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CARL SCHMITT E NICCOLO' MACHIAVELLI

politica


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CARL SCHMITT E NICCOLO'  MACHIAVELLI

1.Il Principe e la Politica

La spregiudicatezza con cui viene definito il potere politico, l'attenzione alla sua  verità effettuale e, dunque, la considerazione della politica come effettualità, la centralità della decisione tempestiva sono alcuni dei punti di contatto tra il pensiero di Carl Schmitt e quello di Niccolò Machiavelli. Secondo Bobbio, infatti, Schmitt "appartiene alla grande tradizione del pensiero realistico, alla tradizione machiavellica, per la quale la politica è essenzialmente esercizio del potere e si manifesta attraverso la decisione"[1].



Con Machiavelli, come con Hobbes, Schmitt condivide la visione pessimistica della natura umana: "tutte le teorie politiche in senso proprio - scrive infatti - presuppongono l'uomo come 'cattivo', [.] cioè lo considerano come un essere estremamente problematico, anzi 'pericoloso' e dinamico. Ciò è facile da provare per qualsiasi pensatore politico in senso specifico. Per quanto diversi possano essere questi pensatori per natura, importanza e significato storico, essi sono tutti d'accordo nella visione problematica della natura umana, nella stessa misura in cui si palesano come pensatori politici in senso specifico. Basta fare, a questo propo 313b16d sito, i nomi di Machiavelli, Hobbes."[2].

La distinzione tra pensatori in senso specifico e non  sta, dunque, nella consapevolezza che i primi hanno dell'indole dell'uomo, della sua naturale "cattiveria" ( nell'accezione utilizzata da Schmitt ) e della conseguente necessità di un potere forte che eviti i contrasti, che li neutralizzi, come direbbe lo stesso Schmitt.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                

Machiavelli è, dunque, un pensatore politico, vede l'uomo per quello che è, con le sue debolezze e i suoi limiti, inoltre dando alla politica dimensione universale e considerandola realisticamente come un fatto autonomo fuori del bene e del male, egli può - a ragione - essere ritenuto il fondatore della nuova scienza politica. Chi prima di lui si era occupato scientificamente della politica la legava al pensiero etico e religioso e ne faceva una categoria morale che esprimeva il buono o il giusto. Con Machiavelli la politica diviene una scienza a sé che non si lega alla comune morale. Egli osserva la politica nella sua verità effettuale, nella sua realtà effettiva, rileva che essa obbedisce a leggi proprie, afferma che è un fatto autonomo che si giustifica da sé in quanto dispone di una particolare morale, la quale consiste nell'eseguire l'utile al 'vivere civile', ossia il bene dello Stato.

Alle origini del suo pensiero è una nuova concezione della storia, sentita non più in senso medievale come opera esclusiva di Dio ma come opera e campo d'azione dell'uomo. Tuttavia, per 'uomo' Machiavelli non intende affatto l'umanità nel suo complesso ma il singolo individuo, anzi, ancor meglio, l'uomo dotato di capacità straordinarie, l'eroe.

La storia non è ancora sentita - secondo l'interpretazione a noi più vicina - come svolgimento di idee guida, realizzazione di esigenze che si matura attraverso il processo stesso delle vicende, ma come imposizione dall'esterno, frutto esclusivo della volontà contingente di alcuni individui.

Se Dio non è più il centro motore delle vicende umane, l'uomo che  lo sostituisce ha ancora in sé qualcosa di divino: è il superuomo che dal di fuori violenta e muove gli eventi, i quali sottostanno esclusivamente all'azione arbitraria dell'Uno.

La storia, rapita dal grembo del Dio medievale, si è svuotata di ogni principio religioso e universale, si è fatta di nuovo frammentaria, priva di coerenza. Di fronte al protagonista si erge perciò il caso, la fortuna, deuteragonista ( per Machiavelli ), con cui è necessario quotidianamente dividere il dominio della realtà. Va chiarito in proposito che, se si concepisce la storia come mossa da alcune esigenze, da alcune idee-chiave, essa sale al di sopra delle contingenze, che possono ritardarne e derivarne ma non arrestarne il processo; se la si concepisce come opera dell'individuo, la morte dell'eroe, una malattia, un evento qualsiasi, finiscono con l'essere d'importanza capitale. Machiavelli ha la coscienza vivissima del limite amaramente pessimistico della sua concezione e tenta, con l'intensità passionale che è caratteristica del suo pensiero, di liberare l'eroe dalla soggezione della fortuna, affermando che essa mostra meno la sua potenza là dove è virtù ordinata a resisterle e che essa deve essere combattuta senza timore e a viso aperto, perché "è donna, ed è necessario, volendola tener sotto, batterla e urtarla"[3].

Tuttavia, il fervore polemico di queste affermazioni, la durezza, l'impeto stesso del linguaggio rivelano da soli l'incapacità, congenita a tutto il pensiero cinquecentesco della storia, di superare il mito della fortuna. Anche l'eroe-dio di Machiavelli, il superuomo, è per metà soggetto all'arbitrio di essa: un dio su cui si può abbattere ad ogni istante il destino.

