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HENRI BERGSON (Parigi 1859-1941)

filosofia


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HENRI BERGSON (Parigi 1859-1941)

Filosofo francese, si laurea in lettere e matematica all'Ecole Normale, dove ottiene il dottorato in filosofia. Nel 1914 è nominato Accademico di Francia e nel 1928 gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura. Di origine ebraica, si avvicina al cattolicesimo ma rinuncia a una conversione ufficiale per non offrire un alibi all'antisemitismo propagato in Europa dalla propaganda nazista.

Opere: Materia e memoria (1896); L'evoluzione creatrice (1907); Durata e simultaneità (1922); Il pensiero e il movimento (1934, raccolta di testi e conferenze che sintetizzano l'intera filosofia bergsoniana).

Punto di partenza di Bergson è l'evoluzionismo di Spencer: affrontando tale pensatore Bergson si imbatte però nel problema del tempo, elemento centrale delle teorie evoluzionistiche tipiche del positivismo. Tale elemento sugge però alle scienze matematiche, poiché nelle equazioni matematiche non si ha a che fare con il tempo ma con una su 212f57c a astrazione, ovvero con la riduzione del tempo a una serie di istanti tutti uguali, statici, indifferenti alla natura qualitativa dei fatti in essi contenuti. Di qui l'esigenza di Bergson di affrontare il problema del tempo tenendo conto non dell'approccio matematico bensì dell'apporto della biologia, della psicologia e della sociologia.




Bergson rifiuta dunque il tempo spazializzato della fisica e si propone una descrizione degli stati di coscienza in presa diretta, mediante l'introspezione, andando contro alla psicologia sperimentale positivista che pretendeva di rapportare i dati interni della coscienza ai fatti fisici esterni: i fatti della coscienza hanno una natura qualitativa che non è infatti rapportabile per Bergson a quella quantitativa dei fatti esterni. Il tempo concretamente vissuto della coscienza è una "durata", un fluire di stati di coscienza senza soluzione di continuità, dove ogni istante nasce sulla conservazione di qualcosa del precedente e porta qualcosa si nuovo (contro la separazione in istanti indipendenti del tempo puramente fisico ed esterno).

Spirito e corpo non sono più dualisticamente opposti tra loro, bensì sono come due estremi che si toccano: il primo come memoria raccoglie la totalità della vita vissuta, nella sua spontaneità e creatività; il secondo come percezione si concentra sul presente, sulle necessità pratiche dell'azione. Il corpo ha la funzione di limitare, in vista dell'azione, la vita dello spirito (è il cervello, organo corporeo, che seleziona i ricordi e limita la memoria totale, imponendo la dimenticanza di alcuni ricordi); ma è lo spirito che sopravanza e trascende il corpo, spingendolo nel futuro, riassorbendolo nella propria "durata".

La durata reale esprime l'intima essenza della coscienza. E' in Materia e memoria. Saggio sulla relazione tra il corpo e lo spirito che Bergson si interroga sul rapporto tra i due termini, con l'intenzione di eliminare la tradizionale contrapposizione tra idealisti e realisti. I primi (Berkeley anzitutto), riducono l'oggetto materiale ad una rappresentazione del soggetto conoscente; i secondi (a modello di Cartesio), interpretano la realtà materiale come una "cosa" preesistente alla rappresentazione e dotata di una natura diversa da essa.

Per Bergson invece la materia è un insieme di immagini, di qualcosa cioè che sta a metà tra la rappresentazione e la cosa. L'uomo comune, privo di concetti (e pregiudizi) filosofici, crede che esista una realtà distinta da lui (in accordo con i realisti e in opposizione con gli idealisti), la quale però coincide perfettamente con la percezione che egli ha di essa (in accordo con gli idealisti e in opposizione ai realisti). In sintesi, si tende a pensare che esista una realtà diversa dalle immagini contenute nella nostra coscienza, ma nello stesso tempo non si mette in dubbio che tali contenuti di coscienza non siano realtà autonome, esistenti indipendentemente dalla coscienza stessa.

Tra le varie immagini però ve ne è una che anche la facoltà di modificare le altre immagini in base a propri criteri; inoltre, mentre le altri immagini sono conosciute solo dall'esterno (con la percezione), questa immagine privilegiata viene vissuta dall'interno (si sentono cioè le sue affezioni). Questa immagine è il nostro corpo, chiamato a selezionare le altre immagini, scegliendo quelle più utili in vista della soddisfazione dei suoi bisogni e accantonando tutte le altre nella dimenticanza e nell'oblio: questo è il campo della percezione. Dato che la selezione operata dal corpo (dal suo organo che è il cervello) è motivata da interessi e bisogni, la percezione non ha un carattere puramente conoscitivo, ma comporta immediatamente un aspetto operativo; percepire vuol dire modificare la realtà materiale in base alle esigenze del nostro corpo , cioè agire.

