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I REGIMI DEMOCRATICI

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I REGIMI DEMOCRATICI

I REGIMI DEMOCRATICI

 

La democrazia è la forma politica che ha mostrato nel tempo le maggiori capacità di adattamento a condizioni diverse, le maggiori capacità di apprendimento e le maggiori potenzialità di trasformazione. Attualmente i regimi democratici esistenti presentano una grande varietà di strutture e di modalità di funzionamento. E' ovvio che un conto sono le democrazie reali ed un altro discorso sono le teorizzazioni sulla democrazia. Per questo vi è insoddisfazione nei confronti delle democrazie esistenti e ciò spiega perché è nei regimi democratici che si assiste ai tentativi più frequenti e più incisivi di riforme istituzionali, politiche e socio-economiche. Le più recenti ondate di democratizzazione hanno portato alla costruzione del maggior numero di regimi democratici mai esistiti e ciò è avvenuto anche in aree geografiche ed in ambiti culturali fino a tempi recenti considerati poco ricettivi, se non fondamentalmente ostili, alla democrazia. Si distingue fra democrazie liberali e democrazie elettorali. Nelle democrazie liberali si avviene che:

-         i diritti civili e politici sono riconosciuti e tutelati



-         si è affermato e viene rispettato il governo della legge (rule of law)

-         la magistratura è indipendente e, allo stesso modo, sono indipendenti molte autorità amministrative

-         si è sviluppata una società pluralista e vivace con mezzi di comunicazioni non soggetti a controllo governativo

-         i civili esercitano il controllo sui militari

Nelle democrazie elettorali, invece, certamente si vota, ma uno o più dei principi sopra elencati non sono rispettati e vengono frequentemente violati.

Dalla definizione di democrazia data da Schumpeter si può individuare con precisione quali regimi sono democratici e quali no, ma si può anche valutare come un regime democratico accresca e riduca la sua democraticità. Secondo Schumpeter dunque:

il metodo democratico è quell'assetto istituzionale per arrivare a decisioni politiche nel quale alcune persone acquistano il potere di decidere mediante una lotta competitiva per il voto 333e49d popolare.

Le critiche più ovvie a Schumpeter sono le seguenti:

-         la presunta riduzione della democrazia a competizione elettorale

-         con un mandato o una delega ad una squadra di persone

-         che acquisirebbero un potere enorme

-         non controllabile per tutta la durata della loro carica

Secondo Rousseau il popolo (come quello inglese) sarebbe libero soltanto una volta ogni quattro o cinque anni, ovvero nell'intervallo tra un'elezione e la successiva. Per il resto il popolo sarebbe soggetto passivo delle decisioni della squadra politica vincente. I critici di Schumpeter hanno analizzato una democrazia puramente procedurale (quella di Schumpeter, appunto) ed una tutta rappresentativo-parlamentare (Kelsen) ed una partecipativa, nella quale i cittadini partecipano attivamente, intensamente, continuativamente alla produzione delle decisioni politiche a tutti i livelli. Per Sartori, il metodo di Schumpeter va combinato con il principio delle reazioni previste individuato da Friedrich e quindi non è affatto scollegato dalle potenzialità di partecipazione incisiva dei cittadini. Al contrario, i cittadini attivamente partecipanti obbligheranno l'intera squadra di governanti ad essere maggiormente ricettivi e responsabili. In sostanza, e sono le reazioni previste di Friedrich, per il desiderio di essere rieletti, per il gusto del potere, per amore del prestigio, per godere dei privilegi e bearsi della popolarità derivanti dalle cariche, persino per genuina lealtà alle promesse elettorali e per ambizione di passare alla storia, la maggior parte dei governanti si sforzerà di interpretare al meglio le preferenze del maggior numero di elettori. Insomma vorrà essere rieletto e allora i cittadini possono far conto sulla responsabilizzazione complessiva dei loro governanti. La definizione di Schumpeter integrata dalla regola delle reazioni previste di Friedrich consente dunque di avere un ottimo ed insuperato punto di partenza per iniziare il discorso sulle democrazie reali.

