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I TOTALITARISMI NEL PERIODO TRA LE DUE GUERRE - fascismo, nazismo e stalinismo a confronto

politica


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I TOTALITARISMI

NEL PERIODO TRA LE DUE GUERRE

TESINA MULTIDISCIPLINARE

STORIA:           fascismo, nazismo e stalinismo a confronto

ITALIANO:        il Futurismo e F. T. Marinetti, All'automobile de corsa

ARTE:               il Novecento Italiano e M. Sironi, Squadra d'azione
FILOSOFIA:      l'interpretazione errata che i nazisti diedero del pensiero



nietzschiano

FRANCESE:       E. Ionesco, Rhinocéros

INGLESE:          G. Orwell, 1984

LETTERE CLASSICHE: la commedia in rapporto con i regimi totalitari

GEOGRAFIA in lingua francese: l'écho mondial de l'économie des États-

Unis

SCIENZE:          le correnti a getto

Il termine «totalitarismo» fu inventato dagli antifascisti italiani già nella prima metà degli anni '20. Successivamente gli stessi fascisti lo usarono in senso positivo per definire la loro aspirazione ad un'identificazione totale tra stato e società, ma fu introdotto nella sua accezione odierna nel secondo dopoguerra dall'ebrea Hanna Arendt nella sua opera Le origini del totalitarismo, per definire i regimi antidemocratici del XX secolo, caratterizzati dalla mancanza di controllo delle istituzioni rappresentative sul governo, dall'assenza della libertà di stampa e di associazione, dalla martellante mobilitazione ideologica delle masse come strumento di controllo della società da parte del capo e del partito unico, dalla deresponsabilizzazione etica degli individui nell'esecuzione delle direttive del potere, dalla contrapposizione frontale ai principi del pluralismo democratico liberale.

I totalitarismi naturalmente hanno numerosi punti di contatto nell'ideologia e nell'amministrazione del potere, ma presentano comunque delle differenze significative per le manifestazioni e per gli esiti raggiunti.

Innanzi tutto bisogna fare una differenziazione tra i regimi totalitari definiti "fascisti", di destra e i regimi comunisti dell'est europeo. I movimenti e i regimi convenzionalmente chiamati "fascisti" si proposero principalmente come artefici di una rivoluzione, e volevano da 141i82b r vita ad un nuovo ordine politico e sociale. Sul piano politico essi volevano l'accentramento del potere nelle mani di un capo, una struttura gerarchica dello stato, un inquadramento più o meno forzato della popolazione nelle organizzazioni di massa, un rigido controllo sull'informazione e sulla cultura, attraverso i quali controllare il popolo stesso. Sul piano economico e sociale, il fascismo si vantava di aver indicato una "terza via" fra capitalismo e comunismo, anche se ciò non avvenne realmente consistendo piuttosto in una soppressione della libertà dialettica sindacale, e in un complessivo rafforzamento dell'intervento statale in economia.

La "terza via" proposta da tali regimi, nonostante la sua inconsistenza, esercitò una notevole attrazione sugli strati sociali intermedi, che offrirono un'adesione diffusa ed entusiastica ai regimi fascisti, mentre le classi borghesi aderirono più per ragioni utilitaristiche che per credo ideologico, e le classi popolari mal sopportarono l'autoritarismo.

In effetti, tali regimi seppero capire le società di massa, interpretarne le componenti aggressive e violente e sfruttarne appieno le tecniche e gli strumenti, fornendo ai giovani in cerca di avventura, agli intellettuali bisognosi di certezze e ai piccoli borghesi senza una rappresentanza politica la sensazione di appartenere a una comunità e di riconoscersi in un capo, la convinzione di essere inseriti in una gerarchia basata sul merito e non sui privilegi di nascita e l'identificazione certa di un nemico.

In particolare, il capo assunse diverse denominazioni nei vari regimi, mantenendo però pressoché gli stessi privilegi, che in Germania presero il nome di Führerprinzip: il Führer, o, in italiano Duce era colui al quale spettavano le decisioni più importanti, la fonte suprema del diritto, la guida del popolo, colui che sapeva esprimere le aspirazioni ed era dotato di carisma, un dono che forniva al capo la consapevolezza di avere una missione da compiere in nome di tutto il popolo con cui il capo era in un rapporto diretto, senza mediazione istituzionale o rappresentanza di sorta.