 Non è questo  il solo scarto passionale del Machiavelli, la sola 'piaga' che rivela ciò che v'è d'irrisolto nel suo pensiero politico. Machiavelli scopre l'autonomia della politica ed il brusco contrasto con quelle norme della morale che costituiscono la nostra eredità, che sono insite nel nostro essere: e da questa consapevolezza egli deriva alcuni degli aspetti più drammatici della sua opera. Il fatto stesso che oggi riconosciamo nel Principe non un opuscolo scritto di getto, ma più volte ripreso e rielaborato, conferma come Machiavelli abbia tentato di sanare ( senza riuscirvi ) le contraddizioni più fonde che derivano dal suo pensiero, e proprio lui sia stato il primo post-machiavelliano della storia, così come lo sono tutti i pensatori politici, eredi, chi più chi meno, del suo pensiero, volti a dibattere i problemi che sono insiti nella scienza da lui fondata.

In questa concezione della storia, svuotata di ogni significato mistico, la politica ripudia l'identificazione dei suoi problemi con quelli della morale. La commistione s'infrange: come la poesia, come la filosofia, così anche la politica acquista un suo significato ed un suo valore terreno, allo spirito rinascimentale di Machiavelli essa appare come la scienza dello Stato, del tutto separata ed autonoma rispetto al mondo della morale. Impostato in tal modo il problema, Machiavelli lo affronta con l'estremismo scientifico di chi sa di battere vie del tutto nuove alla meditazione degli uomini: tutta la realtà gli appare sotto l'unica veste dell'interesse politico.

Il suo spirito è dominato in modo esclusivo dall'entusiasmo per le nuove leggi terrene e umane che egli è chiamato a scoprire; da un entusiasmo tutto teorico, capace di costruire ad un tempo il breviario del tiranno e quello dei tirannicidi, "fornendoli - come scriverà poi Benedetto Croce - di validi occhiali per renderli accorti e armarli"[4].

Distinta la politica dalla morale, con l'occhio fisso alla realtà spregiudicata del suo tempo, Machiavelli non arretra dinanzi alle conseguenze più estreme. La politica è innanzitutto regno dei pochi, dei forti, dei virtuosi, ove per virtù s'intende la  capacità di potenziare e realizzare le proprie doti terrene, e non quella di mortificarle in vista di interessi trascendenti.

Tutti gli altri non sono che vulgo disprezzabile. La politica è mera lotta di interessi individuali, abile e virtuoso non è colui che obbedisce agli imperativi della propria coscienza ma colui che è capace, per prontezza ed energia, di lotta e di azione, di far trionfare sugli altri i propri interessi.

Per realizzare l'unità politica, l'eroe che dal nulla vuol costruire il suo Stato, il principe debole che, tra gli interessi degli Stati più forti, vuol mantenere il proprio dominio, il principe forte che vuol opprimere gli Stati minori, deve rinunciare ad ogni considerazione morale, usare le arti dell'astuzia e della violenza, ispirarsi agli ideali della volpe e del leone. Apparire, "a vederlo e udirlo, tutto pietà, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione"[5] e aver l'animo pronto a volgersi al male, a seconda dei mutamenti della fortuna, disposto ad operare contro tutti i valori, etici e religiosi, "perché, se si considerrà bene tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtù , e, seguendola, sarebbe la ruina sua; e qualcuna altra che parrà vizio, e, seguendola, ne riesce la securtà e il bene essere suo"[6].

Su queste basi le argomentazioni sono sempre nette, stringate, lucidissime, come sono quelle della scienza e della matematica; data l'osservazione dei fatti (A) e il fine della politica (B), si debbono derivare da A i mezzi necessari per B. Allo scopritore del nuovo mondo, il precetto politico, nella concreta pratica dell'azione quotidiana, appare quasi sempre contrastante con il precetto morale; non tuttavia per irriverenza verso quest'ultimo, ma per il diverso piano su cui, per natura, le due attività spirituali si muovono. La commozione di essere il primo nella storia a scrivere di politica basandosi sulla realtà effettuale degli uomini, e non su un mondo inesistente e utopistico di buoni[7], lo fa vibrare di orgoglio e timore, come appare più volte nel Principe.

Egli non si accorge, tuttavia, che nelle sue pagine, spesso più da poeta che da pensatore, ha finito per costruire anch'egli un mondo irreale, un mondo tutto esclusivamente politico, ridotto a puro strumento dell'eroe: il mondo dello Stato costruito ad opera d'arte, sulla massa opaca del volgo, nel silenzio completo di ogni altra esigenza e motivo interiore.

