza in quanto figlio di un piccolo re locale, egli rimase profondamente scosso dalla scoperta dell'infinito dolore che incombe su tutti gli esseri umani, costretti da una forza ineluttabile a vivere esistenze sempre nuove nel ciclo inarrestabile della reincarnazione. Siddhartha decise, all'età di ventinove anni, di lasciare la reggia paterna per dedicarsi, libero dall'attaccamento ai beni materiali, alla ricerca di una via che conducesse alla liberazione dalla sofferenza e alla felicità suprema. Si dedicò dapprima allo yoga e alle pratiche di un ascetismo che dopo alcuni anni gli parrà tanto severo quanto infruttuoso; adottò allora una via media fra la vita agiata e la mortificazione assoluta, per approdare poi, nell'ultima fase del suo cammino, alla definitiva illuminazione, ottenuta, secondo la tradizione, durante una notte trascorsa a meditare sotto un fico sacro a Bodh Gaya.

Da allora Siddhartha, divenuto finalmente il Buddha, "l'illuminato", si impegnerà instancabilmente nella sua opera di predicazione itinerante per raccogliere un numero sempre maggiore di discepoli ai quali affidare il nucleo essenziale della sua dottrina, tramandata in forma esclusivamente orale e riassunta nelle definizioni dette Quattro nobili verità. La vita è sofferenza: il dolore (dukkha) e l'inconsistenza costituiscono l'essenza più profonda della vita umana dalla nascita alla morte così che la morte non rappresenta in alcun modo la liberazione dal dolore, in quanto, conformemente alla concezione fondamentale del pensiero indiano, l'uomo è soggetto, come tutti gli esseri, al flusso inarrestabile delle rinascite, reincarnandosi continuamente in corpi sempre diversi.

Origine di tutto questo carico di sofferenza è l'ignoranza della natura illusoria di tutto ciò che l'uomo percepisce come suo orizzonte reale: da questa ignoranza non scaturisce solo la schiavitù dei beni materiali, ma anche, come frutto del desiderio di sopravvivenza, l'attaccamento alla vita stessa. Alla sofferenza si può porre fine soltanto mediante l'eliminazione del desiderio e l'estinzione di ogni forma di attaccamento all'esistenza, al fine di spezzare definitivamente la catena delle rinascite. Per ottenere la liberazione dal dolore occorre camminare sulla via dell'Ottuplice sentiero, che racchiude in sé retta visione, retta intenzione, retto parlare, retto agire, retto modo di sostentarsi, retto impegno, retta consapevolezza, retta meditazione: si tratta, in pratica, del compendio fondamentale della fede buddhista, che vede nella moralità la premessa e insieme la conseguenza della saggezza e della capacità di possederla attraverso la meditazione.

La riflessione del Buddha muove dalla definizione dell'esistenza umana come complesso di azioni indotte dalla presenza condizionante di cinque elementi: il corpo materiale, i sentimenti, le percezioni, la tendenza all'agire e la coscienza. Essi, denominati in sanscrito skandha, "legami", con il loro temporaneo e mutevole aggregarsi costituiscono la natura stessa della persona, e di conseguenza ne determinano, con l'attaccamento alla vita e la propensione all'azione, la sottomissione alla sofferenza; essa ha luogo nell'ambito di un'esistenza materiale destinata a essere per sua natura non permanente (anitya) e, in definitiva, segnata da una condizione negativa in quanto anatman, esistenza non dotata di una propria essenza.

Da questa concezione dipende anche la formulazione alla quale il Buddha ricorre per spiegare il concetto di samsara, il flusso ininterrotto di rinascite posto come caposaldo imprescindibile da tutte le correnti del pensiero indiano: secondo la dottrina del pratityasamutpada, ovvero dell'"origine condizionata", una catena di dodici cause agisce in ciascuna esistenza dell'individuo portandolo a ignorare la natura illusoria di tutta quanta la realtà e rendendo possibile l'azione degli elementi aggregati, che lo spingono all'attaccamento alla vita stessa. Di conseguenza, l'individuo è indotto alla ricerca spasmodica di una sorta d'immortalità attraverso la rinascita continua in corpi materiali sempre nuovi: ogni esistenza è così legata indissolubilmente alle infinite esistenze precedenti e a quelle future, in una catena inestricabile di sofferenza che il saggio deve necessariamente spezzare.