Bisogna soffermarsi però, anche sulla caratteristica individuazione di un nemico comune: nei totalitarismi fu rappresentato soprattutto dagli oppositori politici. Chi rivestì questo ruolo nei regimi di destra furono i comunisti; era diffusa, infatti, la paura di una rivoluzione sul modello di quella russa, come successe soprattutto in Italia, dove il fascismo riuscì ad avere l'appoggio economico dei grandi proprietari terrieri e degli industriali preoccupati dall'ondata di scioperi operai del "Biennio rosso". In Russia, invece, furono i capitalisti agrari, tra cui anche i kulaki, piccoli proprietari terrieri, ad essere fortemente avversati, accusandoli di affamare il popolo, che viveva in condizioni disastrose dopo la NEP, a cui Stalin, che pensava che solo un deciso impulso da parte dello stato all'industria pesante avrebbe potuto fare dell'URSS una grande potenza, fu pesantemente contrario per i suoi risvolti liberisti. Questa individuazione precisa di un nemico ebbe, però, presto fine, trasformandosi in lotta verso tutti quelli che non erano completamente a favore della politica del regime, ed anche verso gli alleati degli inizi: in Germania le SA, il cui stato maggiore fu assassinato dalle SS nella "Notte dei Lunghi Coltelli" su ordine dello stesso Hitler, spaventato dall'eccessiva autonomia dei reparti d'assalto e dalle loro posizioni radicali in campo sociale; in Italia i RAS e gli squadristi degli inizi, emarginati da Mussolini nel suo processo di accentuazione della struttura autoritaria e totalitaria dello stato; in Russia infine, i vecchi bolscevichi leninisti, i quadri staliniani, la maggioranza degli ufficiali dell'esercito, il gruppo dirigente della pianificazione economica operata da Stalin, impegnato nell'organizzazione di una dittatura personale sull'esempio dei grandi zar riformatori.

In un aspetto particolare, però, il regime nazista si differenziò dagli altri, in quello, cioè, più efferato e indimenticabile di esso: l'antisemitismo.

In effetti, Hitler, convinto sostenitore di una teoria darwiniana, secondo la quale la vita è una continua lotta in cui solo i forti sono destinati a vincere, credeva nell'esistenza di una razza ariana superiore e conquistatrice, progressivamente inquinatasi per commistione con le razze "inferiori". Perché la razza ariana dominasse sull'Europa e sul mondo, però, era necessario eliminare gli ebrei, nemici interni, portatori del virus della dissoluzione morale, in quanto "popolo senza patria", respingere le imposizioni di Versailles, recuperare i territori perduti ed espandersi verso popoli slavi, anch'essi inferiori, alla ricerca dello spazio vitale, che avrebbe permesso di far coincidere l'espansione territoriale con la crociata contro il comunismo.Forse è proprio questo aspetto che differenzia maggiormente il regime fascista e quello nazista, anche se, nel 1938, anche Mussolini fece emanare delle leggi razziali: il mito della razza, la sua difesa e l'idea della "soluzione finale" furono certamente la manifestazione più vistosa e più orribile della politica del regime nazista, quelli che risultano ancora oggi ricordi indimenticabili di quegli anni. Questo particolare aspetto è stato interpretato da molti come risultato della speculazione filosofica nietzschiana. In effetti, l'ambiguità di fondo, sopratutto di sfondo socio - politico, dell'opera del filosofo tedesco, e la ricostruzione sistematica operata dalla sorella Elisabeth e da uno dei discepoli, sono stati fattori fondamentali delle interpretazioni naziste del pensiero del filosofo, che si configura piuttosto come il miglior interprete della fine di un mondo e del bisogno di rinnovamento di un'epoca.

L'ideologia nazista lesse la teoria del superuomo in chiave politica, credendo che il filosofo volesse profetizzare ed annunciare l'arrivo di una classe di persone degne di comandare sul mondo intero. Le stesse caratteristiche dell'ubermensch, il superuomo, furono enormemente fraintese dai nazisti, che videro in esso il ritratto di Hitler.

Anche "la Morte di Dio" fu distrutta e stravolta, ridotta in smanie di potere da parte di qualche gerarca nazi-fascista. I nazisti la intesero, infatti, come la distruzione culturale e fisica dei valori, ritenuti da loro stessi fittizi e non necessari; ponevano il passaggio della "Morte di Dio" necessario per creare una nuova etica e morale, degna di un superuomo, un'etica capace di far raggiungere lo scopo della volontà di potenza, sulle macerie della vecchia morale, dei vecchi valori, delle vecchie certezze. Proprio questa fu letta, per comodità in chiave politica e sociale, identificando nel superuomo, l'uomo che raggiunge la volontà di potenza, quell'uomo che è capace con la sua forza, di sopprimere gli altri e comandare il mondo intero.

L'errore di questa interpretazione risiede tutto nella lettura politica che si fece della filosofia di Nietzsche. La "Morte di Dio" è, per il filosofo, qualcosa di altamente esistenziale, e rappresenta il punto del divenire completo verso il raggiungimento del superuomo, verso la consapevolezza della volontà di vivere. Dio è l'essenza degli ideali umani che hanno bloccato l'uomo nel suo eterno divenire, Dio è l'insieme di quelle certezze e di quei valori assoluti che l'uomo, nella sua storia, si è posto d'innanzi al caos vitale. In questo la "Morte di Dio" si configura come bisogno di andare oltre, non distruggere, a ciò che l'uomo ha creato per fermare il proprio divenire, come necessità di porsi davanti alla vita nella sua completa essenza, nel ricorrere nella vita stessa terrena della volontà di vivere, identificata da Nietzsche nella volontà di potenza. Quest'ultima, quindi, diventa affermazione totale del proprio io verso l'esterno, consapevolezza di riuscire a vivere la propria vita e di accettarla senza alcun valore umano - metafisico, ma solo terreno.

Fu forse anche l'enorme impatto che questo annuncio nietzschiano ebbe, la causa dell'interpretazione errata, ma bisogna ricordare che l'interpretazione libera, voluta dal filosofo, dal suo pensiero, non ci deve comunque far perdere di valore in sé di esso, capace di distruggere e costruire il nuovo, con le fondamenta del vecchio.