La giustificazione della concezione machiavelliana - della sua grandezza ma anche dei suoi limiti - sta sicuramente nella considerazione che il suo Principe più che basarsi sull'osservazione oggettiva dei fatti, nasca dalla sua volontà di  trovare una soluzione ai problemi del suo tempo. "In realtà, nella pretesa machiavelliana che il principe nuovo sappia 'intrare nel male', e, fino in fondo, con decisione e senza pentimenti, percorrere, quando ne sia richiesto dalle cose, le vie della crudeltà e della 'scelleratezza', il rovesciamento polemico dell'esistente s'identifica con la 'conservazione idealizzata'. Con il suo impressionante corteggio di violenze, arti leonine e volpine, il 'male' che egli considera per tanta parte, costitutivo dell'agire politico, si pone, certo, per un verso, come una sorte di realistico e terrestre 'dover essere politico' - come tentativo di superare la miseria contemporanea"[8]. C'è da chiedersi, a questo punto, se la politica possa essere veramente avulsa dai fini che si propone di raggiungere. Il perseguimento di uno scopo in modo così cinico e disincantato non necessariamente porterà al successo. Soprattutto se lo scopo è solo quello di vincere l'altro, il nemico, senza porsi il problema della legittimità dell'atto di violenza che si compie, allora non necessariamente si otterrà il consenso. La verità è che considerare la politica una scienza amorale è irrealistico quanto imprigionarla nei dettami della morale, in quanto il giudizio etico fa sempre parte della sua realtà e, anche laddove fosse necessario essere immorali, ciò non significherebbe affatto non essere sottoponibili a giudizi morali. "L'uomo politico deve sempre badare a tutti gli interessi in lotta che non sono separabili. Se egli non ha una giustificazione seria, valida, per ogni suo gesto di frode o di violenza che commette, rimane condannato dalla comune coscienza morale. Ciò gli impedirà di vincere a lungo andare, o renderà la sua vittoria inutile, spregevole"[9]. I limiti del pensiero di Machiavelli non inficiano in alcun modo la sua forza, la sua capacità di sfidare il tempo e di mostrarsi sempre valido e realistico: la sua dottrina  si eleva molto al di sopra dei tempi che l'hanno ispirata e rappresenta, nel bene e nel male, come è stato efficacemente sottolineato, "una soluzione a un problema eterno, quello del governo degli uomini"[10]. Si tratta, come si avrà modo di osservare, di una soluzione che paleserà, proprio nel momento in cui si mostra vincente, tutta la propria intrinseca debolezza. Ciò, paradossalmente, non toglie nulla al valore dell'opera: finché essa viene letta alla luce degli avvenimenti che l'hanno ispirata, infatti, conserva intatte la sua bellezza e la sua suggestione, nonostante l'ingenuità con cui Machiavelli analizza cause ed effetti e palesa il suo più grande merito, quello di aver teorizzato una scienza politica, autonoma e disincantata. Quando, invece, in essa si vuole a tutti i costi rintracciarne - spesso strumentalmente - la valenza attuale e moderna si  finisce col palesare soltanto l'aspetto autoritario e anacronistico delle sue soluzioni.



2. I limiti del pensiero di Machiavelli

Mancando ogni forza collettiva che regga il nuovo edificio, assumendo, come Machiavelli fa, la virtù del Principe come suprema regolatrice di vita, è giocoforza, per il Fiorentino, mettersi per le vie segnate dall'impronta dell'uomo, in cui il rinnovamento si deve attuare. Di qui la minuta, fredda, incisiva analisi, che si accentra intorno alla figura del presunto dominatore, e l'esame cauto dei rapporti in cui questi si verrebbe a trovare di fronte ai sudditi e ai forestieri: il lavoro di dettaglio serba necessariamente quel carattere di individualità riposto nel punto di partenza e in quello di arrivo. E, come attraverso due secoli di storia italiana avevano dominato le figure dei grandi signori, non sorretti dalla forza della tradizione o di qualsiasi mito, così, quello che serve, nel trattato, a illuminare lo sfondo delle azioni, anche laddove esse non abbiano la loro misura nel solo individuo, è questo carattere del Principe, tutto nervi e pensiero, del Principe nuovo, in cui, non la memoria degli avi, ma soltanto la personale scaltrezza, la forza del suo volere e le sue azioni virtuose obbligano l'uomo più del "sangue antico"[11]. Il popolo, come unità sociale e politica, non compare: al suo posto i sudditi, creature isolate, contrapposte al sovrano che li vezzeggia, cerca di non offenderli nell'onore e nella proprietà, se li tiene amici. Nel Principe si muove un volgo amorfo, disperso, veramente senza nome, satellite del tiranno, in cui hanno valore solo i sentimenti delle singole persone, incapaci di scorgere, al di sopra della propria intimità, l'intimità collettiva, di avere una grandezza politica. Machiavelli crede che per risollevarne le sorti basti la forza di un Principe che, al di sopra dell'uomo qualunque, sappia cogliere ogni occasione e decidere cosa sia utile fare. Ma con la creazione del Principato, estraneo alla vita della massa, retto da un solo uomo, finisce col sottoscrivere la condanna a morte della società del suo tempo, posta fuori, come forza politica capace di rinnovamenti, dalla ricostruzione dello Stato. Tutto si riduce alla sottile energia del condottiero solitario. Tale sfiducia nel popolo, tale condanna dolorosa è già implicita nella creazione stessa del Principe e rappresenta, come si è già accennato, il limite della teoria politica di Machiavelli. A ciò si aggiunga il fatto che l'analisi della realtà del suo  tempo si rivela sfacciatamente superficiale: invece d'indagare fino in fondo, le cause economico-politiche e non puramente di organizzazione guerriera, egli resta in superficie, incapace di superare gli uomini e i giudizi del suo tempo e, quando deve indicare l'origine della debolezza dell'Italia, punta l'indice contro il mercenarismo, unica causa, a suo avviso, dell'inferiorità militare italiana. Giunge a questa conclusione  senza chiedersi se e come essa si leghi ai mutamenti avvenuti nella formazione dei corpi tattici, nella disciplina e nella tecnica di guerra e "più, in qual modo essa si accordi con tutto uno spostamento delle forze politiche ed economiche, con una profonda alterazione nella capacità di lotta dei vari stati europei"[12]. Il mondo spirituale da cui sorge il Principe è tutto politico-militare, le Corti e le armi si esprimono in chi le signoreggia e si concretano in una determinata figura umana tanto che, nel Principe, si legge: ".e chi diceva come e' n'erano cagione e' peccati nostri, diceva el vero; ma non erano già quelli che credeva, ma questi che io ho narrati: e, perché elli erano peccati di principi, ne hanno patito la pena ancora loro"[13]: i principi, soltanto i principi, sono la ragione della rovina dell'Italia. E, in quanto ragione, rappresentano il potenziale rimedio.