Fra i requisiti indispensabili per il voto, il primo è che il corpo elettorale deve essere definito in maniera tale da includere tutti i cittadini senza alcuna discriminazione tranne, è il punto di arrivo delle democrazie contemporanee, l'età. Oggi non è più necessario, in nessun luogo, quando inizia il processo di democratizzazione, combattere la battaglia per il riconoscimento del diritto di voto. Paradossalmente, però, questo vantaggio determina una minore necessità di mobilitazione dei cittadini, così si spiega per esempio l'ampio astensionismo dei paesi dell'Europa centro-orientale. E' ovvio che per la democrazia il solo voto non è sufficiente: Dahl ha redatto un accurato elenco dei requisiti per la creazione di un regime democratico ed è costruito sulle garanzie necessarie da conferire ai cittadini e sui diritti da promuovere e da proteggere affinché le loro preferenze incidano effettivamente sull'azione dei governanti prescelti secondo le modalità suggerite da Schumpeter. Con riferimento a questo schema, Dahl ha sottolineato che è utilizzabile per valutare i processi storici di democratizzazione e quindi per classificare i diversi sistemi politici. Lo schema può servire altresì a distinguere due dimensioni: quella della contestazione nei confronti delle autorità e quella della partecipazione influente. Il procedimento di allargamento delle opportunità di contestazione è definibile come liberalizzazione e conduce dai regimi chiusi alle oligarchie competitive. Il procedimento di allargamento delle attività di partecipazione è definibile come inclusività e conduce a regimi per l'appunto che includono, nei quali tutti o quasi hanno la possibilità di partecipare. Ma che non sono necessariamente regimi competitivi allorquando il potere continua ad essere controllato dalle elite dominanti. La democratizzazione discende dalla congiunzione dei due processi: liberalizzazione ed inclusività. Il suo esito consiste nella creazione di regimi che Dahl definisce poliarchie, usando un termine di origine greca, poiché di questi regimi nessun gruppo è in grado di egemonizzare il potere politico che, invece, è relativamente diffuso fra una pluralità di detentori. Se il sistema politico soddisfa i requisiti indicati da Dahl e rispetta le garanzie ed i diritti per i cittadini e per i gruppi, la democrazia in entrata, quella che riguarda le preferenze espresse dai diversi soggetti politici, è sostanzialmente conseguita. Nel corso del tempo, questa democrazia potrà essere integrata ed arricchita dal ricorso a forme di democrazia diretta, quali le petizioni e, in particolare, i referendum. A questo punto, si apre il problema della democrazia in uscita, vale a dire del grado di controllabilità delle decisioni prese dai governanti, di identificabilità delle loro responsabilità specifiche, di revisione delle decisioni, anche attraverso i referendum, di rispondenza specifica ovvero generale alle preferenze dei cittadini. In questo caso, come abbiamo visto, gioca un ruolo essenziale il perseguimento della rielezione e quindi la paura della sanzione da parte dell'elettorato, inoltre i perdenti imbastiranno una seria opposizione per convincere l'elettorato della bontà delle loro proposte. Ovviamente il controllo dell'opposizione sull'operato dei governanti dipenderanno molto dal tipo di democrazia che è stata costituita. In sostanza la definizione di Schumpeter consente di cogliere l'essenza del metodo democratico, ovvero le condizioni politiche fondamentali per l'affermarsi di un regime democratico competitivo. A loro volta i requisiti individuati da Dahl e le garanzie da lui ritenute indispensabili specificano i passaggi politici cruciali attraverso i quali si perviene alla democrazia di Schumpeter e la si mantiene. E' successo in alcuni casi che il punto di partenza del processo di trasformazione politica è rappresentato da un regime che non è né specificamente autoritario né, tanto meno, rigidamente strutturato come tale, ma è semplicemente non democratico: il regime si mantiene non tanto grazie alla repressione, ma grazie alla tradizione in quanto ha sempre ottenuto una obbedienza, più o meno passiva. In questo senso Rustow ha individuato un punto cruciale: affinché qualsiasi tentativo di costruzione di un regime democratico prenda l'avvio è indispensabile che i partecipanti siano perfettamente d'accordo sulla loro appartenenza ad una comunità politica. Si pensi al caso di minoranze coese che mettono costantemente in dubbio la loro appartenenza a quella specifica comunità politica che vorrebbe diventare democratica (Africa, Asia, ex Unione Sovietica, Jugoslavia). In questi casi la costruzione di regimi democratici appare quanto mai difficile qualora non venga preliminarmente risolto in maniera convincente e consensuale il problema dell'appartenenza ad una determinata comunità politica. Una volta stabilito chi fa parte di una determinata comunità politica, il sistema politico affronta la prima fase, detta preparatoria. Sarà una lotta fra gruppi di elite che si conclude senza la vittoria decisiva di un gruppo sugli altri altrimenti si imporrà un regime autoritario. Raggiunto il compromesso si apre la fase della decisione. Si tratterà di accettare le diversità e di creare delle strutture e delle procedure che preservino queste diversità, la valorizzino e la orientino nel senso della competizione democratica attraverso l'accettazione dell'esistenza e della legittimità dell'opposizione. Naturalmente, il compromesso democratico non pone affatto termine al conflitto politico. Le stesse procedure decisionali saranno, entro determinati limiti, oggetto di conflitto politico anche dopo l'ingresso nella fase che Rustow definisce di habituation, di assuefazione alle norme e alle procedure democratiche. Tutti, all'interno della comunità politica, devono accettare le nuove regole. L'incontro in un compromesso non è sempre facile ed è fallito più volte: Europa anni venti e trenta, America latina anni sessanta. In quest'ultimo caso hanno funzionato i successivi tentativi degli anni settanta e ottanta probabilmente per l'esperienza delle elite e dei politici intermedi accumulata con il fallimento precedente. Rustow pone l'attenzione sulle condizioni politiche considerate decisive per la costruzione ed il mantenimento di regimi democratici. In particolare, va sottolineato che, per quanto l'associazione fra il mercato, il capitalismo e la democrazia sia molto forte, non è possibile dedurne alcun rapporto di causa effetto. Al contrario Dahl e Lindblom, hanno continuato a interrogarsi sugli inconvenienti che il capitalismo produce per i regimi democratici, soprattutto per la loro qualità, specie per quanto riguarda lo squilibrio di potere a favore dei capitalisti. Tuttavia, è giusto altresì mettere in rilievo come i sistemi economici del socialismo realizzato abbiano implicato una concentrazione ancora maggiore di potere economico nelle mani dei detentori del potere politico, con la conseguente e assoluta impossibilità di costruire qualsiasi forma di regime democratico.