In questo indirizzo di pensiero trova posto anche l'altro concetto portante della tradizione indiana, quello di karma, la conseguenza etica indotta dal complesso delle azioni che l'individuo compie in ciascuna esistenza, determinando inesorabilmente la sua condizione nell'esistenza successiva, secondo una logica di premio e di punizione: la condotta in vita porta con sé la possibilità di rinascere sotto forma di animale, oppure di uomo, di demone, di divinità. Prendendo atto della presenza ineluttabile del karma nell'infinita vicenda umana, il Buddha ravvisa nell'aspirazione a una vita di ordine superiore il legame che determina - pur nella forma di un impegno etico e religioso volto al nobile fine dell'accumulo dei meriti - l'attaccamento all'azione con il conseguente carico di sofferenza. Anche gli dei, che pure apparentemente vivono in uno stato di somma beatitudine, non sfuggono alla suprema legge dell'universo, all'incombere della morte e alla possibilità di reincarnarsi in un essere inferiore: essi sono privi di ogni capacità di influire fattivamente sul destino degli uomini, le cui preghiere e sacrifici si rivelano assolutamente inefficaci, meramente utili a perpetuare, con la speranza illusoria nel valore delle azioni, la sottomissione a un karma di dolore. L'illusione domina ancor più beffardamente le stesse divinità che, inconsapevoli della realtà incombente anche su di loro, non avvertono neppure la possibilità di raggiungere la salvezza autentica per mezzo dell'illuminazione: solo gli uomini, vicini come sono alle manifestazioni più concrete del dolore, possono sperare di prendere coscienza delle sue cause e di ottenere l'illuminazione unica e definitiva che ponga fine al ciclo infinito delle rinascite.

Il fine ultimo dell'uomo che segue il cammino di salvezza suggeritogli dal Buddha è il raggiungimento della condizione suprema del nirvana, l'estinzione di ogni desiderio e la libertà da ogni forma di condizionamento materiale e psicologico: ottenuta questa illuminazione interiore, il saggio prosegue il cammino della sua esistenza terrena liberandosi gradualmente del carico del karma che lo lega al corpo materiale e preparando la strada alla liberazione definitiva, la condizione del parinirvana, il nirvana definitivo, l'annientamento totale che coincide con il momento della morte. Raggiungibile teoricamente da tutti i fedeli, questa condizione di beatitudine eterna è posta più realisticamente, già nella prima fase dello sviluppo del buddhismo (soprattutto dai maestri della scuola Theravada), come meta principale soltanto per i membri della comunità monastica. Questi ultimi devono mirare a ottenere l'illuminazione e a essere venerati come arhat, saggi giunti allo stato di perfezione al termine del lungo cammino sulla via dell'Ottuplice sentiero. Agli altri fedeli non resta che rassegnarsi all'accumulo di meriti che consente, attraverso l'osservanza, nel corso della lunga vicenda delle rinascite successive, della legge morale - non uccidere, non rubare, non pronunciare menzogna, non fare uso di sostanze inebrianti e non abbandonarsi al disordine sessuale - di reincarnarsi finalmente nella condizione di monaco per compiere il passo decisivo verso la liberazione.

3  I CONCILI E LE SCRITTURE

Canto sacro buddhista giapponese La musica cerimoniale del buddhismo giapponese costituisce una sintesi di elementi nipponici, indiani e cinesi. Il rito shomyo è accompagnato dall'adattamento cinese di un canto vedico indiano, paragonabile al canto gregoriano. Le salmodie shomyo vengono cantate in sanscrito, cinese e giapponese."Bell - Morning Ceremony" da The Way of Eiheiji: Zen Buddhist Ceremony (Cat.# Folkways 8980) (p)1959 Smithsonian/Folkways Recordings. Tutti i diritti riservati.

