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IL MODELLO ITALIANO - La struttura della disoccupazione nelle due Italie

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IL MODELLO ITALIANO

La struttura della disoccupazione nelle due Italie

Nel panorama europeo la disoccupazione italiana si distingue per le caratteristiche che ne fanno un caso quasi unico.

Dopo Spagna e Grecia, l'Italia è il paese dove è più forte la discriminazione di genere e la quota di donne tra chi è in cerca di lavoro non raggiunge i livelli più elevati solo per l'ancor scarsa partecipazione femminile. È netto il primato per la discriminazione per età: tra i maschi, a tassi di disoccupazione altissimi per i giovani, corrisponde un tasso degli adulti pari o addirittura più basso di quello dei paesi alle soglie del pieno impiego (Austria, Olanda e Danimarca).

Così tra le persone in cerca di lavoro l'Italia presenta la minore quota di adulti e la maggiore di giovani.

In Italia tra le persone in cerca di lavoro neppure 1/5 è un capofamiglia contro ½ in Germania e Gran Bretagna.

Quella italiana è anche una disoccupazione da inserimento perché colpisce per lo più il momento dell'ingresso nel mercato del lavoro.

La quota dei disoccupati in senso stretto supera di poco il 30% contro una media europea di oltre 60%; le persone in cerca di prima occupazione in Italia sfiorano il 60% mentre in alcuni paesi non raggiungono il 10%.



L'Italia è il paese con la più alta quota di disoccupazione di lunga durata visto che oltre il 60% è alla ricerca di lavoro da oltre 12 mesi. I più colpiti sono i giovani, le donne e le persone in cerca di prima occupazione.

I sussidi di disoccupazione italiani sono di gran lunga i meno generosi di Europa e in Italia le persone prive di lavoro possono contare quasi solo sul sostegno economico della propria famiglia.

L'Italia è il paese europeo in cui le differenze territoriali sono le più forti a causa dello storico dualismo Nord-Sud riesploso dalla metà degli anni '80.

Solo dal 2001 il divario si riduce leggermente anche grazie alla discreta ripresa della mobilità interna cominciata negli anni '90.

Della scarsa mobilità da Sud a Nord, che ha segnato una balcanizzazione del mercato del lavoro italiano, si sono date diverse spiegazioni: dal maggior benessere economico che aumenta l'importanza dei costi psicologici dello sradicamento, alla scarsa disponibilità di occupazioni stabili nelle aree di arrivo, dalle differenze nel costo della vita , all'elevata diffusione delle case di proprietà.

Dunque, da 25 anni in Italia sono andati consolidandosi due mercati del lavoro tra loco poco comunicanti: quello del Centro-N 111b13b ord, non lontano dal pieno impiego e quello del Mezzogiorno dove la disoccupazione è di massa.

L'analisi comparata ha messo in luce come la struttura della disoccupazione sia connessa alla capacità di un sistema economico di creare occupazione. Si avanza l'ipotesi che il tipico modello italiano risulti attenuato nel Centro-Nord in cui il tasso di occupazione ha quasi raggiunto la media europea (60% contro 64%) e invece sia ancor più accentuato nel Mezzogiorno dove la capacità di creare lavoro è molto scarsa.

Visto che tra le regioni italiane il tasso di occupazione e quello di disoccupazione sono in stretta relazione, la discriminazione di genere e per età su scala regionale è strettamente legata ad entrambi gli indicatori: le donne e i giovani sono più discriminati nelle regioni in cui è maggiore il tasso di disoccupazione e minore quello di occupazione.

Nel mezzogiorno invece la discriminazione verso le donne e ancor più verso i giovani raggiungono livelli eccezionali e persino fuori linea rispetto alla capacità di creare lavoro. La peculiarità del modello italiano è dunque dovuta al Mezzogiorno visto che probabilmente non esiste un altro sistema sociale in cui si sia affermato uno squilibrio così forte.

Mentre nelle regioni centro-settentrionali la discriminazione di genere ha attraversato soltanto una congiuntura sfavorevole a metà anni '80, in quelle meridionali ha continuato a crescere sino all'inizio degli anni '90 e poi si è assestata sull'alto livello raggiunto.

Dal '78 al '92 nel Centro-Nord le differenze sono minime sia per i maschi sia per le femmine; invece nel Mezzogiorno lo slittamento verso l'alto delle curve per le fasce di età più giovani è notevole e per i maschi impressionante.

Nel confrontare le curve dei tassi di disoccupazione per età nel '92 e nel 2003 bisogna tenere conto che nel 2003 è stata adottata una più ristretta definizione di ricerca del lavoro che incide in misura maggiore sui giovani.

Un fenomeno ancor più negativo è l'ulteriore aumento del tasso di disoccupazione delle persone adulte, in particolare dei maschi.

Una moderata discriminazione verso i giovani e le donne ha consentito all'Italia centro-settentrionale di raggiungere il pieno impiego per i maschi adulti fin dagli anni '80.

Invece nel Mezzogiorno la discriminazione non ha consentito di conservare quel livello prossimo al pieno impiego che pure i maschi adulti avevano mantenuto sino a fine anni '70.

Se nel Mezzogiorno la disoccupazione si limita a colpire i maschi adulti la situazione per i giovani è drammatica. Per le donne da 15 a 24 anni con tassi di disoccupazione oltre il 60%, siamo a livello di esclusione. E oltre il 50% sono anche i tassi di disoccupazione dei giovani maschi.

Nel Centro-Nord la riduzione della disoccupazione a fine anni '80 si deve tutta alle persone in cerca di primo lavoro e si potrebbe spiegare con la progressiva contrazione delle nuove leve per fattori demografici poiché oltre il 90% di chi cerca un primo lavoro ha meno di 29 anni.

Risulta attenuato il ruolo dei fattori demografici e si delinea un fenomeno che troverà conferma più avanti: dalla metà degli anni '80 è più facile per i giovani trovare un'occupazione, che però spesso risulta precaria, quindi non pochi diventano disoccupati in senso stretto.