In generale il sistema, internazionale opera come fattore facilitante oppure debilitante di tendenze democratiche pre-esistenti. In generale possiamo dire che il dominio positivo, vale a dire la probabilità che la costruzione di un regime democratico eserciti influenza in questo senso sugli altri sistemi politici della stessa area geografica, è più frequente del dominio negativo, del processo attraverso il quale il crollo/fallimento di un regime democratico trascini con sé gli altri regimi democratici della stessa area.

Huntington ha individuato tre ondate di democratizzazione e due ondate di riflusso:

-         prima ondata di democratizzazione 1828-1926

-         prima ondata di riflusso 1922-1942

-         seconda ondata di democratizzazione 1943-1962

-         seconda ondata di riflusso 1958-1975

-         terza ondata di democratizzazione dal 1974

Oggi la percentuale degli stati democratici appare la stessa, 45% di quella esistente alla fine della prima ondata di democratizzazione. Opportunamente, Huntington si interroga sulle diverse condizioni che danno origine alle tre ondate. Collega la prima ondata ad un insieme di condizioni socio-economiche: industrializzazione, urbanizzazione, emergere della borghesia e della classe media, comparsa della classe operaia e sua organizzazione, graduale riduzione delle disuguaglianze economiche. Mette in relazione la seconda con fattori politici e militari: vittoria degli alleati nella seconda guerra mondiale avvio dei processi di decolonizzazione. Propone una spiegazione molto più articolata e differenziata per la terza ondata, fondandola su un fattore generale definibile come apprendimento: ben ventitré dei ventinove paesi in oggetto avevano avuto esperienze precedenti con la democrazia, anche se brevi e/o marginali. Poi individua cinque mutamenti responsabili della terza ondata di transizioni alla democrazia. Sono, da soli oppure in combinazione, i seguenti:



-         la crisi di legittimazione dei regimi autoritari

-         una crescita economica senza precedenti

-         il nuovo ruolo della chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II

-         l'impatto della comunità europea sui regimi autoritari dell'Europa meridionale, il ruolo delle politiche per la tutela e la promozione dei diritti umani e lo spettacolare tentativo di Gorbaciov di trasformare i regimi comunisti

-         l'effetto di contagio (o effetto domino) dei processi di democratizzazione

Oggi nonostante i molti limiti dei paesi a giovane democratizzazione si crede che il prossimo riflusso sarà piuttosto debole ed inoltre, altri paesi sono vicini ad una transizione democratica. Molti paesi di giovane democratizzazione appartengono all'Europa centro-orientale e ciò costituisce come una specie di zoccolo duro della democrazia.

Utilizzando alcuni indicatori socio-economici quali reddito pro capite, grado di istruzione, tasso di urbanizzazione, livello di industrializzazione, esposizione ai mezzi di comunicazione, Lipset sostenne che sono i sistemi socio-economici più sviluppati quelli che riescono a creare e a mantenere un regime democratico (lo studio, degli anni sessanta, era legato ai processi di decolonizzazione e alla difficoltà alla democrazia dei paesi latino americani). Non era chiaro tuttavia se Lipset si limitasse a sostenere di avere individuato delle correlazioni, per quanto consistenti e significative, fra un determinato livello di modernizzazione socio-economica e l'esistenza di un regime democratico, oppure se intendesse stabilire fra loro una relazione di causa/ effetto. Nel secondo caso, infatti, si potrebbe formulare una legge, di natura probabilistica secondo la quale tutti i sistemi socio economici che sorpassino un certo livello di industrializzazione, alfabetizzazione, urbanizzazione e reddito pro capite daranno vita a regimi democratici e, secondo la quale, viceversa, tutti i regimi che sono diventati democratici devono questa condizione essenzialmente al fatto che i loro sistemi socio-economici hanno superato quelle soglie di sviluppo. Secondo alcuni autori, non sono tanto le caratteristiche aggregate del sistema socio-economico che contano per l'affermazione della democrazia, quanto piuttosto l'assenza di squilibri e disuguaglianze di grande portata fra i vari gruppi sociali. Grandi disuguaglianze di potere socio-economico non possono coesistere con un regime politico nel quale il potere politico dovrebbe essere distribuito in maniera relativamente egualitaria e, comunque, non a disposizione quasi esclusiva dei detentori di risorse socio-economiche. Si noti che è possibile sostenere anche il contrario, vale a dire che la democrazia mira a ridurre e a contenere le disuguaglianze socio-economiche: i voti che controbilanciano le risorse, e che, se non vi riesce, apre la strada al suo svuotamento e a esiti potenzialmente autoritari. Altri studiosi hanno sostenuto che non conta tanto il livello specifico di sviluppo socio-economico quanto le modalità con le quali è stato perseguito e conseguito. Il tentativo di ottenere sviluppo socio-economico in maniera accelerata impone di fare leva su metodi autoritari e, di conseguenza, è destinato ad avere effetti tanto destabilizzanti sul sistema politico da non riuscire a condurre ad un regime democratico. D'altro canto, è stato sostenuto che soltanto un regime autoritario o totalitario, in special modo quando gode di sufficiente stabilità politica, può concentrare sufficiente potere per produrre quella accumulazione primitiva indispensabile ad un accelerato sviluppo economico. Nell'arco di una generazione politica, però, gli autocrati perdono interesse a produrre sviluppo e diventano predoni, cioè si appropriano della maggiore quantità possibile di risorse prodotte dalla società, causandone l'impoverimento, mentre i governanti democratici, volendo continuare ad ottenere il potere politico attraverso il consenso elettorale, hanno un interesse specifico e prevalente a proteggere i cittadini, le loro proprietà e le loro capacità di produrre ricchezze senza espropriarli (Olson).

