Caricare documenti e articoli online  
INFtube.com è un sito progettato per cercare i documenti in vari tipi di file e il caricamento di articoli online.
Meneame
 
Non ricordi la password?  ››  Iscriviti gratis
 

DAL GATT AL WTO

economia


Inviare l'articolo a Facebook Inviala documento ad un amico Appunto e analisi gratis - tweeter Scheda libro l'a yahoo - corso di



ALTRI DOCUMENTI

IL SISTEMA DISTRIBUTIVO IN ITALIA - EVOLUZIONE E RIFLESSI SULLA DOMANDA DI SERVIZI COMMERCIALI DELLE VARIAZIONI AMBIENTALI
Aumento del capitale sociale
SOSPENSIONE E CESSAZIONE RAPPORTO DI LAVORO
KEYNES
La s.p.a. - società per azioni
Cosa si intende per 'Washington consensus?
L'imprenditore in generale
La scelta della struttura tecnologica
I mercati finanziari
I LIBRI CONTABILI OBBLIGATORI E LA CONTABILITA' GENERALE

INDICE

INTRODUZIONE....................................................................................... 1

CAPITOLO PRIMO: DAL GATT AL WTO.......................................... 4



1.1 Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT)      4

1.2 I negoziati commerciali multilaterali.................. 10

1.3 L'Uruguay Round e la creazione del WTO............. 19

1.3.1 L'Accordo generale sul commercio dei servizi (GATS)..... 38

1.3.2 Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (TRIPs)          47

1.3.3 Aspetti commerciali degli investimenti esteri (TRIMs)..... 52

CAPITOLO SECONDO:MILLENNIUM ROUND............................ 58

2.1 Evoluzione commerciale internazionale............ 58

2.2 Il Millennium Round............................................................ 65

2.3 Le cause del fallimento del Millennium Round 74

CAPITOLO TERZO: PROGETTI PER UN NUOVO ROUND....... 80

3.1 La liberalizzazione dei servizi, GATS 2000.............. 80

3.2 I  diritti di proprietà intellettuale (IPRs) ed il TRIPs           89

3.3 Investimenti e concorrenza.......................................... 97

3.4 Ingresso della Cina nel WTO........................................ 110

CONCLUSIONI...................................................................................... 131

BIBLIOGRAFIA.................................................................................... 138


INDICE DELLE TABELLE

TAB.1 IMPORTAZIONI ED ESPORTAZIONI MONDIALI

1985-1999..........................58

TAB.2 INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI 1991-1999.....60

TAB.3 ESPORTAZIONI MONDIALI DI MERCI E SERVIZI               1997-1999.......................61

TAB.4 CRESCITA DEL VOLUME COMMERCIALE DELLE MERCI: ESPORTAZIONE E PRODUZIONE DEI MAGGIORI GRUPPI DI PRODOTTI 1990-1999.............62

TAB.5 PRIMI DIECI ESPORTATORI MONDIALI DI MERCI 1996-1997.......................63

TAB.6 PAESI MEMBRI DEL WTO E DATE DI ENTRATA..71

TAB.7 PRINCIPALI INDICATORI ECONOMICI 1995-1999.117

TAB.8 ORIGINE DEL PIL 1990 - 1998...........118

TAB.9 PRINCIPALI INDICATORI SOCIALI 1999......122


INTRODUZIONE

L'indagine condotta ha preso l'avvio dall'esigenza di verificare i progressi apportati dalla liberalizzazione degli scambi nel commercio internazionale.

Punto di partenza della ricerca è l'analisi dei nessi che, sin dalle origini, collegano l'esigenza degli Stati di liberalizzazione e difesa degli interessi nazionali.

La liberalizzazione degli scambi, iniziata nel primo dopoguerra, ha portato alla conclusione di un accordo, il GATT, che ha svolto nei suoi cinquant'anni di vita, la funzione che spettava all'organizzazione internazionale del commercio (ITO) mai entrata in vigore.

Nel primo capitolo si è innanzitutto proceduto ad identificare i principi fondamentali del GATT, mediante la ricognizione delle norme poste dagli Stati membri.