Ci sono altre differenze sostanziali, soprattutto tra i regimi di destra, che provengono, però, dalla situazione preesistente al loro avvento: il rapporto con la chiesa e con il sistema statale.

Il fascismo, infatti, fu costretto, da un certo punto di vista, a stringere accordi con la chiesa, che aveva un ruolo preminente nella vita del popolo italiano, anche se ricavò, comunque, dei vantaggi dai Patti Lateranensi, soprattutto in materia di consenso delle masse e di appoggio politico. Il nazismo, invece, rifiutò sempre fortemente la Chiesa e la religione, preferendo proporre i miti laici e romantici della terra e del sangue, e comunque, non fu mai avversato ufficialmente ne' dalla Chiesa di Roma, ne' da quella protestante.



Inoltre il fascismo fu sempre costretto a fare i conti con l'autorità del re, che non era subordinata al fascismo, ne' derivava da esso i suoi titoli di legittimità, anche se era regolarmente esautorato e deteneva poteri del tutto teorici, almeno finché il regime fosse rimasto forte e compatto intorno al suo capo. Questo aspetto rappresentò sempre un motivo di sotterranea debolezza del regime fascista, laddove il regime nazista ne fu esente, soprattutto dopo la morte di Hindemburg, quando Hitler accorpò su di sé le cariche di Presidente della Repubblica e capo del governo.

Un aspetto accomuna, però, fortemente, i tre regimi totalitari: l'importanza data alla propaganda. Per far sì che l'ideologia del regime fosse accettata e riconosciuta da tutti, venivano organizzate grandi manifestazioni, accuratamente preparate in modo da dare a chi partecipava la sensazione fisica dell'appartenenza alla comunità, e a chi osservava l'impressione dell'efficienza del regime e della compattezza del popolo; l'uso di manifesti e cinegiornali era accurato e molto diffuso. In modo da raggiungere la maggioranza della popolazione, e la stampa era sottoposta a strettissimo controllo, e inglobata nel Ministero per la Propaganda in Germania, nel Ministero per la Cultura Popolare in Italia, o costretta nei canoni del realismo socialista in Russia.

Proprio per il loro carattere totalitario, i regimi del '900 non poterono non essere in stretto contatto con tutti gli aspetti della cultura; un esempio eclatante di questa tendenza fu il futurismo letterario in Italia.

In effetti, questo movimento, nato ad opera di Filippo Tommaso Marinetti, un giovane e polemico intellettuale d'origini italiane e residente in Francia, che pubblicò il primo Manifesto del Futurismo il 20 febbraio 1909 su Le Figaro, rappresentava pienamente le attitudini del Movimento dei Fasci di Combattimento, al quale, non a caso, molti futuristi presero parte: un'insieme di valori forti, assunti per definire i contenuti e le forme espressive della rivoluzione estetica che essi vollero affermare sulla scena del XX secolo. Ciò che Marinetti voleva proclamare erano l'amore per il pericolo, il desiderio di rischiare, l'ambizione di dar voce all'energia individuale e agli istinti interiori, un nucleo psichico ed emotivo sul quale fondare una nuova arte, non solo celebrativa del coraggio, della violenza e della temerarietà, ma coraggiosa, violenta e temeraria essa stessa: in questo programma la scrittura è azione, e il poeta diventa eroe, oltre che cantore dei moderni valori epici. Su un piano propriamente letterario, le premesse teoriche del futurismo condussero al rifiuto della tradizione classica, nel nome di una nuova estetica e di una nuova sensibilità artistica. Gli autori futuristi scompaginarono e dissolsero l'impianto consueto della scrittura poetica, e ripudiarono drasticamente ogni eredità morale e artistica del passato e della tradizione. Essi inseguirono un'espressione verbale libera dai vincoli della grammatica, della sintassi e della metrica, capace di ritrarre con assoluta fedeltà il continuo e inesausto fluire del mondo. Per questo motivo essi ricorsero all'accumulo esasperato e caotico di immagini sensoriali, alla moltiplicazione dei piani del discorso, all'assorbimento sfrenato e parcellizzato di frammenti della realtà. Essi mirarono a realizzare i procedimenti di trascrizione e lettura dei testi, spingendosi fuori delle norme canoniche e sfruttando invece massicciamente la metafora, l'analogia, l'onomatopea, e valorizzando le risorse espressive offerte dalla possibilità di distribuire spazialmente e graficamente il testo in modi inediti e rivoluzionari.

Essi, poi, armonizzarono questa loro sete di novità e di distacco dalla tradizione con i progressi e i successi tecnologici della modernità: lo sfrecciare dell'automobile da corsa ne divenne il simbolo più vistoso, come possiamo notare nell'ode All'automobile da corsa di Marinetti.

Veemente dio d'una razza d'acciaio,
Automobile ebbra di spazio,
che scalpiti e fremi d'angoscia
rodendo il morso con striduli denti...
Formidabile mostro giapponese,
dagli occhi di fucina,
nutrito di fiamma
e d'oli minerali,
avido d'orizzonti, di prede siderali...
Io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,
scateno i tuoi giganteschi pneumatici,
per la danza che tu sai danzare
via per le bianche strade di tutto il mondo!...
Allento finalmente

le tue metalliche redini,
e tu con voluttà ti slanci
nell'Infinito liberatore!
All'abbaiare della tua grande voce
ecco il sol che tramonta inseguirti veloce
accelerando il suo sanguinolento
palpito, all'orizzonte...
Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù...