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Avendo il Buddha rifiutato di scegliere un successore come guida autorevole della comunità, subito dopo la sua morte si rese necessario procedere alla definizione di alcuni principi che garantissero l'unità fra i monaci e la corretta trasmissione degli insegnamenti del fondatore, diffusi unicamente in forma orale: a questo scopo vennero convocate assemblee note come "concili buddhisti", il primo dei quali si tenne a Rajagrha (oggi Rajgir) pochi anni dopo la scomparsa del Buddha per precisare soprattutto le regole della disciplina monastica.

L'intento normativo prevalse anche un secolo più tardi, nel concilio riunitosi a Vaiśali per dichiarare l'inammissibilità di alcuni comportamenti, come l'utilizzo del denaro e l'assunzione di bevande inebrianti, ritenuti leciti da diversi gruppi di monaci; la terza assise, convocata dal re Aśoka a Pataliputra (oggi Patna) nel III secolo a.C. si proponeva invece esplicitamente di purificare la comunità (che godeva ormai della protezione regia) dalla presenza, oltre che di tendenze dichiaratamente eterodosse, di numerosi individui bollati come "falsi monaci" che vennero immediatamente allontanati. Questa assemblea, che decise di inviare missionari al di fuori dell'India, segnò un momento decisivo per la diffusione del buddhismo.

Canto sacro buddhista tibetano I canti polifonici fanno parte dei rituali buddhisti praticati dai monaci dell'Università Tantrica di Gyuto, in Tibet. La cerimonia tradizionale si fonda su un'antica tecnica vocale, in cui il cantore riesce a produrre due o tre note vibranti più acute o più gravi del suono prodotto inizialmente dalla sua stessa voce. Il coro di tali voci forma una peculiare trama armonica, di straordinaria intensità sonora."Yamantaka

 

Un quarto concilio, tenutosi intorno al 100 d.C. a Jalandhar, o in un'altra località del Kashmir sotto l'egida del re Kaniska, rivelò in modo ormai evidente la presenza in seno alla comunità di diverse tendenze che il dibattito precedente non aveva saputo armonizzare. In modo particolare era divenuto insanabile il contrasto fra i monaci (detti in sanscrito Sthavira e in lingua pali Thera). Un gruppo, gli "antichi" (Thera, appunto) - da cui il nome Theravada utilizzato per identificare la loro scuola - propugnavano la stretta osservanza delle regole stabilite dal Buddha, mentre i membri della mahasanghika, cioè "grande assemblea", erano favorevoli ad accogliere istanze diverse in campo disciplinare, soprattutto per quanto concerne il ruolo dei laici, e in campo dottrinale interpretavano in modo tutto nuovo la figura del fondatore. Questa quarta assise non riuscì comunque nell'intento di conciliare gli orientamenti delle due correnti, e la tradizione Theravada ne rifiuta addirittura l'autenticità, richiamandosi più volentieri al concilio di Pataliputra.

La scuola Theravada si ritiene inoltre custode di quei testi sacri del buddhismo che, trasmessi dapprima in forma orale e redatti in forma scritta intorno a I secolo a.C., costituirebbero, secondo la tradizione, il resoconto fedele delle parole del Buddha riguardo ai più diversi argomenti dottrinali e disciplinari. Questa raccolta di scritture canoniche sopravvive in lingua pali (vedi Lingue Indoarie), uno degli idiomi che già prima dell'era volgare incominciarono a sostituire il sanscrito nell'uso comune, ed è nota con il nome di Tripitaka, cioè "Tre canestri", che indica la divisione in tre sezioni fondamentali: il Sutta pitaka, raccolta di discorsi, il Vinaya pitaka, codice di disciplina monastica, e l'Abhidhamma pitaka, scritto sistematico di natura filosofica. Il Sutta pitaka, composto essenzialmente di dialoghi fra il Buddha e diversi interlocutori, si divide a sua volta in cinque sottosezioni: Digha nikaya (Raccolta dei discorsi lunghi), Majjhima nikaya (Raccolta dei discorsi di media lunghezza), Samyutta nikaya (Raccolta dei discorsi l'un l'altro connessi), Anguttara nikaya (Raccolta di discorsi disposti in serie numerica) e Khuddaka nikaya (Raccolta di discorsi brevi), che contiene fra l'altro i popolari Jataka, ovvero le narrazioni delle vite anteriori del Buddha, e il Dhammapada (Versi della legge), esposizione sommaria degli insegnamenti filosofici e morali del maestro.