Huntington ha ripreso le idee di Lipset analizzando il prodotto nazionale lordo procapite ed ha trovato una effettiva correlazione. I dati trovati sembrano così cogenti da trasformare in rapporti di causa ed effetto quelle che in linea di principio continuano apparire come delle correlazioni. Da un altro, ma simile, punto di vista, la tesi di Lipset è stata significativamente riformulata da Przeworski e Limongi sotto due aspetti e, poi, più ampiamente da Przeworski. Il primo aspetto riguarda la nascita dei regimi democratici che, secondo un'approfondita analisi delle condizioni socio-economiche, non sembrerebbe essere da queste influenzata: le democrazie compaiono casualmente rispetto ai livelli di sviluppo, ma muoiono nei paesi più poveri e sopravvivono nei paesi più ricchi. Il secondo aspetto riguarda la capacità di durata delle democrazie. Non sarebbero i regimi democratici che sperimentano uno sviluppo rapido ad entrare in crisi, come scrisse Lipset, poi seguito da numerosi autori: quel che destabilizza i regimi sono le crisi economiche, e le democrazie, in particolare le democrazie povere, sono estremamente vulnerabili in conseguenza di cattive prestazioni economiche. Tutti, quindi possono diventare democratici, ma solo i più ricchi hanno maggiore probabilità di rimanere democratici, a prescindere dalla distribuzione più o meno egualitaria della ricchezza. I paesi ricchi possono attingere a riserve per fronteggiare le crisi economiche; nei paesi poveri una crisi economica può chiamare rapidamente in causa lo stesso regime democratico, le sue istituzioni, le sue regole e le sue procedure, alle quali si finisce per addebitare l'incapacità di fronteggiare la crisi e di rispondervi e delle quali si chiede/si accetta la trasformazione in senso autoritario.

Possiamo allora affermare che i regimi democratici tendono anche ad essere regimi socio-economicamente sviluppati, mentre i regimi autoritari tendono ad essere meno sviluppati, ma esibiscono disuguaglianze spesso molto pronunciate fra un ristretto strato sociale privilegiato e la grande maggioranza della popolazione. Inoltre, come ha scritto efficacemente Huntington, lo sviluppo economico rende possibile la democrazia, la leadership politica la realizza. La casualità riguarda, dunque, la possibilità che esista ovvero faccia la sua comparsa una leadership, individuale o collettiva, capace e democratica. Va inoltre ricordato che, una volta comparsi, i regimi democratici che mostrano capacità di consolidamento e di durata sono, a prescindere dal ritmo dello sviluppo, quelli insediati nei paesi più ricchi. Possiamo quindi affermare che un buon livello di sviluppo socio-economico garantisce al regime democratico già esistente maggiori opportunità di sopravvivenza. Lijphart ha inoltre spiegato il caso deviante dell'India dove le profonde divisioni etniche, religiose, sociali, che metterebbero in pericolo qualsiasi democrazia, ovvero impedirebbero ad un simile regime di emergere, sono controllate e ricompensate dal comportamento consociativo delle elite indiane che bloccano, in questo modo, le tendenze centrifughe e preservano la democrazia. Un'ultima considerazione generale appare importante. Una volta che i regimi non democratici siano stati indeboliti, anche da avvenimenti di tipo politico, come una crisi di successione, una riduzione di legittimità, una sconfitta militare, sarà più facile costruire e mantenere un regime democratico qualora quei regimi autoritari avessero/abbiano già conseguito un buon livello di sviluppo economico.

I regimi democratici esibiscono notevoli diversità strutturali che attengono ai loro sistemi istituzionali (presidenziale, semipresidenziale, parlamentare, direttoriale), politiche (bipartitici o multipartitici), e funzionali che concernono, per l'appunto il loro funzionamento ed il loro rendimento.

Per spiegare le differenze di funzionamento e di rendimento dei regimi democratici e la natura dei loro problemi sono stati suggeriti ed utilizzati nel corso del tempo numerosi criteri. Per un periodo per spiegare le differenze di funzionamento e di rendimento dei regimi democratici e la natura dei loro problemi si è utilizzato il criterio della stabilità dei governi. Si è visto, tuttavia, che la straordinaria instabilità dei governi italiani costituiva semplicemente una valvola di sfogo/sicurezza per accompagnare i mutamenti possibili senza destabilizzare la democrazia. Considerata la stabilità/instabilità dei regimi democratici come variabile dipendente, la variabile indipendente, cioè esplicativa, venne individuata nella cultura politica: i sistemi politici dotati di cultura politica omogenea e secolarizzata darebbero origine a regimi democratici stabili (democrazie anglosassoni); i sistemi politici con una cultura politica eterogenea e frammentata darebbero origine a regimi democratici instabili (democrazie continentali).