D'altronde le difficoltà del primo inserimento non sono state intaccate, anzi sembrano accresciute. Si assiste ad un forte invecchiamento delle persone in cerca di prima occupazione. Si conferma che l'aumento del tasso di disoccupazione delle persone adulte è dovuto anche a un ulteriore slittamento dell'età di accesso al primo lavoro. Negli anni '90 la percentuale delle persone in cerca di prima occupazione rimane stabile, diminuisce quella dei giovani sino a 24 anni ed aumenta in particolare quella dei trentenni.

Una fascia sempre più ampia di giovani meridionali entra nella vita adulta senza aver mai avuto un'esperienza lavorativa significativa. Lo stato di attesa del lavoro ha assunto una dimensione drammatica e rischia di segnare per sempre gli atteggiamenti e i valori di alcune generazioni.

La disoccupazione giovanile è anche intellettuale?

In Italia la disoccupazione è stata qualificata come intellettuale, oltre che come giovanile, in quanto tra le persone in cerca di lavoro vi sono molti più laureati e diplomati che in passato. La crescente presenza di istruiti tra chi cerca lavoro è ovvia se si considera che in grande maggioranza le persone in cerca di lavoro sono giovani e che le generazioni nate dagli anni '50 hanno raggiunto sempre più alti livelli di scolarità. Occorre però notare un aspetto legato al classico ma spesso dimentica rapporto tra istituzione e origine sociale.

Nonostante il notevole aumento dell'accesso dei giovani all'istruzione superiore, le opportunità educative sono rimaste disuguali, e chi proviene da famiglie di livello sociale superiore continua ad avere maggiori possibilità di conseguire titoli di studio elevati rispetto a chi ha origini modeste. Si può pensare che l'origine sociale favorisca l'inserimento occupazionale dei diplomati e dei laureati provenienti da famiglie di ceto medio-superiore. Si è dimostrato che migliori condizioni economiche della famiglia non riducono il tempo di ricerca del lavoro dei figli, ma anzi ne consentono il prolungamento secondo la strategia dell'attesa del posto buono.

La disoccupazione dei giovani laureati e diplomati è stata tanto alta che è impossibile abbia colpito solo quelli di origine popolare.

Da qualche anno il fenomeno si è molto ridotto nel Centro-Nord ma resta importante nel Mezzogiorno.

Beninteso si tratta di un fenomeno transitorio che riguarda solo i figli nella fase di ingesso del mercato del lavoro. Ne risulta però incrinato quel sentimento di sicurezza che ha sempre accompagnato la condizione di vita delle classi medie e superiori.

Alla connotazione intellettuale della disoccupazione è stato dato un significato più specifico, nel senso di considerare la più elevata scolarità una difficoltà aggiuntiva alla ricerca di un'occupazione per un giovane.

Nei primi anni '70 si afferma l'ipotesi della scuola come area di parcheggio per giovani in attesa di lavoro. La scuola avrebbe svolto la funzione latente di assorbire con il prolungamento degli studi la forza lavoro eccedente la necessità di uno sviluppo economico risparmiatore di lavoro.

Quando si esaurisce la fase di gonfiamento della popolazione studentesca si vede che l'accresciuta scolarità delle giovani generazioni è causa non di una riduzione dell'offerta di lavoro ma semmai di un suo aumento. Questa spinta dal basso verso una maggiore istruzione sarebbe però in contraddizione con le esigenze del sistema economico, poiché la domanda di lavoro non presenta un aumento altrettanto cospicuo di posti qualificanti. Ne deriverebbero un eccesso e uno spreco di forza lavoro istruita.

Questo spreco può assumere due forme opposte: la prima consiste nello spiazzamento dei giovani meno istruiti da parte dei più secolarizzati, che occupano posti di lavoro per cui sono richieste competenze inferiori a quelle acquisite nel sistema formativo. Ciò è possibile in una società in cui da un lato il titolo di studio è una credenziale importante e dall'altro non vi sono grandi differenze di status sociale tra i posti di lavoro. La più elevata disoccupazione dei meno istruiti è quindi spiegata in modo opposto alla teoria del capitale umano. I meno istruiti non resterebbero esclusi a causa del deficit formativo ma per la concorrenza dei più istruiti, disposti ad accettare anche attività lavorative per cui sono sovrascolarizzati.

Nella vecchia Europa la relazione tra occupazioni e status sociale è molto più stretta. Se esiste una corrispondenza normale tra titolo di studio e livello del posto nella gerarchia occupazionale, gli eventuali squilibri sono percepiti come declassamento sociale oltre che come dequalificazione professionale.

Quando vi è un eccesso di forza lavoro istruita, gli istruiti non entrano in concorrenza con i meno secolarizzati, ma restano disoccupati. Si ha dunque disoccupazione intellettuale in senso proprio  se, a parità di ogni altra condizione, gli istruiti hanno maggiori probabilità di restare senza lavoro dei non istruiti.

Per affrontare la questione dell'alternativa tra piazzamento, disoccupazione intellettuale e deficit formativo, occorre storicizzare la relazione tra istruzione e occupazione.

La relazione tra i livelli di istruzioni e le diverse soglie di accettabilità sociale dei posti di lavoro, varia nel tempo. Si assiste ad un progressivo slittamento verso l'alto nei livelli di reclutamento per posizioni lavorative che rimangono sostanzialmente uguali.

Per uno stesso tipo di lavoro si richiedono alle nuove leve titoli di studio superiori a quelli richiesti alla generazione precedente.

Qualunque sia la causa dello slittamento ogni corrispondenza tra livelli di istruzione e posizioni lavorative è frutto di una mera convenzione sociale.

I problemi nascono quando la domanda o l'offerta di lavoro mutano troppo rapidamente perché le aspettative sociali riescano ad adattarsi. La dimensione culturale cambia più lentamente di tutte le altre, da quella tecnologica a quella economica.

Alla fine degli anni '70 in Italia si diffuse l'idea che per le giovani generazioni vi fosse un eccesso di scolarizzazione.

La specificità intellettuale della disoccupazione è stata esaltata anche da un modo non corretto di considerare la fase di ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.