Che importa, mio démone bello?
Io sono in tua balìa!...Prendimi!... Prendimi!...
Sulla terra assordata, benché tutta vibri
d'echi loquaci;
sotto il cielo acciecato, benché folto di stelle,
io vado esasperando la mia febbre
ed il mio desiderio,
scudisciandoli a gran colpi di spada.
E a quando a quando alzo il capo
per sentirmi sul collo
in soffice stretta le braccia
folli del vento, vellutate e freschissime...

Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane
che mi attirano, e il vento
non è che il tuo alito d'abisso,
o Infinito senza fondo che con gioia m'assorbi!...
Ah! ah! vedo a un tratto mulini
neri, dinoccolati,
che sembran correr su l'ali
di tela vertebrata
come su gambe prolisse...

Ora le montagne già stanno per gettare
sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,
là, a quel sinistro svolto...
Montagne! Mammut in mostruosa mandra,
che pesanti trottate, inarcando
le vostre immense groppe,
eccovi superate, eccovi avvolte
dalla grigia matassa delle nebbie!...
E odo il vago echeggiante rumore
che sulle strade stampano
i favolosi stivali da sette leghe
dei vostri piedi colossali...

O montagne dai freschi mantelli turchini!...
O bei fiumi che respirate
beatamente al chiaro di luna!
O tenebrose pianure!... Io vi sorpasso a galoppo!...
Su questo mio mostro impazzito!...
Stelle! mie stelle! l'udite
il precipitar dei suoi passi?...
Udite voi la sua voce, cui la collera spacca...
la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia...
e il tuonar de' suoi ferrei polmoni
crrrrollanti a prrrrecipizio
interrrrrminabilmente?...
Accetto la sfida, o mie stelle!...
Più presto!...Ancora più presto!...
E senza posa, né riposo!...
Molla i freni! Non puoi?
Schiàntali, dunque,
che il polso del motore centuplichi i suoi slanci!

Urrà! Non più contatti con questa terra immonda!
Io me ne stacco alfine, ed agilmente volo
sull'inebbriante fiume degli astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!

In effetti, i futuristi furono fra i primi, nella ricerca artistica e letteraria, ad avvertire ed esprimere l'importanza delle trasformazioni socio-economiche in corso, e compresero la rilevanza epocale del mutamento della società italiana nell'età della prima industrializzazione. Tuttavia, troppo spesso la loro fu soltanto un'acritica e superficiale esaltazione delle novità scientifiche ed antropologiche, con un atteggiamento che impediva di cogliere le contraddizioni celate nella nascente società capitalistica.

Proprio la mancanza di lucidità e di profondità nella riflessione etica ed estetica da parte degli intellettuali futuristi fu alla base delle scelte che alcuni esponenti del movimento maturano negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, quando l'esaltazione della violenza e dello scontro alimentarono l'ideologia del fascismo nascente.

Molte e cospicue sintonie ideologiche, quali il rifiuto della storia, la propaganda pirotecnica ed eclatante, il cinico disprezzo degli avversari, la ricerca consapevole del consenso, la volontà di potenza, l'antiparlamentarismo, portarono non pochi esponenti del Futurismo ad abbracciare il partito fascista; lo stesso Marinetti, nel suo volume Futurismo e Fascismo scriveva:

Il fascismo contiene e conterrà sempre quel blocco di patriottismo orgoglioso, violento, prepotente e guerriero che noi futuristi, primi fra i primi, predicammo alle folle italiane. Perciò sosteniamo strenuamente il fascismo, salda garanzia di vittoria imperiale nella certa, forse prossima, conflagrazione generale.

  Tuttavia, dopo il 1920, lo stretto rapporto tra fascismo e futurismo si sfaldò, sia perché il movimento futurista iniziò a dissolversi, sia perché esso disturbava, con i suoi atteggiamenti provocatori e distruttori, la borghesia. In effetti, pur condividendo le idee futuriste sulla guerra, sull'interventismo, sul nazionalismo e sulla superiorità degli italiani, il fascismo doveva presentarsi agli occhi della classe borghese come restauratore dei valori tradizionali e sostenitore del "ritorno all'ordine", caratteristico del periodo del dopoguerra. La guerra, infatti, con la sua brutale violenza, aveva richiamato tutti alla realtà, distruggendo le teorie estetiche delle avanguardie, e rendendo necessario un ritorno ad un realismo tre - quattrocentesco trasfigurato su un piano intellettuale, in cui la chiarezza razionale, la solidità della forma, la precisione del disegno e la nettezza del colore rivestirono un'importanza fondamentale.

