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Storia delle dottrine politiche - DAGLI ANNI '30 AGLI ANNI '70 DELL' OTTOCENTO

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Storia delle dottrine politiche - DAGLI ANNI '30 AGLI ANNI '70 DELL' OTTOCENTO
Storia delle dottrine politiche

Parte TERZA

DAGLI ANNI '30 AGLI ANNI '70 DELL' OTTOCENTO



Sul piano storico questo periodo è contrassegnato prima dalla crisi della Santa Alleanza e dal diffondersi del liberalismo, che mette radici in vari paesi dell'Europa continentale, poi, dopo il '48, dal consolidarsi della stagione liberale, fatta eccezione per la Francia, che con Napoleone III ritorna alla forma imperiale, e dell'area germanica, in cui le riforme del '48 non sopravvivono. Contemporaneamente si accentuano le rivendicazioni sociali, portate avanti dalle organizzazioni operaie che si vengono costituendo e si diffondono, in parallelo con  lo sviluppo industriale. Le spinte verso l'unificazione nazionale in Italia e in Germania animano la scena politica negli anni cinquanta e negli anni sessanta, mentre sul piano internazionale la decadenza dell'Impero Ottomano mantiene in movimento i rapporti tra le grandi potenze e introduce altre variabili, in un gioco che si fa via via più complesso e che con le  conquiste coloniali si allarga vistosamente. L'unificazione tedesca, poi, realizzata sull'onda dello scontro della Prussia con la Francia e nella forma militaresca del potere imperiale,  solleva ombre sulle sorti del liberalismo europeo,  anche se favorisce la nascita della Terza Repubblica francese.

In campo economico si assiste, da un lato, alla dilatazione e all'incremento della produzione industriale anche sul continente, dall'altro al passaggio alla seconda fase della rivoluzione industriale, quella trainata dall'industria metallurgica pesante, che richiede forti concentrazioni di capitale e grande uso di manodopera e che dà l'avvio a profonde trasformazioni in tutto il sistema di vita ottocentesco. Infatti è con lo sviluppo dell'industria metallurgica che si apre l'età della locomotiva e della strada ferrata, che nel giro di alcuni decenni copre l'Europa di una rete di trasporti, adatta a trasferire grandi quantità di uomini e merci, e delle navi a vapore dallo scafo metallico, che inaugurano comunicazioni marittime veloci e regolari, sottratte in gran parte alle avversità della natura.

Contemporaneamente anche il tessuto dei rapporti sociali è investito da cambiamenti significativi. Il dato più rilevante, rispetto all' ancien régime, è costituito dal deciso aumento della mobilità sociale: sia in verticale, dove assistiamo al rapido costituirsi di fortune,  ad altrettanto rapidi crolli, alle scalate sociali e al mescolarsi di aristocrazia e alta e media borghesia, che  in orizzontale per il verificarsi di crescenti flussi migratori dalle campagne alle città e, soprattutto, verso le città industriali. Questi imponenti spostamenti, che si innestano su vasti processi di destrutturazione e di ristrutturazione, implicano anche l'abbandono di un complesso di convinzioni, di attese collettive, di modelli di comportamento, legati in gran parte alla vita rurale. Li sostituiscono (non senza fratture e tormenti) nuovi punti di riferimento collettivi, incentrati sul lavoro industriale, sui beni mobili e sulla vita cittadina.

CAPITOLO  NOVE  -  Le idee democratiche

            Quando noi oggi parliamo di democrazia dovremmo dire, per maggior  precisione, "liberaldemocrazia", perché ci riferiamo a un complesso teorico, giuridico e istituzionale che raccoglie elementi provenienti sia dal filone liberale che da quello delle idee democratiche.

Fatte salve tutta una serie di  premesse si può dire sbrigativamente che il liberalismo fa capo a Locke e a Montesquieu e si sviluppa secondo le linee di pensiero che abbiamo visto fino ad ora (collegandosi strettamente al liberismo economico degli economisti classici e ispirando la rivendicazione dei diritti e delle garanzie dal potere durante la Rivoluzione Francese). Le idee democratiche nel Settecento hanno in Rousseau il loro primo potente assertore e, assieme ad altre espressioni minori, trovano importanti contributi nel pensiero di Condorcet; durante la Rivoluzione Francese esse ispirano le richieste di partecipazione e di controllo dal basso in nome della sovranità popolare.