Si tende a sottostimare il tasso di disoccupazione dei meno secolarizzati e per contro a sovrastimare quello di diplomati e laureati. Per vedere se la più alta scolarità costituisce davvero una difficoltà aggiuntiva, occorre considerare i giovani ad un'uguale distanza dal momento di uscita dal sistema formativo. Lo scarso vantaggio dei giovani istruiti rimane un fenomeno unico anche in Europa poiché persino nei paesi come la Francia, in cui lo status sociale dell'occupazione ha grande rilievo, la disoccupazione si concentra sui giovani meno istruiti.

Guardando agli andamenti dei tassi di disoccupazione all'entrata sino al 1992, un netto svantaggio per i diplomati si ha soltanto alla fine degli anni '70, quando esplode la questione della disoccupazione intellettuale. I laureati avevano l'inserimento nel mercato del lavoro di gran lunga meno difficile e questo loro privilegio rimane sempre intatto.

Dal 1993 una più rigorosa definizione dello stato di ricerca del lavoro restringe l'area della disoccupazione; perciò i tassi di disoccupazione della nuova serie sono sottostimati rispetto a quelli della vecchia serie e tale riduzione concerne in misura maggiore le donne e i meno istruiti. Negli anni di crisi, dal '94 al '96, il tasso di disoccupazione dei laureati e delle laureate all'entrata nel mercato del lavoro non è inferiore a quello dei giovani in possesso di titoli di studio meno elevati e il tasso di disoccupazione dei diplomati diventa nettamente il più alto.



La disoccupazione intellettuale ricompare sulla scena del mercato del lavoro italiano. Ma questa volta si tratta di un fuoco di paglia. La forte crescita dell'occupazione iniziata nel '96 rende molto meno difficile l'ingresso nel mercato del lavoro sia dei laureati sia dei diplomati, mentre rimane uguale il tasso di disoccupazione all'entrata dei giovani in possesso soltanto del diploma di scuola media inferiore.

Il possesso di un'istruzione superiore non favorisce affatto i giovani nella ricerca della loro prima occupazione. Tuttavia, l'assenza di un impatto dei livelli di istruzione sulla rapidità con cui si trova il primo lavoro riguarda solo la fase iniziale di ricerca, poiché se si considera un periodo più lungo i giovani più istruiti si trovano in sensibile vantaggio rispetto a quelli meno istruiti.

Le medie nazionali nascondono realtà molto diverse. Nell'Italia centro-settentrionale neppure a fine anni '70 la disoccupazione giovanile si caratterizzava come intellettuale. Poi per i maschi scompare ogni differenza tra diplomati e giovani con la licenza media e per le femmine le posizioni si invertono a favore delle diplomate. Quanto ai laureati, il loro tasso di disoccupazione è stabile sui livelli più bassi.

La tendenza alla convergenza, appena intaccata dalla crisi del '94-'95, prosegue negli anni '90 in particolare per i maschi, mentre per le femmine dal '98 il tasso di disoccupazione all'entrata delle giovani con la sola licenza media non diminuisce. Ci si può spiegare con la riduzione delle nuove leve giovanili nel Centro-Nord. La definitiva scomparsa di una specifica disoccupazione intellettuale tra i giovani non comporta maggiori vantaggi per i più istruiti. Peraltro, nel Nord il tassi di disoccupazione all'entrata di gran lunga più basso tra i maschi è quello dei giovani qualificati. Un livello di istruzione cui invece nel Mezzogiorno corrisponde un tasso di disoccupazione all'entrata molto alto, inferiore soltanto a quello dei diplomati. Ciò conferma l'estrema scarsità della domanda di lavoro operaio qualificato nel Mezzogiorno.

La situazione del Mezzogiorno si presenta estremamente diversa e non solo perché le difficoltà di ingresso peri giovani sono molto superiori e hanno cominciato a diminuire soltanto dal 2000. Lo svantaggio dei diplomati alla fine degli anni '70 è enorme; in seguito si riduce soltanto per il forte aumento dei tassi di disoccupazione dei meno istruiti. Invece i laureati anche a fine anni '70 avevano una posizione molto meno svantaggiata, che poi rimane netta per le femmine, mentre si riduce progressivamente per i maschi.

Nel Mezzogiorno sino a tutti gli anni '90 per i maschi tra il tasso di disoccupazione dei laureati e quello dei diplomati a 5 anni dall'uscita dal sistema formativo ci è stato un rapporto quasi di 1 a 2. in un contesto di grande e crescente difficoltà nella transizione dalla scuola al lavoro si può pensare che ciò fosse dovuto ad uno spiazzamento dei giovani diplomati da parte dei laureati. Tra i diplomati e i giovani con licenza media si nota lo stesso effetto, nonostante fino agli anni '90 gli ultimi abbiano avuto un tasso di disoccupazione inferiore a quello dei diplomati. Il fatto è che tra i diplomati e i giovani con licenza meda entra in gioco la frontiera tra lavoro manuale e intellettuale, mentre le occupazioni per le quali i laureati fanno concorrenza ai diplomati sono entro l'area impiegatizia.

Nel mezzogiorno la cesura è rafforzata da un altro aspetto, i lavori impiegatizi sono concentrati nel settore pubblico.

Che i diplomati meridionali trovino difficoltà particolarmente forti nell'affrontare la transizione al lavoro è confermato dal fatto che negli anni '90 il loro tasso di disoccupazione nei 5 anni successivi all'uscita dalla scuola è superiore di oltre 40% a quello dei diplomati centro-settentrionali.

Dall'inizio del nuovo secolo le loro difficoltà di inserimento vanno progressivamente diminuendo, sicché nel 2003 il tasso di disoccupazione dei diplomati diventa inferiore a quello dei giovani con la licenza media. Si può pensare che questo fenomeno sia dovuto alla caduta delle aspettative dei diplomati che li rende ora più disponibili a spiazzare i meno istruiti sul mercato del lavoro manuale.

L'alto tasso di abbandoni che caratterizza sia la scuola media superiore sia l'università comporta una sottostima dei livelli reali di scolarità per molti giovani.

Solo un piccolo vantaggio comparato per i giovani istruiti italiani

Poiché i sistemi educativi in Europa sono molto diversi, la classificazione in tre livelli delle persone in cerca di lavoro è approssimativa.

Tra questi paesi a bassa istruzione vi è l'Italia. Tuttavia, sia le differenze istituzionali sia quelle che concernono i gradi di apprendimento contano poco quando si confronta il vantaggio comparato sul mercato del lavoro di cui godono i giovani in possesso di un titolo di studio elevato rispetto a quelli meno istruiti.