Noi stiamo cercando dunque di misurare, se così si può dire, la democrazia. Ma da che cosa è caratterizzato il rendimento di una democrazia? Dalla libertà che riesce a garantire, per esempio, oppure dall'uguaglianza espressa ovviamente in termini di opportunità. Questi che abbiamo elencato sono i prodotti più importanti di una democrazia. Innanzi tutto possiamo ad esempio affermare che più un regime democratico riesce a perdurare e più sarà in grado di erogare questi importanti principi cui abbiamo fatto cenno. Abbiamo tuttavia visto che analizzare la stabilità delle democrazie come stabilità dei governi non è proprio corretto. Ma allora quali sono le variabili che garantiscono la stabilità? Certamente la più importante è la cultura politica. Essa è formata da credenze, atteggiamenti che sono di esplicito sostegno oppure di apatia, oppure ancora di esplicita avversione nei confronti del regime democratico. La cultura politica può essere:

-         omogenea, ciò accade quando la maggior parte della gente (cittadini ed elite politiche) si riconoscono nei valori democratici. In più la cultura è secolarizzata e ciò accade quando la società si laicizza, quando non è ideologizzata. Il mondo lo si trova nelle cose nelle quali si vive non vi è una visione ultraterrena. Una cultura non secolarizzata svaluta l'esistente, sono altre le cose che contano. Possiamo dire quindi che secolarizzazione significa deideologizzazione della cultura politica. Per Lijphart, Stati Uniti e Gran Bretagna hanno una cultura politica omogenea

-         frammentata, queste culture politiche sono culture politiche concorrenti e per certi aspetti avversarie. Lijphart vedeva sul continente una cultura politica non omogenea e frammentata (a sinistra con i comunisti e a destra con i valori di famiglia, patria, gerarchia, ecc.)

La teoria di Lijphart, tuttavia non era completa nell'analisi dei paesi scandinavi che pur presentando una cultura politica frammentata presentavano una notevole stabilità.

Nel suo schema Lijphart incrocia la cultura politica ed il comportamento delle elite che può essere

-         coesivo, come in India

-         competitivo

Incrociando le due variabili si ottiene una quadriripartizine delle democrazie.

Questa classificazione, tuttavia, come ha ammesso lo stesso Almond, autore delle teoria, non è in grado di spiegare adeguatamente i sistemi politici scandinavi: questi paesi posseggono cultura politica eterogenea, talvolta persino frammentata (meglio dire segmentata), eppure hanno sempre esibito evidenti caratteristiche di stabilità politica. La classificazione di Almond fu poi arricchita con la scarsa autonomia degli attori non partitici nel continente e le rotture cesaristiche (De Gaulle) tipiche dei paesi continentali. Tuttavia, troppi casi facevano eccezione a questo primo sforzo classificatorio per poterlo considerare soddisfacente. Cosicché, il secondo tentativo classificatorio risultò motivato dall'insoddisfazione nei confronti di quello elaborato da Almond.




Senza abbandonare il criterio della cultura politica, il politologo olandese Lijphart vi aggiunse il comportamento delle elite, che verrà ritenuto di cruciale importanza da molti autori, e pervenne ad una tipologia dei regimi democratici alquanto più ricca. Così facendo Lijphart riuscì a collocare adeguatamente sia i sistemi politici anglosassoni, caratterizzati da una cultura politica omogenea e da un comportamento competitivo delle elite (democrazia centripeta), sia i sistemi politici continentali (Francia, Germania, Italia), caratterizzate da una cultura politica frammentata e da un comportamento competitivo delle elite (democrazie centrifughe), sia i sistemi politici con una cultura politica frammentata ed un comportamento delle elite coesivo (Austria, Belgio, Olanda, Svizzera, democrazie consociative), sia i sistemi politici con una cultura politica omogenea e comportamento delle elite coesivo (Stai Uniti, paesi dell'Europa centro-orientale), democrazie spoliticizzate). Con questa classificazione ne risultarono quattro tipi di democrazie: centripete, centrifughe, consociative, spoliticizzate.

Nel caso delle democrazie spoliticizzate la gente sostiene il regime, ma non partecipano più di tanto. Ciò accade per esempio nei paesi dell'Europa centro-orientale dove la popolazione ha avuto un rigetto per la politica dopo la partecipazione forzata imposta dal regime. Se la cultura politica, invece, è frammentata si ha una democrazia consociativa. Possiamo affermare che il percorso dalle democrazie centrifughe alle democrazie centripete si compie grazie, forse, in special modo, ai comportamenti delle elite politiche, non si può escludere del tutto che comportamenti diversi conducano a democrazie fortemente competitive e ancora a democrazie centrifughe.

A questo punto, tuttavia, bisogna fare una distinzione fra cultura politica frammentata e segmentata. Prendendo il caso dell'Olanda, in questo paese fiamminghi, Valloni, cattolici e protestanti vivono ognuno nel suo segmento, ma tuttavia ciò non porta alla frammentazione della società in quanto per frammentazione intendiamo spinte centrifughe che possono portare a tensioni anche estremamente pericolose. Austria, Svizzera, Olanda e Belgio sono segmentate, e in una democrazia segmentata nessuno è escluso. Questi segmenti  sono autoreferenziali, ma non si ha polarizzazione ideologica e quindi la società non innesca spinte centrifughe. Le democrazie consociative quindi si impostano dove i gruppi segmentano la società civile. L'Italia della prima repubblica aveva una frammentazione interna e ciò portava ad una democrazia centrifuga con spinte verso gli estremi che avrebbero potuto portare ad una vera e propria crisi di regime (Cile). Quando una società è frammentata, ha nel suo interno delle culture nemiche, polarizzate che innescano quindi delle democrazie centrifughe. Nella Gran Bretagna della signora Thtcher e negli Stati Uniti di oggi troviamo l'esempio di democrazie centripete nelle quali il comportamento delle elite è competitivo e dove si ha una competizione verso il centro.