Si tratta, naturalmente, di una illusione. Credere che, laddove si sono sfasciate tutte le forze vive della nazione, nella terra in cui non è più la borghesia comunale a reggere con la sua energia il governo, né una nuova classe capace di sostituirla, in quei domini frammentati e indeboliti, un solo uomo possa resuscitare la fortuna declinante dell'Italia e mettere ordine, è un'ingenuità imperdonabile. Il Principe dovrebbe, seguendo il consiglio e l'ammonimento di Machiavelli, contraddire due secoli di storia, cambiare miracolosamente il corso degli eventi e creare un nuovo ordine capace di garantire sicurezza, stabilità e pace, ma soprattutto capace di difenderlo dalle incursioni dei barbari. Travolto dalla passionalità del sentimento e dell'immaginazione, Machiavelli finisce col contraddire se stesso: il suo pessimismo teorico diviene improvvisamente fiducia illimitata non soltanto nell'uomo di governo ma anche nel popolo che attende il redentore, pronto a seguirlo. Lo scetticismo si converte, nelle ultime pagine del trattato, nel più commosso grido di speranza e di fede: le parole di disprezzo e di biasimo per l'uomo, creatura in sé malvagia, si tramutano così in un'invocazione quasi religiosa[14].

 Egli non comprende, però, che, per far giurare veramente i soldati, è  necessario che essi credano fortemente in ciò che fanno, che, prima di esigere il sacrificio, è necessario creare una comune coscienza, almeno regionale, una commozione politica che derivi dall'avvertire, anche se in modo confuso, che la passione del governo è indissolubilmente legata alla passione dei sudditi. Machiavelli non si chiede neppure se sia veramente nell'interesse del principe di uno Stato, ampio e forte, creare una milizia di cittadini, il cui addestramento dovrebbe durare così a lungo da far dubitare dell'efficacia e della tempestività del rimedio e se convenga ad un capo assoluto, dare le armi in mano ai sudditi che potrebbero servirsene per scacciarlo dal suo palazzo. Il Segretario fiorentino di fronte a questi pensieri non fa che opporre la sua analisi tecnica, senza coglierne il nesso con tutta la costituzione dell'ipotetico dominio. L'edificio che finisce col costruire, prima negando la forza creatrice del popolo poi richiamandosi ad essa, è un edificio destinato a cadere miseramente. Ciò accade perché egli bada soltanto al rimedio, senza un'analisi veramente critica della realtà effettuale di cui continua a professarsi studioso: "egli non si accorge qual sia il sentimento che lo muove, e crede di predicare una nuova formula di salvezza, mentre ripete  parole vecchie e ritornate in uso in quei tempi calamitosi"[15]. Ma in realtà nello sfasciarsi della creazione di Machiavelli, qualcosa di serio e vitale resta, infondendo nell'opuscolo, nonostante la vanità dell'illusione che lo pervade, una grande vitalità. Il Principe, invece di perdersi nella lontananza grigia delle cose del passato, è destinato ad avere su di sé lo sguardo dei posteri, acquistando, col passare degli anni, un rilievo sempre più netto. Ma a ripercuotersi sugli animi dei suoi lettori non sarà quella che è la principale preoccupazione del Fiorentino ( cioè il desiderio di un'Italia non più corsa dai barbari ), bensì quello che è stato, giustamente, definito il vero e profondo contributo che egli arreca nella storia del pensiero umano: il nettissimo riconoscimento dell'autonomia e della necessità della politica "che è al di là del bene e del male"[16]. Con il riconoscimento della dimensione universale della politica, e della sua autonomia, Machiavelli la libera dal giogo dell'unità medievale, e diventa uno degli iniziatori dello spirito moderno.

Infatti, accettando la lotta politica in tutta la sua integrità, spazzando via dalla scena ogni criterio di azione che non sia quello suggerito dalla ragion di Stato che il Principe deve impiegare per conseguire il suo scopo, dando valore soltanto alla sua capacità ed energia, Machiavelli apre la strada ai regimi assolutistici che si trovano teoricamente sciolti da ogni ostacolo, nella politica interna come in quella esterna. Ciò viene offerto da una parte, dal riconoscimento dell'autonomia della politica, dall'altra dalla particolare concezione di Machiavelli che identifica lo Stato con il governo, anzi, con il suo capo personale[17]. Infatti,  egli vede nel Principe la figura umana di chi, tenendo nelle proprie mani le redini del dominio, riassume in sé  tutta la vita pubblica, che dipende interamente dalla sua volontà, dalle sue decisioni. In un'epoca in cui si stanno creando, attraverso le rotture dell'ordinamento sociale e politico del Medioevo, gli stati unitari e bisogna unire tutti i mezzi di lotta nelle mani di chi deve ancora combattere contro le forze feudali e particolaristiche, in questo particolare momento storico, è necessario che vengano affermate la libertà e la grandezza dell'azione politica, la forza e l'autorità del potere centrale. Soltanto così, per Machiavelli, si possono cancellare definitivamente le vestigia del passato ed offrire ad una società futura, sotto forma di precetto, le armi che salvino la vita della nazione unita minacciata da elementi disgregatori vecchi e nuovi.

