Caricare documenti e articoli online  
INFtube.com è un sito progettato per cercare i documenti in vari tipi di file e il caricamento di articoli online.
Meneame
 
Non ricordi la password?  ››  Iscriviti gratis
 

I distretti industriali italiani - L'importanza dei distretti industriali italiani

economia


Inviare l'articolo a Facebook Inviala documento ad un amico Appunto e analisi gratis - tweeter Scheda libro l'a yahoo - corso di



ALTRI DOCUMENTI

Il ruolo della banca nei crediti documentari
L'AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA
Inferenza statistica
I siti web come strumento dell' operatività delle banche
La sicurezza nelle transazioni
Le cambiali
GLI OBIETTIVI DELLA POLITICA ECONOMICA - Lo sviluppo economico equilibrato
SOMMARIO VENDITA MEDIANTE PERSONALE E PUBBLICITA
LE AGGREGAZIONI D'IMPRESE - LE AGGREGAZIONI INFORMALI D'IMPRESE
ABC - PUNTI DI CRITICITA' DELLA CONTABILITA' TRADIZIONALE - CHE COS' E' L'ABC

I distretti industriali italiani

 

 L'importanza dei distretti industriali italiani

I dati e le cifre che gli studiosi della materia usano per confrontarsi quando si parla di distretti, delle loro problematiche e delle relative politiche di sviluppo hanno bisogno di una precisazione. C'è bisogno, in sostanza, di una definizione quantitativa del concetto di distretto industriale: occorre precisare i contorni di ciò che si intende con tale termine, la sua consistenza in termini di numero (quanti sono i distretti marshalliani in Italia) e, solo alla fine, stabilire statisticamente il loro apporto alla crescita e alla produzione di ricchezza interna.

Un approccio al problema è il "metodo dell'identificazione spaziale" messo a punto da Fabio Sforzi nel 1987 e poi impiegato dal nostro istituto centrale di statistica (ISTAT) a partire dal 1994[1], per la rilevazione dei vari parametri distrettuali.



Esso si basa su di un algoritmo multi step piuttosto complesso che arriva ad identificare 784 sistemi locali di lavoro (SLL), tra i quali vi sono soltanto 199 distretti industriali marshalliani, individuati ex post da Sforzi. Il metodo si può riassumere come segue[2]:

1.      Prima di tutto si procede ad identificare le aree a specializzazione produttiva;

2.      Queste vengono poi classificate secondo le caratteristiche sociali e demografiche della popolazione che in esse vive, per capire quali sono le zone residenziali e quali gruppi sociali le contraddistinguono: si verifica se c'è un'aderenza tra identità produttiva e identità sociale;

3.      Si costruisce un "modello spaziale del sistema urbano". Con questo termine si vuole indicare la capacità di autocontenimento del sistema territoriale, cioè la capacità del sistema di comprendere al proprio interno il massimo possibile delle interazioni che  esistono tra i suoi componenti, per delimitarne i confini.

Sovrapponendo questi tre livelli, si individuano i Sistemi Locali del Lavoro, che rappresentano quel "territorio comune e relativamente ristretto entro cui si realizza quella contiguità fra popolazione e imprese non riducibile alla permanenza in fabbrica durante l'orario di lavoro, ma estensibile alle opportunità sociali che si manifestano entro l'arco temporale e spaziale sotteso da una giornata lavorativa, e che insieme alle altre attività quotidiane danno forma ad una regione nel tempo e nello spazio, sotto il vincolo dell'accessibilità reciproca fra luoghi di residenza e luoghi di lavoro"[3]. In pratica, gli SLL sono costituiti da comuni dotati di un certo grado di "centralità" (in quanto attraggono un grosso numero di lavoratori che vivono in paesi limitrofi, generando fenomeni di pendolarismo) e un certo grado di "auto-contenimento" (in quanto dotati di una grande quota di forza-lavoro residente occupata in quegli stessi comuni). Il passo successivo è quello di aggregare i comuni che possiedono  in maggior misura le caratteristiche di "centralità" ed "auto-contenimento" con quelli da cui i lavoratori provengono: questo insieme di comuni rappresenta un Sistema Locale di Lavoro, con la conseguenza (negativa) che, se dall'inizio un singolo comune non ha significativi rapporti con altri vicini, esso costituirà da solo un SLL. Per arrivare ai distretti industriali veri e propri, Sforzi pone queste condizioni:

a)    Il rapporto di lavoratori impiegati nel settore manifatturiero nei SLL deve essere superiore alla media nazionale;

b)    In almeno uno dei sotto-settori del manifatturiero in cui il SLL è specializzato (cioè di quello in cui il tasso di occupazione manifatturiera nel settore del SLL è maggiore di quello nazionale corrispondente), l'occupazione deve essere relativamente più concentrata nelle piccole imprese rispetto alla media nazionale;

c)    Il grado di concentrazione dell'occupazione del settore manifatturiero nelle piccole imprese locali (cioè quelle che hanno meno di 250 addetti)  deve essere superiore alla media nazionale;

d)    L'occupazione in uno dei sotto-settori (che soddisfi la condizione b) deve superare il 50% del totale dell'occupazione nel settore manifatturiero nello stesso SLL.

La distribuzione territoriale dei distretti italiani, alla luce di questo lavoro statistico, è piuttosto irregolare. La Lombardia è la regione italiana che ne ospita il numero maggiore, e nel complesso l'80 % dei distretti si trova in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia-Romagna, Marche e Toscana, mentre Molise, Basilicata, Sicilia e Sardegna non ne hanno nessuno, anche se recenti lavori di G. Viesti hanno mostrato una realtà meridionale per nulla immobile e rassegnata. In proposito, Brusco e Paba (1997) hanno dimostrato come nel 1951 i distretti marshalliani fossero presenti più al Sud che al Nord, e come siano scomparsi nei decenni successivi, per effetto della concorrenza dei distretti delle regioni del Nord e del Centro e della perdita di risorse umane che emigravano dalle regioni meridionali. Per avere il panorama del peso relativo dei distretti industriali nelle provincie italiane riportiamo il seguente grafico[4]:

Figura 2

Densità=rapporto tra l'occupazione provinciale complessiva nel settore manifatturiero in cui ogni DI è specializzato e l'occupazione provinciale complessiva nelle attività manifatturiere.

Legenda:

1 = provincie senza distretti industriali;

2 = provincie con distretti industriali e 0 < Densità £ 10;

3 = provincie con distretti industriali e 10 < Densità £ 20;

4 = provincie con distretti industriali e 20 < Densità £ 30;

5 = provincie con distretti industriali e Densità > 30.

Fonte: elaborazione di Baffigi, Pagnini e Quintiliani su dati ISTAT (1994). La mappa delle provincie è stata fornita dal CNUCE-Istituto del CNR,Pisa, Italy.

Il 24 % della popolazione italiana vive nelle aree distrettuali, principalmente rappresentate da comuni medio-piccoli. La città più grande che si trova in un distretto è - come detto - Padova, con i suoi 215.000 abitanti nel 1991, e solo nove comuni arrivano ad avere almeno 100.000 abitanti. La popolazione media di questi comuni è di 5.500 abitanti, contro i 7.500 delle aree non distrettuali. Per quanto concerne la struttura occupazionale, il grafico che segue mostra come l'occupazione del settore manifatturiero (nei sotto-settori in cui i distretti sono specializzati) sia circa il 18% del totale nazionale degli occupati nel settore, ed il 41% del totale degli impiegati nel settore manifatturiero nei distretti.

Figura 3

(1)     I comuni, sull'asse orizzontale, sono stati raggruppati in 6 classi di popolazione. Gli istogrammi bianchi rappresentano la quota percentuale del totale della popolazione in comuni non distrettuali; i neri rappresentano le quote corrispondenti dei DI.

Fonte: elaborazione di Baffigi, Pagnini e Quintiliani su dati del censimento della popolazione ISTAT (1991).

La dimensione media della piccola impresa che opera nei distretti industriali si assesta intorno alle 8 unità, con la particolarità che i distretti delle zone settentrionali (di più antica industrializzazione) presentano una dimensione media maggiore; la tendenza di questi anni è quella ad una maggiore concentrazione, forse per potere avere più forza nella competizione sui mercati internazionali. La forma societaria privilegiata è la società in nome collettivo, seguita da quella in accomandita semplice, e molto diffuso è il fenomeno della loro costituzione con altri membri della stessa famiglia. Molto scarso, invece, è il ricorso a società di capitali, sia perché il capitale minimo previsto è elevato e le procedure per la sua costituzione sono lunghe e onerose, sia perché lo strumento di finanziamento privilegiato è l'autofinanziamento, prima ancora che il credito bancario.

La specializzazione produttiva dei nostri distretti è piuttosto marcata: oltre il 90% dell'occupazione di queste zone è concentrata in soli quattro settori (tessile ed abbigliamento, macchinari, legno e minerali, pelli). Essi sono caratterizzati da processi produttivi che possono essere suddivisi tra molte piccole imprese, tra loro cooperanti, senza essere per questo inefficienti; al contrario, settori come la chimica o il cartario operano con le economie di scala a livello di singola impresa, gerarchicamente ordinata. Questi settori, con l'aggiunta del calzaturiero e dell'industria del mobile, vengono denominati "Made in Italy" per contraddistinguere la produzione con cui il nostro paese compete con risultati notevoli sui mercati mondiali[5]. Più precisamente, "M. Fortis, con una definizione centrata sul grado di specializzazione e sulla stabilità dei saldi attivi con l'estero, identifica il "Made in Italy" con un sistema moda (tessile, abbigliamento, calzature, occhiali, oreficeria e gioielleria), con i prodotti di arredamento e per la casa (mobili, piastrelle, apparecchi di riscaldamento e condizionamento, elettrodomestici, lampade, casalinghi, rubinetteria) e con la dieta mediterranea (pasta, vino, olio, frutta). Il tutto integrato da consistenti comparti della meccanica non elettrica (macchine tessili, macchine per le lavorazioni alimentari, macchine per la lavorazione del legno e dei metalli). Possono esserci, ovviamente, diverse definizioni di ciò che compone il "Made in Italy", ma ciò che conta è l'avere riunito in uno stesso concetto prodotti merceologicamente diversi, accomunati solo dal fatto di essere legati ad una comune matrice territoriale (l'Italia)"[6]. In effetti, il numero di occupati nel "Made in Italy" non ha conosciuto arresti di sorta negli ultimi anni:

Tabella 1

Fonte: elaborazioni di G.Viesti su dati ISTAT (1996).