La disciplina che i monaci e le monache devono osservare è esposta nelle 227 regole del Vinaya pitaka, accompagnate ciascuna da un racconto, che ne illustra l'origine e lo scopo, e dalla minaccia della punizione prevista per chi osi infrangerle. Sette opere distinte compongono invece l'Abhidamma pitaka, che presenta in termini squisitamente tecnici un'analisi della struttura metafisica della realtà e una fenomenologia dell'attività psicologica, affiancando a questi trattati di alto spessore speculativo una sorta di lessico delle espressioni maggiormente rilevanti a livello concettuale. Accanto alle scritture canoniche, il buddhismo Theravada riconosce grande autorità ad altri due testi: il Milindapanha (I quesiti del re Milinda), opera risalente al II secolo a.C. che espone gli insegnamenti del Buddha sotto forma di dialogo fra il celebre re indoellenico Menandro (pali: Milinda) e il monaco Nagasena, e il Visuddhimagga (Via alla purezza), il capolavoro redatto nel V secolo a.C. da Buddhaghosha, il più famoso fra i divulgatori antichi della dottrina buddhista.

4  THERAVADA, MAHAYANA, LAMAISMO

Cogliendo in termini estremamente sintetici i dati di una situazione che nella sua evoluzione storica dovette essere certamente alquanto complessa, si può considerare la corrente Theravada e le undici scuole uscite da essa, come l'unica sopravvissuta delle diciotto scuole che raccolsero nelle proprie file i monaci assertori della fedeltà assoluta agli insegnamenti autentici del Buddha storico, in contrapposizione alle rivendicazioni sostenute da quanti, riconoscendosi in una delle cinque scuole della grande comunità mahasanghika, attribuivano ai membri delle diciotto scuole una visione eccessivamente elitaria dell'appartenenza religiosa e una scarsa attenzione al destino dei laici.

Fra queste scuole, quelle vicine all'ambiente della grande comunità mahasanghika delinearono una nuova immagine del Buddha, identificando il fondatore come una delle manifestazioni storiche di un Buddha eterno e trascendente; egli sarebbe apparso sulla terra per comunicare all'umanità la via della salvezza. Innumerevoli Buddha, mossi a compassione per la miserevole condizione dell'umanità, avrebbero nobilitato con la loro presenza momenti diversi dell'infinita vicenda ciclica della storia del cosmo, degnandosi di assumere la natura umana come ultima tappa di un processo di spogliazione della propria essenza metafisica. I fedeli devono comunque essere in grado di cogliere questa essenza, rivolgendo la loro attenzione, oltre che alle dottrine divulgate dall'ultimo dei Buddha storici, ai messaggi costantemente inviati all'umanità dalla schiera dei Buddha cosmici con le più diverse modalità della comunicazione mistica.