Accompagnando un importante cambiamento di prospettiva analitica avvenuto nella scienza politica degli ultimi venti anni con la riscoperta dell'importanza delle istituzioni, Lijphart ha rivisto e riformulato la sua classificazione dei regimi democratici con grande attenzione, per l'appunto, alle variabili istituzionali. La nuova classificazione prende le mosse dall'individuazione di due logiche di funzionamento polarmente diverse. La prima, fondata sul principio maggioritario, valorizza il conflitto politico; la seconda, che raggruppa le democrazie consensuali, timorosa degli effetti di quel principio, preferisce la ricerca di accordi. Con tale ripartizione dividiamo le democrazie in maggioritarie e consensuali. Possiamo innanzitutto affermare che non è corretto che Lijphart contrapponga la democrazia consensuale con la maggioritaria in quanto tutte le democrazie maggioritarie si reggono comunque sul consenso e, meno che mai è accettabile che Lijphart ritenga le democrazie consensuali migliori in blocco di quelle maggioritarie. Nelle democrazie maggioritarie vi è una predominanza dell'esecutivo sul parlamento, mentre nelle democrazie consensuali anche i piccoli partiti assumono un'importanza fondamentale per formare il governo. Nelle democrazie maggioritarie i gruppi di interesse non sono oligopolistici: sono tanti e non gerarchizzati, mentre nelle democrazie consensuali sono di tipo corporativo. Nelle democrazie consensuali, inoltre si cerca di includere il numero più alto possibile dei gruppi di pressione, senza escludere o scontentare parte della società, nei governi monopartitici, invece, il governo seleziona ed accetta questa o l'altra domanda rifiutando un gioco di cooperazione con i vari gruppi che in qualche modo li vincola e non li lascia liberi nelle decisioni.

In verità, appare molto più utile distinguere in linea di principio le democrazie con riferimento a due criteri: da un lato, il criterio definibile come strutturale, dunque maggioritarie contro proporzionali; dall'altro, il criterio definibile come comportamentale (relativo appunto al comportamento delle elite, in special modo politiche), dunque consensuali contro conflittuali. Esistono infatti e sono esistite democrazie maggioritarie e consensuali, come la Gran Bretagna dal 1945 al 1979, e democrazie proporzionali e conflittuali, come la Francia dal 1946 al 1958 e l'Italia dal 1947 al 1993. Lo stesso Lijphart dovrebbe classificare l'India tra le democrazie maggioritarie e consensuali, a maggior ragione poiché definisce la democrazia indiana consociativa. Infine, è vero che esistono democrazie proporzionali consensuali, come quelle dei paesi scandinavi, Olanda, Belgio, Germania e l'Austria almeno fino ad Haider, ma esistono democrazie maggioritarie conflittuali come, di nuovo, la Gran Bretagna della signora Thatcher e oltre dal 1979 al 1997. Probabilmente non è esagerato sottolineare che la democrazia USA è stata maggioritaria e conflittuale per esplicita strategia perseguita dai repubblicani sia durante la presidenza del democratico Clinton sia, ancora di più, con la presidenza di Bush.

Nella seconda tabella che è apparentemente a doppia entrata sono messe a confronto il comportamento delle elite (consensuali e conflittuali) con le strutture, le variabili istituzionali con il principio maggioritario ed il principio proporzionale. Anche in questo schema, tuttavia aleggia la variabile cultura politica (omogenea e frammentata) che è connessa con i comportamenti delle elite. In tal modo la tabella diventa, per certi aspetti a tripla entrata. La cultura politica frammentata si manifesta nelle democrazie proporzionali con il comportamento delle elite consensuale (segmentata) o conflittuale (frammentata). Nelle democrazie maggioritarie, invece la cultura politica rimane sempre omogenea, ma cambia il comportamento delle elite (la Thatcher apre un momento conflittuale). Riassumendo quindi, con i due schemi di Lijphart, noi lavoriamo su tre variabili: comportamento delle elite, cultura politica e strutture istituzionali.

Pur mantenendo ferme le critiche alla classificazione di Lijphart, è utile ripercorrere quelli che per lui sono gli elementi caratterizzanti dei due modelli. Le democrazie maggioritarie, ovvero il cosiddetto modello Westminster, sono caratterizzate da:

1)      concentramento del potere esecutivo in governi monopartitici e a maggioranza risicata

2)      predominio dell'esecutivo

3)      sistema bipartitico

4)      sistema elettorale maggioritario

5)      pluralismo dei gruppi di interesse

6)      sistema di governo unitario accentrato

7)      concentrazione del potere legislativo in una assemblea monocamerale

8)      flessibilità della costituzione

9)      assenza di judicial review

10)  una banca centrale controllata dall'esecutivo

Rispetto a questa classificazione di Lijphart bisogna intanto dire che il punto 8 lascia un po' il tempo che trova: gli Stati Uniti sono sicuramente un paese maggioritario ma qui la costituzione è scritta e rigida. Riguardo al punto 10 inoltre oggi è stata riconosciuta l'indipendenza della Bank of England e vi è una seria ed effettiva devolution nei confronti di Scozia e Galles.