Attraverso l'identificazione dei principi fondamentali del GATT, in particolare quello di non discriminazione, di consolidamento, di negoziazione, del trattamento nazionale, e dell'esclusivo ricorso allo strumento tariffario, si è voluto porre le fondamenta della successiva analisi dei negoziati commerciali multilaterali che hanno condotto all'istituzione dell'attuale organizzazione mondiale del commercio (WTO) .

Ripercorrendo le negoziazioni multilaterali che si sono susseguite dall'inizio dell'attività del GATT fino all'ultimo round, l'Uruguay Round, che ha dato vita all'organizzazione mondiale del commercio (WTO), si è quindi avanzata l'ipotesi che la liberalizzazione degli scambi rappresenta la situazione ideale a cui ogni politica dovrebbe tendere.

Il secondo capitolo rappresenta, infatti, il tentativo di fare una valutazione economica dell'evoluzione degli scambi commerciali e della progressiva liberalizzazione degli scambi,  mettendo in luce il ruolo che ha svolto l'organizzazione del commercio internazionale nella crescita economica mondiale.

Si è voluto, in primo luogo, descrivere l'evoluzione commerciale internazionale, sulla base di un'analisi dei dati forniti da diversi istituti (ICE, UNCTAD, WTO), riferendoci in particolare alla situazione dello scorso anno (1999-2000), riportando gli avvenimenti che hanno caratterizzato l'economia mondiale, la crisi asiatica, e le ripercussioni che questa ha avuto sulle attività economiche, evidenziando in particolare la reazione del sistema multilaterale degli scambi.

Individuata la base normativa su cui fondare un'ulteriore rafforzamento della liberalizzazione degli scambi, si è focalizzata l'analisi sulle possibili strategie d'azione a livello multilaterale nel prossimo round .

Nel parlare del Millennium Round è stato necessario innanzitutto illustrare i temi presenti nell'agenda del negoziato, partendo da quelli considerati i più tradizionali, ovvero agricoltura, tariffe industriali e servizi,  fino ai nuovi temi che costituiscono la new trade agenda, tra cui i servizi, i diritti di proprietà intellettuale, le politiche di concorrenza e la regolamentazione degli investimenti esteri.

Nell'esporre le diverse posizioni dei paesi nei riguardi dei temi inclusi nei negoziati, in particolare dell'UE e degli U 717i88h SA per quel che riguarda il settore agricolo, ma soprattutto la contrapposizione tra i Pvs e i paesi industrializzati, è stato messo in luce la difficoltà di raggiungere un accordo sull'agenda di base  in sede di Conferenza.

Nella prospettiva della riapertura dei negoziati si è, quindi, esaminato, nel terzo capitolo, le proposte degli Stati per un riavvio dei lavori rimasti incompiuti nel settore dei servizi, nella proprietà intellettuale e nella regolamentazione degli investimenti  diretti esteri.

Nell'ultima parte del presente lavoro si è analizzata l'attuale situazione economica e socio-politica della Cina, che entrerà a breve nell'organizzazione mondiale del commercio.

Per fornire un'analisi completa dell'attuale situazione si è voluto ripercorrere le tappe fondamentali della progressiva liberalizzazione dell'economia cinese e analizzare gli ostacoli che finora si sono frapposti alla sua entrata, arrivando ad esporre gli ultimi accordi conclusi da Pechino con gli Stati Uniti e l'Unione Europea, che rappresentano una delle ultime tappe verso l'accesso al WTO.

Analizzando, infine, i possibili effetti dell'entrata nel WTO sia sul commercio internazionale che sulla situazione interna della Cina.


CAPITOLO PRIMO: DAL GATT AL WTO

1.1  Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT)

La struttura della cooperazione intergovernativa in campo commerciale risale all'immediato dopoguerra se non addirittura alla fine del secondo conflitto mondiale. Fu allora che gli Stati furono indotti a passare dal tradizionale sistema della cooperazione bilaterale a nuove forme di cooperazione a carattere multilaterale.

L'adozione da parte dei governi di politiche economiche e commerciali protezioniste e le conseguenti guerre tariffarie, culminate nelle vette toccate dalla protezione tariffaria durante il periodo della grande crisi del 1929, avevano  profondamente minato le fondamenta del liberismo.