Anche se non c'è perfetta coincidenza tra produzione dei distretti industriali e "Made in Italy", poiché quest'ultima vede in campo anche alcune grosse aziende del settore alimentare italiano (ad esempio, Ferrero e Barilla, oppure Divella o La Molisana, per citare alcune aziende meridionali, forti esportatrici in un settore molto integrato verticalmente), dai dati forniti dall'ICE[7] (Istituto per il Commercio Estero) e dall'ISTAT  possiamo avere chiaro il quadro della capacità di penetrazione sui mercati mondiali delle nostre imprese distrettuali:

Tabella 2

Fonte: elaborazione Ufficio Studi Montedison-Cranec, Università Cattolica di Milano su dati ISTAT (1997)[8].


Tabella 3

Fonte: elaborazione Ufficio Studi Montedison-Cranec, Università Cattolica di Milano su dati ISTAT (1997).

Tra questi, ci sono delle cifre di assoluta eccellenza, che hanno consentito a Dan Tarulo, Consiglier 252d39c e economico di Bill Clinton, di dichiarare nel giugno 1997, in occasione del Vertice dei sette paesi più industrializzati tenutosi a Denver, che i distretti dell'Italia centrale e settentrionale sono "indubbiamente il complesso più innovativo di piccole e medie imprese di tutto il mondo". È il caso di Santa Croce sull'Arno (con un fatturato che nel 1999 ha oscillato tra i 5000 e gli 8000 miliardi) e di Arzignano, in provincia di Vicenza (fatturato di 10.000 miliardi nel 2000) per la concia delle pelli, di Sassuolo per le ceramiche, di Castel Goffredo (in provincia di Mantova) per le calze da donna (che detiene il 40 % della quota di mercato mondiale) e, ancora di più, del distretto degli occhiali (sia da vista che da sole) nel bellunese[9], che conta su aziende leader come la Luxottica, la Safilo e la De Rigo che producono il 38% del totale mondiale[10]. Nel trevigiano, invece, domina la produzione di scarpe, specialmente sportive; qui le aziende di punta sono la Lotto (Montebelluna) per le scarpe da calcio, e la Tecnica[11], per gli scarponi da sci e da trekking, che riescono ad esportare, rispettivamente, per 300 e 400 miliardi. Un cenno a parte merita, poi, l'unico distretto Hi-Tech presente in Italia: si tratta della "Biomedical Valley" di Mirandola, in provincia di Modena, dove si producono prevalentemente apparecchiature biomedicali[12] per l'emodialisi . Le 74 imprese (di cui solo il 43% ha rapporti coi clienti finali)  e i 3200 dipendenti che vi operano fatturano 750 miliardi, di cui il 50% proviene dall'export.

La propensione verso le esportazioni di alcuni nostri distretti  è evidenziata nel grafico seguente (tabella 4):


Tabella 4

Fonte: CENSIS, IX forum delle economie locali, settembre 1999.

I principali mercati esteri di sbocco sono i mercati occidentali più ricchi, con una netta prevalenza verso i paesi dell'Unione Europea:

Tabella 5

Fonte: CENSIS, IX forum delle economie locali, settembre 1999.

Si riportano anche le tabelle che descrivono i mercati esteri di sbocco per settore e in ordine di importanza per i principali distretti, non solo meridionali:

Tabella 6

PRINCIPALI MERCATI DI SBOCCO PER SETTORI

(pesi percentuali sul totale)

Meccanica

Pelletteria

Abbigliamento

Calzature

Gioielleria

Pasta

Totale

UE

45

60

74

72

25

46

53

EFTA

3

13

4

0

6

0

5

Nord America

6

5

9

3

13

23

7

Giappone

1

13

4

0

25

8

5

Australia e N. Zelanda

3

3

0

3

0

0

2

PVS

8

5

4

6



0

8

6

Medio Oriente

24

3

4

16

6

8

15

Asia

4

0

0

0

0

0

2

America Latina

4

0

0

0

25

0

4

Africa

1

0

0

0

0

8

1

Extra - UE

55

40

26

28

75

54

47

Totale

100

100

100

100

100

100

100

Fonte: nostra elaborazione su dati ICE e ISTAT del 1998.

Tabella 7

Fonte: CENSIS, IX forum delle economie locali, settembre 1999.

Nel 1996, raggruppando le voci della bilancia commerciale italiana in tre settori, e cioè "materie prime ed energia", "Made in Italy" e "altri settori" (in cui si comprendono l'informatica, l'elettronica, le telecomunicazioni, chimica, carta, gomma e cemento), si è avuto che il saldo attivo del "Made in Italy" (+151.937 miliardi di lire)  è riuscito a coprire i saldi negativi degli altri due macrosettori (che erano rispettivamente pari a -65.419 e -35.242 miliardi di lire). In altri termini il saldo positivo del "Made in Italy" paga "il deficit strutturale per le materie prime e l'energia dell'intero nostro paese.il deficit degli altri settori manifatturieri.." assicurando un saldo finale positivo e ponendosi al terzo posto dopo il Giappone e la Germania[13].

Nel 1992, inoltre, "il settore italiano del tessile-abbigliamento-pelli-calzature ha generato da solo un valore aggiunto superiore a quello dell'industria automobilistica tedesca (35,5 miliardi di dollari a parità di potere d'acquisto contro 33,8), e nel 1993 l'industria italiana del legno-mobilio ha a sua volta prodotto un valore aggiunto più elevato di quello assicurato dall'intera industria svedese della meccanica e dei mezzi di trasporto o dalle industrie farmaceutiche tedesca e francese considerate assieme (12,5 miliardi di dollari a parità di potere d'acquisto contro 11,3 e 12,2 rispettivamente)"[14]. Un'aspetto da sottolineare, relativamente all'export delle nostre imprese dei distretti è che esse sui mercati internazionali non si fanno concorrenza. Uno studio[15] sull'industria del mobile ha evidenziato come i diversi distretti tendono a convogliare le loro esportazioni verso i bacini geograficamente più contigui (ad esempio il distretto del mobile salentino ha come area di sbocco preferenziale i paesi dell'Est, mentre i distretti mobilieri del Nord si rivolgono agli Stati Uniti e all'Unione europea), senza scatenare guerre di prezzo tra loro, ma solo coi concorrenti di altri paesi.

Ora passiamo all'analisi dettagliata dei vari tipi di mercato locale e ai suoi aspetti normativi.

2.2 Il mercato del credito distrettuale

Sebbene di grande interesse, questo aspetto della vita del sistema industriale in questione è stato solo di recente oggetto di analisi empiriche e di verifiche accurate, supportate da dati ISTAT e della Banca d'Italia. Un nuovo oggetto di studio, pertanto, si è affacciato alla ribalta degli anni novanta: la banca locale[16]. Essa deve rispondere a due requisiti per potere assurgere a centro vitale del mercato del credito distrettuale: 1) concentrare i suoi prestiti in quel contesto socioeconomico (embeddedness) e 2) detenere una grossa fetta di azioni (o quote) delle imprese locali. In genere, queste due condizioni le permettono di "manifestare" il suo impegno per l'economia locale, beneficiando dell'atteggiamento cooperativo delle imprese, e di ottenere informazioni di prima mano sullo stato di salute dei suoi clienti. L'aderenza alla realtà distrettuale in genere viene perseguita dalle banche ricorrendo alla veste legale cooperativa.

Tuttavia ci sono degli svantaggi in tutto questo: il fatto di concentrare gran parte dei prestiti nel distretto comporta un considerevole  aumento dei rischi (difatti, una crisi che colpisse questa area ridurrebbe la liquidità di tutti i clienti della banca) e dei costi di monitoraggio. Inoltre la stessa forma cooperativa non è esente da critiche: una eccessiva frammentazione delle quote e la regola del voto unico per azionista (e non per azione) possono ridurre la propensione al controllo reciproco e lasciare troppa discrezionalità all'operato degli amministratori[17]. Queste considerazioni sono state completamente tralasciate da studiosi come Nakamura (1994)[18]. Questi, sottolineando il vantaggio informativo delle piccole banche locali rispetto alle banche maggiori, preconizzava un vantaggio competitivo delle piccole aziende di credito locali nel finanziamento delle piccole imprese concentrate spazialmente, senza riferirsi direttamente ai distretti. È da ritenere che se egli avesse studiato le dinamiche distrettuali avrebbe rafforzato il suo convincimento, basandosi sui legami di lungo termine che intercorrono tra le imprese distrettuali e l'ente creditizio. Nella pratica, alcuni studi dimostrano che questo tipo di relazione non è garantito, in quanto ci sono delle forze che vanno nella direzione opposta a quella di un predominio su base locale della piccola banca cooperativa.

Il funzionamento del credito in ambito distrettuale è molto particolare e può essere sinteticamente descritto. Uno studio di Gabi Dei Ottati [19](1992) mette in evidenza come questi meccanismi finanziari si basino sui rapporti di sub-fornitura e sui relativi  rapporti di credito e debito tra le imprese della filiera produttiva. In genere, un'impresa (molto spesso si tratta di aziende di media dimensione, meno giovani delle altre, dotate di cospicue risorse finanziarie a breve termine, che si trovano alla fine del processo di produzione integrato, e per questo sono specializzate nella commercializzazione del prodotto finale) offre credito commerciale tramite dilazione dei pagamenti all'impresa sub-fornitrice, e quindi instaura una relazione di lunga durata, ossia effettua un investimento idiosincratico. L'impresa che ha concesso il prestito avrà tutto l'interesse a restare in rapporto con il sub-fornitore per non danneggiare la propria possibilità di vedersi restituita la somma; mentre il sub-fornitore resta in una specie di dipendenza rispetto all'impresa di maggiori dimensioni: questo processo  accresce l'accumulazione del "capitale di fiducia" su cui si basano le relazioni inter-impresa all'interno del distretto. In tutto questo, essenziale è il ruolo giocato dalla banca locale, poiché rappresenta il primo anello della catena finanziaria. Essa, infatti, presta il denaro all'impresa specializzata nella commercializzazione, quella, cioè, dello stadio finale del processo di produzione integrato, dando vita ad un rapporto tanto stretto che non è raro vedere amministratori di banche locali spesso sedere nei consigli di amministrazione delle imprese clienti.

Un aspetto importante della banca locale (cioè di quella banca che rispetta la condizione di doppia concentrazione, vista sopra) è che essa beneficia del clima cooperativo interno al distretto, poiché in esso c'è un comportamento socialmente condiviso che ostacola il free riding, e, se possiede parte delle quote delle imprese sue clienti, si asterrà da comportamenti monopolistici, e non cercherà di sfruttare il suo potere di mercato imponendo tassi di interesse più elevati per ottenere extraprofitti. Tuttavia per giungere a questo risultato, è necessario che la banca sia riconosciuta come membro effettivo del distretto; e lo strumento principale che essa  ha a disposizione a tale scopo è la concessione del credito: la gran parte di esso deve andare alle imprese locali, che compongono il distretto. Ciò non toglie che anche una grande banca possa inviare dei "segnali" analoghi, magari fornendo più credito tramite le sue filiali o fornendolo a tassi inferiori. Tuttavia sarà sempre carente sotto l'aspetto della reputazione. Essa, infatti, si caratterizza per l'elevato turnover dei suoi dipendenti di filiale, al fine di evitare loro collusioni coi clienti locali, e quindi non può garantire una presenza di lungo periodo dei propri funzionari né che nasca quel rapporto di fiducia e conoscenza personale che invece nasce coi dipendenti e direttori della banca locale. Il lato negativo per la piccola banca, come già detto, è che essa è costretta a concentrare il suo prestito in un'area ristretta e, soprattutto, ad imprese dello stesso stadio produttivo e specializzate nella produzione dello stesso bene, o di pochi beni complementari, sicché un'improvvisa contrazione della domanda finale può determinare pericoli irrimediabili per la banca locale.