Originariamente liberalismo e idee democratiche hanno dunque impostazioni teoriche diverse, interpretano con differenti vedute le funzioni delle istituzioni parlamentari, si collegano a strati sociali e a forze politiche diverse e marciano per un lungo periodo su percorsi lontani e in certi momenti contrastanti tra loro. In termini generali  liberali e democratici restano divisi e a volte avversari per tutta la prima metà dell'Ottocento (è l'epoca delle vittorie liberali contro l'assolutismo monarchico), mentre nella seconda metà del secolo si registra un loro avvicinamento nel quadro di nuove condizioni storico-politiche e di altri antagonismi che prendono il sopravvento. E' in questo periodo che si fanno strada in Europa le istituzioni "liberaldemocratiche", come istituzioni che combinano le garanzie costituzionali e la bilancia dei poteri con la sovranità popolare espressa attraverso un diritto di voto sempre più allargato che finisce per trasformarsi in suffragio universale (maschile).   Sul piano teorico si attenua l'individualismo e l'antistatalismo dei liberali mentre in campo democratico si moderano le interpretazioni troppo accomunanti e soffocanti del popolo (e della volontà generale) e accanto alla sovranità popolare si pone la "sovranità dell'individuo".

Se questo, a grandi tratti, è il tragitto che il pensiero democratico compie nel corso del secolo, va aggiunto anche che, al suo interno, c'è una linea minore di autori che ha particolarmente a cuore il peso politico degli strati popolari e che, soprattutto in certi momenti, reclama, contro le istituzioni parlamentari, delle trasformazioni più o meno profonde, atte a garantire una partecipazione il più possibile diretta del popolo o quanto meno un controllo maggiore sull'operato dei rappresentanti. 

Interessanti anche le prese di posizione degli autori democratici sui rapporti internazionali e sui temi della pace, della guerra e sulle forze armate.

9.0.           Istituzioni  rappresentative  e  mandato  fiduciario.

Ritorniamo brevemente a Rousseau e ai dibatti pre-rivoluzionari per mettere a fuoco alcuni punti fondamentali..

L'abate Sieyès esprime uno degli elementi centrali del pensiero democratico quando, in un pamphlet pubblicato nel gennaio del 1789, a nome del Terzo stato (e contro Aristocrazia e Alto clero), scrive: "se anche trovaste il modo di stabilire ovunque un ordine giusto senza  il nostro consenso non possiamo sopportare che altri dispongano di noi. Una lunga e funesta esperienza ci impedisce di credere alla stabilità di qualsiasi legge giusta, quando questa è il dono del più forte" [1]. E' l'idea roussoiana della libertà come autonomia, applicata allo scontro che si verifica in Francia al momento dell'apertura degli Stati Generali. E' la riproposizione  del principio classico dell' "obbedire soltanto a se stessi", che troviamo per esempio in Cicerone. In altri termini è la messa a fuoco dell'importanza primaria rivestita dal soggetto attivo della sovranità (il popolo per i democratici, la nazione per Sieyès), piuttosto che dai singoli atti con cui questa si esplica. 

Ma come dar corso alla libertà come autonomia nell'età moderna? Gli stati con le loro dimensioni rendevano impraticabile l'ideale della democrazia diretta (in cui il popolo riunito in assemblea vota direttamente le leggi), che si poteva adattare solo a piccole entità politiche. Il ricorso alla rappresentanza viene riconosciuto necessario e allo stesso tempo ci si interroga sul legame tra rappresentanti e rappresentati. Più precisamente si tratta da una parte di  configurare il passaggio alla rappresentanza moderna, dall'altra di valutare l'ipotesi di un controllo dal basso come volto dell'autonomia di cui si è parlato.

Sul piano teorico la messa a fuoco della rappresentanza moderna (e si tratta di un passaggio epocale che si proietta fino ai giorni nostri) viene compiuta, alla vigilia della Rivoluzione Francese (e sulla base anche della Rivoluzione Americana),  da Condorcet e da Sieyès. Ambedue questi autori si rendono conto che la realtà dello stato nazionale moderno può ispirarsi al principio della sovranità popolare o nazionale solo svincolando i singoli rappresentanti da vincoli localistici; ovvero che le elezioni politiche nello stato moderno sono incompatibili con un mandato vincolato (nei termini di Rousseau, ad esempio) e non possono che conferire un mandato fiduciario. Sieyès in particolare insiste sulla "volontà comune rappresentativa" come caratteristica delle società più evolute: questa volontà si forma nell'assemblea legislativa, quando i suoi membri sono eletti e quando ogni delegato, entrando a far parte di essa, rappresenta non più i suoi elettori, ma la generalità dei cittadini dello stato, e dà forma alla volontà comune in forza dei suoi lumi personali.