Per ottenere un tale risultato, è necessario che non si presti attenzione a nessun altro se non al sovrano che agisce al centro dello Stato e che, per questo, attraverso l'energia del suo volere, è l'unico preposto al suo sollevamento. In quest'ottica, l'eccesso e l'unilateralità del suo potere non sono che i presupposti indispensabili affinché si possa giungere a riconoscere pienamente il valore e l'autonomia dell'azione politica e, su questo incrollabile fondamento teorico, affermare, nel mezzo della storia europea, il motivo primo che la dirige e che, per lungo tempo ancora, l'ispirerà. Bisogna guardare soltanto al potere centrale, al governo esercitato da una persona bene individuata, il cui agire diventi così di una chiarezza eccezionale, necessaria  perché rimanga viva tra i contrasti e, anzi, potendo, li elimini. Non meraviglia che il pensiero di Machiavelli, estrapolato dal contesto in cui nasce, si presti a interpretazioni che ne accentuano soprattutto l'aspetto autoritario. Nell'Italia degli anni Venti, ad esempio, studiare Machiavelli non è semplicemente analizzare un grande pensatore politico: equivale quasi a prendere posizione su tutte le questioni della politica e della storia italiana. Il Principe, in particolare, è, in questo periodo, al centro del dibattito sullo Stato, alimentato dalla crisi che, dopo la "grande guerra", ha investito le istituzioni liberal-democratiche: su questo tema intervengono i maggiori intellettuali del tempo, da Croce a Gentile, e gli stessi uomini politici. Così, nel 1923, Mussolini scrive Preludio a Machiavelli, in cui espone le ragioni dei suoi propositi eversivi nei confronti degli ordinamenti liberali dello Stato, mentre pochi anni dopo Antonio Gramsci, nel carcere dove lo aveva rinchiuso il fascismo, comincia a stendere Noterelle sulla politica di Machiavelli. In casi come questi - come si può immaginare - il pensiero del Fiorentino è il simbolo della pura politica e una metafora, quasi come il suo Centauro, precettore di principi che per Gramsci rappresenta la "doppia prospettiva nell'azione politica e nell'azione statale" per la sua duplice natura, ferina ed umana, in cui si ravvisano i due momenti, a suo giudizio, complementari, della forza e del consenso[18]. Si tratta, con ben altro impegno e tensione intellettuale, di una replica a Mussolini, che nel suo scritto del '23 su Machiavelli, aveva scorto nel pensatore "l'antitesi tra Principe e popolo, tra Stato e individuo", traendone l'argomento per affermare "la forza organizzata dello Stato", a cui il Principe doveva totalmente rimettersi, subordinando ad essa la ricerca del consenso: "il consenso è mutevole come le formazioni della sabbia in riva al mare", aveva scritto sprezzantemente[19]. Del resto, in quella antitesi il popolo era definito "una entità meramente astratta, come entità politica" a cui "si ordina senz'altro o di accettare una Rivoluzione o la pace, o di marciare verso l'ignoto di una guerra"; ma, ad esso - concludeva - "non resta che un monosillabo per affermare e obbedire"[20]. Si tratta di considerazioni che, riferite a Machiavelli, appaiono sicuramente discutibili ma sono naturalmente spiegabili da parte di chi si accinge a imporre con la violenza la propria dittatura al Paese. D'altra parte, non si può negare che l'opera di  Machiavelli, in quanto dottrina della crisi, si presti a letture che ne accentuano solo il momento autoritario. Si tratta di un'operazione pericolosamente semplicistica che porta con sé una serie di conseguenze, peraltro, secondo il severo giudizio del Mesnard, inevitabili. Infatti - la storia lo ha dimostrato - tutte le volte che profonde scosse morali sommuovono l'umanità, mettendo a nudo bassezze e passioni che si credevano escluse per sempre dalla civiltà, "il metodo del Machiavelli torna in onore e il suo pseudorealismo si impone come necessità del momento. Tutte le volte che un paese vede gli organismi politici destituiti di potere, le istituzioni naufragate in una rovina irreparabile o in una decadenza palese, la sua dottrina viene insidiosamente a riproporsi, offrendo, nella persona del fondatore, del condottiero di genio, il rimedio ai mali dello Stato, lo stabilimento di un 'ordine' nuovo. Così Machiavelli può star certo di trovare sempre seguaci, specie nei periodi di crisi morale e politica che precedono le sintesi nuove[21]".




3. Machiavelli, Schmitt e lo 'Stato totale'.   

Non deve meravigliare, dunque, che in Machiavelli Schmitt, al di là dei limiti storici e teorici del suo pensiero, veda la grandezza di una natura umana capace di cogliere il 'politico', senza moralismi ma  anche senza 'immoralismi'[22]. La sua visione della politica come regno dei pochi, dei forti, di quanti hanno come ideale quello di fondare uno Stato dal nulla, e che sono disposti a tutto pur di vedere i propri interessi trionfare su quelli degli altri, ricorda molto la definizione di 'politico' data da Schmitt. La politica è lotta all'ultimo sangue che deve necessariamente concludersi con l'eliminazione fisica del nemico, interno o esterno che sia, perché il potere esige che venga commessa ogni genere di nefandezza per la sua conservazione. La guerra  diventa inevitabile: il nemico interno viene annientato nella guerra civile, in modo speculare, nell'imbarbarimento dell'aut aut divenuto legge cosmica, il nemico nella guerra tra stati è ugualmente da sterminare, come nella guerra civile, quando chi decide, decide che così debba essere fatto.

La decisione del Principe, al di sopra di un volgo acclamante e soggiogato dal suo potere, separa  il bene dal male, l'amico dal nemico, il giusto dall'ingiusto e lo fa senza curarsi dei giudizi sul suo operato, anzi, eliminando i giudizi dei nemici, ridotti al silenzio, laddove non vengano fisicamente annientati.