Gli indici dei tassi di disoccupazione nei 5 anni successivi all'uscita del sistema formativa in Italia, Francia, Gran Bretagna e Spagna.

Nel triennio '92-'94 in Italia non vi era per i giovani una disoccupazione intellettuale in senso specifico, poiché il rischio di restare alla ricerca di lavoro all'uscita dal sistema educativo decresceva al crescere del livello di istruzione, tuttavia il vantaggio dei giovani istruiti italiani rispetto ai non istruiti è nettamente inferiore a quello di cui godono i giovani istruiti in Francia e Gran Bretagna. In Italia il tasso dei giovani con un livello medio di istruzione è pari all'84%. Solo la Spagna si avvicina all'Italia.

Nel 2001 in tutti i paesi il ventaglio dei tassi di disoccupazione all'entrata nel mercato del lavoro per i livelli di istruzione si allarga. Perciò il forte aumento dell'occupazione della seconda metà degli anni '90 ha avvantaggiato in maggior misura i giovani più istruiti; il vantaggio relativo dei giovani più istruiti aumenta ma la distanza rispetto a quanto accade negli altri paesi non si riduce. Il rischio di essere in cerca di lavoro decresce al crescere del livello di istruzione in tutti i paesi. Ma in Italia il vantaggio comparato degli istruiti è più ridotto rispetto a quanto accade in Gran Bretagna e Francia.

Non tengono conto di quanto sia differente per genere ed età la composizione della disoccupazione non isolano il ruolo del fattore istruzione.

In Italia si suole imputare la connotazione intellettuale della disoccupazione giovanile all'elevata rigidità dell'offerta: i giovani istruiti non accettano occasioni di lavoro inferiori alle loro aspettative e quindi non spiazzano i meno istruiti nella ricerca del lavoro. Perché ciò avvenga occorre che vi sia un eccesso di offerta di lavoro istruita.

Queste analisi si fondano sul semplice confronto tra i tassi di istruzione dei giovani italiani o dell'intera forza lavoro e quelli degli altri paesi europei. L'Italia risulta un paese con un deficit di istruzione.

Considerando sia i tassi di scolarità dei giovani sia la distribuzione degli occupati per livello di istruzione, si verifica una relazione apparentemente paradossale. Proprio i paesi in cui gli istruiti hanno un minore vantaggio comparato rispetto ai non istruiti, sono quelli in cui minore appare la presenza degli istruiti. Per contro, gli istruiti hanno un maggiore vantaggio proprio nei paesi in cui maggiore è la loro presenza. In questo caso sembra non funzionare la regola economica per cui più un bene è scarso, maggiori vantaggio ne trae chi lo possiede. Sembra che i pochi istruiti italiani e spagnoli siano meno avvantaggiati sul mercato del lavoro dei molti istruiti francesi o britannici.

Questo ragionamento implicitamente assume che la struttura della domanda di lavoro per livelli di qualificazione professionale sia simile in tutti i paesi considerati e quindi sia sufficiente guardare i tassi di istruzione. Tale assunto entra in crisi quando si confronta la struttura dell'occupazione per livelli professionali poiché l'Italia presenta un'occupazione più orientata verso le basse qualifiche e meno verso quelle alte. Perciò i giovani istruiti italiani risultano troppi in termini economici se devono confrontarsi con occasioni di lavoro prevalentemente  poco qualificate. In Italia permane un elevato grado di sovraeducazione degli occupati. Risulta che da una generazione all'altra sono stati soprattutto i sempre più numerosi giovani istruiti a vedere peggiorare la propria situazione nella fase di ingresso nel mercato del lavoro.

Istruzione, posizione professionale e rischio di disoccupazione in età adulta

Superata la difficile fase dell'ingresso nel mercato del lavoro, l'istruzione più elevata costituisce poi un vantaggio per conservare il lavoro in età adulta. Questa relazione si accentua dai primi anni '90. perciò il diploma di scuola superiore proprio nelle regioni meridionali, dove non favorisce il primo ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, garantisce però ancora meglio agli adulti una maggiore protezione contro il rischio di perdere la propria occupazione.

Da metà anni  '80 il tasso di occupazione degli adulti meno istruiti cresce molto più rapidamente di quello degli adulti diplomati o laureati.

Dunque la notevole crescita della disoccupazione maschile adulta nel Mezzogiorno si deve tutta o quasi ai meno protetti dal titolo di studio.

L'effetto di protezione della laurea e del diploma risulterebbe ancor più forte se si potessero dividere le due componenti del tasso di disoccupazione: la probabilità di entrare in disoccupazione e la durata della ricerca.

Poiché il loro tasso di disoccupazione è inferiore a quello dei non istruiti, se ne deduce che molto minore deve essere la probabilità di perdere il lavoro. Gli adulti secolarizzati che perdono il lavoro sono molto pochi.

Tra i disoccupati con una precedente esperienza lavorativa la probabilità di uscire dalla disoccupazione è maggiore soltanto per chi ha una qualifica professionale o un diploma di scuola tecnica, mentre i laureati non sono affatto avvantaggiati. In Gran Bretagna l'istruzione superiore invece influisce positivamente anche sulla probabilità di ritrovare un lavoro.

Ciò fa presente che l'indubbio vantaggio che l'istruzione superiore assicura per conservare il lavoro da adulti, non sia molto elevato se confrontato con quanto accade in altri paesi europei.

Poiché in questa classe di età sono compresi ancora giovani alla ricerca di primo lavoro, il confronto rimane impreciso; la differenza nello scarto tra i due tassi di disoccupazione è tale da generare più di un sospetto che anche da questo punto di vista il rendimento dell'istruzione in Italia sia tra i meno elevati in Europa.

L'Italia è il paese in cui maggiore è la disuguaglianza di accesso alle posizioni di lavoro più qualificate in base al livello di istruzione: a professioni intellettuali accedono quasi il 90% dei laureati, poco più del 35%dei diplomati e appena il 5% di coloro con basso livello di istruzione.