Petersen e Rajan (1995)[20] hanno mostrato come sia più facile per le piccole imprese essere finanziate in mercati del credito concentrati anziché concorrenziali: il potere monopolistico delle banche locali costituisce una specie di "cointeressenza" nei profitti futuri delle imprese loro clienti. Infatti mentre una banca che opera in regime di monopolio può scambiare i profitti attuali con quelli futuri, quelle che operano in concorrenza devono raggiungere almeno il punto di pareggio in ogni esercizio. Le imprese più giovani hanno sempre un   cash-flow basso ma buone prospettive di reddito futuro; pertanto, la banca monopolista (a livello locale) può  decidere di finanziare queste imprese nella fase iniziale della loro attività - quando il cash-flow è più contenuto, e non si può ricorrere all'autofinanziamento - e recuperare i profitti perduti sfruttando il suo potere di mercato in un periodo successivo. Tuttavia, anche i costi di monitoraggio del merito di credito della singola impresa non hanno senso se non sono considerati nell'ambito della rete di relazioni che quella impresa tesse con le altre: in questo modo, quei costi specifici aumentano per la banca locale, ed essa, per recuperare quei costi fissi, sarà costretta ad aumentare il credito alle imprese distrettuali. Dunque, la piccola dimensione delle imprese del distretto e la loro stretta interdipendenza richiedono un grado piuttosto elevato di concentrazione nel sistema bancario per fare fronte ai tipici problemi di informazione dei distretti industriali.

Il tipo di banca locale che riesce meglio a sfruttare i vantaggi derivanti dall'essere inserita - e come tale riconosciuta - nel distretto industriale è la banca di credito cooperativo, cioè quella in cui ogni azionista ha diritto di esprimere un unico voto, al di là di quante azioni possieda, e una larga parte della sua offerta di credito vada ai suoi azionisti. Questa struttura interna della banca di credito cooperativo (termine che va precisato, ma che intendiamo riferire principalmente alle nostre banche popolari) riesce a superare i problemi di reperimento delle informazioni e induce ad un controllo reciproco da parte dei suoi stessi azionisti. Essendo inserita nel contesto socioeconomico del distretto, poi, può far valere le regole di "disprezzo sociale" per i clienti (suoi azionisti) che si siano comportati in modo scorretto. Ci sono, in ogni caso, anche degli aspetti negativi connessi con questa struttura: la regola "una testa, un voto" può spingere gli azionisti a non controllare in modo adeguato gli amministratori della banca; e costoro, d'altro canto, potrebbero comportarsi in modo da privilegiare solo i progetti di investimento a basso rischio, dal momento che si rendono conto di non essere giudicati sulla base del profitto generato per tutti. Quindi "ci potrebbe essere un trade off tra l'efficienza nella allocazione del credito e quella operativa: le economie di scala potrebbero indurre le banche di credito cooperativo ad aumentare di dimensione, ma ciò ridurrebbe i loro vantaggi relativi all'efficienza allocativa"[21].

Lo studio di Baffigi, Pagnini e Quintiliani (Servizio Studi della Banca d'Italia, Roma, marzo 1999) ha provveduto a fare il punto della situazione per quanto concerne il tipo ed il ruolo della piccola banca nel distretto industriale.  Essi prendono in considerazione le banche popolari, le banche di credito cooperativo (che hanno un raggio di azione più ristretto delle precedenti, potendo esse operare solo in un numero predefinito di comuni, e dovendo andare almeno il 50% dei loro prestiti ai propri azionisti) e le casse di risparmio - definite da Padoa-Schioppa (1993) "banche che si comportano come dei piccoli giganti in molti mercati locali" - oltre alle grandi banche di livello nazionale, che hanno scelto di essere presenti  anche su base locale. L'indagine sul campo ha rivelato che le banche di credito cooperativo sono quelle che riservano la maggior parte del risparmio raccolto alle imprese distrettuali (40%), seguite dalle banche popolari e dalle casse di risparmio (rispettivamente 38% e 35%), mentre le grandi banche si rivolgono di più alle aree non distrettuali, che vedono la presenza del capoluogo di provincia. In particolare le banche di credito cooperativo sono particolarmente attive laddove manca un grosso centro cittadino o un capoluogo di provincia, in sintonia con la loro storia di banche "rurali ed artigiane". Le banche popolari, inoltre, sono una presenza fissa dei distretti industriali del Nord Est, e dell'Italia centrale.

La verifica empirica offerta da questo studio svela ancora un altro aspetto interessante: solo 58 distretti sui 199 ufficiali hanno un sistema bancario incorporato nel tessuto socioeconomico; quindi l'esigenza delle banche di diversificare il rischio e raggiungere le economie di scala, ma anche lo stesso bisogno delle piccole imprese di non dipendere da un istituto di credito locale che sia monopolista, pongono dei limiti alla presenza della banca locale. È importante notare, inoltre, che i distretti dotati di sistema bancario locale sono quelli di più antica formazione, sicuramente quelli più conosciuti e studiati (Prato, Biella, Carpi, Pesaro e Fermo); in queste realtà la banca di credito cooperativo è più diffusa di quella popolare. Ulteriore merito di questo studio è di avere approfondito l'apporto del sistema finanziario alle brillanti performance dei distretti industriali : le banche locali hanno concesso credito a sufficienza? Hanno mantenuto ragionevolmente bassi i costi delle transazioni commerciali delle imprese?

Anche a queste domande si dà una risposta. In caso di imperfezione sul mercato dei capitali ci possono essere molti motivi che spingono le imprese a privilegiare le risorse interne per finanziare i loro investimenti, primo fra tutti i costi di agenzia dovuti alle asimmetrie informative tra chi dà e chi prende in prestito il denaro. Se questi costi vengono trasferiti ai debitori, costoro possono preferire ricorrere alle proprie risorse piuttosto che sobbarcarseli. In più, evitare il ricorso al debito bancario o al mercato dei capitali, permette di non dovere dividere il controllo dell'impresa con i creditori o con i fornitori di capitale azionario; esigenza, questa, particolarmente sentita nelle imprese del distretto. È stato dimostrato anche che, all'aumentare del rapporto tra la banca e l'impresa, la sensibilità dell'investimento alla disponibilità di liquidità diminuisce: in Giappone le imprese che appartengono ai gruppi industriali chiamati Keiretsu sono meno dipendenti dalla liquidità interna delle altre imprese non affiliate, poiché nel gruppo è presente una banca di riferimento, che riduce le asimmetrie informative ed i costi di agenzia.

Un approccio diverso nell'analisi del mercato del credito distrettuale viene seguito da un altro studioso, L. Federico Signorini[22]. Sulla base dell'analisi dei bilanci di 500 imprese del settore laniero - per lo più di dimensioni medie o grandi -, che sono raccolti dalla Centrale dei Bilanci della Banca d'Italia, lo studioso toscano cerca di verificare se:

1.    le imprese distrettuali sostengono un costo per l'indebitamento maggiore rispetto alle grandi imprese extra-distrettuali;

2.    le piccole imprese sono più indebitate delle grandi;

3.    le imprese del distretto sono più indebitate anche delle piccole imprese al di fuori del distretto.

Il raffronto viene effettuato tra un campione (anche se tecnicamente non si può parlare in questi termini visto che non sono date regole a priori per scegliere l'universo campionario, e le piccole imprese sono sottorappresentate) di imprese di Prato con uno di Biella, che non viene considerato distretto industriale. Il risultato finale (seppure parziale, per i motivi esposti) è che, effettivamente, le piccole imprese del distretto pratese risultano molto più indebitate delle imprese maggiori (circa 20 punti percentuali in più), ma il costo dell'indebitamento per le imprese del distretto non è mai sensibilmente maggiore rispetto a quelle fuori distretto, anche se è maggiore rispetto a quelle di maggiori dimensioni. Una osservazione importante riguarda il modo in cui le imprese della fase finale (quelle dedite alla commercializzazione, e perciò più grandi e potenti finanziariamente) esercitano la loro forza contrattuale rispetto alle sub-fornitrici, specialmente in periodi di difficoltà economica generale, come potevano essere gli anni ottanta con gli alti tassi di interesse. Quando c'è una relazione di tipo monopolistico o monopsonistico tra due imprese, quella più forte tenderà a scaricare sulla più debole il peso dell'indebitamento più oneroso, che, in un periodo di elevati tassi di interesse reali, è rappresentato dall'indebitamento bancario, in modo tale che la maggiore liquidità sia impiegata per la gestire la turbolenza economica.

Connessa a questo aspetto, poi, c'è la tesi di Badii[23] (1988) secondo la quale quanto più una produzione risulta specializzata per fasi, tanto più aumenta il numero di transazioni tra imprese, e quindi il ricorso all'indebitamento bancario con i relativi costi. L'effetto netto finale dipende da quanto lungo è il periodo di finanziamento e quanto è il suo costo reale rispetto alle transazioni tra grandi imprese esterne al distretto. Molto spesso, tuttavia, le imprese seguono comportamenti non meramente razionali quando si tratta di ricorrere al sistema bancario: la paura di perdere il controllo sulla propria attività e la forte volontà di successo e di sostenere l'intero nucleo familiare, spesso inducono gli imprenditori a fare il più possibile a meno dell'opera delle banche. D'altronde, il rischio concreto che esse si trovano a fronteggiare è quello, già accennato in precedenza, di andare in crisi qualora il settore in cui è specializzato il distretto sia in difficoltà. Esempio eloquente è ciò che è avvenuto con la Cassa di Risparmio e Depositi di Prato: dal 1987 tutto il settore laniero conobbe momenti di grande difficoltà, e la cattiva qualità del credito costrinsero la Banca d'Italia a commissariare la Cassa di Prato. Ci fu poi l'intervento del fondo interbancario di garanzia e l'acquisizione da parte di altro istituto di credito. Il pericolo reale, quindi, è che l'essere profondamente inseriti nel tessuto socioeconomico distrettuale può spesso portare a concedere credito in modo eccessivo.