Maitreya Questa statuetta thailandese, conservata al Museo nazionale di Phnom Penh, in Cambogia, raffigura Maitreya, il Buddha futuro. Nel Buddhismo Mahayana, in particolare per la scuola Theravada, Maitreya è il successore del Buddha storico, che tornerà nel futuro ciclo cosmico per rinnovare i suoi insegnamenti segnando la fine dei tempi.Private Collection/SuperStock 

 

Di questa dottrina si sarebbe appropriata, precisandola ulteriormente, la seconda corrente fondamentale del buddhismo, quella Mahayana, che, emersa in seguito a vicende alquanto oscure fra il II secolo a.C. e il I secolo d.C., si pone di fatto in continuità con il pensiero del mahasanghika, per quanto sia estremamente problematico non solo stabilirne l'origine dall'una o dall'altra scuola, ma anche precisare la zona in cui mosse i primi passi, identificata ora con le regioni meridionali e ora con quelle nordoccidentali del subcontinente indiano. La corrente Mahayana che, come logica conseguenza della sua concezione, non considera uniche scritture autorevoli quelle del canone pali - legate esclusivamente alla figura del Buddha storico - venera anche numerosi testi redatti in lingua sanscrita, come il Saddharmapundarika Sutra (Sutra del Loto della Buona Legge), l'Avatamsaka Sutra (Sutra della Ghirlanda) e il Prajnaparamita Sutra (Sutra della Perfetta Sapienza), e attribuisce grande importanza alla figura del Bodhisattva, il saggio che, al pari dell'arhat teorizzato dalla scuola Theravada, mira a ottenere l'illuminazione, ma, a differenza di quest'ultimo, ritarda il suo ingresso nella condizione beata del nirvana una volta raggiunto lo scopo supremo, prolungando la sua esistenza corporea al fine di comunicare agli uomini, oggetto della sua compassione, la via della salvezza.

I Bodhisattva rappresentano per i fedeli del buddhismo Mahayana figure da venerare profondamente, riconoscendo loro una dignità vicina per tanti aspetti a quella del Buddha storico. Quest'ultimo costituisce, nella forma di "corpo di trasformazione", soltanto una, e la più caduca, delle manifestazioni del "corpo dell'essenza", la natura più autentica del Buddha cosmico, pura e assoluta nella sua perfezione spirituale, superiore anche a quella del "corpo di beatitudine" da contemplare nello splendore dei cieli, dove egli è assiso per inviare all'umanità i suoi messaggi salvifici.

La moltiplicazione delle figure dei Buddha, venerabili in questa loro multiforme natura dei tre corpi (trikaya) accanto agli stessi Bodhisattva, ha fatto del buddhismo Mahayana una forma di espressione religiosa spiccatamente devozionale, rispetto alla rigida visione della scuola Theravada, che considera unicamente la figura del Buddha storico; essa ha inoltre preparato al successivo sviluppo di un indirizzo che, a motivo dell'utilizzo di pratiche e culti magici ed esoterici simili per tanti aspetti a quelli del tantrismo di matrice induista, si definisce come "buddhismo tantrico" e incorpora la base dottrinale del lamaismo impostosi, dal VII secolo d.C., in Tibet, in Mongolia e, con la scuola Shingon, in Cina e Giappone.

5  LA DIFFUSIONE

Grande Buddha di Kamakura, Giappone Il buddhismo venne introdotto in Giappone nel 539 d.C. quando un governatore coreano stipulò un'alleanza con il governatore giapponese di Yamato. Per compiacerlo il governatore coreano gli inviò in dono una statua di Buddha e alcuni testi buddhisti che descrisse come i tesori più grandi che potesse inviare. Il Daibutsu (Grande Buddha) di Kamakura, Giappone, fu realizzato in bronzo nel 1252 da Ono Goroemon o da Tanji Hisatomo, entrambi abili fonditori. La statua, che ha un'altezza di 11,4 m e pesa circa 93 tonnellate, raffigura Amitabha (conosciuto anche come Amida) in uno stato di perfetto riposo e calma suprema.SuperStock 

 