I giovani istruiti italiani sono sì scarsamente favoriti nella fase di ingresso nel mercato del lavoro e da adulti sono anche un po' meno protetti dalla disoccupazione rispetto ai lavoratori istruiti degli altri paesi europei, ma in compenso hanno probabilità molto più elevate di accedere a professioni intellettuali, nonostante queste siano abbastanza poche. A queste maggiori disuguaglianze nell'accesso alle professioni più qualificate corrisponde una scarsa mobilità ascendente.

La ragione principale dei limitati percorsi di carriera sul lavoro sta nella scarsità delle medie e grandi imprese, le sole organizzazioni private che offrono tali opportunità, e nello stretto legame che nel settore pubblico esiste tra posizione professionale e titolo di studio. Per far carriera non resta che mettersi in proprio, riproducendo così il predominio delle piccole imprese a gestione familiare che rende difficile la mobilità intragenerazionale. In Italia il destino occupazionale rimane fortemente segnato fin dall'inizio.

La conferma che raggiungere un livello di istruzione superiore garantisce una maggiore sicurezza occupazionale è fornita da un'analisi dei tassi di disoccupazione per ultima professione svolta, tassi di disoccupazione delle occupazioni ad elevata qualificazione siano nettamente inferiori a quelli delle occupazioni operaie e ancor più a quelli delle occupazioni non manuali dequalificate e delle occupazioni prive di ogni qualificazione.




Le occupazioni meno esposte alla disoccupazione sono i dirigenti e gli imprenditori, i medici, gli insegnanti e le professioni intermedie amministrative e commerciali mentre quelle più a rischio di disoccupazione sono i braccianti agricoli, i manovali, gli addetti ai servizi sanitari e alle famiglie e il personale non qualificato nelle vendite.

I pochissimi lavoratori molto qualificati che perdono il lavoro hanno un'elevata probabilità di restare a lungo in disoccupazione, persino più dei molti lavoratori poco qualificati che diventano disoccupati.

In tutti i paesi europei il tasso di disoccupazione delle professioni qualificate è inferiore a quello medio, mentre il tasso di disoccupazione delle occupazioni poco qualificate e soprattutto di quelle elementari è quasi sempre superiore.

La disoccupazione di lunga durata e il rischio di perdere il lavoro

L'Italia è il paese europeo dove più elevata è la disoccupazione di lunga durata. Lo stock annuo di persone in cerca di lavoro aumenta quando nel corso dell'anno coloro che entrano in disoccupazione sono più di coloro che ne escono e i nuovi entrati di un anno diventano disoccupati di lungo periodo nel successivo. La quota di disoccupati di lungo periodo può restare costante solo se il flusso di uscita dalla disoccupazione è uguale a quello in entrata.

Il classico effetto ad uncino per cui al diminuire del tasso di disoccupazione la quota delle persone in cerca di lavoro da oltre 12 mesi rimane costante, compare in Italia nel 1990.

Per calcolare l'intero periodo occorrerebbero indagini panel, cioè ripetute periodicamente sugli stessi individui.

La scarsa attenzione per questo fenomeno in Italia si spiega con il fatto che in quella di lungo periodo sono ancor più accentuate due caratteristiche della disoccupazione: la giovane età e l'assenza di precedenti lavorativi.

Su queste figure si è costruita l'ipotesi del circolo vizioso della disoccupazione per cui la probabilità di trovare o ritrovare un lavoro si riduce man mano che si allunga la durata della ricerca. Il processo cumulativo di esclusione si spiegherebbe con il progressivo degrado delle capacità lavorative e di iniziativa dei disoccupati, causato dalla prolungata inattività e dallo scoraggiamento. Inoltre poiché il lavoro si trova per lo più grazie a relazioni personali, un importante fattore negativo sta nel fatti che più lunga è la disoccupazione, meno frequenti sono le relazioni sociali con lavoratori occupati.

Sia pur con diverse implicazioni, anche il possibile intreccio con il lavoro nero può contribuire a questo processo, per cui l'esclusione dal lavoro regolare rischia di avvitarsi senza fine.

All'ipotesi dell'isteresi, per cui le probabilità di uscire dalla disoccupazione si ridurrebbero con il prolungarsi del periodo di inattività, si contrappone quella dell'eterogeneità dell'offerta di lavoro, per cui alcune fasce deboli sarebbero meno occupabili e quindi destinate a restare più a lungo in cerca di occupazione.

I lavoratori deboli una volta entrati nello stato di disoccupazione sarebbero destinati a restarvi sempre più a lungo, poiché il loro grado di appetibilità per le imprese continuerebbe a peggiorare. D'altronde se costoro accettassero occupazioni precarie, l'esito sarebbe simile poiché non solo la durata della disoccupazione ma anche la frequente instabilità occupazionale aumenta le probabilità di restare senza lavoro.

In Italia nel 2000 oltre il 53% ha meno di 29 anni e quasi il 52% è alla ricerca della prima occupazione. Per contro, molto ridotta è la presenza di adulti che hanno perso il lavoro: neppure l'8% maschi e il 7% femmine. I capifamiglia non raggiungono il 20% mentre i figli superano il 57%.

Perciò come già negli anni '80 vi è stato un discreto aumento sia degli adulti e dei capifamiglia, sia dei disoccupati in senso stretto.

Queste due tendenze di lungo periodo si sovrappongono solo in parte, poiché sono frutto anche dell'invecchiamento nella ricerca del primo lavoro e della crescente precarietà occupazionale dei giovani.

Dal 1977 il volume delle persone in cerca di lavoro da più di 12 mesi è aumentato in misura di gran lunga maggiore che non l'intera area della disoccupazione. Quasi tutto l'aumento della disoccupazione si deve a quello della disoccupazione di lunga durata.

I disoccupati di lungo periodo continuano a crescere in misura cospicua anche dal 1993, mentre il numero di chi cerca lavoro da meno di 12 mesi rimane costante.

Poiché la probabilità di trovarsi nella condizione di cercar lavoro è il risultato di due rischi: quello di entrare in tale stato e quello di rimanervi. Il tasso di disoccupazione può essere scomposto nelle due dimensioni che lo costituiscono: il flusso di entrata nello stato di ricerca e la durata della ricerca.