A rafforzare la fondatezza di questa osservazione, di recente Paolo Finaldi Russo e Paola Rossi[24] hanno sottolineato proprio la natura ambigua del vantaggio di una localizzazione distrettuale per la piccola impresa, ai fini di un più agevole accesso al credito. Sulla base dei dati dell'indagine campionaria sulle piccole e medie imprese effettuata dal Mediocredito Centrale[25] e su informazioni complementari della Centrale dei Rischi che riguardano il periodo 1989-1995, i due studiosi hanno effettivamente riscontrato come le banche inserite in quel contesto produttivo siano più propense a concedere credito (vedi fig.4), ma hanno pure sottolineato che questo può essere il risultato di una situazione ambientale più favorevole all'attività di intermediazione creditizia (maggiore diffusione di notizie sull'andamento delle vendite, comportamenti meno opportunistici condivisi da tutti gli operatori economici, generale riprovazione sociale per atteggiamenti che ostacolano l'attività commerciale) anziché di rapporti stabili e duraturi tra imprese e banche.




Figura 4

Fonte: elaborazione di P.Finaldi Russo e P.Rossi su dati della Centrale dei Rischi (1999).

 Tuttavia gli effetti più ambigui di queste relazioni distrettuali sono nel campo dei tassi di interesse. Se essi sono costantemente più bassi prima del 1993, permettendo alle imprese concentrate territorialmente di investire a tassi più convenienti rispetto a quelli accordati alle imprese "isolate", dopo quella data, e cioè dopo la crisi finanziaria ed economica che ha investito il nostro paese (dovuta alla speculazione internazionale sulla nostra moneta, che ne ha comportato l'uscita dallo SME), i tassi si sono allineati alla media nazionale (vedi fig.5) ed hanno portato non pochi strascichi negativi soprattutto nelle piccole imprese.

Figura 5

Fonte: elaborazione di P.Finaldi Russo e P.Rossi su dati della Centrale dei Rischi (1999)


Figura 6

Fonte: elaborazione di P.Finaldi Russo e P.Rossi su dati della Centrale dei Rischi (1999).

 Questo aspetto può servire anche a spiegare l'elevato tasso di natalità e mortalità delle imprese distrettuali (turnover). Se è vero, infatti, che nei distretti si concentra un numero di piccole unità produttive che non conosce pari al di fuori di quella realtà, è anche vero che in situazione di crisi, non potendo contare su un adeguato autofinanziamento, o su altre risorse finanziarie esterne, esse sono le prime vittime del razionamento bancario. Il maggiore indebitamento di queste piccole unità rispetto alle imprese "isolate" risulta gravemente penalizzante proprio nei periodi di crisi.

In generale, comunque, studi empirici dimostrano che le imprese del Nord Est sono le più dipendenti dal credito bancario[26]. La particolarità di questa zona, rispetto al resto del paese, consiste nel fatto che la domanda di credito è fortemente elastica all'andamento degli investimenti: in pratica ogni ristrutturazione di impianto o ammodernamento di macchinari viene finanziato tramite indebitamento bancario, e poca influenza ha un eventuale rincaro dei tassi di interesse debitori. Il ricorso alle banche si ridimensiona solo in presenza di un elevato margine interno lordo, che sottintende una buona capacità di autofinanziarsi. Nell'Italia centrale la presenza di molte imprese partecipate ENI o IRI, comporta una minore dipendenza dal finanziamento bancario, poiché la ristrutturazione imposta dalle holding ha come prima conseguenza quella di ridurre l'indebitamento esterno. Al Sud, poi, la situazione è ancora diversa: i dati infatti sono allineati con la media nazionale e molto prossimi a quelli dimostrati dalle aziende operanti nel Nord Ovest. La spiegazione di questa anomalia sta nel fatto che molte imprese meridionali godono di ingenti flussi di finanziamenti pubblici, e pertanto non sono costrette al sistematico ricorso al finanziamento bancario.

2.3 Il mercato del lavoro distrettuale e la flessibilità: alcune problematiche

A cavallo tra gli anni '50 e '60, lo studio di un'economista inglese, Vera Lutz, fece molto discutere riguardo le cause di sottosviluppo delle aree meridionali. Il modello interpretativo usato era di tipo neoclassico, e si basava sulle inefficienze e imperfezioni del mercato del lavoro italiano[27]. La studiosa vedeva operare in Italia due distinti settori: uno "moderno", composto da grandi imprese, i cui lavoratori sono adeguatamente protetti dalle organizzazioni sindacali, e che si trova per lo più nell'Italia settentrionale (il Triangolo Industriale), e l'altro arretrato o "tradizionale", composto di piccole o piccolissime imprese, con forza lavoro familiare o lavoratori sottoccupati, salari bassi, non protetti da alcun sindacato, e localizzato al Sud. La persistenza di tale situazione era da attribuirsi alle imperfezioni del mercato del lavoro, che non funzionava secondo schemi concorrenziali a causa della presenza di un forte sindacato organizzato. In quello scenario, le grandi imprese avrebbero fatto ricorso a grandi investimenti (facilmente finanziabili col ricorso al credito bancario, piuttosto agevole data la loro dimensione), in modo che avrebbero potuto risparmiare costosa forza lavoro, mentre le piccole imprese, non soggette all'applicazione dei contratti collettivi di lavoro, avrebbero trovato conveniente perpetuare modi di lavorazione "primitivi", realizzando così incrementi molto bassi nella produttività del lavoro. Il dualismo dell'economia italiana doveva dunque essere attribuito all'azione dei sindacati, giudicata prematura rispetto allo stadio di sviluppo raggiunto nel nostro paese.

 Una soluzione, suggerita dalla stessa Lutz [28], doveva essere una prolungata fase di "tregua salariale", tramite cui le rivendicazioni sindacali si dovevano autolimitare, consentendo quell'accumulazione di capitale nelle grandi imprese che avrebbe permesso l'assunzione di tutta la manodopera precedentemente impiegata nel settore arretrato, provocandone così la scomparsa. Al di là delle critiche, fin troppo scontate, che questo modello interpretativo può attirare (ed in effetti R. Antinolfi ha sottolineato proprio l'incongruenza "temporale" delle obiezioni rivolte al sindacato di quegli anni[29]), al di là della considerazione che il fattore lavoro quasi mai si sposta "automaticamente" laddove c'è abbondanza di lavoro, bisogna dire che le imperfezioni del mercato del lavoro denunciate allora sono ancora attuali. E tuttavia, la piccola impresa si è rivelata tutt'altro che arretrata, anzi si è diffusa rapidamente (o si è consolidata) in buona parte del ricco Nord Est, ed ha permesso lo stabilirsi di un regime di relazioni "industriali" tale che la maggiore ricchezza prodotta nei distretti (che sulla piccola imprenditorialità diffusa vivono) è stata equamente ridistribuita tra le classi produttive, a tutto vantaggio dei lavoratori, che nelle aree periferiche hanno un costo di riproduzione minore (ridotto fabbisogno di servizi pubblici, possibilità di mantenere un legame forte con la terra, assistenza di anziani mantenuta nell'ambito familiare). Lo studio di F. Signorini, già citato, conferma che il costo del lavoro nel distretto di Prato è superiore del 20% rispetto a quello di imprese isolate e del 10% rispetto a quello del distretto "anomalo" che è Biella. Inoltre, la competitività di queste zone non è pregiudicata poiché risulta maggiore anche la produttività della forza lavoro (addirittura il 55% in più delle imprese isolate), aiutata non solo dall'effetto distretto puro e semplice, ma anche dal fatto che la giornata lavorativa media di un dipendente del distretto è molto più lunga (lavoro straordinario) di quella di altri lavoratori. Risultati lusinghieri nonostante tutto.

Ma quali sono le imperfezioni del mercato del lavoro che oggi si trovano ad affrontare le imprese distrettuali?