Condorcet, che si dedica a lungo ai problemi politico-costituzionali, dà molta importanza al sistema elettorale e alle procedure formali: il suo obiettivo è che nelle assemblee vi siano alte probabilità di decisioni "vere"; contemporaneamente sui progetti di legge che toccano i diritti di natura prevede un forte controllo dal basso con votazioni a livello di assemblee distrettuali.  

Con questo si tocca, allora, l'altro aspetto della rappresentanza moderna. L'ovvio controllo politico che gli elettori esercitano nei sistemi rappresentativi è costituito dalla possibilità di rieleggere o meno il candidato votato nella precedente elezione. In questo caso, però, si verificherebbe la situazione prevista da Rousseau per cui il popolo è sovrano solo nel momento delle elezioni. Per evitare dunque che le assemblee elette si allontanino troppo dalla volontà popolare in campo democratico sono stati proposti e sperimentati molti mezzi. Uno dei più semplici (indicato spesso durante la Rivoluzione) è quello della breve durata del mandato parlamentare, che sottopone i deputati a verifiche elettorali frequenti, ma che compromette la continuità dei lavori parlamentari. Altri strumenti sono il diritto di petizione, il diritto di iniziativa legislativa, il referendum, promossi da un certo numero di cittadini. Al di là di questi ci sono le proposte più radicali di ridimensionare il potere dell'assemblea rappresentativa centrale facendo variamente leva su forme di democrazia diretta a livello locale: in questi casi il sospetto che il mandato fiduciario finisca per non esprimere la volontà popolare raggiunge i suoi massimi livelli. 



9.1.           Le  idee  democratiche  negli  anni  30

Durante la Rivoluzione Francese erano stati soprattutto i giacobini (e gli uomini e i movimenti alla loro sinistra,  come gli hebertisti, gli arrabbiati, Babeuf .) a ispirarsi alle idee democratiche e a sostenerle nei loro scritti e nei loro discorsi, anche se dal 1793 al '94, nel periodo del loro governo, le condizioni eccezionali in cui versava il paese portarono a un esercizio semidittatoriale del potere. Con la loro caduta, poi durante il Direttorio e negli anni del regime napoleonico il pensiero democratico sembrò perdersi sotto successive ondate di repressione: gli uomini che ancora si ispiravano ad esso erano in esilio o si trovavano del tutto emarginati e coltivavano in segreto le proprie convinzioni.

            Durante il periodo della Restaurazione (1815 - 1830) le tensioni esistenti favoriscono la politicizzazione di alcuni settori della generazione nuova, che non aveva preso parte alla Rivoluzione dell'89. A livello di società segrete accanto ai liberali compaiono dei giovani democratici. A partire dal 1827 si affacciamo opere che riabilitano la Rivoluzione e gruppi e scritti che rimettono in circolazione i principi del pensiero democratico. E infatti nella rivoluzione del 1830 accanto ai liberali  vi è una attiva minoranza di democratici, che una volta insediata la monarchia di Luigi Filippo preme sul governo per una politica meno arroccata attorno all'alta borghesia. Vengono fondate associazioni politiche, si pubblicano una miriade di giornali, emergono importanti personalità (come G. Cavaignac, F. V. Raspail, A. Marrast, P.-J.-B. Buchez .). Si comincia a rivendicare l'allargamento del diritto di voto (ricordiamo che gli aventi diritto durante la Restaurazione erano ..,  ...), una più ampia libertà di stampa e di associazione, il rispetto delle garanzie costituzionali, il sostegno degli strati più bisognosi della popolazione e vengono riproposti idee, programmi, simboli, parole d'ordine che erano appartenuti alla Rivoluzione dell'89.

            Dopo una serie di agitazioni politiche e di tentativi di sommossa contro il liberalismo conservatore del governo, si comincia a far strada la convinzione che l'attività cospirativa e le società segrete (che erano presenti ancora nell'area estrema del movimento) siano fondamentalmente nocive alla causa democratica. Si punta allora, e siamo sul finire degli anni trenta, sulla formazione dell'opinione pubblica, sulla diffusione delle idee, sull'invenzione di nuovi modi per raggiungere i cittadini e per convincerli. Raspail e il gruppo che si raccoglie attorno a lui rappresenta bene la linea di coloro che abbracciano la via delle riforme e che si battono con mezzi legali per i diritti politici e per un generale miglioramento di tutte le classi sociali.  I principi che vengono additati sono quelli dell'eguaglianza, della sovranità popolare e della libertà. Il ventaglio delle posizioni che si ispirano a questi stessi principi è vasto e va da coloro che sono più attenti agli aspetti formali e istituzionali e interpretano l'eguaglianza come eguaglianza giuridica e politica a coloro che assieme all'affermazione della sovranità popolare sostengono la necessità di estendere l'eguaglianza alle condizioni sociali ed economiche o quanto meno di perseguire criteri di perequazione tra le classi sociali.