Fede di solide tradizioni missionarie, il buddhismo divenne ben presto religione ufficiale nello Sri Lanka, dove era stato introdotto, nella versione Theravada, fin dall'epoca del re Aśoka, che inviò nell'isola il figlio Mahinda e la figlia Sanghamitta. Di fede Theravada erano anche i mon, gli abitanti indigeni dell'area birmana e thailandese; i birmani adottarono questa confessione soltanto nell'XI secolo, con il re Anuruddha, dopo avere conosciuto la versione tantrica fin dall'849, anno della proclamazione di Pagan capitale del regno. Diffusosi fra i thai, giunti dalla Cina nel XII secolo, il buddhismo Theravada fu proclamato religione ufficiale della Thailandia un secolo più tardi dal re Sukhotai, mentre al XIV secolo risale la sua penetrazione nel Laos e in Cambogia, dove già dal II secolo conviveva più o meno stabilmente con l'induismo, come mostrano anche le rovine del celebre complesso monumentale di Angkor Vat, l'espressione più significativa dell'arte khmer.

Le diverse correnti del buddhismo si diffusero in Cina fin dal I secolo d.C. come pratica filosofica dell'élite intellettuale, sensibile alla predicazione di maestri indiani quali Kumarajiva che, giunto in Cina nel 401, favorì l'opera di traduzione in lingua cinese dei testi sacri. Esse raccolsero numerosi seguaci, fino al prevalere definitivo della visione Mahayana sotto le dinastie Sui (589-618) e Tang (618-907). In questo periodo sorsero quattro scuole: la riflessione filosofica intorno al Saddharmapundarika Sutra costituisce il fondamento dottrinale della scuola nota con il termine giapponese Tendai, mentre l'Avatamsaka Sutra rappresenta il testo fondamentale della scuola Huayan a cui si affiancano l'indirizzo della Terra Pura, incentrato sulla venerazione del Buddha Amitabha, e quello Chan (Zen in giapponese).

Fortemente indebolito dalla persecuzione dell'845, il buddhismo non scomparve mai totalmente dalla Cina e conobbe una certa ripresa all'epoca della dinastia Yuan (1279-1368), dopo essere stato adottato come religione di stato dalle vicine compagini politiche che precedettero l'unificazione della Corea nel periodo Koryo (918-1392), epoca di massimo fulgore della fede Mahayana, poi subordinata al confucianesimo con la dinastia Yi (1392-1910). Sottomesso alla Cina fino al X secolo, anche il Vietnam accolse la tradizione Mahayana, diffusasi nelle epoche successive fino alla forte penetrazione del XVIII secolo, con la formazione di numerose scuole locali.

Giunto in Giappone dalla Corea (verosimilmente fra il 538 e il 552), il buddhismo fu proclamato religione di stato nel 593 dal principe Shotoku, e conobbe un notevole successo in epoca Nara (710-794) e Heian (794-1185), con lo sviluppo delle diverse scuole, fra le quali quella Tendai, introdotta dal monaco Saicho e successivamente riformata dai fautori degli indirizzi della Terra Pura e dello Zen; essi riscossero grande popolarità accanto alla scuola tantrica dello Shingon, fondata dal monaco Kukai, e a quella, sorta in epoca Kamakura (1185-1333), di Nichiren. Per quanto concerne il Tibet, il cammino che fece acquisire al Mahayana il suo carattere essenzialmente tantrico fin dal VII secolo ebbe fra i protagonisti principali il maestro Padmasambhava (metà VIII secolo), codificatore dei tratti fondamentali della dottrina poi diffusa dai lama.

6  LE PRATICHE TRADIZIONALI E LE TENDENZE RECENTI

La tradizione più antica identifica i fedeli del Buddha con i membri di una comunità di carattere essenzialmente monastico; la ben nota immagine del monaco dalla testa rasata, vestito di una tonaca arancione senza cuciture, evoca tuttora il seguace di questa religione e della sua disciplina, che conserva i suoi aspetti caratteristici nonostante i mutamenti e gli adattamenti certamente sopravvenuti nel tempo: i monaci oggi non sono più itineranti come in origine, ma seguono tendenzialmente (almeno nella tradizione Theravada) tutte le norme previste dagli scritti canonici. Osservano il celibato e l'obbligo di vivere unicamente di elemosina, disposizioni, queste, abrogate da alcune scuole giapponesi che permettono ai religiosi il matrimonio. Queste scuole impongono ai monaci, come fa lo Zen, di provvedere al proprio sostentamento per mezzo del lavoro agricolo.