Una panoramica abbastanza ampia di queste problematiche ci è offerta da una lavoro di Sebastiano Brusco, intitolato "Il modello Emilia: disintegrazione produttiva e integrazione sociale" [30], che a sua volta parte da alcune osservazioni contenute in un lavoro più datato (1981)[31], frutto dello stesso autore e di Malagoli, per conto dell'Università di Modena. Oggetto di studio è l'industria della maglieria e delle confezioni delle provincie di Modena e Reggio Emilia, caratterizzate da una bassa integrazione verticale e un buon decentramento produttivo anche in zone limitrofe. Numerosi sono gli artigiani, organizzati in vario modo: lavoranti a domicilio, in conto proprio (e come tali hanno rapporti col mercato dei prodotti finiti) o lavoranti conto terzi; non esiste monopsonio o monopolio tra committenti e sub-fornitori, ma concorrenza a tutti i livelli. Su questa situazione di base del mercato del lavoro, si innesta la posizione assunta dal sindacato alla fine degli anni '60: con "l'autunno caldo" e lo Statuto dei Lavoratori del 1970, nelle grandi fabbriche si è arrivati ad una buona tutela degli operai (potendo in alcuni casi anche  partecipare a processi di ristrutturazione aziendali, alla stregua di ciò che accade in Germania dove il modello renano prevede la cooptazione da parte operaia di membri del consiglio di amministrazione), mentre nelle imprese minori la tutela sindacale è pressoché assente. Di fronte all'offensiva del sindacato nella grande impresa, il padronato ha reagito decentrando il più possibile ampie fasi del processo di lavorazione all'esterno, in piccole imprese in cui fosse più facile licenziare o evadere i contributi previdenziali, come denunciato dallo stesso sindacato nel 1972 al convegno di Bologna della FLM. Tuttavia, il motivo del decentramento massiccio cui si è assistito a partire dagli anni '70 ha cause più profonde: la crisi del modello di produzione fordista. Accanto alla domanda di beni standardizzati, prodotti in serie molto lunghe, oggi è molto forte la domanda di beni costruiti quasi su misura, o comunque basati su serie più corte, in cui elemento forte è il design, o la vastità della scelta. Si è passati dunque dalla produzione taylorista con le macchine "transfert fisse"[32] e la catena di montaggio su linee complesse, alla produzione di beni diversificati, prodotti in serie corta, senza le classiche catene di montaggio e la eccessiva parcellizzazione delle mansioni, ma favorita dal raggiungimento di economie di scala di fase. Con questa struttura industriale nuova, anche le relazioni industriali si dividono in due categorie, a seconda della dimensione dell'impresa. Nella fascia "primaria" ci sono le imprese più grandi, in cui lo Statuto dei Lavoratori è totalmente applicato e rispettato, i salari sono mediamente più alti del contratto nazionale, ci sono buoni rapporti con le istituzioni  e una grossa capacità di mobilitazione che rende quasi impossibile la chiusura della fabbrica; nella fascia secondaria, invece, le cose sono molto diverse. Innanzitutto vi sono comprese non solo le piccole imprese a manodopera familiare (quelle con meno di 15 dipendenti, per le quali lo Statuto dei Lavoratori non si applica), ma anche tutto il variegato mondo degli artigiani, da quelli più qualificati professionalmente (e che riescono a guadagnare anche il doppio di un operaio con le stesse capacità assunto in fabbrica, ma soggetto a contratto collettivo), a quelli iscritti all'albo professionale solo per evadere i contributi, fino ad arrivare alle lavoratrici a domicilio "non in regola" o a coloro che esercitano un secondo lavoro. Tutte queste imprese non sono soggette allo Statuto dei Lavoratori e possono licenziare quando vogliono i loro dipendenti: in pratica ogni volta che il numero degli ordini da soddisfare diminuisce. Mentre nella grande impresa - per paura che in seguito gli ordini diminuiscano e per la certezza di non potere licenziare - si finisce per non assumere se non quando si aumenta la dotazione di macchinari, per effetto di una ristrutturazione, nelle imprese con meno di 15 dipendenti l'occupazione segue l'andamento della congiuntura di breve periodo. Tuttavia, il merito di Brusco è di avere verificato l'esistenza di una connessione o, meglio, di una interdipendenza tra le imprese della fascia primaria e quelle della fascia secondaria. Quando la domanda è in espansione, i giovani possono scegliere se lavorare molto e guadagnare di conseguenza, magari nelle grandi fabbriche, se mettersi in proprio, o lavorare il minimo indispensabile, senza che vi siano barriere tra le due fasce di imprese. Se invece il mercato del lavoro fosse in fase di depressione, l'assenza di contrattazione collettiva nelle imprese di fascia secondaria sarebbe pagata a caro prezzo, e limitata sarebbe anche la capacità di passare da una fascia all'altra. Si avrebbe una diffusione del lavoro nero, e livelli ufficiali di disoccupazione che aumentano inesorabilmente, anche se di fatto molti operai continuano a lavorare con salari più bassi e carenti condizioni di sicurezza sul posto di lavoro. Il collegamento tra queste due fasce è molto chiaro con un esempio, che, tra l'altro, ci fa capire anche la necessità di una cospicua presenza di imprese di seconda fascia (dove gli operai non sono tutelati) per garantire gli operai della prima fascia. Nel campo della maglieria ci possono essere due realtà alternative: una rappresentata da una impresa totalmente integrata in senso verticale, che al suo interno fa tutto: prepara il proprio campionario, ha i propri rappresentanti, le proprie sarte, i propri magazzini, e l'altra in cui l'integrazione è minima, in quanto si hanno solo le competenze per predisporre un campionario e ricevere gli ordini, mentre tutta la produzione viene decentrata all'esterno. Si suppone (in maniera verosimile) che le imprese "capofila" appartengano tutte alla fascia primaria, mentre le sub-fornitrici siano tutte della seconda, e che vi sia concorrenza a tutti i livelli, così come le sub-fornitrici possano passare senza difficoltà dalla produzione di un modello a quella di un altro. Se il campionario della prima impresa, quella totalmente integrata, non ha successo, l'impresa fallisce e sarà costretta a licenziare tutti i suoi dipendenti, che saranno assunti nuovamente dalle altre imprese che invece devono produrre più di quanto previsto. Se questa stessa situazione di insuccesso viene subita dall'impresa minimamente integrata, invece, il licenziamento riguarderà solo i pochi lavoratori addetti alla predisposizione del campionario e alla ricezione degli ordini, mentre la maggior parte degli operai addetti alla produzione dei capi, impegnati nelle imprese sub-fornitrici, continueranno a lavorare perché riceveranno nuove commesse da altre imprese capofila, quelle di maggior successo. In questo caso, "l'equilibrio è stato raggiunto con un numero minore di licenziamenti, cioè senza un grosso spostamento di uomini, ma solo con uno spostamento di ordini"[33]. Illuminante può essere un esempio numerico: "quando una impresa verticalmente integrata avesse, si supponga, mille addetti, ad una variazione del 10% del prodotto corrisponderebbero 100 licenziamenti. Un tale volume di licenziamenti, nella fascia primaria, comporta problemi rilevanti. Una impresa con lo stesso volume di prodotto, ma che avesse decentrato l'80% della produzione, avrebbe soltanto duecento addetti. Ancora, questa impresa, apparterrebbe alla fascia primaria. Gli altri ottocento addetti sarebbero però diffusi sul territorio, in imprese piccole, tutte nella fascia secondaria. Questa volta, una crisi di produzione del 10% richiederebbe il licenziamento di venti addetti nella fascia primaria, e di ottanta nell'altra. I primi pongono problemi tutto sommato risolvibili: sia perché venti operai sono, in assoluto, pochi e, sia perché in una impresa con duecento operai il sindacato è tendenzialmente più debole che in una impresa con mille lavoratori. Gli altri ottanta lavoratori da licenziare non pongono, proprio perché di fascia secondaria, problemi di sorta". In sostanza, le imprese di quest'ultima fascia fanno da cuscinetto giacché attutiscono le tensioni che provengono dalle imprese maggiori, ed eseguono, al posto delle stesse, gran parte dei licenziamenti necessari. Di fronte a questa situazione, è controproducente imporre l'adozione dello Statuto dei Lavoratori anche alle imprese di fascia secondaria, perché ciò si ripercuoterà immediatamente su tutto il sistema delle imprese: "Qualunque iniziativa sindacale, o legislativa, che tenda ad impedire, alla singola impresa piccola di licenziare quando vuole, renderà automaticamente più rigida, se avrà successo, la gestione della forza lavoro da parte delle imprese maggiori". L'unico modo di risolvere la questione, ammette provocatoriamente Brusco, è quello di estendere le tutele sindacali anche alle piccole imprese emiliane di seconda fascia, ma per preservare la flessibilità complessiva del sistema diventa poi necessario costruire una rete di imprese di seconda fascia al di fuori della regione (cosa che già si comincia a verificare con il decentramento di alcune lavorazioni nelle Marche, in Veneto o in Puglia): "Le contraddizioni interne all'Emilia, in questo modo, divengono pian piano contraddizioni esterne, che altri dovranno affrontare e risolvere".

È bene, a questo punto, precisare il dibattito aperto sulla flessibilità. Le distorsioni maggiori indotte dallo Statuto dei Lavoratori sono dovute all'effetto "soglia" che deriva dall'applicazione dell'articolo 18 di questa legge (legge n.300/1970), secondo il quale, nelle imprese con più di 15 dipendenti, il datore di lavoro che licenzi il dipendente senza giustificato motivo ("ad nutum"[34], direbbero i giuslavoristi) è costretto a reintegrarlo nel suo posto immediatamente. In pratica, una volta che sia intervenuta una sentenza del giudice, il datore deve non solo reintegrare il dipendente nel suo posto, ma pagargli anche tutte le mensilità maturate fino alla sentenza, oltre ai contributi previdenziali e alle relative ammende, che giungono fino a triplicare il debito. Ora, se questo è auspicabile per i licenziamenti discriminatori o antisindacali, non è razionale per tutti gli altri tipi di licenziamento (ad esempio quello "congiunturale"); in più c'è l'incognita "Giustizia": i gradi di giudizio sono cinque, e perdere la causa all'ultimo grado implicherebbe un danno economico importante[35]. A questo si aggiungano i tempi della Giustizia italiana e si capisce come licenziare sia praticamente impossibile, anche quando gli affari vanno male. Il dibattito su questo argomento è acceso, ma non si può tacere il fatto che eminenti studiosi di sinistra (come Aris Accornero, Sebastiano Brusco, Pietro Ichino[36] o Gino Giugni, padre dello stesso Statuto dei Lavoratori) si siano schierati per una revisione di quell'articolo che fa pagare un conto troppo salato alle piccole imprese, a tutto vantaggio di un settore (quello della grande impresa) che perde occupati in maniera costante in ogni trimestre.

I sindacati confederali (in primis la CGIL) si sono opposti con fermezza ad una tale ipotesi in occasione del Referendum che chiedeva l'abrogazione di tale articolo, nel maggio 2000, sebbene con una legge del 1990 abbiano ottenuto che lo stesso articolo 18 non si applicasse per i sindacati, le associazioni religiose, di volontariato e per i partiti politici. La discussione è di piena attualità. Tuttavia da più parti - compresi alcuni sindacati autonomi - si chiede la riformulazione di un articolo che, con la sua "apparente" tutela a tutto campo del lavoratore, non conosce pari in tutto il mondo occidentale.

In ogni caso, una volta deciso di intraprendere il cammino verso la riforma del mercato del lavoro, sarebbe bene proseguire senza tentennamenti. Giuseppe Bertola e Andrea Ichino fanno riferimento proprio all'incertezza di tale processo di riforma per spiegare l'aumento della disoccupazione in Italia, negli anni novanta. Secondo i due studiosi, l'introduzione di un maggior grado di flessibilità in Europa nell'ultimo decennio ha seguito un percorso accidentato; di conseguenza, mentre le imprese con necessità di ridurre la forza lavoro avrebbero approfittato della nuova opportunità, quelle che avrebbero voluto espandere l'occupazione potrebbero avervi rinunciato per l'incertezza sulla credibilità del processo. Infatti, se una volta assunti i nuovi lavoratori, il processo diretto a rendere più flessibile il mercato del lavoro si fosse arrestato o avesse subito inversioni di tendenza, le imprese si sarebbero trovate in difficoltà a fronteggiare eventuali shock negativi. Il processo di creazione di posti di lavoro richiede tempo e risorse, a differenza della loro distruzione che, in mancanza di vincoli istituzionali, può avvenire in modo istantaneo. Il passaggio ad un sistema più flessibile, pur avendo potenziali benefici, può avere effetto immediato negativo, poiché  le imprese con forza lavoro in eccesso licenzieranno immediatamente, mentre quelle in fase espansiva assumeranno gradualmente. Secondo Bertola e Ichino[37], questo effetto  negativo potrebbe durare tanto più a lungo quanto meno credibile appare il processo di riforma del mercato del lavoro.

2.4 La legislazione Statale e Regionale in tema di distretti industriali

Il legislatore ha ritenuto opportuno intervenire in tema di distretti solo nel 1991, dopo che la Cassa per il Mezzogiorno era stata chiusa senza troppi rimpianti (1986). Da quel momento in poi sono intervenute altre due leggi ed un decreto del Ministero dell'Industria, che hanno cambiato alcuni aspetti definitòri e alcune competenze in materia di sovvenzioni da erogare. L'urgenza di delimitare ed inquadrare con precisione questa entità socioeconomica - che per sua natura sfugge dalle maglie troppo strette di una enunciazione immobile nel tempo - è necessaria  per la corretta individuazione del soggetto beneficiario dei fondi europei e regionali, erogati per salvaguardare l'apparato produttivo più vitale, quello, cioè che riesce a garantire elevate esportazioni ed una brillante competitività sul mercato mondiale.