            Per avere un'idea di quante fossero le sfumature che differenziavano gli autori democratici degli anni 40 in Francia possiamo accennare brevemente a Raspail, un personaggio famoso all'epoca per l'impegno rivolto non solo alla causa politica, ma profuso anche con dedizione per il miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie dei ceti più poveri. Raspail non si dedica tanto alle questioni giuridico-istituzionali. Con lui siamo davanti ad una decisa accentuazione del versante etico: la politica democraticamente concepita coinvolge tutti gli aspetti della vita umana e le idee democratiche dilatano la loro portata fino a costituire una vera e propria visione del mondo che fornisce i valori essenziali da perseguire ad ogni livello. I punti di fondo sono costituiti dall'idea di progresso, dall'obiettivo della felicità universale, dal principio dell'eguaglianza e dalla virtù della fraternità. A suo parere "il mondo sta lavorando a un nuovo ordine di cose" ed egli non esita a parlare di "un'era nuova", e di "rigenerazione umana" [2].  Si tratta di "riportare tra gli uomini la pace mediante la concordia; la stima mediante l'indulgenza; la probità commerciale mediante l'abilità industriale; l'abilità industriale mediante la riforma delle istituzioni scientifiche; il miglioramento materiale mediante l'estinzione dei pregiudizi e dei bisogni ." [3]. L'eguaglianza, come si vede, non è l'eguaglianza materiale, ma è in primo luogo quella morale, che si fonda sulla stima reciproca degli uomini tra loro e sulla pari condizione degli uomini in quanto cittadini: è, secondo le sue parole, "l'eguaglianza che vivifica".

            Raspail è uno dei primi a sostenere l'idea del suffragio universale; non esita a parlare positivamente di "onnipotenza del popolo" e pensa a un potere esecutivo eletto anch'esso a suffragio universale. Questi elementi sono congiunti comunque ad una vena di tipo anarchico: egli  nutre un generale sospetto verso gli organi di potere; insiste sulla necessità di un ampio decentramento; auspica la soppressione delle leggi penali; vede nelle leggi civili motivi di un proliferare delle controversie e delle furbizie giuridiche; giunge ad ipotizzare anche il caso dell'uomo che rifiuta il contratto sociale e non entra a far parte  del complesso dei diritti e dei doveri dello stato. In ogni caso, anche quando scende sul piano delle proposte concrete (decentramento basato sui comuni; prevenzione dei crimini e recupero dei colpevoli; istruzione gratuita e obbligatoria per tutti; riforma fiscale con l'imposizione diretta e progressiva; abolizione dei monopoli e moralizzazione delle attività commerciali .), le analisi critiche e le indicazioni democratiche sono presenti secondo un taglio decisamente morale. Le ingiustizie sociali sono ricondotte al vizio dell'egoismo; il diritto di proprietà sta a fondamento della libertà e della vita; l'età nuova è delineata all'insegna di rapporti razionalmente concordati, ma soprattutto ispirati al criterio solidale dell'associazione e della fraternità. Raspail fa della sua vita una precisa testimonianza delle proprie convinzioni: con le sue scelte oltre che con le parole addita il modello di un impegno democratico qualificato sempre in termini di grande elevatezza etica e secondo uno spirito rigoroso tanto nella valutazione del presente che nell'incitamento alla costruzione e all'immaginazione del futuro.

9.2.           Il Dictionnaire Politique

            Per capire il grado di elaborazione delle idee democratiche negli anni 40 un punto di riferimento molto significativo è costituito dal Dictionnaire Politique, una grossa opera che, con le sue voci redatte da ben 57 autori, contribuisce allo sforzo di diffusione di quegli anni ad un livello altamente qualificato [4]. Il carattere stesso dell'opera, con la collaborazione di tanti autori, si presta a  dar conto delle ispirazioni diverse che sono presenti nella realtà democratica di quel periodo; ciononostante vi è un nucleo centrale di idee che opera delle scelte precise in ordine ai problemi dibattuti negli anni precedenti e che propone un preciso modello di repubblica.