Il tanto auspicato "ritorno all'ordine" conteneva, però, un equivoco di fondo nel riallacciarsi, in modo apparentemente uguale, al Trecento e al Quattrocento, due periodi storicamente ben diversi: la semplificazione trecentesca delle forme tende, infatti, a rendere evidente, in funzione delle masse, il significato educativo della storia religiosa narrata; la stessa semplificazione, nel Quattrocento, significa invece ridurre la realtà a volumi geometrici, chiari, elementari, e immediatamente percepibili dalla ragione, che dà ad essi il proprio ordine logico attraverso la prospettiva. Esso, inoltre, ha generato la lunga polemica fra chi lo intende come modo per creare uno stile nazionale unitario, e chi lo intende come recupero delle tradizioni locali, contro gli influssi stranieri.

Uno dei movimenti artistici più significativi di questo periodo e di questa tendenza, particolarmente legato al fascismo, fu il gruppo denominato Novecento, nato ad opera di sette pittori, sotto l'organizzazione e l'ispirazione di Margherita Sarfatti, studiosa d'arte contemporanea nonché collaboratrice del Popolo d'Italia, giornale ufficiale del Partito Fascista, e amico personale di Benito Mussolini. Esso si costituì, forse non soltanto per una coincidenza, nell'ottobre 1922 a Milano, nella stessa città e nello stesso periodo in cui si stava organizzando la Marcia su Roma, dalla quale avrebbe preso il via la dittatura fascista.

Pur non avendo un'ideologia precisa, ne' configurandosi come una vera tendenza, questo gruppo fu particolarmente gradito al Partito fascista perché appariva contraddistinto dal "ritorno dell'ordine", anche se lo stesso Mussolini, nel 1923, all'inaugurazione della mostra del Novecento, pronunciò un discorso molto cauto.

L'unico programma di questo movimento fu quello generico, sostenuto dalla Sarfatti, che auspicava la precisione nel segno, la decisione nel colore, la risolutezza della forma, cioè concretezza e fermezza, in opposizione al dinamismo e al macchinismo sostenuti dal futurismo, così caro al fascismo degli inizi. Proprio questi elementi, in assenza di quadri con temi dichiaratamente fascisti, fecero riconoscere a Mussolini, nel 1926, il Novecento come caratteristico dell'Italia contemporanea perché «risultato di una severa disciplina interiore»:

MUSSOLINI E L'ARTE DEL «NOVECENTO ITALIANO»

Mi sono domandato se gli avvenimenti che ognuno di noi ha vissuto, guerra e fascismo, hanno lasciato una traccia nelle opere qui esposte. Il volgare direbbe no, perché salvo il quadro A noi, futurista, non c'è nulla che ricordi o, ohimè, fotografi gli avvenimenti trascorsi o riproduca le scene delle quali fummo in varia misura spettatori o protagonisti.




Eppure il segno degli eventi c'è. Basta saperlo trovare. Questa pittura, questa scultura, diversifica da quella immediatamente antecedente in Italia. Ha un suo inconfondibile sigillo. Si vede che è il risultato di una severa disciplina interiore. Si vede che non è il prodotto di un mestiere facile e mercenario, ma di uno sforzo assiduo talora angoscioso. Ci sono i riverberi di questa Italia che ha fatto due guerre, che è diventata sdegnosa dei lunghi discorsi e di tutto ciò che rappresenta lo sciattume democratico, che ha in un venticinquennio camminato e quasi raggiunto e talora sorpassato gli altri popoli: la pittura e la scultura qui rappresentate sono forti come l'Italia d'oggi è forte nello spirito e nella sua volontà. Difatti nelle opere qui esposte vi colpiscono questi elementi caratteristici comuni: la decisione e la precisione del segno, la nitidezza e la ricchezza del colore, la solida plasticità delle cose e delle figure.

B. Mussolini, in Il Popolo d'Italia, 16 febbraio 1926

Dopo questi eclatanti inizi, il Novecento non ebbe vita facile, minato da rivalità personali interne e da scontri fra gruppi regionalisti. Mussolini, per non compromettersi a favore degli uni o degli altri, non partecipò all'inaugurazione della seconda mostra, nel 1929.

Soltanto Sironi, una delle personalità più importanti, promosse l'ultima offensiva, con l'invito ad inventare un'" arte fascista", monumentale, sociale, collettiva, educatrice, con figure arcaicizzanti e architetture romaneggianti per conferire maestà alla rappresentazione.

Nonostante questa convinzione, Sironi, interventista e combattente nella Prima Guerra Mondiale, ex futurista ed ex metafisico, non dà il meglio di sé nella pittura murale. Poiché i contenuti non hanno quell'altezza che egli, che crede veramente nel fascismo, presume di vedere in esso, e proprio perché in esso i valori mancano completamente, gli affreschi celebrativi di Sironi sono per lo più vagamente retorici.

Talvolta, invece, in opere di dimensioni minori, e non allegoriche, i contenuti fascisti trovano il loro linguaggio espressivo, benché in senso opposto a quello voluto dall'artista.

In Squadra d'azione, ad esempio, la sobrietà dei pochi colori tetri, la concentrazione degli uomini assiepati sul camion, le armi e il gagliardetto che ne fuoriescono, esprimono con chiarezza l'aggressione violenta che sarà perpetrata di lì a poco ai danni dei sostenitori della democrazia da parte della "squadraccia".

Tornando al Novecento, però, furono proprio la ricerca di un'"arte fascista" e le contraddizioni interne, che determinarono la fine del movimento e la caduta nella più bassa retorica, così come accadeva, nello stesso periodo, in Russia, con il "realismo socialista".