La legge che ha definito per la prima volta il distretto industriale e che sta alla base di tutti gli interventi successivi è la n. 317 del 5 ottobre 1991. Abbiamo già riportato il contenuto dell'art. 36 e non sarà il caso di ritornarci sopra, ma ciò che bisogna ricordare è che quell'articolo insiste sul concetto di "concentrazione di piccole imprese" e di "specializzazione produttiva", senza dare gli strumenti pratici per potere effettivamente arrivare ad una individuazione dei distretti italiani. Inoltre, quella legge attribuisce alle Regioni il compito di individuare le aree suddette (entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della stessa), sentite le Unioni regionali delle Camere di Commercio, sulla base di un decreto del Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato (oggi Ministro delle Attività produttive) che avrebbe fissato gli indirizzi e i parametri chiave. Il suddetto decreto viene emanato, con molto ritardo, il 21 aprile 1993 e reca norme per la "Determinazione degli indirizzi e dei parametri di riferimento per l'individuazione, da parte delle regioni, dei distretti industriali", con cui si definiscono i "sistemi locali del lavoro", individuati dall'ISTAT (sulla base, però, del lavoro di Fabio Sforzi, che abbiamo approfondito in precedenza). I cinque requisiti fondamentali di cui un sistema locale deve essere provvisto sono:

1.    Un indice di industrializzazione manifatturiera, calcolato in termini di addetti, come quota percentuale di occupazione nell'industria manifatturiera locale, superiore del 30% all'analogo dato nazionale;

2.     Un indice di densità imprenditoriale dell'industria manifatturiera, calcolato in termini di unità locali in rapporto alla popolazione residente, superiore alla media nazionale;

3.    Un indice di specializzazione produttiva (come quota percentuale di occupazione in una determinata attività manifatturiera rispetto al totale dell'intero settore manifatturiero);

4.     Un livello di occupazione nell'attività manifatturiera di specializzazione superiore al 30% degli occupati manifatturieri dell'area;

5.     Una quota di occupazione nelle piccole imprese operanti nell'attività di specializzazione superiore al 50% degli occupati in tutte le imprese operanti nell'attività di specializzazione dell'area.

Una volta individuate le aree-distretto che siano in possesso di tali requisiti, le regioni devono informare il Ministero dell'industria; ma attualmente sono soltanto dieci le regioni italiane che abbiano provveduto a fare questo, tra le quali solo Abruzzo, Campania e Sardegna per l'Italia meridionale. In questo quadro, ancora poco chiaro, è intervenuta la legge n. 140 dell'11 maggio 1999, "Norme in materia di attività produttive", che oltre a novellare l'articolo 36 della legge n. 317/1991, e quindi a dare una nuova definizione di distretto industriale, ha dato pieni poteri alle regioni per la definizione dei sistemi produttivi locali, potendovi includere sistemi non solo di piccola ma anche di media impresa. Agli Enti Regionali viene demandato anche il compito di finanziare i progetti innovativi e di sviluppo dei distretti, predisposti da soggetti pubblici o privati (ai sensi del decreto legislativo 112/98 sul decentramento amministrativo). L'ultima legge, in ordine di tempo, che regolamenta la materia è la n. 144 del 17 maggio 1999, "Misure in materia di investimenti, delega al Governo per il riordino degli incentivi all'occupazione e della normativa che disciplina l'INAIL, nonché disposizioni per il riordino degli enti previdenziali", contenuta come "Collegato al Lavoro" alla Legge Finanziaria per il 2000. All'articolo 1 di questa legge (comma 9) si assegna al CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano e previo parere delle competenti Commissioni parlamentari permanenti, il compito di indicare i criteri che avrebbero dovuto seguire Regioni e Province autonome per suddividere il rispettivo territorio in Sistemi Locali del Lavoro, individuando tra questi i distretti economico-produttivi sulla base di una metodologia e di indicatori elaborati dall'ISTAT (che ne avrebbe curato anche l'aggiornamento periodico). Questi criteri avrebbero tenuto conto anche di fenomeni demografici, sociali, economici, nonché della dotazione infrastrutturale, della presenza di fattori di localizzazione e della situazione orografica e ambientale. Al momento, tuttavia, queste disposizioni non sono ancora state eseguite. La Regione Campania, come abbiamo accennato, è tra le dieci regioni italiane che hanno provveduto ad individuare le aree distrettuali. In effetti, la Giunta Regionale della Campania, con delibera del 2 giugno 1997, ha provveduto a definire il distretto industriale come "una concentrazione territoriale di piccole imprese, con una accentuata specializzazione nei settori manifatturieri, le quali, in virtù delle relazioni tra loro e del ruolo svolto dall'ambiente esterno nella trasmissione di know-how specifico e dei valori del lavoro industriale, riescono a produrre in modo efficiente ed a competere sui mercati con imprese di maggiori dimensioni", e poi ha individuato sette aree distrettuali, di concerto con i sindacati, le associazioni regionali degli imprenditori, le categorie artigiane e le Camere di Commercio.  Si tratta del comprensorio di Solofra, per il settore conciario, di Nocera inferiore, per quello alimentare, e, per il tessile-abbigliamento, dei distretti di Calitri, S. Marco dei Cavoti, Sant'Agata dei Goti - Casapulla, Grumo Nevano - Aversa e San Giuseppe Vesuviano, per un totale di 98 comuni coinvolti, ed una popolazione complessiva che sfiora il milione di persone. Accanto a questi distretti, che, nell'ottica dell'Ente dovrebbero essere già delle realtà affermate e valide, si sono individuate cinque aree pilota, una per provincia, che devono essere sostenute perché particolarmente promettenti. Esse sono: la Baronia per la provincia di Avellino, Montesarchio e la Valle Caudina per la provincia di Benevento, Santa Maria Capua Vetere, Caianiello - Sessa Aurunca per Caserta, Acerra -Pomigliano - Giugliano-Pozzuoli per Napoli e Battipaglia - Eboli -Roccadaspide per quella di Salerno. Si tratta di zone, però, che presentano una timida specializzazione produttiva, e per le quali i fondi europei e quelli della legge 488/92, usati dalla Regione, vorrebbero allargare la filiera produttiva, per farle diventare gradualmente veri e propri distretti.  Un cenno a parte merita il decreto legislativo 297 del 1999[38], reso operativo dal Decreto Ministeriale di attuazione dell'8 agosto 2000. Con questo strumento si semplifica la possibilità per Università ed Enti Pubblici e di Ricerca di collaborare con imprese, specialmente di piccola dimensione, per la presentazione di progetti di ricerca, senza essere obbligati a costituire consorzi appositi. Accanto a queste modalità di sostegno statali, si colloca la programmazione negoziata, che negli ultimi due anni ha consentito l'erogazione di 5000 miliardi. In particolare il "contratto di programma"  (ridefinito dalla legge 662 del 1996)  permette la realizzazione di tutti gli interventi oggetto di programmazione negoziata con un patto stipulato tra l'amministrazione statale competente, grandi imprese, consorzi di medie e piccole imprese e rappresentanze di distretti industriali. Tuttavia, a causa  anche della poca chiarezza della delibera CIPE del 21 marzo 1997, non si capisce chi sia legittimato a rappresentare i distretti in questi patti, per cui non si è avuta ancora nessuna applicazione di strumenti innovativi, come il "contratto di distretto", che richiedono una precisa definizione delle competenze delle "rappresentanze dei distretti". La carenza maggiore di tutti questi provvedimenti, ci sembra di poter dire, è l'eccessivo "verticismo"; essi sono predisposti da burocrazie e rivolti ad altre burocrazie (sindacali, politiche o confindustriali che siano), e poco o nulla conoscono della realtà industriale che vorrebbero aiutare, soprattutto quando questa non è "rodata" o dotata di competenze specifiche come quella del Nord e del Centro Italia.

Un caso di applicazione della normativa statale appena descritta può servirci a spiegare, comunque, come dovrebbe funzionare questo meccanismo di riconoscimento e sostegno dei distretti. Un esempio istruttivo può essere quello del distretto calzaturiero fermano[39], all'avanguardia sia per la qualità del prodotto che per le prestazioni sui mercati esteri. Esso coinvolge 33 comuni delle aree di Fermo e Macerata, per un totale di 4931 imprese di dimensioni medio-piccole. La prima cosa che si doveva fare, non appena varata la legge n.317 del 1991, era riuscire ad ottenere il riconoscimento di distretto, ed effettivamente il Consiglio Comunale di Fermo, punto di riferimento per tutto il comprensorio, nel giugno del 1992 deliberava la richiesta alla Regione Marche di riconoscimento del distretto industriale del Fermano adducendo tutte le sue credenziali di sviluppo, specializzazione produttiva e posti di lavoro creati. Dopo una lunga gestazione, la Giunta Regionale, il 20 dicembre 1999, delibera le direttive per l'istituzione dei Comitati di Indirizzo e di Coordinamento (COICO) nell'area a valenza distrettuale, delegando le province di Ascoli Piceno e Macerata a definire la delimitazione territoriale del distretto interprovinciale e ad "identificare tutti soggetti pubblici e privati, sino alla costituzione dei seguenti organi previsti dalla stessa legge n. 317/1991: COICO (composto da 30 componenti) e CE (comitato esecutivo di 10 componenti). Fino ad allora, invece, il rapporto col Governo nazionale era assicurato dalla presenza nel "Club dei Distretti", di cui parleremo nel prossimo paragrafo. A questi organi spetta il compito di preparare i progetti per facilitare la crescita del sistema produttivo distrettuale, soprattutto in tema di infrastrutture. Il consorzio di sviluppo deve rendere più snelli possibili i tempi per le pratiche occorrenti per i nuovi insediamenti produttivi, e facilitare le procedure per i PIP (piani di insediamento produttivo) che ricadono nell'area distrettuale e sono di competenza dello stesso consorzio. Esso deve occuparsi anche dell'attuazione dello "sportello unico per l'impresa" (previsto dal decreto legislativo n. 112/98), che si preoccuperà di avviare  tutte le pratiche per il rilascio delle concessioni edilizie. La stessa delibera della Giunta Regionale delle Marche fissa in 60 giorni il tempo massimo entro cui il COICO deve presentare il "programma di sviluppo dell'area distrettuale" (che ha durata triennale, con scansione annuale, e riguarda il risanamento di siti industriali dismessi, il governo del mercato del lavoro, la tutela ambientale, la formazione e così via). Entro i 60 giorni successivi al parere della Regione sullo stesso programma, può ricevere i progetti da tutti i soggetti pubblici e privati interessati. Questo ritratto, parziale, ci può dare un'idea del travagliato iter che un distretto deve seguire per potere essere riconosciuto come tale, e dotarsi di organi di rappresentanza e governo, ma anche della inadeguatezza di strumenti che dovrebbero agevolare la crescita del tessuto produttivo, e che, invece, servono solo a tenere in vita apparati burocratici costosi ed improduttivi.