            In primo luogo, dunque, il Dictionnaire propone una repubblica (la monarchia, di per sé,  è negazione della sovranità popolare) che nelle sue linee portanti è così disegnata: il popolo è sovrano; l'Assemblea nazionale emana dal popolo ed è incaricata di fare le leggi; il potere esecutivo ha il compito di eseguire le leggi sotto il controllo dell'Assemblea; questa "è designata dai suffragi dell'intera nazione" (suffragio universale) ed "è il primo potere dello stato" [5]. La divisione dei poteri c'è ma ha un valore più funzionale che garantistico, perché il fatto che le leggi siano espressioni della volontà generale offre di per sé il massimo delle rassicurazioni per i diritti dei cittadini. Viene sottolineata, comunque, l'importanza di una magistratura indipendente e la necessità di una Corte Suprema.  La struttura amministrativa dello stato è centralistica e, pur prestando la dovuta attenzione alle unità locali dei comuni, li riconduce ad un'ottica unitaria.  Nella voce Organisation leggiamo: se il governo monarchico si regge sulla divisione "nelle repubbliche, al contrario, ciò che importa non è altro che fare della popolazione un solo fascio; è qui che si trovano l'intelligenza e la volontà".  "Centralizzazione non consiste nel fare, al posto dei cittadini di una località, ciò che essi farebbero meglio da soli, ma nell'assicurare loro nel centro comune la giustizia, la protezione . Più interessi riunirete in questo centro e più avrete potenza, giustizia e vera libertà".

            In linea con il primato della sfera politica, che appartiene alla tradizione più forte del pensiero democratico, gli autori delle voci economiche del Dictionnaire concordano nel ricondurre sotto la guida dello stato fatti economici e problemi sociali. Si parla chiaramente (l'autore in questo caso è Courcelle Seneuil) del "ruolo di educatori" che i governi hanno verso "i popoli loro affidati" [6] e che il laissez faire toglierebbe loro. E l'ideale che viene auspicato (non senza un po' di paternalismo) è quello di "un potere veramente sociale, che regolarizzi il cammino dell'umanità . che aiuti i deboli e contenga i forti, che sviluppi tutte le intelligenze nel senso delle loro attitudini particolari e le fecondi tutte con l'educazione" [7]. La repubblica democratica ha dunque il dovere di occuparsi della vita economica e sociale del paese nell'ottica della realizzazione dell'interesse comune. Se questa affermazione trova concordi tutti gli autori che si occupano di voci economiche, diversi sono poi i toni delle critiche della situazione esistente e le precisazioni circa la natura degli interventi dello stato.  L'orientamento più moderato insiste sul perseguimento degli interessi nazionali facendo leva su un moderato protezionismo, preferisce un lento sviluppo industriale che non accresca troppo rapidamente le fila del proletariato, auspica una maggiore equità nella distribuzione dei profitti, ma suggerisce che la politica economica del governo non si avvalga  tanto dell'imperativo delle leggi, quanto piuttosto di "consigli". Altri autori, invece, propongono interventi più decisi e, ad esempio, suggeriscono l'intervento dello stato nella contrattazione dei salari per evitare gli scontri tra operai e padronato. Il fine di ogni società, scrive L. Duras, è quello "di assicurare il benessere di tutti i suoi membri nella misura del loro merito": "ogni prosperità che si fonda al di fuori di queste prescrizioni non può avere che un'esistenza effimera, quali che siano . lo splendore e l'estensione delle sue apparenze" [8].  L. Blanc (che scrive le voci Agitateur e Banque) si dichiara per la pubblicizzazione  delle attività bancarie: la presenza di un credito pubblico gestito dallo stato consentirebbe di assicurare il lavoro e di avviare l'organizzazione del lavoro stesso e dell'intera produzione secondo il criterio delle associazioni operaie e dell'autogestione.




            Questa repubblica democratica, che fonda la sua forza sulla sovranità del popolo, è pensata secondo le idee di unità e di associazione. L'"unità" corrisponde all'idea del popolo come Moi commun, come unico soggetto collettivo, ed è in stretto rapporto con l'uguaglianza nel senso che gli individui entrano in rapporto, si avvicinano, collaborano tra loro, formano le gerarchie necessarie, senza cristallizzarle in privilegi. In questi termini i rapporti sociali possono essere intesi come "associazione", ovvero come insieme consapevole, articolato e dinamico, che si costituisce su scale diverse a seconda del raggio di coesione che comprende. Di qui tutta una retorica dell'unità e dell'uguaglianza che investe la nazione (pensata anch'essa come associazione) e lo stato: "nell'Associazione tutte le forze si combinano in una forza unica . nessuno sforzo è perduto, nessun lavoro è sterile: tutto si collega, tutto s'incatena tutto obbedisce alle leggi di una mirabile armonia" [9]. "L'unità, scrive Duclerc, è la legge provvidenziale della società" [10]. In nome dell'unità si considerano i partiti come "le malattie del corpo politico" e si giunge a sostenere che "non è bene la presenza di più religioni in uno stato" [11].