Per Machiavelli, letto nell'ottica del decisionismo schmittiano, il potere politico diviene il nuovo ed intollerante ( in quanto egli ritiene "i fatti della politica come i soli argomenti validi"[23] ) centro d'interpretazione del reale.

Sul piano operativo esso si mostra come un'arte assolutamente nuova, chiamata ad ordinare la società stessa, a prescindere dai rapporti concretamente esistenti tra gli individui, secondo un progetto di dominio unidirezionale e coerente con le sue premesse che tendono a non considerare gli uomini come individui razionali, ma a ridurli ad oggetti inanimati. Il Principe è, per Machiavelli, il nuovo dio della storia, capace, proprio come il Dio del Cristianesimo, di segnare l'inizio di tutto, di mutare gli eventi, di decidere della vita di un intero popolo. L'uomo, non più considerato naturalmente buono, a cui viene negata la dignitas accordatagli originariamente, è, dopo il rovesciamento operato da Machiavelli, naturalmente cattivo, corruttibile, imperfetto. Questo pessimismo antropologico è funzionale, come abbiamo già osservato a proposito di Hobbes e Schmitt, alla soluzione che tutti e tre gli autori propongono, cioè a un dominio autoritario, capace di garantire la protezione in cambio dell'obbedienza, che trova nella forza illegittima il suo fondamento. Non è un caso, del resto, che egli individui nelle "buone armi" il mezzo attraverso cui far fronte ai problemi dello Stato, nonché conservare il potere. La violenza, utilizzata come mezzo, però, finisce col coincidere con esso, fatto che porta con sé una serie di conseguenze. L'apologia della forza allora, il primato delle buone armi sulle buone leggi mostra come il potere, non trovando alcuna legittimazione nella tradizione, si affidi esclusivamente alla sua manifestazione esteriore e trovi nella paura la  conditio sine qua non della sua esistenza. Se gli uomini sono cattivi, la paura in un potere autoritario diviene l'unico mezzo per renderli docili e pronti ad obbedire, perché quello della violenza è l'unico linguaggio che essi comprendono. "Il primato dell'Amore deve essere sostituito con il primato del terrore - scrive Strauss - se le repubbliche hanno da fondarsi in accordo con la natura e sulle  basi della conoscenza della natura"[24]. Anche per Machiavelli, in una prospettiva decisionistica, si può parlare di un rovesciamento del paradigma originario, anche la sua finisce con l'essere una 'teologia rovesciata' nel senso di Matteucci[25]. Non è difficile dimostrare come, anche in questo caso, il potere non avendo reali fondamenti[26], trovando la sua ragion d'essere nella forza, manifestandosi essenzialmente nella  violenza, dimostri la sua intrinseca debolezza. E' la debolezza di chi sa che, in qualunque momento, un nuovo usurpatore che si dimostri più forte, potrà, se si pongono le condizioni giuste, prendere il suo posto. Ma la violenza può sempre distruggere il potere, "dalla canna del fucile nasce l'ordine più efficace che ha come risultato l'obbedienza più immediata e perfetta. Quello che non può mai nascere dalla canna del fucile è il potere"[27]. E' questo il limite del decisionismo, dunque: la consapevolezza della debolezza di un potere politico che non conosce legittimazione, che nasce dall'imposizione e dalla incapacità di accettare le differenze. Non si può non considerare, a questo punto, la definizione di Stato totale data da Schmitt nel cruciale 1933, in un  articolo che, letto alla luce delle considerazioni appena fatte, può dirsi esemplificativo di questo modo di vedere Stato e politica: "Lo Stato totale [.] è uno stato particolarmente forte - scrive infatti il politologo tedesco - Esso è totale nel senso della qualità e dell'energia, così come si definisce "stato totalitario" lo Stato fascista, dove si suole innanzi tutto dire che i nuovi strumenti di potere appartengono esclusivamente allo Stato e servono alla crescita del suo potere. Uno Stato non consente che emergano al suo interno forze in nessun modo ostili allo Stato, oppure che possano dividere lo Stato. Esso non si preoccupa quindi di trasmettere i nuovi strumenti ai suoi nuovi nemici e distruttori e di lasciare minare il proprio potere dietro lemmi di qualsiasi genere, liberalismo, stato di diritto o come lo si voglia chiamare. Un simile Stato può distinguere l'amico e il nemico"[28]. Di contro a questo Stato totale, inteso nel senso positivo del termine, c'è quello che, secondo Schmitt, è diventata la Germania: uno stato totale in  senso puramente quantitativo, nel senso del mero volume, non invece nel senso dell'intensità e dell'energia politica. L'odierno Stato pluralistico dei partiti in Germania ha sviluppato questo tipo di Stato totale. Il suo volume è cresciuto mostruosamente. Interviene in tutte le occasioni possibili e in tutti gli ambiti dell'esistenza umana, non solo economica"[29]. Lo Stato totale dovrebbe negare ed invertire, il processo di spoliticizzazione della realtà moderna: questo l'obiettivo della proposta schmittiana. Ed, invece, il totalitarismo radicalizza proprio tale tendenza, la porta al limite esterno: se tutto è pervaso, l'autonomia non ha più spazio, non ha alcun senso. Non c'è politica ( intesa nel senso schmittiano del termine ), non esiste più la possibilità di cogliere la differenza tra amico e nemico, viene meno il carattere esistenziale e ontologico della politica. Totalitaria è allora ogni pretesa di "pensiero unico", di filosofia che aspiri e creda di pervenire ad un fondamento, alla spiegazione del "perché" delle cose, della