La durata media della disoccupazione presenta una tendenza crescente e diminuisce soltanto dal 2002. il tasso di entrata invece rimane quasi stabile e dalla fine degli anni '80 prende persino a declinare.

Questa scomposizione consente di rivelare come le differenze nel tassi di disoccupazione tra maschi e femmine e tra i giovani e adulti si debbano quasi soltanto ai tassi di entrata e poco o nulla alla durata. Il tasso di entrata nello stato di ricerca di lavoro dei giovani è 2-3 volte quello totale e il tasso delle donne è almeno il doppio di quello dei maschi. Al contrario per la durata media di ricerca tra maschi e femmine gli scarti sono minimi mentre tra i giovani e adulti le posizioni tendono addirittura ad invertirsi. Ciò si può impuntare da un lato all'effetto di scoraggiamento e dall'altro all'effetto età. Resta evidente in ogni caso che gli adulti e maschi qualora vi cadano, rischiano di restarvi altrettanto a lungo.

Finora si è parlato di entrata nello stato di ricerca di lavoro senza distinguere da quale condizione, se da quella di occupato o da quella di inattivo.

In Italia è particolarmente bassa la probabilità di perdere il lavoro e restare nell'anno successivo alla ricerca di una nuova occupazione. Risulta che sia il divario per genere sia quello per età sono andati crescendo in particolare nella prima metà degli anni '80 e si sono un poco ridotti negli anni '90.

La prima è che l'aumento dei disoccupati in senso stretto verso la metà degli anni '80 fosse dovuto alla perdita del posto di lavoro da parte di maschi adulti e ad un effetto di sostituzione da parte dei giovani. Invece l'aumento dei disoccupati con esperienza lavorativa sarebbe imputabile quasi tutto ai giovani.

L'aumento della precarietà occupazione dei giovani risulta maggiore nel Mezzogiorno che nel Centro-Nord.

L'aumento della disoccupazione adulta nelle regioni meridionali non è dovuto solo all'invecchiamento nella ricerca del primo lavoro.

La seconda è l'aumento della precarietà dell'occupazione giovanile, che sembra essere in contraddizione con la riduzione negli anni '90 della probabilità per i giovani di perdere il lavoro e di entrare in disoccupazione.

Per i giovani la precarietà può non comportare disoccupazione. I giovani sono soggetti ad una maggiore instabilità occupazionale rispetto agli adulti e ciò è confermato sia dagli indicatori di mobilità dell'occupazione costruiti in base all'indagine sulle forze di lavoro, sia dai tassi di separazione dal lavoro fondati sugli archivi INPS. Va detto però che buona parte dell'elevata instabilità dei giovani è dovuta a mobilità volontaria.

Non pochi giovani cambiano lavoro per migliorare e questo è sempre il caso di chi lascia occupazioni a fini formativi.

La lunga attesa del posto tra lavoretti e sostegno familiare

Ad un prolungato soggiorno nella scuola si aggiunge un lungo periodo di ricerca della prima occupazione: per le nuove generazioni l'ingresso a tempo pieno nel mondo del lavoro avviene in età molto più avanzata. Numerose indagini sociologiche rivelano che in realtà il lavoro entra nella vita di molti giovani ben prima di quanto risulti dalle indagini sulle forze di lavoro perché sono trascurate le situazioni miste. Ma un tratto accomuna i lavoretti che precedono l'accesso ad un'occupazione vera e propria: quello di essere visti come secondari rispetto alla condizione principale di studente o di persone in cerca di lavoro.

Innanzitutto il lavoro minorile non è scomparso in Italia poiché tuttora si stima che da 400 a 500 mila minori lavorino durante le vacanze estive o addirittura tutto l'anno. Il lavoro minorile è presente tanto nelle regioni meridionali povere quanto in quelle ricche del Nord-Est.

Poiché quasi tutti i minori lavorano aiutando i genitori o parenti e la gran maggioranza ha un padre che ha anch'egli cominciato a lavorare molto presto, si può parlare di una subcultura del lavoro minorile, dove povertà materiale e povertà culturale si combinano in varia misura.

Nel Centro-Nord i minori che lavorano frequentano regolarmente la scuola, nel Mezzogiorno è frequente l'abbandono precoce, ma in entrambi i casi l'esperienza scolastica viene vissuta in modo molto negativo. I miraggi della società dei consumi e la convinzione che la scuola non serva a nulla hanno un ruolo importante, anche nelle aree più povere. Le attività più frequenti sono nel commercio, nell'artigianato e nei servizi. Nel Centro-Nord i minori hanno la prospettiva di continuare l'attività dell'impresa familiare invece nelle città meridionali i minori che trovano facilmente un lavoro ben presto devono lasciarlo per la concorrenza dei giovanissimi della generazione successiva e allora rischiano di entrare in una lunga fase di inoccupabilità.

Le attività lavorative sono diffuse tra gli studenti delle medie superiori: molte ricerche stimano che gli studenti lavoratori siano dal 20% al 50%.

Il lavoro degli studenti è meno diffuso nel Mezzogiorno e nelle aree a più elevata disoccupazione, dove sul mercato dei lavori saltuari è maggiore la concorrenza dei giovani che hanno già finito gli studi. Negli istituti tecnici si lavora molto più che nei licei e ciò può essere considerato un indice del ruolo svolto dall'appartenenza sociale.

Invece se si escludono i ceti superiori, la posizione sociale della famiglia discrimina assai poco gli studenti universitari che lavorano da quelli che non lavorano. Maggiore rilievo ha la facoltà: la percentuale di studenti con attività lavorative è molto elevata in quelle umanistiche e socioeconomiche.

Ovviamente si tratta di spezzoni di lavoro, attività saltuarie, precarie, irregolari e a tempo parziale o concentrate nella stagione estiva.

La comparsa della figura dello studente lavoratore è stata imputata all'espansione della scuola di massa. La disponibilità di una pur piccola fonte di reddito offre uno spazio di autonomia a giovani che non possono rendersi indipendenti e uscire dalla famiglia sino ad età avanzata. Il fatto che la scuola non garantisca più la sicurezza di un buon posto di lavoro ne riduce il valore di investimento non solo economico ma anche psicologico.

