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I mercati reali e finanziari in economia aperta

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I mercati reali e finanziari in economia aperta

Introduzione: essa considera scambi di beni/servizi (banche, trasporti, assicurazioni, etc.)/capitali (cambi di valuta etc.).

Con l’introduzione della C.E., la nascita dell’Euro, l’abolizione dei dazi, dei vincoli e con la fine del protezioni 242b14c smo l’economia è diventata sempre più aperta. Esistono alcuni settori che sono più (vedi quello automobilistico) o meno esposti (telecomunicazioni italiane) alla concorrenza internazionale.

Per beni commerciali intendiamo quelli che competono con i beni esteri sia sul mercato interno sia sui mercati esteri.

La seguente formula è un indice per misurare l’apertura di un’economia: (X – Q) / Pil

In un’economia di piccola entità quale Singapore, questo indice è addirittura > 1!

Questo è possibile poiché le esportazioni e le importazioni includono anche i beni intermedi.

Differenza tra svalutazione e deprezzamento: spesso questi due termini vengono usati erroneamente come sinonimi.

La svalutazione si ha in un regime di cambi fissi in cui l’autorità monetaria decide di cambiare il tasso di cambio tra valute. Esempio: nel ’92 vi fu l’ultima svalutazione della £ nei confronti del Marco Tedesco: prima di tale svalutazione il tasso di cambio non poteva, per legge, mutare di più del 6% rispetto alla parità centrale di 748 £ per Marco.



A seguito di una forte crisi speculativa tale parità cessò di esistere e la lira poteva fluttuare liberamente.

In quel periodo l’Italia si trovò ad un passo dal Default (infatti i tassi di interesse che dovette concedere lo Stato italiano furono altissimi, poiché vi fu la paura che il Governo non potesse più onorare i propri debiti).

Per deprezzamento, invece, intendiamo la perdita di valore di una valuta per effetto delle transazioni di mercato.

Il tasso di cambio nominale = exchange rate = E (attenzione a non confondere “e” delle aspettative)

È definito come il numero di unità di moneta di nazionale che si possono ottenere per un’unità di moneta estera.

Ad esempio, oggi il tasso tra Euro e Dollaro è il seguente: € = 1,12 $

Per sapere quanti € devo vendere per avere 1$ dovrò fare: 1 / 1,12 = 0,89 ó ci vogliono 0,89 € per comprare un $.

P* = prezzo estero (non confondere con * = equilibrio)

NOTA: le condizioni per migliorare ε e fare in maniera che i prodotti europei siano più competitivi sono 3:

1)       E ↑                          2) P* ↑                    3) P ↓

 
Ne consegue che se l’indice E sale, l’Euro scende!

Il tasso di cambio reale = ε

       E . P*               Tasso di cambio nominale per P*

ε = --------

          P                                    Prezzo interno

P e P* possono anche essere considerati quali deflatori del Pil.

Il tasso di cambio reale è un numero indice e pertanto non ha significato in termini assoluti; tuttavia, le sue fluttuazioni ci dicono se i beni esteri diventano più o meno costosi.

I tassi di cambio possono essere bilaterali (ad es.: €/$) o multilaterali (media ponderata contro tutte le valute estere).

Chiedere soltanto se una moneta si è indebolita o rafforzata, senza riferirsi ad altre valute, infatti, non ha senso.

Le variazioni dei tassi di cambio reali o nominali sono chiamate apprezzamenti o deprezzamenti reali o nominali.

Il saldo delle partite correnti è dato dalla somma delle seguenti 3 voci:

1)       Export – Import = X – Q (se positivo è detto avanzo commerciale, se negativo disavanzo commerciale)

= saldo della bilancia commerciale

2)       Redditi da investimenti italiani all’estero (voce in entrata)

– redditi da investimenti stranieri in Italia (uscita)

= reddito netto da investimenti

3)       Trasferimenti netti (ad es.: donazioni all’Unicef per i paesi poveri oppure rimesse degli immigrati italiani all’estero: costituiscono capitali che entrano/escono senza contropartita)

Se il risultato è negativo c’è stata una variazione di tipo patrimoniale: un po’ di ricchezza è uscita dal Paese.

La scelta di portafoglio in un mercato finanziario integrato

Semplificazioni:  - I = allocazioni di portafoglio

                                - Bot europei sono privi di “Spread” (= differenza di rendimento tra i titoli dei paesi della comunità).

Domanda: mi conviene investire in titoli del tesoro americani oppure europei?

Ex ante, non deve poter essere possibile guadagnare sullo spread tra i titoli americani ed i titoli europei.




Ex post, a seconda del verificarsi o meno delle aspettative, potrebbero di fatto esistere delle speculazioni di cambio.

Ricordiamo che, per arbitraggio, si intende una condizione di profitto a rischio nullo.

Non esiste alcuna possibilità di arbitraggio ex ante, per due motivi:

1)       nella formula sono già considerate le aspettative

2)       il segno “=”

 
Condizione di arbitraggio:

                                Eet+1

1 + it = (1 + it*) -------

                                Et


                                     Eet+1 – Et                                 Eet+1 – Et             Eet+1 - et

1 + it = (1 + it)  1 + ---------------    = 1 + it* + -------------- + ------------------- . it*

                                            Et                         E                             Et


                                                                                                                      n° ≈ 0


A MEMORIA!

 

Ovvero: il tasso di interesse sull’Euro è uguale al tasso di interesse sul Dollaro più l’aspettativa del deprezzamento dell’Euro.

 
                 Eet+1 – Et

 it ≈ it* + ------------

                     Et

 

Se > 0 i mercati attendono un indebolimento dell’Euro.

Ma se già si prevede che l’Euro si indebolirà, questa previsione verrà compensata da un tasso di interesse maggiore concesso sui titoli europei: ecco, in poche parole, perché non esiste arbitraggio.

Esempio: Nel settembre del ’93 i titoli brasiliani rendevano un tasso di interesse mensile del 36,9% che, se paragonato ad un tasso annuo sui titoli statunitensi del 3%, sembra molto conveniente. Il deprezzamento del cruzeiros, però, era così elevato che, applicando la formula dell’arbitraggio, risulta che il rendimento in Dollari dell’investimento in titoli brasiliani era, in realtà, solo 1,7% mensile e non 36,9%. Questo valore è comunque più alto di quello statunitense, se però consideriamo anche il rischio ed i costi di transazione potremmo decidere di non investire i nostri fondi in Brasile.







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