storia, della politica. Proprio mentre la realtà mostra la propria frammentazione, o meglio, la propria diffusione in elementi differenziati, e la molteplicità viene riconosciuta come ricchezza, un principio unificatore non può che essere autoritario, sovrapposto, totalitario appunto. Schmitt, nel contrapporre ad uno Stato totale per debolezza uno totale per forza, vuole trovare la terapia proprio nella malattia. Ma, ragionando in questo modo, non sono possibili automatismi, è necessario un soggetto perché l'energia politica - il 'politico' - che nella totalità è dispersa, venga, per quanto è possibile, concentrata in un punto. Il disegno di Schmitt insomma è di accettare la democrazia e la tecnica - la totalità - come orizzonti insuperabili e, nei limiti del possibile, nel riportare dentro lo Stato l'energia totale dei partiti, il 'politico'. Dentro uno Stato, però, che si presenta assai modificato rispetto a quello ottocentesco: dentro uno Stato che è di nuovo, certamente, capace di unità politica, ma non più di universalità, che non conosce più la distinzione con la società, e che realizza l'unità non mediando e rappresentando in parlamento volontà e interessi discordanti, non, quindi, attraverso la forma universale della legge, ma attraverso la decisione puntuale, la decretazione d'urgenza, che si abbatte su tutte le sezioni del continuum Stato-società in cui si creano contraddizioni e conflitti potenzialmente pericolosi per l'unità politica. Le decisioni, naturalmente, devono essere decisioni legittimate dalla consapevolezza della politica: devono essere cioè decisioni del Custode della costituzione, ovvero del presidente della Repubblica che - plebiscitato dal popolo 'democratico' - si richiama, nella propria funzione decidente, alla legittimità originaria, alla grande 'posizione' di valori realizzata dal potere costituente del popolo nell'atto rivoluzionario di fondazione della repubblica di Weimar. Il superamento dello 'Stato totale', viene considerato, dallo Schmitt nazista degli anni che vanno dal '33 al '37, già in atto. Egli lo dimostra proprio quando cerca di far coesistere tanto la categoria di Stato quanto il sostanzialismo del 'popolo' quanto all'attribuzione al partito unico dell'iniziativa politica. Nello Schmitt nazista il monopolio del 'politico' è attribuito al Capo ( e, subordinatamente, al partito ) in rapporto col popolo che fornisce la legittimità razziale alla politica pur restando sullo sfondo, fondamentalmente passivo, e sull'articolazione della società in 'ordini concreti', capaci di autonormazione ma spoliticizzati, mentre lo Stato funge solo da macchina burocratica[30]. Il 'politico', qui, non è più 'totalità', l'insieme delle contraddizioni della società, e, allo stesso tempo, l'energia onnicomprensiva dell'origine del potere costituente ma soltanto comando concentrato e terroristico sul nemico interno. Negli anni nazisti, infatti, il 'politico' è confinato e monopolizzato come se fosse una 'politica' tradizionale, legittimata da un 'fondamento' totale ed onnicomprensivo ( il popolo-razza ), ma spoliticizzato proprio come lo era la vecchia società borghese. La differenza sta nel fatto che qui al comando politico è a priori consentito di abbattersi indiscriminatamente, per difenderlo dai nemici interni individuati dal punto di vista razziale, sul corpo sociale inerte che, viene così politicizzato 'dall'alto', cioè sottoposto alla violenza distruttrice del 'politico'. Gli esiti nazisti del pensiero di Schmitt non sono stati considerati come il necessario svolgimento del suo decisionismo: peraltro, una dottrina come la sua doveva necessariamente, per il modo in cui nasce e si legittima, sfociare in una politica della forza. E' naturale, dunque, che, in una società come quella attuale, ancora chiamata a fare i conti con il "male radicale" del suo passato ( per dirla come la Arendt[31] ), la ricetta del decisionismo appaia non soltanto semplicistica ma, addirittura, inaccettabile. Il mondo non può sempre essere pensato attraverso la dicotomia amico-nemico e la conseguente esclusione del nemico, né nei termini dell'emergenza e del potere che rimedia alla stessa con forza. C'è una dimensione di continuo, di non eccezionale, di potere di governo stabile che si contrappone a quello costituente, c'è una quotidianità che non è decisa dai dittatori, è la quotidianità di chi vuole evitare le lacerazioni, le rotture, che segue la tendenza democratica a sanare il conflitto e non ad acuirlo. "Che la realtà sia fatta di interessi in conflitto, è certo, che poi l'inconciliabilità di tali interessi sia così intensa da doversi tradurre in conflittualità permanente [.] è tesi tutta da dimostrare"[32]. L'integrazione dell'altro è sempre possibile, auspicabile, perseguibile, non si può, dunque, che concordare con Miglio sul fatto che venga ormai sempre più apertamente contestata, con effetti liberatori, "l'antica convinzione, acriticamente accettata, per la quale essere omogenei e sacrificare la propria particolarità e diversità sull'altare di una mitica ed egualitaria 'unità' sia un dovere superiore: un 'valore' vincolante su tutti gli altri"[33]. Quando non vi è più la pluralità antagonista tra gli individui, la convivenza pacifica di interessi e opinioni diverse, il rispetto e l'apprezzamento per l'alterità, l'unità contro il nemico emarginato, distrutto, massacrato, contro i nemici esterni, l'unità totale del popolo, della nazione, della lingua, dello stato, del movimento, il totalitarismo sono arrivati[34].    