Non ci furono, però, come potrebbe sembrare, solo voci a favore dei regimi totalitari, ma, al contrario, molti intellettuali espressero le loro rimostranze, in maniera anche particolare.

L'écrivain franco-roumain Eugène Ionesco parlait du problème des totalitarismes dans sa pièce Rhinocéros, qui était à la base contre le fascisme, mais s'adapte, cependant, à tous les mouvements de masse, dangereux ou non, où les gens adoptent une idéologie et foncent, sans réfléchir.

En effet, Ionesco avait vécu, en 1937/'38, la montée du fascisme chez un nombre croissant de ses amis roumains : un virus mystérieux s'infiltrait en eux, les changeait, rendait la communication impossible. Dans la pièce cette maladie souterraine est représentée par la "rhinocérite", qui transforme tous en rhinocéros, naît d'une acceptation, d'un renoncement à combattre, puis se change en admiration pour aboutir à l'impossibilité de faire autrement, et gagne peu à peu toute la ville. La "rhinocérite" c'est d'abord le nazi-fascisme, mais la portée symbolique de la pièce est plus ample : tous les totalitarismes sont visés.

Bérenger, le personnage principal, semble représenter l'anti-héros, l'homme inadapté à tout ordre, se différenciant des autres dans l'utilisation du langage. Il ne peut se résoudre à croire que la masse ait tort et que soit lui seul qui ait raison.

Ionesco s'incarne en fait en ce personnage pour avoir vécu la même situation ; il lance ainsi un message adressé à tous ceux qui ont le courage de s'opposer à la masse.

Nous pouvons comprendre la lutte interne à quoi Bérenger doit faire face en lisant un passage de l'ouvre ionescien, dans lequel Bérenger refuse de se laisser contaminer par la "rhinocérite" des autres, et affirme sa personnalité malgré le conformisme qui l'entoure :

 JE RESTE CE QUE JE SUIS

...Et si, comme me l'avait dit Daisy si c'est eux qui ont raison ?

 Un homme n'est pas laid, un homme n'est pas laid !

Quel drôle de chose ! À quoi je ressemble alors ? À quoi ?

Des photos ! Qui sont-ils tous ces gens-là ? M. Papillon, ou Daisy plutôt ? Et celui-là est-ce Botard ou Dudard, ou Jean ? ou moi, peut-être !

Oui, je me reconnais ; c'est moi, c'est moi !

C'est moi, c'est moi.

Je ne suis pas beau, je ne suis pas beau.

Ce sont eux qui sont beau. J'ai eu tort ! Oh, comme je voudrais être comme eux. Je n'ai pas de corne, hélas ! Que c'est laid, un front plat. Il m'en faudrait une ou deux, pour rehausser mes traits tombants. Ça viendra peut-être, et je n'aurai plus honte, je pourrai aller tous les retrouver. Mais ça ne pousse pas !

Mes mains sont moites. Deviendront-elles rugueuses

J'ai la peau flasque. Ah ! ce corps trop blanc, et poilu ! Comme je voudrais avoir une peau dure et cette magnifique couleur d'un vert sombre, une nudité décente, sans poils, comme la leur !

Leurs chants ont du charme, un peu âpre, mais un charme certain ! Si je pouvais faire comme eux.

Ahh, ahh, brr ! Non, ça n'est pas ça ! Essayons encore, plus fort ! Ahh, ahh, brr ! Non, non, ce n'est pas ça, que c'est faible, comme cela manque de vigueur ! Je n'arrive pas à barrir. Je hurle seulement Ahh, ahh, brr ! Les hurlements ne sont pas des barrissements ! Comme j'ai mauvaise conscience, j'aurais dû les suivre à temps. Trop tard maintenant ! Hélas, je suis un monstre, je suis un monstre. Hélas, jamais je ne deviendrai rhinocéros, jamais, jamais ! Je ne peux plus changer. Je voudrais bien, je voudrais tellement, mais je ne peux pas. Je ne peux plus me voir. J'ai trop honte !

Comme je suis laid ! Malheur à celui qui veut conserver son originalité !

Eh bien tant pis ! Je me défendrai contre tout le monde ! Ma carabine, ma carabine !

Contre tout le monde, je me défendrai ! je suis le dernier homme, je le resterai jusqu'au bout ! Je ne capitule pas !

Ionesco is not the only author that talks about totalitarianism. In fact, also George Orwell, an English novelist and journalist, who had lived in India and in Paris, wrote about them, with his novels Animal Farm and, above all, 1984.

He wrote 1984 in an age of totalitarianism, and he published it in 1949, when the Communist Party established in China.

It is an attempt to describe the future: Orwell presents life under a dictator, called Big Brother, and a vast hierarchy under him represented by the Party. The despot is never seen and there is no certainty he really exists: he could only be an empty and symbolic figurehead; people are constantly controlled by telescreens, which are located everywhere, even in private houses.

Orwell had spent time in Spain during the peak of their fascist regime as a correspondent for the BBC, and he was very disappointed with how that administration turned against its citizens; he thought that these governments had "iron curtains" around their populations, suppressing their freedoms and strictly controlling their actions. That is why the novel is overrun with ideas of hunger, forced labour, mass torture and imprisonment, and perpetual monitoring by the authorities.