Quanto agli elementi caratterizzanti il modello consensuale, essi sono:

1)      condivisione del potere esecutivo: grandi coalizioni

2)      equilibrio di poteri fra esecutivo e legislativo

3)      sistema multipartitico

4)      rappresentanza proporzionale

5)      corporativismo dei gruppi di interesse

6)      federalismo e governo decentrato

7)      bicameralismo forte

8)      costituzione rigida

9)      judicial review



10)  indipendenza della banca centrale

Abbiamo visto che il sistema elettorale è strettamente connesso con il sistema partitico. Il maggioritario è correlato con sistemi bipartitici in quanto li favorisce. In questo contesto si hanno maggioranze forti che sostengono l'esecutivo, il governo può avere una notevole autonomia decisionale, si avrà un predominio del governo sul parlamento ed il governo sarà monopartitico. Per i gruppi di interesse si avrà un sistema pluralistico, essi cercheranno di entrare nell'arena politica e cercheranno di influenzare la politica, non saremo in un sistema neocorporativo. Quest'ultimo sistema, infatti, propone patti tra grandi gruppi sociali che si faranno garanti dei patti stessi. Ripropone, per certi aspetti il modo di fare i governi che sono formati da grandi coalizioni e spesso in sovramisura. Gli accordi si riproducono nella politica e nei gruppi sociali, il litigio cerca una ricomposizione. Nel sistema pluralista all'inglese, invece, ogni gruppo agisce per se, non in una logica collettiva. In un tale sistema non c'è la ricerca della cooperazione ad ogni costo: ognuno compete per conto suo, o vince o perde. Per quanto riguarda i sistemi unitari (punto 6) oggi non è più così, anche nella Gran Bretagna vi è una forte devolution, in Australia, viceversa, vi è si un sistema maggioritario, ma lo stato è federale. In genere possiamo affermare che tutti i grandi stati sono di tipo federale. La Svizzera è addirittura una confederazione. Viceversa non è detto che nel sistema consensuale si abbia per forza un sistema federale o fortemente decentrato. Anche il monocameralismo ed il bicameralismo non è poi così nettamente suddiviso. Gli Stati Uniti ad esempio sono un paese bicamerale. Insomma non è facile attenersi strettamente ad un modello astratto come ha cercato di fare Lijphart. L'Inghilterra non ha una costituzione scritta, è un paese di common law dove la legge si stratifica secondo un tutto organico. Nei paesi continentali invece la costituzione scritta rappresenta un atto solenne. Nelle democrazie consensuali le corti costituzionali hanno il compito di controllare la coerenza delle leggi con la costituzione, si da quindi un potere ultimo alle corti nel visionare le leggi dello stato, nei sistemi maggioritari invece ciò non accade. Va anche detto che la banca centrale può essere controllata dall'esecutivo o essere indipendente. Come per il discorso della devulution, Blair ha legiferato rendendo la Bank of England indipendente. In sostanza si vuole evitare che l'organo che controlla la moneta venga condizionato dall'esecutivo, tutto ciò va fatto affinché si persegua l'interesse comune e non l'interesse del governo (e quindi di una parte soltanto). Non dimentichiamo che l'inflazione nella Germania di Weimar ha apertole porte al nazismo. La B.C.E. è un potere assolutamente indipendente e sopranazionale.