            D'altra parte accanto a queste indicazioni centrate sull'unità del corpo politico convivono specifici e importanti riferimenti agli individui: al posto di "sovranità popolare" si trova spesso  "sovranità di tutti" che dà spazio appunto alle singole individualità. Si parla di popolo ma senza l'enfasi rivoluzionaria dei giacobini e senza in calore romantico proprio di altri autori. Garnier-Pagès, che è uno degli ideatori del Dictionnaire, nella presentazione argomenta così la legittimità della democrazia: "quando si tratta degli interessi di tutti, sta a tutti decidere . non si possono ottenere dei miglioramenti fondamentali e con essi la felicità comune, se non mediante la volontà di tutti" [12].

            Particolarmente interessanti sono quei contributi che riguardano i nessi tra democrazia, opinione pubblica e mutamento perché toccano inevitabilmente il tema della rivoluzione, assieme al recente passato francese, e il problema dell'ordine politico e sociale all'ordine del giorno anche in quegli anni. I rapporti tra maggioranze e minoranze è visto in chiave di verità relative che sono più o meno condivise e che per conquistare l'opinione pubblica devono percorrere un lungo cammino: sono le minoranze a farsi portatrici di idee e di forme sociali nuove, che trovano la loro legittimazione quando conquistano la maggioranza. Le strutture democratiche, con i loro organi rappresentativi e, prima ancora, con la libertà di stampa che favorisce la circolazione delle idee e il dibattito, offrono le condizioni ideali per l'affermazione delle idee nuove e perché le minoranze  possano divenire maggioranza senza traumi. Una portata traumatica hanno invece le rivoluzioni. Ma queste scoppiano quando non ci sono altre vie di libera espressione e di affermazione e, nella voce Révolution si precisa che l'insurrezione è sempre legittima quando, "provocata da una lunga resistenza del potere costituito . è voluta e compiuta da una maggioranza"[13]. Le rivoluzioni non hanno motivo di essere quando i poteri basati su assetti e credenze del passato non fanno resistenza e le nuove maggioranze possono accedere legalmente al governo.

            Nonostante il riconoscimento del passato rivoluzionario il pensiero politico del Dictionnaire punta quindi sull'unione di democrazia e ordine politico e sociale, quando invece gli avversari legavano la democrazia all'immagine di una dilagante e dirompente anarchia. In conclusione si può dire che il Dictionnaire Politique, a parte le varie ispirazioni dei tanti autori che vi intervengono, nel complesso offre un modello di democrazia rappresentativa che si presenta come una piattaforma a due anime: una più moderata, dove le riforme politiche prevalgono su quelle sociali, e una più radicale dove la proporzione si inverte. Comunque il punto più importante che mette a fuoco, sia agli effetti dell'opera di convincimento che si ripromette che per la storia del pensiero politico ottocentesco, è che solo le istituzioni democratiche consentono il cambiamento politico nel rispetto della legittimità e dell'ordine.

9.3.           I  democratici  sui  rapporti  internazionali

I principi dell'eguaglianza, della libertà e della sovranità popolare, anche se pensati prevalentemente con riferimento ai rapporti interni e al grande problema dell'obbedienza, si riflettono anche sui rapporti internazionali e gli autori democratici non mancano di  considerarli e di affrontare i temi della pace e della guerra.

            Nel corso dell'Illuminismo la convinzione più diffusa (ma anche troppo semplificatrice) era che le guerre rispondessero fondamentalmente alle ambizioni e ai desideri di conquista dei sovrani: senza questa spinta perversa i popoli avrebbero vissuto tra loro rapporti pacifici per dedicarsi alle loro operose attività.