 Il buddhismo non prevede alcun tipo di culto ufficiale, ponendosi piuttosto come filosofia di vita...

Membri della comunità sono considerati anche i laici, che condividono con i monaci e con le monache la professione di fede riassunta nella formula: "Io prendo rifugio nel Buddha, nel dharma (la dottrina, la legge del Buddha) e nel sangha (la comunità)". Sebbene il buddhismo non preveda alcun tipo di culto ufficiale, ponendosi piuttosto come filosofia di vita per il singolo, la venerazione del Buddha ha trovato comunque espressione in forme popolari, come testimoniano gli stupa, i tempietti votivi a forma di cupola che fanno parte del paesaggio urbano nei paesi buddhisti e che accolgono le reliquie dell'"illuminato", oggetto di una devozione molto sentita, come nel caso del dente del Buddha custodito a Kandy, nello Sri Lanka. Ai festeggiamenti che nei paesi di fede Theravada sono noti con il nome del mese (Vesakha) in cui Siddharta sarebbe nato, si affiancano i rituali più elaborati della tradizione Mahayana, con le immagini dei molteplici Buddha e Bodhisattva sempre pronti a ricevere le offerte (fiori, frutta, incenso) dei fedeli non solo nei templi, ma anche su altari domestici.

Il buddhismo rimane ancora vitale nei paesi dell'Asia orientale, soprattutto in Thailandia e in Birmania, per quanto abbia dovuto affrontare, quale conseguenza del rapido processo di occidentalizzazione, alcune delle istanze tipiche di una società moderna: alcuni monaci, infatti, si sono impegnati in prima persona in progetti volti a migliorare la condizione delle classi più umili. La loro attività ha l'esplicito fine di smentire le accuse di quanti considerano il buddhismo una fede essenzialmente passiva che si mostra insensibile alle miserie dell'umanità, considerate parte di un destino ineluttabile. Una conferma significativa di questo mutato atteggiamento si è verificata fin dal 1956 in India, dove il numero dei fedeli era costantemente diminuito fin dal XII secolo, con la conversione di oltre tre milioni di individui appartenenti alla casta più bassa della tradizione induista, quella dei cosiddetti "intoccabili".

Filosofia per sua natura nemica di ogni visione materialistica, il buddhismo ha subito restrizioni, e talora anche vere e proprie forme di persecuzione nei paesi retti da regimi comunisti; le difficoltà maggiori sono sorte in Cina, paese la cui classe dirigente ha mostrato chiaramente, dopo l'annessione del Tibet e l'esilio del Dalai Lama nel 1959, la propria ostilità, in particolare al lamaismo, ma in generale a ogni altra forma di questa tradizione religiosa. Molto attivo è invece da alcuni decenni il buddhismo giapponese, che ha conosciuto la nascita di numerose nuove scuole, come la Soka Gakkai ("Società per la creazione dei valori") sorta dalla scuola Nichiren e caratterizzata da una solida organizzazione soprattutto per quanto concerne le tecniche di proselitismo e l'utilizzo dei mezzi di comunicazione per una forma di propaganda capillare. Dal 1956 essa creò un "partito del buon governo", espressione concreta di un'ideologia che promette ai suoi fedeli felicità materiale e spirituale in questo mondo, trasfigurato in una sorta di paradiso terrestre. L'indirizzo Soka Gakkai ha acquisito, insieme allo Zen e ad altre scuole buddhiste, una certa notorietà anche in Occidente, dove ormai da alcuni decenni l'interesse per questa religione si esprime sia nel rinnovato fervore di studi, condotti soprattutto in chiave di accostamento comparativo con la tradizione filosofica occidentale, sia in forme di adesione più o meno ufficiale, limitate comunque a cerchie alquanto ristrette.

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