Tuttavia il diffuso intreccio informale tra scuola e lavoro, che si contrappone alla separatezza istituzionale, non favorisce l'inserimento lavorativo all'uscita dal sistema formativo. Per tutti si prospetta una lunga attesa del posto di lavoro e per molti giovani la ricerca del primo impiego si accompagna ad attività lavoratrice abbastanza simili per contenuto e modalità a quelle svolte da studenti.

Il limbo dei lavoretti costituisce una fase di passaggio per i giovani qualunque sia il livello del sistema formativo dal quale escono, dalla scuola dell'obbligo alla laurea. Tra il conseguimento del titolo di studio e l'accesso alla prima occupazione trascorrono oltre 4 anni durante i quali i giovani alternano spezzoni di lavoro occasionale o stagionale a periodi di vera e propria disoccupazione. Come per gli studenti, il lavoro dei giovani in cerca di primo impiego è meno diffuso nelle regioni meridionali dove molti giovani maschi con titoli di studio elevati e giovani donne a bassa istruzione sono disoccupati puri. L'esclusione anche dai lavori informali e precari può essere attribuita per i primi a carenza di opportunità, per le seconde invece soprattutto a vincoli culturali e familiari, gli stessi che spiegano il loro basso tasso di attività.



Sia nel Centro-Nord, sia soprattutto nel Mezzogiorno si tratta per lo più di attività precarie, di breve durata e non regolari, ottenute spesso grazie alla rete di conoscenza familiari. Le retribuzioni sempre molto basse.

Per i giovani poco secolarizzati nel Mezzogiorno prevalgono le occasioni di lavoro occasionale nei servizi privati. Più rare sono le attività artigiane. Maggiori difficoltà incontrano i diplomati e i laureati perché nelle città meridionali sono meno diffusi i lavori precari non manuali: dalla collaborazione in studi professionali ad attività di segreteria o amministrative.

Per le donne risultano più rigide verso attività inferiori alle proprie aspettative persine nella fase transitoria dei lavoretti. La maggior selettività delle giovani donne è un fenomeno generale, che riguarda anche il Centro-Nord.

Relativamente migliore è la situazione del mercato del lavoro precario e occasionale per i giovani centro-settentrionali sia per la maggiore diffusione di attività terziarie, anche intellettuali sia per la scarsa concorrenza degli adulti. In particolare per le donne e i più secolarizzati, comincia a essere non trascurabile la presenza di lavori saltuari regolari, cioè di contratti a tempo determinato. Il livello di qualificazione resta abbastanza basso.

Ci si deve chiedere se questi lavoretti costituiscano momenti di professionalizzazione o almeno di socializzazione al lavoro, tali da agevolare l'accesso ad un'occupazione stabile.

La fase delle molteplici esperienze di lavoro, anche povere e/o non coerenti, è stata nobilitata dall'ipotesi del job shopping, secondo cui i giovani trarrebbero vantaggio dall'acquisire maggiori informazioni sul funzionamento del mercato del lavoro e dall'inserirsi in più vaste reti di relazioni sociali.

Se vi è una buona contiguità l'avere acquisito conoscenze personali e capacità relazionali attraverso esperienze saltuarie può essere di grande utilità.

Molto diversa è la situazione del Mezzogiorno, dove vi è una polarizzazione della domanda di lavoro tra un settore precario e un settore garantito, perché pubblico o legato alla presenza pubblica.

Non solo tra questi due settori non vi è contiguità ma i canali per accedere a quello garantito sono quelli tradizionali del sistema politico-clientelare e non trovano alimento dalle esperienze maturate nel mondo dei lavori occasionali e irregolari.

Nel Mezzogiorno i lavoretti non sono neppure un'occasione per procurarsi quelle relazioni che consentono di entrare nell'area del lavoro stabile e quindi quasi mai sono una condizione di uscita dalla disoccupazione.

In tale situazione i lavori precari svolgono solo la funzione di consentire una più lunga attesa del posto, poiché riducono il peso economico del giovane sulla famiglia e allo stesso tempo gli permettono quei consumi nel tempo libero che ormai omologano la condizione giovanile.

Che l'orientamento al posto pubblico o parapubblico abbia un ruolo centrale nei comportamenti di ricerca dei giovani meridionali è comprensibile perché questo settore è l'unico che assicuri garanzie di stabilità.

Nel Mezzogiorno i comportamenti dei giovani sono schizofrenici relativamente alla ricerca perché mirano alla disponibilità verso attività temporanee opponendo una notevole selettività per le aspettative occupazionali a lungo termine.

Tutte le indagini sui giovani hanno rilevato uno sfasamento tra il lavoro desiderato e il lavoro qualsiasi.

Anche dalle indagini sulle forze di lavoro risulta che la maggioranza subordina la propria disponibilità a lavorare alla soddisfazione di condizioni adeguate.

Questa situazione si spiega con la fondamentale differenza che si è andata consolidando tra il lavoro per la vita e le attività temporanee. Per i lavoretti transitori non vale la logica dell'onore che spinge i giovani a rifiutare i posti di lavoro al di sotto del livello di accettabilità.

La debole pressione di molti giovani perchè il rapporto di lavoro sia messo in regola viene spesso spiegato con lo scarso interesse per gli aspetti previdenziali, ma può dipendere anche dal non volere che il proprio libretto di lavoro sia sporcato da una mansione di basso livello.

L'attesa di fonda sul sostegno economico e sulle aspettative di mobilità sociale della famiglia, in cui il giovane continua a vivere molto oltre l'adolescenza.

Si rileva come nel Mezzogiorno la disoccupazione giovanile si spieghi in larga misura con le peculiari strategie di solidarietà intergenerazionale, per cui i genitori sono disposti a compiere grandi sacrifici affinché i figli posano accedere a posizioni lavorative congrue con il titolo di studio raggiunto, a costo di lunghi periodi di attesa.

Le origini sociali dei giovani incidono profondamente sui percorsi e sui tempi di ricerca.

Quelli più a rischio di una luna attesa sono proprio i giovani che hanno conseguito un titolo di scuola superiore grazie ai grandi sacrifici di famiglie con scarse risorse e scarse conoscenze.