            Condorcet nel suo Abbozzo di un quadro storico del progresso umano prevede una prossima epoca, che prolungando le tendenze già largamente emerse nel corso del Settecento,  vedrà l'espandersi dell'eguaglianza non solo all'interno degli stati ma anche sul piano internazionale, tra gli stati stessi. Le scienze, le arti e i principi affermati dalla Rivoluzione Francese avranno i loro effetti prima in Europa, poi si allargheranno alle altre parti del mondo e, nella mente dell'autore, porteranno al riscatto dei regimi coloniali e all'indipendenza dei popoli assoggettati in Asia, in Africa e nelle Americhe.  La schiavitù verrà definitivamente abolita (Condorcet durante la Rivoluzione fa parte di una Associazione per l'abolizione della schiavitù), si affermerà dovunque la libertà dei commerci, i rapporti tra i popoli saranno ispirati dalla ragione e da un generale spirito di fratellanza. "Quando, scrive Condorcet, avendo le necessità naturali avvicinato tutti gli uomini, le nazioni più potenti avranno elevato al rango di loro principi politici l'eguaglianza tra le società e quella tra gli individui, il rispetto per l'indipendenza degli stati deboli e l'umanità per l'ignoranza e per la miseria . allora si potrebbe forse ancora temere che restino sul globo spazi inaccessibili ai lumi o che l'orgoglio del dispotismo possa opporre alla verità barriere a lungo insormontabili?" [14].

In un contesto meno proiettato verso il futuro, ma sempre ispirato dai criteri democratici della sovranità popolare, negli scritti  pubblicati nel corso della Rivoluzione, questo autore pensa l'esercito come una milizia, amministrata dai distretti di appartenenza e con ufficiali eletti dai soldati, mentre per quanto riguarda la guerra sono sempre i distretti (quindi  delle entità locali vicine alla realtà popolare) ad essere chiamati in causa e a dare il loro parere vincolante.

            Queste idee sono riprese e sviluppate nel corso dell'Ottocento dagli autori che rientrano nel filone democratico. Raspail, per esempio, riprende con calore lo spirito patriottico dei giacobini e, sorretto dalla sua interpretazione etica, lo amplia ad una dimensione universale: l'umanità è composta da un vasto mosaico di nazioni, che a seconda dei loro avanzamenti a turno alimentano il progresso della civiltà e devono farlo nel rispetto reciproco e con senso di responsabilità e di solidarietà. Attento alle resistenze che i principi democratici incontrano in tanti ambiti, per quanto riguarda l'esercito egli coglie perfettamente il suo carattere di corpo separato: proponendone la riforma, egli critica il sistema militare "che fa dell'esercito una nazione a parte, che impedisce ai soldati di avere dei fratelli e che, per agguerrirli abbandona all'inattività della guarnigione e all'isolamento della caserma" [15].   Nel 1869 egli giunge a proporre una sorta di milizia nazionale per la quale ogni cittadino è soldato dai 20 ai 50 anni e presta servizio là dove risiede, frequentando le esercitazioni una volta la settimana e partecipando ogni mese alle grandi manovre. Nel suo progetto i capi sono eletti ogni anno da ogni corpo e, in caso di guerra, i generali sono nominati dall'Assemblea legislativa.

            Come risulta chiaro i democratici guardano con simpatia al sistema Svizzero dove la difesa del paese è assicurata senza fare dell'esercizio delle armi un'attività avulsa dalla vita civile e dei soldati un corpo separato. Infatti l'idea del popolo in armi è ripresa largamente ed è saldata al principio della sovranità popolare. Essa compare, ad esempio, anche in Giuseppe Mazzini che lega strettamente suffragio universale e nazione armata. In questo da una parte gioca la constatazione pratica di come le forze armate, che pure reclutano soldati provenienti nella maggior parte dagli strati popolari, siano spesso usate dal potere non tanto per la difesa esterna del paese quanto per la repressione all'interno, rivolta proprio contro le istanze popolari; dall'altra vale l'affermazione alta di un'etica patriottica per cui il cittadino vive a pieno la sua partecipazione al corpo politico unendo all'esercizio del voto la diretta partecipazione alla difesa della patria in caso di bisogno. Se si tien conto del quadro risorgimentale in cui si collocano queste affermazioni e dello spirito nazionale che si sviluppa nell'Ottocento, partecipazione politica e diretto impegno nell'esercizio delle armi, per le nazioni soggette allo straniero, significano lotta per l'indipendenza. Con questi presupposti, allora, l'ideale della pace, che è presente nei democratici e si salda alle idee di eguaglianza e libertà applicate al piano internazionale, ammette l'eccezione delle guerre rivolte al fine dell'indipendenza nazionale.