 Durante la Conferenza di Bretton Woods (USA) nel luglio 1944, furono gli Stati Uniti a proporre il completamento degli accordi, che fino ad allora avevano riguardato solo il fronte monetario e valutario, da realizzarsi con un'intesa sulla disciplina multilaterale degli scambi internazionali .

L'interesse degli Stati Uniti per una liberalizzazione del commercio internazionale dipendeva da motivi d'ordine economico e politico generale, essi miravano ad assicurare ai loro prodotti agricoli e industriali degli sbocchi favorevoli su mercati aperti e stabili auspicando, da un lato, alla creazione di una organizzazione internazionale del commercio, e dall'altro, alla progressiva liberalizzazione degli scambi.

Nel febbraio 1945 venne presentato un documento nel quale venivano proposte le linee fondamentali di un codice di condotta relativo alle restrizioni governative al commercio internazionale e dove si prefigurava la creazione di una "Organizzazione internazionale del commercio" (ITO) sotto l'egida dell'ONU, da preporre al controllo del codice stesso (Price, 1991).

L'iniziativa americana fu fatta propria dalle Nazioni Unite e, nel febbraio 1946, il Consiglio Economico e Sociale istituì un Comitato preparatorio, composto dai rappresentanti degli Stati, cui venne affidato il compito di predisporre la convocazione di una Conferenza mondiale sul commercio e l'occupazione.

Nel corso della Conferenza di Ginevra, che si tenne dall'aprile all'agosto del 1947 e che costituì l'ultima fase dei lavori preparatori, venne raggiunto l'accordo che recepiva soprattutto le istanze liberistiche americane.

Il primo obiettivo, la costituzione dell'organizzazione internazionale sul commercio (ITO, International Trade Organization), portò alla stipulazione della Carta dell'Avana, atto finale della conferenza mondiale sul commercio e l'occupazione, sottoscritta il 24 marzo 1948 dai rappresentanti di 53 paesi.

Ma la Carta dell'Avana non entrò mai in vigore per la mancata ratifica del Congresso degli Stati Uniti, «con la conseguenza che l'ITO non ha mai potuto operare nella vita di cooperazione internazionale» (Venturini, 1998).

Proprio la mancata ratifica della Carta da parte di un numero sufficiente di Paesi, ed in particolare degli USA, maggiore potenza economica e parte promotrice dell'accordo, ha messo in luce la poca propensione degli Stati ad impegnarsi e vincolare le proprie politiche commerciali ad un'autorità sovranazionale.

Il secondo obiettivo, la liberalizzazione degli scambi, è stato, invece, realizzato con l'Accordo Generale sulle Tariffe doganali e il commercio (General Agreement on Tariffs and Trade: GATT) in origine un mero accordo tariffario e commerciale che costituiva una sorta di protocollo provvisorio volto a regolare il commercio internazionale fino all'entrata in vigore della Carta dell'Avana, ma la mancata approvazione della Carta  e dell'ITO che essa prevedeva, ha lasciato l'Accordo Generale come unico strumento per la realizzazione di un sistema di libero scambio, ciò condusse ad una progressiva istituzionalizzazione del GATT e alla sua trasformazione, de facto, in una agenzia specializzata delle Nazioni Unite (Beneviglia Zampetti, 1994).

Occorre poi tener presente che, anche se il GATT intendeva essere un accordo internazionale tra Stati, e non una nuova organizzazione tra essi, non era solo un accordo economico ma aveva anche una dimensione politica. La sua flessibilità ed elasticità rispondono, in primo luogo, alla necessità di mantenere in vita un accordo basato principalmente sull'espressione di una volontà comune e avente scopi difficili da definire e da raggiungere, quali il miglioramento del benessere mondiale attraverso il libero scambio, e, in secondo luogo, alla necessità di  adattare i principi economici guida a realtà politiche internazionali diverse e in continua evoluzione.

Per quel che riguarda la struttura e i principi del GATT si possono così riassumere le caratteristiche  fondamentali (Coccia,1995).

Si compone nella versione originale, di 35 articoli, raggruppati in tre parti, nel 1965 venne aggiunta una quarta parte, divisa in tre articoli, relativa al commercio con i Pvs.