Il comportamento di attesa del posto buono attraverso una lunga permanenza in famiglia è stato spiegato con il tradizionale familismo che caratterizza i legami sociali e i modi di protezione del reddito in Italia ma in realtà si può vedere in tale condotta gli elementi di strategia razionale per cui in Italia chi esce presto dalla famiglia di origine (prima dei 23 anni) corre maggiori rischi di avere problemi economici per mancanza di lavoro o redditi insufficienti.

La famiglia e la rete di parenti svolgono un ruolo importante nel sostenere non soltanto i giovani in cerca di primo lavoro, ma anche i disoccupati adulti.

Nelle grandi città meridionali la famiglia, la parentela allargata e il vicinato sostengono i disoccupati sia con aiuti monetari e non monetari, sia svolgendo la funzione di canali per accedere ad occasioni di lavoro precarie e irregolari.

Recenti analisi comparate mostrano che la disoccupazione provoca la rottura delle relazioni con i familiari e gli amici solo in una minoranza dei paesi europei. Tra questi non c'è l'Italia, dove anzi la relazione si inverte: i senza lavoro di lungo periodo hanno più relazioni familiari di coloro che hanno un'occupazione stabile. Ciò si spiega ricordando come la gran maggioranza di chi cerca lavoro è costituita da giovani che vivono in famiglia.

A parte la rete di protezione familiare, per i disoccupati adulti la sopravvivenza è fornita da lavori precari e occasionali.

Significativa è la presenza nei bilanci familiari dei disoccupati di altre forme di trasferimenti monetari pubblici: dalle indennità di disoccupazione, alle pensioni sociali e di invalidità.

Il ruolo più importante di sostegno del reddito dei disoccupati meridionali fu svolto dalle pensioni di invalidità, elargite con esplicito riguardo alla situazione del mercato del lavoro locale.

Studi condotti verso la fine degli anni '70 attribuivano a tali sussidi assistenziali l'effetto di incentivare il lavoro nero e di diffondere clientelismo e omertà. Ma il tema delle conseguenze sul mercato del lavoro dei trasferimenti di reddito alle famiglie non è stato successivamente ripreso.

Maggiore attenzione ha avuto la questione del lavoro nero dei disoccupati adulti. Alla diffusa tesi che vedeva nell'occupazione irregolare una via per attenuare la gravità della disoccupazione si è obiettato che i disoccupati non sono affatto molto coinvolti nel lavoro irregolare. I disoccupati a causa della grave debolezza delle loro relazioni sociali sarebbero per lo più esclusi dalla possibilità di accedere al mercato del lavoro sommerso, dominato dai doppiolavoristi.

Le ricerche condotte nel Mezzogiorno mostrano come l'economia informale svolga un ruolo importante nelle strategie di azione dei disoccupati.

Mentre per le donne il lavoro a domicilio e quello domestico si accompagnano al lavoro agricolo stagionale, nelle grandi città sono diffuse le attività illegali.

Si può concludere che il lavoro nero dei disoccupati non suffraga le tesi sulla falsa disoccupazione, benché risulti ridotta l'area della disoccupazione pura. Peraltro svegliarsi ogni mattina con l'assillo di guadagnare qualcosa per la sopravvivenza non agevola certo la ricerca di un lavoro stabile e rischia di far precipitare il disoccupato nel circolo vizioso delle attività sempre più precarie, dequalificate e irregolari.

Una disoccupazione socialmente grave, ma non economicamente seria?

L'analisi delle caratteristiche della disoccupazione italiana consente di affrontare la questione del suo impatto sulla società. L'ultima stagione di grande disoccupazione in Italia (negli anni '50) consente un confronto: allora bastò un livello di disoccupazione ben inferiore per provocare una diffusa insicurezza, vaste aree di povertà e tensioni sociali.

Nell'Italia degli anni '80 invece le persone in cerca di lavoro sembrano aver perso buona parte della loro tradizionale visibilità sociale.

È stato attribuito alla disoccupazione l'effetto di provocare apatia piuttosto che ribellione. Vi è però il rischio di estendere a livello collettivo risultati di analisi sociopsicologiche condotte a livello individuale e di assumere che gli atteggiamenti dei disoccupati rimangano costanti nel tempo e nello spazio.

Oltre a rivelare l'enorme differenza tra chi cerca lavoro ora in Italia e chi lo cercava negli anni '50, distinguono una dimensione economica da una sociale della disoccupazione. Dal punto di vista sociale la situazione attuale appare molto grave, poiché milioni di persone non riescono ad ottenere uno stato cui aspirano. Ma l'indubbio disagio poggia su un sistema economico relativamente ricco, con un vistoso consumo privato e un incisivo intervento redistributivo dello Stato. La disoccupazione contemporanea inoltre non colpisce più figure cruciali come i capifamiglia quindi gli effetti economici della disoccupazione sono attutiti dai processi di aggiustamento interni alle famiglie.

La povertà sembra separarsi dalla disoccupazione e trovare altre cause: soprattutto l'età avanzata e le cattive condizioni di salute.

Solo una fascia molto ridotta di disoccupati è povera, la maggior parte è in condizione non professionale (anziani, casalinghe, minori).

Tra la disoccupazione e la povertà rimane una forte connessione a livello territoriale: nel Mezzogiorno che rappresenta  il 36 % della popolazione italiana si concentra il 60% della povertà e il 45% della disoccupazione.

Siccome la povertà di cui si parla è quella relativa (rispetto cioè alla media nazionale) questa situazione può apparire ovvia, ma le conseguenze sono rilevanti.

Un alto tasso di disoccupazione significa un alto numero di nuclei familiari con un solo basso reddito.

Nel corso degli anni '90 lo scenario muta perché la disoccupazione diventa sempre più meridionale e nel Mezzogiorno cresce la presenza tra i disoccupati di maschi adulti, è evidente che questo cambiamento nella composizione della disoccupazione italiana ne aumenta la connessione con la povertà.

La percentuale di disoccupati sotto la linea della povertà è tra le più alte in Europa.

Le ricerche sulle conseguenze psicologiche della disoccupazione si sono sviluppate soprattutto in Gran Bretagna ma tutte affrontano il trauma provocato dalla perdita del lavoro e nessuna quello della lunga attesa del primo impiego.







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