[1] Il commento è tratto da Intervista a Norberto Bobbio in Rinascita, 27 aprile 1985, p. 15, citato da F. FERRAROTTI, Introduzione a G. SCHWAB, Carl Schmitt .La sfida dell'eccezione cit. p. VI.

[2] C. SCHMITT, Il concetto di 'politico' cit. , p. 146.



[3] N. MACHIAVELLI, Il Principe. Scritti politici, presentazione di L. Fiorentino, Milano, Mursia,1993, cap. XXV, p. 115.

[4] B. CROCE, Storia dell'età barocca in Italia. Pensiero. Poesia e letteratura. Vita morale, (1925), Milano, Adelphi, 1993, p. 114.

[5] N. MACHIAVELLI, Il Principe. Scritti politici, cit. ,cap. XVIII, p. 90.

[6] ibidem; cap. XV, p.82.

[7] "Molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero" ( ibidem;  p. 81). 

[8] G. SASSO, Niccolò Machiavelli. Il suo pensiero politico, Bologna, 1980, p. 430.

[9] R. MOMTANO, Machiavelli. Valori e limiti, Firenze, 1974, p. 65.

[10] P. MESNARD, Il pensiero politico rinascimentale, Bari, 1964, p. 123.

[11] N. MACHIAVELLI, Il Principe, cit. , cap. XXIV, P.111.

[12] F. CHABOD, Scritti su Machiavelli, introduzione di Corrado Vivanti, Torino, Einaudi, 1993, p. 76.

[13] N. MACHIAVELLI, Il Principe, cit. , cap. XII, p. 70.

[14] ibidem; cap. XXVI.

[15] F. CHABOD, Scritti su Machiavelli, cit. , p. 88.

[16] B. CROCE, Elementi di politica, Bari, 1925, p. 60.

[17] E. GRASSI, Il pensiero di Machiavelli e l'origine del concetto di Stato, in "Rassegna Nazionale", 1924, p. 201.

[18] A. GRAMSCI, Quaderno 18. Noterelle sulla politica del Machiavelli, a cura di C. Donzelli, Torino, 1981, p. 75. Nel cap. XVII del Principe Machiavelli spiega che vi "sono dua generazione di combattere: l'uno con le leggi, l'altro con la forza: quel primo è proprio dell'uomo, quel secondo delle bestie". L'insegnamento sarebbe stato dato per lui, "copertamente", dagli antichi, quando narrarono "come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia et mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l'una e l'altra natura: e l'una senza l'altra non è durabile".    

[19] B. MUSSOLINI, Forza e consenso, in "Gerarchia", marzo 1923, II, in ID. , Scritti politici, a cura di E. Santarelli, Milano, 1979, pp.226-228. 

[20] B. MUSSOLINI, Preludio a Machiavelli, in "Gerarchia", aprile 1923, II, in ID. , Scritti politici, cit., pp.228-231.

[21] R. MESNARD, Il pensiero politico rinascimentale cit. , pp.123-124.

[22] C. GALLI, Genealogia della politica cit. , p. 270, n. 64. D'altra parte il pensiero del Segretario fiorentino è un punto di riferimento ineliminabile per tutti i pensatori che s'interrogano sulla realtà della vita politica. Di quest'avviso è E. SCIACCA, La politica come conflitto, in ( a cura di ) M. BASCIU, Il conflitto. Profili giuridici e politici. Atti del XVIII Congresso Nazionale della Società italiana di filosofia giuridica e politica, Anacapri, 4- 6 giugno 1992, in "Quaderni della Rivista internazionale di filosofia del diritto", n.1, Milano, Giuffrè, 1995, p. 95, che scrive: "i testi di Machiavelli [.] possono essere ancora oggi considerati come le fonti di riferimento più significative delle interpretazioni del conflitto e della lotta politica".  

[23] E. CASSIRER, Il mito dello stato (1946); trad. it. , Milano, 1971, p. 238.

[24] L. STRAUSS, Pensieri su Machiavelli, 1958; trad. it. , Milano, 1970, p. 193.  

[25] B. IORIO, Analisi del decisionismo cit. , p. 44.

[26] Secondo A. ANDERSON, Lo stato assoluto, Milano, 1980, p. 154, Machiavelli non ha compreso "l'immensa forza del legittimismo dinastico nel quale l'assolutismo emergente affondava la sue radici". Il suo mondo è quello "degli avventurieri effimeri e dei nuovi tiranni delle Signorie italiane". E' ovvio allora che la sua 'stella polare' sia, in questa visione, Cesare Borgia. 

[27] H. ARENDT, Comprensione e politica, 1953, in ID. , La disobbedienza civile e altri saggi, Milano, 1985, p. 107.

[28] C. SCHMITT, Weiterentwicklung des totalen Staats in Deutschland ( 1933 ), ripubblicato in ID. , Verfassungsgeschichtliche Aufsatze aus den Jahren in 1924-1954, Berlin, Duncker & Humblot, 1958, p. 361.

 

[29] Ibidem.

[30] C. SCHMITT, Staat, Bewegung, Volk, Hamburg, Hanseatische Verlagsanstalt, 1933; trad. it. a cura di D.Cantimori, Stato, Movimento, Popolo, in Principi politici del Nazionalsocialismo, Firenze, Sansoni, 1935.

[31] H. ARENDT, Le origini del totalitarismo cit. , p. 607.

[32] D. FISICHELLA, Politica e mutamento sociale, Messina-Firenze, D'Anna, 1981, p. 93.

[33] G. MIGLIO, Intoduzione a H. D. THOREAU, Disobbedienza civile, Milano, 1993, pp.19-20.

[34] A. PREDIERI, Carl Schmitt, un nazista senza coraggio cit. , p. 261.








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