2.5 Il "Club dei Distretti"

Accanto all'iniziativa del nostro legislatore, quasi a sollecitare un intervento più puntuale, all'inizio degli anni novanta si è assistito anche alla costituzione di una nuova associazione che vedeva coinvolti i distretti in modo diretto: il "Club dei Distretti". La discussione sulla opportunità di associare le realtà produttive più vitali del Nord Italia era nata nel 1993, per iniziativa dell'Unione Industriale Biellese e soprattutto di Angelo Pavia[40], un imprenditore tessile, presidente del comitato scientifico della stessa Unione Industriale. L'esigenza di fare andare le iniziative di legge "sul binario giusto", di fare sentire con costanza la voce dei diretti interessati - gli imprenditori del distretto -, la volontà di formare una massa critica tra imprenditori con gli stessi bisogni e di cominciare a fornire una serie di servizi ritenuti essenziali per la competitività di questo tessuto produttivo ha portato alla nascita di questo soggetto nel 1994. Il Club è un consorzio senza scopo di lucro, con sede legale a Biella, e sede operativa da stabilirsi ogni due anni a turno presso i suoi associati. All'articolo 4 del suo statuto sono elencati gli obiettivi, tra i quali leggiamo: "Promuovere il collegamento, lo scambio di informazioni e di esperienze tra i vari sistemi economici italiani che hanno la caratteristica di distretto industriale; promuovere le relazioni con i centri decisori della politica industriale, sia a livello nazionale che comunitario; promuovere le relazioni internazionali con altri distretti, organizzazioni economiche e culturali; promuovere studi e ricerche in campo economico e collegamenti tra gli operatori istituzionali, economici, culturali e scientifici, anche come opera di sensibilizzazione diffusa sulle necessarie politiche per lo sviluppo dei sistemi locali e promuovere iniziative, servizi di comune interesse dei soci".

All'articolo 5 viene invece indicato chi può diventare socio del Club: "Sono soci del Club i distretti industriali italiani rappresentati da: Camere di Commercio, Associazioni di categoria di industriali ed artigiani, centri distrettuali di servizi alle imprese, Organizzazioni Sindacali, nonché eventuali organismi di rappresentanza congiunta, coordinamento o collegamento degli stessi ed anche degli enti locali". Il suo organo interno preposto a prendere le decisioni vincolanti è rappresentato dall'assemblea dei soci. Oggi questa associazione riunisce 32.812 [41]imprese, ossia il 35.2% del totale delle imprese costituenti il tessuto produttivo distrettuale, con circa 268.000 occupati ed un fatturato di 56.000 miliardi (pari al 40% del totale generato dai distretti), di cui ben 27.892 destinati all'esportazione. Si tratta di imprese che operano per la grande parte nell'Italia del Nord e sulla dorsale adriatica fino al distretto calzaturiero Fermano, con la sola eccezione del distretto di Marsciano, in Umbria, e del materano, in Basilicata, specializzati nella produzione di mobili. Un esempio della forza associativa di questo "club" può essere compresa leggendo queste tabelle:

Tabella 8

Il Club dei Distretti Industriali

 

CLUB

PESO SUL TOTALE

IMPRESE

32.812

35%

OCCUPATI

268.005

36%

FATTURATO (mld.)

56.080

40%



EXPORT (mld.)

27.892

48%

EXP./PRODOTTO

49,7%

Fonte: dati forniti dal Presidente del Club Dott. Virgilio Bugatti (ottobre 2000).

La tabella seguente, fornita dallo stesso Club, e aggiornata al maggio 2001, fornisce per ogni regione il settore più rappresentativo e il relativo distretto nel quale è situato, con i dati relativi al numero di imprese operanti, agli occupati e al fatturato generato.

 


Tabella 9

Fonte: Club dei Distretti (maggio 2001).

Sin dall'inizio il Club ha riunito molti esponenti del mondo imprenditoriale (da Maurizio Sella, della omonima banca, ad Enrico Botto Poala, dell'Unione Industriale Biellese) ed ha cercato di porsi come interlocutore privilegiato nei confronti del Governo per far sentire la voce dei distretti.[42] Le sue istanze iniziali erano molto pragmatiche, ad iniziare, per esempio, dalla istituzione di un borsino delle piccole imprese distrettuali che consentisse alle piccole e piccolissime realtà, anche senza la veste di società per azioni, di finanziarsi mediante titoli di grande visibilità, garantiti dallo stato, che potessero far gola anche al piccolo risparmiatore. Negli ultimi anni, invece, il Club si è ritagliato un ruolo da vera e propria lobby, cercando di spingere le autorità centrali a legiferare nella direzione auspicata ed a concedere maggiori poteri agli enti locali, nella direzione di un federalismo non solo istituzionale ma anche economico. Non sono mancate, in tal senso, audizioni presso la Camera dei Deputati di esponenti del Club per far presente quali siano gli obiettivi di tale associazione e quali le istanze più urgenti di cui essa si fa interprete. Accanto a questa opera, il Club si è fatto promotore di un vero e proprio centro di servizi di supporto alle attività delle imprese distrettuali, sul modello del CiITER di Carpi[43], ente che ha costituito una vera e propria pietra miliare nel campo delle politiche industriali di queste aree. Due parole al riguardo vanno spese.

 La missione del CITER (Centro Informazione Tessile dell'Emilia Romagna), che è stato costituito nel 1980 su iniziativa dalla Regione, consiste nel supportare i processi di  innovazione e di adattamento ai nuovi scenari competitivi delle piccole medie imprese tessili dell'Emilia Romagna. Anche se  la missione ha una netta connotazione settoriale (tessile abbigliamento) e regionale (Emilia Romagna), il CITER viene spesso  associato al distretto di Carpi e per molti si erge autorevolmente come modello positivo di politiche attive a favore dei  distretti. Sotto il profilo giuridico è una società consortile le cui quote sono detenute dalla Regione (tramite l'ERVET), dalle  associazioni di categoria (industria e artigianato) e soprattutto da 460 imprese del settore tessile abbigliamento. A queste il CITER[44] offre un ventaglio di servizi articolato su sei grandi assi. Il primo è quello delle tendenze moda. Due volte  l'anno alcuni esperti orientano le imprese nella progettazione delle collezioni con la presentazione di quaderni che  propongono anticipazioni sui modelli, i punti filati, le fibre, le gamme cromatiche, le armature delle maglie; questa apprezzata attività a supporto della progettualità delle collezioni è completata con la partecipazione diretta ad alcune fiere di settore tra cui Pitti Filati. Un secondo blocco di servizi riguarda l'evoluzione dei mercati[45]; periodicamente il CITER invita gli imprenditori a riunioni molto mirate dove società specializzate nelle ricerche quantitative e sugli stili di vita ricostruiscono l'andamento dei consumi sui vari mercati (uomo, donna, bimbo,..) per tipi di articoli, prezzi medi, canale.

 L'attività del CITER, che inizialmente ha curato in modo particolare i servizi focalizzati sulla moda, successivamente ha  abbracciato anche il versante dell'organizzazione aziendale con la messa a punto di supporti mirati nel campo delle tecnologie e dell'organizzazione della produzione, della qualità, dell'informatica e della formazione. Nel settore della progettazione assistita da computer (CAD), ha svolto un ruolo di vero pioniere mettendo a punto soluzioni tecniche e progettuali di notevole spessore innovativo. Per lubrificare i mercati intermedi che, come è noto, caratterizzano tutto il sistema moda italiano, ha ideato una banca dati a supporto dell'incontro tra domanda e offerta di servizi di fase[46]. Tutta l'attività del CITER, è svolta da circa 20 dipendenti coadiuvati da vari collaboratori esterni, e segue un percorso ben delineato che punta a sviluppare in maniera coordinata le competenze creative, commerciali, tecniche, produttive e organizzative delle piccole e medie imprese. Le attività sono  finanziate per un terzo dai corrispettivi pagati dalle imprese, per un terzo da contributi regionali e per un terzo dalla partecipazione diretta in progetti di formazione, ricerca (come il programma del Ministero della Ricerca Scientifica per il settore tessile in corso di realizzazione) e tutoraggio di nuove imprese.

In definitiva, il Club dei Distretti fa pressione per trasferire ai "comitati di distretto" (trattati in precedenza) sia una sostanziale rappresentatività in ambito istituzionale e di contrattazione programmata che competenze in materia di sviluppo economico e di politiche industriali. In aggiunta, si sta adoperando per avere il riconoscimento giuridico di "marchi di distretto" che consentano di avere una maggiore visibilità sui mercati internazionali (come plus per vincere la concorrenza), e di garantire la qualità del prodotto. Nei disegni di breve periodo di questa associazione vi è anche l'intenzione di costituire un club europeo dei distretti industriali al fine di ritagliarsi un ruolo di maggiore evidenza anche nei confronti delle istituzioni comunitarie. In tal senso sono stati avviati contatti con rappresentanti dei distretti spagnoli, in primo luogo col distretto di Elche-Elda (il più importante nel settore calzaturiero: un terzo delle scarpe prodotte in Spagna sono fabbricate qui) e con quello di Ibi, Onyl e Alcoy (per la produzione di giocattoli), entrambe nella regione di Valencia.



[1] IRPET e ISTAT, "I sistemi locali del lavoro in Italia", Franco Angeli, Milano, 1994.

[2] ISTAT - IRPET, "I mercati locali del lavoro in Italia", Roma, 1986

[3] F. Sforzi "L'identificazione spaziale", 1987, in "Mercato e forze locali" di G. Becattini,già citato.

[4] A. Baffigi, M. Pagnini e F. Quintiliani " Industrial districts and local banks: do the twins ever meet?", i Temi di discussione del Servizio Studi, Banca d'Itatlia,n.347, Roma March 1999.

[5] L'ISTAT utilizza dei codici di specializzazione produttiva suddivisi secondo la classificazione Pavitt. Essa prevede una ripartizione delle attività economiche in quattro tipologie: settori tradizionali, che comprendono il tessile, l'abbigliamento, le pelli, il cuoio, le calzature e il legno; settori di scala, in cui confluiscono i settori dell'acciaio, del vetro, dei beni di consumo durevole e gli autoveicoli; i settori specializzati (strumentazione e software); settori ad alta tecnologia (elettronica, farmaceutica e macchine elettriche). Per maggiori dettagli sulla ripartizione dei codici ISTAT si veda: Ministero dell'Industria e Mediocredito Centrale, "Indagine sulle imprese manifatturiere. Sesto rapporto sull'industria italiana e sulla politica industriale", IlSole24ore Libri, Milano, 1997. Per la distinzione dei 4 macro-settori dell'industria manifatturiera secondo tale tassonomia, si veda: Pavitt, K. (1984), "Sectoral Pattern of Technical Change: Towards a Taxonomy and a Theory", Research Policy ,vol. 13, pp. 343-75.