Si tratta ora di vedere se il cervello - l'organo corporeo di organizzazione del pensiero e di selezione delle immagini - determini l'intera vita psichica e, tramite essa, il comportamento dell'uomo, oppure se esista un livello spirituale superiore e indipendente dalla pura attività cerebrale, dal quale sia piuttosto quest'ultima ad essere dipendente. In primo luogo, bisogna notare che la percezione tramite la quale l'uomo conosce il mondo e opera su di esso comporta un riferimento, per quanto piccolo possa essere, alla dimensione della memoria: percepisco e agisco in base a interessi e bisogni che si collocano nel passato, anche se prossimo, rispetto alla percezione-azione e questi interessi, a loro volta, sono condizionati da esperienze (ossia percezioni) precedenti.



A questo punto Bergson distingue tra due tipi di memoria: la prima è la memoria-abitudine , che presiede ai meccanismi motori; la seconda è la memoria pura , che contiene i 'ricordi indipendenti' , e coincide con la durata reale della coscienza. Quando compio un'azione meccanica (recito una poesia a memoria) mi servo della memoria-abitudine; quando penso a momenti della mia storia personale (quando leggevo la poesia per impararla a memoria, gli stati d'animo, le impressioni, i fatti connessi a quell'esperienza) faccio appello alla memoria-pura. La memoria-abitudine ricade interamente nell'ambito dell'organismo: è l'insieme dei meccanismi con cui il corpo rielabora una risposta a certi stimoli. La memoria pura rappresenta la sostanza spirituale della mia coscienza, identificandosi con quella durata reale in cui la coscienza si risolve.

Nella percezione corporea la prima ad essere direttamente chiamata in causa è la memoria-abitudine, che determina le risposte motorie adeguate alla situazione sulla base delle esperienze passate e tradotte dall'organismo in meccanismi automatici. Ma, in realtà, i contenuti specifici della memoria-abitudine non sono altro che una selezione di alcuni tra gli innumerevoli ricordi ospitati dalla memoria pura. Tra le due forme di memorie vige dunque un intimo rapporto di connessione. Da una parte, dall'inesauribile serbatoio della memoria pura provengono i ricordi necessari alla memoria-abitudine per permettere l'attivazione dei meccanismi motori in cui si ha la percezione. Dall'altra parte, è grazie alla memoria-abitudine che alcuni 'ricordi puri' vengono recuperati, riportati in superficie e materializzati in 'ricordi-immagine', a loro volta causa immediata delle risposte motorie.

Non vi è dunque alcuna soluzione di continuità nel processo che va dai ricordi puri, ubicati nella memoria fondamentale che coincide con la nostra coscienza spirituale, ai 'ricordi-immagine', con cui agisce la memoria meccanica dell'abitudine e, tramite essi, all'esito finale della percezione. La memoria-abitudine, espressione meramente organico-materiale dell'attività mentale e riconducibile ai processi associativi del cervello, non è dunque del tutto autonoma, ma dipende da quella memoria importantissima che, coincidendo con la durata reale della coscienza, è indipendente dall'ambito della materia e rientra interamente nelle regioni dello spirito. In questo modo Bergson intendeva dimostrare l' impossibilità di ridurre la vita psichica e i processi mentali all'attività cerebrale, fino a dire: "In una coscienza c'è infinitamente di più che nel cervello corrispondente".

In questo orizzonte l'evoluzione è un processo che riguarda il mondo in generale. Rifiuta il modello spenceriano (perché deterministico), sia l'evoluzionismo finalistico, poiché negano entrambi la spontaneità e la novità del processo evolutivo reale. L'evoluzione della realtà è slancio vitale, processo che continuamente si arricchisce, come un fuoco d'artificio che esplode espandendosi in varie direzioni: dalla vita vegetale a quella animale, fino all'uomo dotato di intelligenza. E' l'intelligenza che avvia l'uomo sulla strada del concetto e della coscienza, offrendogli la possibilità di elaborare schemi astratti che gli permettono di rispondere ai suoi bisogni fondamentali (ad esempio controllare il tempo facendone astrazione). Oltre all'intelletto (che si esprime nelle scienze), l'intelligenza umana si rapporta all'istinto, dato di partenza originario cui può fare ritorno accompagnata però dalla coscienza. Questo ritorno all'istinto, disinteressato e consapevole di sé, è ciò che Bergson chiama intuizione: quella "simpatia" per cui ci si inserisce nella interiorità di un oggetto per coincidere con ciò che di unico c'è in esso. L'intuizione diventa cioè organo di una reale conoscenza partecipativa che si esprime nell'arte (se diretta all'individuale) e nella metafisica (se diretta all'universale, alla totalità colta nel suo slancio vitale).







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