In his travel, Orwell also felt Spanish media was nothing more than a propaganda machine, hiding the truth and inflating half-truths to disillusion the masses. This is likely to be the reason why Winston Smith, the main character, also works for a media agency, since it is through his actions that the reader knows how deeply the Party affects and controls any public expression. It is also Winston's exasperation with this manipulation in his own experiences.

The novel is also set in a state of perpetual war, since Orwell was writing right after World War II. He was able, in his travels, to see the experiences of the masses in Spain, Germany and the Soviet Union, on which he bases the condition of the "proles" (the masses) in the novel and the suffering expressed in Winston's childhood.



George Orwell wrote 1984 as a warning. He creates a "dystopia" in the novel, with the intention to describe a society that he never wanted to exist in reality. However, sadly, the fictional society of Oceania is eerily reminiscent of Hitler's Germany or Stalin's Soviet Union, both of which were in power during Orwell's time, suggesting that the warning had come too late for those citizens.

Big Brother's physical characteristics are also eerily similar to the physical attributes of both Hitler and Stalin. They all have dark moustaches and charismatic rhetorical styles.

Even if the denunciation made by Ionesco and Orwell can be considered very similar, they have a fundamental difference: Orwell is more pessimistic than Ionesco. In fact, Winston Smith, after an exhaustive torture, became a new man, completely loyal to the Party and Big Brother:

...Forty years it had taken him to learn what kind of smile was hidden beneath the dark moustache. O cruel, needless misunderstanding! O stubborn, self-willed exile from the loving breast! Two gin-scented tears trickled down the sides of his nose. But it was all right, everything was all right, the struggle was finished. He had won the victory over himself. He loved Big Brother.

The message is unmistakable: the author felt that dictatorship was not only a permanent threat to the political future of mankind, but it also represented a danger for individual psychological freedom because it could manipulate people's minds.

Bisogna, però, sottolineare che un particolare aspetto della cultura è stato sempre avversato dai regimi totalitari: la commedia.

La risata può essere, infatti, una pericolosissima nemica del potere, e i regimi totalitari hanno sempre cercato di mettere a tacere le voci che sottolineavano le pecche e le ridicolaggini del regime stesso.

Anche Umberto Eco sottolinea questo aspetto nella sua opera Il nome della rosa, mettendo in risalto, per bocca del vecchio bibliotecario, quanto il riso sia una manifestazione pericolosissima. Esso nasce, infatti, dallo stravolgimento delle regole etiche e naturali precostituite, e da un tentativo di sconvolgimento di situazioni perfettamente chiare.

Nei secoli si è pensato di suddividere la commedia in due categorie: una comicità astratta e una comicità contingente.

La comicità astratta è di carattere universale, perché basata su situazioni sostanzialmente immutabili, e su meccanismi che non subiscono mutamenti, se non minimi, e può essere considerata una base pressoché inesauribile di comicità.

La comicità contingente è, invece, estremamente volatile, dato che si basa su situazioni e personaggi storicamente ben definiti, e su giochi linguistici che si perdono nel tempo, dunque sfocia nella satira. Il maggior rappresentante di questo tipo di commedia è il greco Aristofane, le cui opere sono fortemente legate ad Atene e alle situazioni politiche che si svolgevano nella città al tempo del comico.

Esiste, però, un altro genere di commedia, in cui non si ride apertamente, ma si sorride soltanto, un genere più tardo e raffinato, in cui vengono presentate situazioni di tipo etico, con contrasti generazionali e psicologici, il cui scopo è principalmente quello di far riflettere. Questo genere prende il nome di commedia di carattere, e i suoi rappresentanti maggiori furono Menandro, greco, e Terenzio, latino.

Le caratteristiche di questo genere teatrale sono suggerite da Aristotele in un passo della sua Poetica. Egli riprende un termine legato alla tragedia, μίμησις, ma lo unisce ad un'espressione che indica la sgradevolezza dell'aspetto e la difformità del carattere, le quali generano il γελοιον, il ridicolo. Questo, però, non significa che si debba ridere delle sofferenze altrui, ma soltanto di alcune tipologie di persone ed eventi ridicoli. Non si può, quindi, parlare di ελεος, φόβος e catarsi per la commedia, essendo questi del tutto estranei al senso del comico ed alla sua funzione.

  Anche se la cultura letteraria fu particolarmente legata ai regimi totalitari, in particolar modo alla dittatura fascista, la ricerca scientifica non scomparve, anche grazie alla crescita industriale.

Un'importante scoperta fu quella delle correnti a getto, che possono essere paragonate a veri e propri "fiumi d'aria". Esse sono correnti d'aria a grande velocità situate ai limiti superiori della toposfera, la fascia più densa dell'atmosfera, in cui è concentrata la maggior parte della massa dei gas e dove avvengono tutti gli eventi meteorologici, situata più vicino alla superficie terrestre.