[6] A. Qadrio Curzio, M. Fortis (a cura di), "Il Made in Italy oltre il 2000", Il Mulino, Bologna, 2000.

[7] Dati più approfonditi sono contenuti negli atti di un'indagine conoscitiva della Camera dei Deputati del settembre 2000, nella quale è stato audito il professore Fabrizio Onida, presidente dell'ICE.

[8] Questa tabella, insieme alla successiva è tratta dal libro già citato "Il Made in Italy oltre il 2000" curato da A.Quadrio Curzio e M.Fortis, Il Mulino, Bologna, 2000.

[9] I centri principali di questa area industriale sono Pieve e Santo Stefano di Cadore.

[10] La potenza commerciale di queste tre aziende è tale che negli ultimi sei anni sono state molto frequenti le acquisizioni di imprese straniere concorrenti (nel 1996 la Safilo ha rilevato la quota di controllo della società statunitense di occhiali  sportivi Smith Sport Optics e dell'austriaca Carrera-Optyl). La Luxottica, dal canto suo, nel 1995 ha acuisito l'americana US Shoe proprietaria della catena di superstore specializzati in ottica LensCrafters. Per uno studio del distretto bellunese della occhialeria, si veda: Sicca,L., "La gestione strategica dell'impresa-concetti e strumenti", CEDAM, Padova, 1998.

[11] L'azienda dei fratelli Zanatta, con sede a Nervesa della Battaglia, oggi detiene molti brevetti sulla tecnologia degli scarponi da sci in plastica, e si rivolge soprattutto a paesi come Francia, Germania ed Usa.

[12] Per una storia di questo distretto nato "ufficialmente" solo nel 1963 grazie all'intuizione di un giovane farmacista, il dott. Veronesi, si veda: Biggiero,L e Sammarra,A.,"The biomedical valley", relazione presentata al convegno "Sistemi, governance & conoscenza nelle reti di impresa", tenutosi presso l'Università di Padova il 17 e 18 maggio 2001.

[13] L. Bàculo e S. Gaudino "Impresa, territorio, sviluppo economico- verso i distretti industriali in Campania?" Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2000.

[14] Dal libro di A. Quadrio Curzio e M. Fortis, "Il Made in Italy oltre il 2000", già citato.

[15] CENSIS Note e commenti, "Dai distretti industriali una ripresa possibile - IX forum delle economie locali",Roma, IX 1999.

[16] Per la verità, il ruolo dei banchieri era stato sottolineato già da Marshall:"[Essi] agevolano il pagamento delle merci allo stesso modo in cui le ferrovie ne agevolano il trasporto. Ma in più essi trasferiscono da soggetto a soggetto il controllo del capitale, e l'aiuto che in tal modo danno agli uomini nuovi con scarso capitale proprio è forse la forza più importante che contrasti la moderna tendenza alla concentrazione della produzione nelle mani di poche grosse imprese", in : Marshall A. e M.P. Marshall,"The economics of Industry", come tradotto da Becattini in "Economia della produzione", già citato.

[17] A. Baffigi, M. Pagnini e F. Quintiliani, "Industrial districts and local banks: do the twins ever meet?", Temi di discussione del Servizio Studi, Banca d'Italia, Roma, marzo 1999,già citato.

[18] Nakamura, L. I.," Small borrowers and the survival of the small bank: is mouse bank Mighty or Mickey?", Federal Reserve Bank of Philadelphia Business Review, november-december,1994.

[19] Dei Ottati, G. (1992), "Fiducia, transazioni intrecciate e credito nel distretto industriale", Economic Notes, Vol. 23, No. 1-2, pp. 1-30.

[20] Petersen, M. e R. G. Rajan, "The effect of credit market competition on lending relationships", Quarterly Journal of Economics, Vol 110, n.2,1995.

[21] Temi di discussione del Servizio Studi della Banca d'Italia, marzo 1999, già citata.

[22] L. Federico Signorini, "Una verifica quantitativa dell'effetto distretto", in Sviluppo Locale, anno I, numero 1, Passigli Editore, Firenze, 1994.

[23] Badii,M.,"Produttività,indebitamento e competitività del sistema economico toscano", dattiloscritto IRPET,Firenze,1988.

[24] Finaldi Russo,P. e Rossi,P.,"Costo e disponibilità del credito per leimprese nei distretti industriali", in Temi di discussione del Servizio Studi, Banca d'Italia, n.360, Roma, dicembre 1999.

[25] L'indagine interessa circa 4.500 imprese, ed è censuaria per le imprese con più di 500 addetti e campionaria per quelle con un numero di addetti compreso tra 10 e 500.

[26] Focarelli,D. e Rossi,P.,"La domanda di finanziamenti bancari in Italia e nelle diverse aree del paese (1984-1996)", in Temi di discussione del Servizio Studi, n.333, Banca d'Italia, Roma,1998.

[27] Vera Lutz, " Il processo di sviluppo di un sistema economico dualistico", in Moneta e Credito, n.4, 1958.

[28] Vera Lutz, "Italy. A study in economic development", Oxford University Press, Oxford, 1962.

[29] Antinolfi,R.,"Sviluppo dualistico e politica economica: i limiti dell'analisi di V. Lutz. I contributi di L. Spaventa, A. Graziani e G. Fuà", Rassegna Economica, XLVI,n.6, novembre-dicembre 1982.

[30] Saggio contenuto nel libro di Brusco, "Piccole imprese e distretti industriali: una raccolta di saggi", Rosenberg & Sellier, Torino, 1989. Oggi l'autore è presidente del Banco di Sardegna.

[31] S. Brusco e W. Malagoli, "Disintegrated firms and industrial districts: the case of knitwear industry in Italy", studio presentato al "Third conference of the international Working Party on Labour Market Segmentation", mimeo, Modena, 1981.

[32] Le macchine transfert fisse sono unità operatrici complesse costituite da più macchine utensili di tipo tradizionale, automatizzate e collegate tra loro così da compiere una sequenza complessa di lavorazioni che permetta di ottenere pezzi finiti partendo direttamente dal materiale grezzo. Sebbene molto costose, permettono comunque un'economia notevole nei tempi di trasporto dei pezzi (grazie al nastro trasportatore), e vengono impiegate soprattutto nell'industria automobilistica, ad esempio nella lavorazione dei pezzi monoblocco del motore.

[33] S. Brusco,"Piccola impresa e distretti industriali", già citato.

[34] F. Mazziotti ,"Manuale di Diritto del Lavoro", Liguori Editore, Napoli,1992.

[35] A tal riguardo, si veda: Ichino,A.,Polo,M. e Rettore,E.,"Are judges biased by Labor Market conditions?", IGIER Working Paper, Milano,2001. In questo studio si dimostra come i giudici, di fronte a richieste di reintegro nel posto di lavoro, siano influenzati dalle condizioni esterne del mercato del lavoro e non solo dalla condotta individuale del lavoratore. Se il mercato presenta elevati tassi di disoccupazione, è molto probabile che il lavoratore vincerà la causa, a tutto detrimento dell'elementare principio giuridico della certezza del diritto.

[36] Vedi, fra i tanti, l'articolo sul Corriere della Sera, "Licenziare, missione impossibile" di Pietro Ichino, 2 settembre 2001. Ichino,formatosi nel Servizio Legale della CGIL, deputato del PCI dal 1979 al 1983, attualmente è ordinario di Diritto del lavoro all'Università Statale di Milano, presso la facoltà di Scienze Politiche.

[37] Bertola,G. e Ichino,A.,"Crossing the river: a comparative perspective on italian employment dynamics", Economic Policy,n.21, pp.359-420. Andrea Ichino insegna all'European University Institute, San Domenico di Fiesole, Firenze.

[38] Per informazioni più approfondite su queste leggi si veda: Ufficio studi e progetti del Banco di Napoli, "I distretti industriali: normativa, scenario, incentivi allo sviluppo", Banco di Napoli, Napoli, giugno 2001.

[39] Sandro Renzi, "Il distretto calzaturiero del Fermano-maceratese: evoluzione e problemi attuali" in Credito Popolare, n. 2,2000.

[40] Sulla cronaca dei fatti è utile un articolo di Massimo Mascini sul IlSole24ore dell'8 ottobre 1993, intitolato "Biella propone un "club" per coordinare i piani di sviluppo dei distretti industriali".

[41] Dati illustrati da Virgilio Bugatti, presidente del Club dei Distretti industriali italiano, in occasione di una sua audizione presso la Commissione Finanze della Camera dei Deputati, nell'ottobre 2000.

[42] Botto Poala E., "Relazione di base", in "Club dei distretti industriali", Atti del Convegno "Sistemi locali di imprese e politica industriale", Biella, 1995.

[43] Per un'analisi approfondita di tale Ente, vedi il saggio di S. Brusco " Quale politica industriale per i distretti industriali", contenuto in "Piccole imprese e distretti industriali: una raccolta di saggi", Rosenberg & Sellier, Torino, 1989, già citato.

[44] Accanto al CITER oggi in Italia vi sono molti altri centri di servizi a supporto della vita dei distretti. Per citarne alcuni: il Centro Tessile Cotoniero di Busto Arsizio, Texilia Biella, Promosedia Udine (per aiutare l'export del distretto tra Udine e Gorizia, specializzato nella produzione di sedie), Centro Ceramico Bologna, Tessile Como, Pratofutura.

[45]  Su questo piano, molto importante è l'opera della società Grup Sedia (all'interno del citato distretto della sedia tra Udine e Gorizia), creata da quattro piccole imprese produttrici con lo scopo di organizzare un'offerta congiunta nei mercati esteri e di centralizzare le attività necessarie a migliorare la penetrazione entro tali mercati di sbocco.

[46] Molto diverso nei compiti è il progenitore di tutti i consorzi di vendita all'estero: il PAC (Produttori Artigiani Cantuniani),operante sin dal 1966.Esso raggruppa una ventina di imprese del comparto del mobile in ottone della zona di Cantù (Como), che demandano alla direzione consortile la preparazione di parte del catalogo, il rapporto coi designers, il controllo della qualità, le indagini di mercato e,ovviamente, la vendita all'estero. A differenza del CITER, esso non si occupa di formazione o innovazione nei processi e nei materiali.







Privacy

Articolo informazione


Hits: 5289
Apprezzato: scheda appunto

Commentare questo articolo:

Non sei registrato
Devi essere registrato per commentare

ISCRIVITI

E 'stato utile?



Copiare il codice

nella pagina web del tuo sito.


Copyright InfTub.com 2019