I principi fondamentali del GATT sono cinque:

·         Principio della non discriminazione

·         Principio del consolidamento

·         Principio di negoziazione

·         Principio del trattamento nazionale

·         Principio  dell'esclusivo ricorso allo strumento tariffario

Il principio  fondamentale  del GATT è quello di non discriminazione (art.1), espresso dalla clausola della nazione più favorita (Most favoured nation, Mfn) che costituisce il cardine di tutto l'Accordo.

Esso  prevede  che i  vantaggi  concessi  da  una  parte contraente ad un paese (che sia o non firmatario dell'Accordo) debbano essere automaticamente estesi a tutte le altre parti contraenti [1].

Il principio del consolidamento (tariff binding), è contenuto nell'art.2 dell'Accordo, in base a tale articolo le parti contraenti sono tenute a non aumentare le proprie le tariffe doganali in modo unilaterale.

Se un paese si trova nella necessità di elevare i suoi diritti di dogana su un determinato prodotto, esso deve avviare dei negoziati di compensazione con i suoi principali fornitori per accordarsi sulla diminuzione dei suoi diritti su altri prodotti [2].

È caratteristico del GATT il principio di negoziazione, infatti, la negoziazione è vista come il principale strumento di soluzione delle controversie commerciali tra  le parti contraenti.

 In conformità con tale principio, raramente è previsto il ricorso al voto nell'ambito dell'attività del GATT. In genere, infatti, non vi è imposizione di decisioni assunte per votazione alle parti contraenti, ma le risoluzioni vengono negoziate tra le parti stesse [3].

Il principio del trattamento nazionale (art.3) è complementare alla clausola Mfn.

Infatti, mentre la Mfn mira alla non discriminazione nelle relazioni commerciali tra i diversi paesi stranieri,  il principio del trattamento nazionale stabilisce che i prodotti importati in un determinato paese debbano ricevere un trattamento non  peggiore  di quello riservato ai prodotti nazionali, per quanto riguarda l'imposizione fiscale interna e le prescrizioni relative ai requisiti merceologici, al commercio interno e all'utilizzo di ciascun prodotto [4].

Infine, il principio dell'esclusivo ricorso allo strumento tariffario in difesa della produzione nazionale (art.11), vieta l'istituzione o il mantenimento di qualsiasi forma di divieto o restrizione - diversa dai dazi doganali, da tasse o altre imposizioni - alle importazioni provenienti dal territorio di un'altra parte contraente e alle esportazioni destinate al territorio di un'altra parte contraente[5].

Sono tuttavia previste alcune eccezioni al divieto di restrizioni quantitative relativamente alle restrizioni all'esportazione applicate temporaneamente [6].

Il settore tessile ed abbigliamento, a sua volta attraverso la negoziazione di accordi specifici, ed in particolare dell'Accordo Multifibre (Amf)[7], è stato di fatto sottratto alla proibizione di restrizioni quantitative.

1.2   I negoziati commerciali multilaterali

L'attività ordinaria dell'organizzazione GATT consiste essenzialmente in una serie di iniziative volte a facilitare  le relazioni commerciali tra le parti contraenti e a dirimere gli eventuali contrasti che tra queste possono sorgere.

Allorché però si rende necessario l'avvio di una trattativa organica e di ampio respiro tra tutte le parti contraenti su una serie di questioni commerciali, il GATT lancia un round di negoziati multilaterali.

Le finalità e gli obiettivi del GATT, tesi alla liberalizzazione degli scambi, sono stati in gran parte realizzati nel corso degli otto negoziati multilaterali che si sono succeduti dal 1947 al 1993:

.          Ginevra (1947)

.          Annecy (1949)

.          Torquay (1951)

.          Ginevra (1956)

.          Dillon Round (1960-61)

.          Kennedy Round (1964-67)

.          Tokyo Round (1973-79)

.          Uruguay Round (1986-93)

I negoziati svoltisi nell'ambito dei primi sei round furono incentrati essenzialmente sulla riduzione delle tariffe doganali, che all'epoca costituivano il maggiore ostacolo al commercio.

Le conferenze tariffarie Ginevra, Annecy, Torquay, videro collaudare e perfezionare le procedure negoziali nell'ambito del GATT, e accrescersi  notevolmente il numero dei paesi partecipanti all'Accordo generale [8].