Esse sono costituite da un flusso compatto di aria, che scorre da ovest verso est parallelamente alla superficie terrestre, e sono considerati i flussi più veloci del sistema delle correnti occidentali di alta quota. Esse si dividono in corrente a getto subtropicale, situata in una fascia compresa tra i 25° e i 35°, e corrente a getto polare, situata ad alta latitudine, tra i 45° e i 60°.Esse non soffiano con velocità costante, e durante l'anno cambiano direzione e posizione: si spostano verso il polo durante l'estate, e verso le basse latitudini durante l'inverno; inoltre, presentano oscillazioni cicliche che possono durare anche tre o quattro settimane.

Le cause delle correnti a getto non sono ancora chiare. Probabilmente esse si originano dall'incontro di aria calda e umida tropicale con aria più fredda e secca di provenienza polare alle latitudini intermedie. Le differenze bariche innescherebbero forti venti che verrebbero deviati verso est dalla forza di Coriolis. La rotazione della Terra contribuirebbe poi ad aumentare considerevolmente la velocità dei venti, trasformandoli nelle correnti a getto.

Esse sembrano avere notevoli effetti sul tempo atmosferico e sono ritenute responsabili di improvvise ondate di freddo invernale o di fughe di aria tropicale, che causano ondate di calore in estate.

Bisogna sottolineare, comunque, l'importanza che ebbe, per quanto riguarda le scelte economiche dei regimi totalitari, la crisi della Borsa di Wall Street, che causò una brusca svolta nelle economie di quegli stessi Paesi.

Solamente la Russia di Stalin non fu interessata dalla crisi, grazie alla politica economica protezionistica adottata.

In Germania la crisi, invece, mise in grave difficoltà il governo di coalizione guidato dai socialdemocratici, provocando un dissenso insanabile tra la SPD e i partiti di centro-destra, circa il destino dei servizi sociali statali. Nel marzo 1930 la guida del governo passò al leader del Centro cattolico Brüning, che attuò una severa politica di sacrifici, che produsse, tra gli altri, la rapida ascesa del movimento nazionalsocialista.

In Italia la crisi si fece sentire in minor misura, grazie alla politica economica adottata a partire dal 1925, fondata sul protezionismo, sulla deflazione, sulla stabilizzazione monetaria e su un più accentuato intervento statale nell'economia, ma causò, comunque, una forte recessione. La risposta del regime alla crisi si attuò su due direttrici fondamentali: lo sviluppo dei lavori pubblici, per rilanciare la produzione e attutire le tensioni sociali, in analogia con le politiche messe in atto sia negli Stati Uniti di Roosvelt, sia nella Germania di Hitler, e l'intervento, diretto o indiretto, dello Stato, a sostegno dei settori in crisi.

L'influence économique des États-Unis sur les autres pays de l'Europe et du monde représente seulement un des aspects à travers lesquels la superpuissance américaine se manifeste.

Même aujourd'hui cette grande puissance présente une économie qui est incontestablement la première du monde.

Les États-Unis représentent le plus grand marché solvable, avec un pouvoir d'achat élevé et une frénésie de consommation dont les effets se font sentir sur la balance commerciale.

Ils pèsent aussi d'un poids déterminant dans les négociations commerciales internationales, en occupant les premiers rangs mondiaux pour la production ou la consommation. Donc, les États-Unis restent la seule puissance réellement susceptible d'agir sur l'économie mondiale, et la seule économie dominante sur la planète, même si leur suprématie ne peut pas être imposée dans tous les domaines.

Cette puissance économique repose notamment sur leur capacité à investir et à innover.

Les investissements proviennent des entreprises et des banques d'affaires américaines, mais aussi des entreprises et investisseurs étrangers attirés par le dynamisme de l'économie des États-Unis.

Par ailleurs, les grandes entreprises investissent beaucoup dans la Recherche-Développement, en faisant des États-Unis le premier centre d'innovation, grâce aussi à l'excellence de cette recherche scientifique. En outre, l'économie américaine présente aussi un puissant réseau de relations entre grandes entreprises, riches familles et universités privées.

La souplesse du système fait que même des PME peuvent connaître des réussites fulgurantes.

Grâce au capitalisme libéral et à la libre entreprise, les Américains travaillent beaucoup, prennent des risques professionnels et n'hésitent pas à changer d'activités. Leur mobilité spatiale et professionnelle est sans doute une des raisons de leur réussite et de leur capacité à s'adapter à la nouvelle donne économique et technologique.

Le capitalisme libéral est, toutefois, même générateur de problèmes. La recherche effrénée du profit rapide conduit à des dérives : le dualisme de l'économie et de la société est très accusé. De brillantes et rapides réussites côtoient les marginalisations et exclusions sociales.

Il peut être aussi responsable du gaspillage des ressources et d'atteintes importantes à la qualité de l'environnement, malgré la pression de puissants mouvements écologistes.

Pur avendo, dunque, degli aspetti non propriamente negativi nelle politiche adottate, soprattutto, i regimi totalitari del '900 fecero un grande errore di fondo, a mio avviso, che fu quello di rifiutarsi di trovare un accordo con gli Stati Democratici, che avrebbero potuto assicurare il loro regime per periodi più lunghi di quanto non accadde, pensando piuttosto ad allargare i propri confini e a cercare il dominio su tutta l'Europa e non, favorendo così i presupposti della propria caduta.

Questo, certamente, aggiunto alla moltitudine di efferatezze compiute, che, ancora oggi, continua a sconvolgere il mondo intero.







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