            Un altro autore che fa parte dell'area democratica e che sulla base della propria filosofia morale aggiunge altri elementi a queste problematiche è Charles Renouvier (1815 - 1903), considerato sul piano teorico uno dei padri della Terza repubblica e del partito radicale. Prima ancora di essere pensatore politico, Renouvier è un filosofo (introduce in Francia il criticismo di Kant) e un moralista (sia in senso stretto, in quanto si occupa specificamente di morale e  pubblica una importante opera nel settore, che in senso più ampio per il ruolo che la morale riveste nell'ambito del suo pensiero). Le sue convinzioni sui rapporti internazionali dipendono direttamente da questa visione e infatti le relazioni interstatuali sono trattate come relazioni tra governi composti di persone responsabili verso di sé e verso i cittadini. La ragion di stato, le esigenze nazionali, diventano allora del tutto secondarie rispetto alla moralità che comunque deve ispirare i membri della comunità. Considerando il problema della nazionalità e delle rivendicazioni di indipendenza, Renouvier scrive: "il vero fine di una politica morale è di migliorare gli stati conducendoli al rispetto dell'autonomia dei loro soggetti e delle loro autonomie reciproche, di considerarsi come prodotti della ragione e della volontà ancor più che delle affezioni e, quindi, di far dipendere le loro leggi di formazione o di scissione, innanzitutto dalla volontà deliberata dei loro membri, in secondo luogo dalle affinità e convenienze diverse che è consentito a questi di valutare, in terzo luogo dalle condizioni storiche imposte dal presente e dal passato" [16].



            Il principio dell'autodeterminazione dei popoli è svolto dunque in direzione del primato delle coscienze individuali e in costante riferimento con l'idea di giustizia. Su queste basi Renouvier condanna le aspirazioni egemoniche degli stati, il militarismo, le guerre di aggressione. Il fine ideale in cui pace e giustizia si fondono è quello di una "federazione di stati liberi, omogenei, autonomi, delimitati e moltiplicati dalle proprie decisioni e dalle proprie convinzioni e contemporaneamente dalle affinità naturali e dalla facilità di conoscersi e di amministrarsi" [17]. D'altra parte, a livello microsociale, e con riferimento alla vita militare e allo spirito che la circonda, egli critica acutamente lo spirito di disciplina quando corre il pericolo di divenire disumanizzante; rifiuta il principio dell'onore e il culto della forza; attacca il mito dell'eroismo. Nel vero stato libero i cittadini devono esercitare il loro senso di responsabilità morale anche nel valutare i rapporti con gli altri stati. Di qui la convinzione che in uno stato giusto i soldati saranno solo volontari e che "chiunque porti le armi è tenuto a esaminare, per agire da uomo libero" [18]. Lo stato deve rispettare la coscienza individuale per gli atti che richiedono la partecipazione diretta: la dichiarazione di guerra decisa a maggioranza dal parlamento non basta. L'individualismo morale di questo autore  mostra qui da una parte la sua ingenuità ideale; dall'altra la forza critica di cui è capace, anticipando in questo caso la complessa tematica dell'obiezione di coscienza in un momento in cui la guerra di massa non si è ancora rivelata in tutti i suoi micidiali aspetti. 



[1] E.-J. Sieyès, Che cos'è il terzo stato, Roma, Editori Riuniti, 1972, p. 83.

[2] D. Ligou, François-Vincent Raspail ou le bon usage de la prison, Paris, Martineau, 1968, p. 145.

[3] Ivi, p. 135.

[4] Il Dictionnaire Politique è pubblicato a Parigi da un famoso editore democratico, Pagnerre, prima in fascicoli mensili, poi in volume nel 1842. Il numero delle voci è elevatissimo.  Il volume è unico e conta  944 pagine. Gli autori appartengono in gran parte al mondo del giornalismo democratico di quegli anni.

[5] Il rifiuto del bicameralismo accentua la posizione di superiorità dell'Assemblea nazionale.

[6] Dictionnaire Politique, Paris, Pagnerre, 1842, p. 355.

[7] Ivi, p. 94.

[8] Ivi, p. 849.

[9] Ivi, p. 114.

[10] Ivi, p. 105.

[11] Ivi, p. 690.

[12] Ivi, p. XVI-XVII.

[13] Ivi. p. 847.

[14] J. A. N. C. Condorcet, Saggio di un quadro storico dei progressi dello spirito umano, Roma, Editori Riuniti, p. 191.

[15] François Vincent Raspail ou le bon usage de la prison cit., p. 137.

[16] Ch. Renouvier, Science de la morale, Paris, 1908 (prima edizione 1869), vol. II, p. 288.

[17] Ivi, p. 323.

[18] Ivi, p. 295.







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