Vediamo ora di passare dalle classificazioni, che consentono di distinguere fra i tipi di democrazie, alla valutazione del loro funzionamento, del loro rendimento, in qualche modo della loro qualità. Le tendenze attuali vanno nel senso di attribuire alle democrazie parlamentari flessibilità nella stabilità e consenso nel processo decisionale, e alle democrazie presidenziali fragilità nella rigidità e possibilità di stallo o di forzature nella decisionalità. E' comunque opportuno sottolineare che la selezione dei criteri con i quali valutare le democrazie costituisce di per se già un processo molto problematico. Lijphart utilizza due criteri: durata dei governi e qualità. Il primo criterio è molto semplice, ma il secondo, al contrario, è difficilissimo. Il punto che interessa a Lijphart sembra essere quello di dimostrare che le democrazie dette consensuali non sono di qualità inferiore alle democrazie maggioritarie. Possiamo intanto dire che governi stabili operano meglio e danno, in genere, un rendimento maggiore. Quando abbiamo visto il discorso sui denominatori comuni ci siamo resi conto che per fare contenti tutti rischiamo di prendere delle brutte decisioni. In ogni caso non dimentichiamo mai che in democrazia va accettato il fatto che le minoranze possono diventare maggioranze. Con questo obiettivo in mente egli arriva persino a sostenere che il governo della maggioranza sembra meno democratico della democrazia consensuale poiché esclude il partito perdente dalla partecipazione al governo. Come sappiamo, comunque, in ogni caso, si può avere un governo sovradimensionato o, al contrario, di minoranza. In democrazia, possono esservi decisioni prese con maggioranze risicate e decisioni che debbono essere prese da maggioranze qualificate. Tuttavia, ciò che conta è che la democrazia si regge proprio sull'accettabilità e sulla legittimità del principio del governo della maggioranza. Richiedono maggioranze qualificate ad esempio le decisioni riguardanti le regole e le procedure, le revisioni costituzionali, la protezione e la promozione dei diritti. Potranno altresì esservi decisioni prese a maggioranza relativa, inferiore alla maggioranza assoluta, quando l'opposizione non abbia né l'interesse né la volontà di sfidare e/o sconfiggere il governo, perché è divisa ed incapace di presentarsi come alternativa, situazione che consente appunto ai molti governi di minoranza non soltanto di esistere, ma anche di governare. In un solo caso la regola della maggioranza non può essere invocata: non può essere utilizzata per rendere impossibile e irriproducibile l'attività e la partecipazione politica degli oppositori; non deve mai servire lo scopo della distruzione delle minoranze. A seconda della cultura politica prevalente in un sistema politico vi saranno accentuazioni e valutazioni diverse delle modalità di influenza dei cittadini e di rispondenza delle autorità. Per questa ragione, lo schema proposto da Schmitter sembra particolarmente utile. Quando la democrazia è governo del popolo, allora pretende che i cittadini partecipino e che le autorità pubbliche siano accessibili. Quando la democrazia è governo per il popolo, allora pretende che esistano meccanismi attraverso i quali i cittadini vengano messi nella condizione di valutare i governanti e di esigere che le autorità pubbliche rispondano alle loro preferenze. Al cuore di questi rapporti sta la competitività, che è assicurata dai procedimenti elettorali e che consente ai cittadini di esercitare la loro influenza e alle elite politiche di concorrere fra loro per ottenere il voto ed il sostegno dei cittadini lettori. Sappiamo che gli indicatori più importanti e più sicuri della partecipazione elettorale sono quelli relativi all'affluenza alle urne. Ovviamente, possono e debbono venire integrati dagli indicatori concernenti le altre forme di partecipazione convenzionale, come l'iscrizione ai partiti e la presenza alle loro attività, e di partecipazione non convenzionale. Più difficile è valutare la qualità di una democrazia guardando alla quantità e al tipo delle risposte dei governanti alle preferenze dei cittadini. In questo senso ci aiutano i sondaggi ed in particolare l'eurobarometro, che opera ogni sei mesi da più di trent'anni. Logicamente i cittadini non criticano la democrazia in se ma il suo funzionamento, il suo rendimento e da queste critiche ne derivano in non pochi paesi le richieste di riforme costituzionali. Il livello più basso di valutazione viene raggiunto in Italia nel 1993, il momento vero della crisi istituzionale italiana. Dopo il crollo del comunismo in nessun paese esaminato nessuna alternativa viene considerata preferibile alla democrazia, tranne il ricorso ad un uomo forte in Ucraina e in tutti i paesi dell'Europa centro-orientale vorrebbe affidare le sorti dell'economia non a politici ma ad esperti. In ogni caso la gente non critica mai la democrazia in sé, ma il rendimento della stessa.

La democrazia ha due tipi di nemici, quelli che la criticano per migliorarla e quelli che la criticano per delegittimarla e distruggerla. Con il crollo del fascismo prima e del comunismo poi, la democrazia è rimasta sostanzialmente l'unica formula politico-istituzionale praticabile, se si eccettua la sfida del fondamentalismo religioso, soprattutto quello islamico. In ogni caso le critiche alla democrazia riguardano, da un lato, le sue promesse non mantenute e dall'altro, le sue potenzialità future e, le promesse non mantenute di oggi potrebbero diventare le potenzialità di domani. Secondo Bobbio, la democrazia non ha mantenuto le sue promesse con riferimento alle sue capacità di:

1)      diventare una società di eguali, senza corpi intermedi

2)      eliminare gli interessi organizzati e particolaristici che contrastino la rappresentanza politica generale

3)      porre fine alla persistenza di oligarchie

4)      diffondersi negli apparati burocratico-amministrativo-militari dello stato e delle imprese

5)      distruggere i poteri invisibili

6)      elevare il livello di educazione politica dei cittadini

A questi punti va ricordato che la democrazia fu ideata per una società molto meno complessa di quella di oggi dove operano le multinazionali, i mass media, la scienza avanzata, ecc., ma, proprio per questo, è lecito chiedersi se alla maggiore complessità di oggi non possano fare da contrappeso maggiori risorse culturali, tecnologiche e persino politiche con le quali farvi fronte. Proprio prendendo le mosse da questa constatazione, Dahl delinea tre possibili cambiamenti nel futuro delle democrazie:

1)      un aumento significativo del loro numero

2)      una trasformazione profonda dei limiti e delle potenzialità del processo democratico

3)      una più equa distribuzione delle risorse e delle possibilità politiche tra i cittadini e un allargamento del processo democratico ad istituzioni importanti governate in precedenza da un processo non democratico

In conclusione bisogna ricordare che il processo di democratizzazione dovrebbe interessare anche l'ONU, il fondo monetario internazionale, la banca mondiale, l'organizzazione mondiale del commercio. Tuttavia, come è possibile democratizzare organismi nei quali la maggior parte o quasi degli stati membri non sono essi stessi democratici?

In conclusione possiamo ricordare che le democrazie hanno tre elementi qualificativi:

-         il pluralismo politico delle democrazie che consente di acquisire maggiori informazioni di qualsiasi altro regime su quanto desiderano e preferiscono i diversi gruppi

-         la competizione niente affatto disinteressata fra i gruppi permette di sottoporre periodicamente all'elettorato la scelta fra una incontrollata pluralità di opzioni

l'alternanza che rappresenta una legittima aspettativa periodicamente coronata da successo. L'alternanza al governo consente la circolazione del personale politico e delle idee ed impone a chi vince di essere responsabile nell'attuazione del programma presentato agli elettori, pena la successiva sconfitta elettorale ed il ritorno all'opposizione4







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