Il round di Ginevra del 1947, a cui parteciparono 23 paesi, condusse a 20 accordi di riduzioni tariffarie che coprivano circa 45.000 tariffe, dei tre successivi, solo quello di Torquay del 1951 fece registrare risultati significativi, con una riduzione delle tariffe del 25% circa rispetto ai livelli del 1948; mentre nel round di Ginevra del 1956 venne elaborata la politica preferenziale per i Pvs poi codificata dal Kennedy Round.

I negoziati del 1960/61, il Dillon Round si caratterizzarono per due elementi innovativi, in primo luogo per il diverso approccio alle negoziazioni, esse non avvenivano più sulla base del singolo prodotto, ma sull'insieme di prodotti di un determinato settore, in secondo luogo per la partecipazione della CEE (Comunità Economica Europea) alle negoziazioni.

La prima fase delle negoziazioni, infatti, fu dedicata al trasferimento delle concessioni tariffarie, accordate dagli Stati membri e consolidate nelle loro tariffe nazionali prima della creazione del mercato comune, nella nuova tariffa doganale comune, secondo l'art.24 che fa salvi in caso di creazione di una unione doganale i vantaggi già acquisiti dalle parti contraenti dell'Accordo generale.

Solo nella seconda fase delle negoziazioni si poté procedere a negoziati tariffari veri e propri, concordando delle riduzioni tariffarie dell'ordine del 7%, con punte del 20% per una vasta gamma di prodotti industriali.

Subito dopo la fine dei negoziati ginevrini, l'adozione da parte del Congresso degli Stati Uniti del Trade Expansion Act  poneva le basi per dei nuovi negoziati commerciali multilaterali che, svoltisi tra il 1964 e il1967, avrebbero preso il nome di Kennedy Round (Triulzi, 1994).

Il Kennedy Round si concluse con la stipulazione di alcuni importanti strumenti convenzionali: l'atto finale, che descriveva lo scopo dei negoziati e ne illustrava i principali risultati,  cui si era accompagnava il protocollo contenente le riduzioni tariffarie e le norme relative alla loro applicazione; l'accordo sui prodotti chimici; il memorandum sugli elementi di base per la conclusione di un accordo mondiale sull'aumento del prezzo minimo del grano negli scambi internazionali e un piano di aiuti alimentari in favore dei Pvs; un codice anti-dumping, primo accordo multilaterale del GATT di carattere non tariffario .

Esso lasciò tuttavia insoluti i problemi relativi all'imposizione di barriere non tariffarie, adottate in misura crescente dai paesi per difendersi dalla concorrenza internazionale, in particolare in settori critici come quello dell'agricoltura.

La necessità di risolvere tali problemi e far fronte al rischio di nuove forme di protezionismo condusse, nel 1973, all'apertura di una nuova tornata di negoziati, nota con il nome di Tokyo Round.

Esso si svolse su iniziativa del presidente americano R. M. Nixon, che ottenne, con l'approvazione del nuovo Trade Act , più ampi poteri per la modifica della tariffa doganale e la negoziazione di accordi tariffari.

La crisi mondiale verificatasi nel frattempo aveva provocato conseguenze negative sulla politica economica e commerciale degli Stati, producendo un diffuso aumento delle tendenze protezionistiche e di misure restrittive di ogni tipo, in particolare restrizioni quantitative, che erano in aperto contrasto con le disposizioni del GATT.

Fra le altre disposizioni disattese del GATT vi sono la regola della parità tributaria, deformata dalle numerose misure fiscali applicate dagli Stati, e la disciplina delle sovvenzioni, elusa dagli aiuti governativi alla produzione agricola ed industriale (Basevi, 1994)

D'altronde anche tra lo stesso gruppo dei paesi industrializzati si manifestavano gravi contrasti, come il mai sopito contenzioso tra Stati Uniti e CEE, quest'ultima accusata di aver stipulato accordi di tipo preferenziale con i paesi associati [9]. Inoltre, CEE e Stati Uniti sono sempre stati e tuttora rimangono divisi sulla questione del commercio dei prodotti agricoli, la CEE preferisce trattarli separatamente nella prospettiva della conclusione di accordi quadro sui prodotti di base, mentre gli Stati Uniti vorrebbero inserirli nelle periodiche negoziazioni sullo stesso piano dei prodotti industriali.

Negli stessi anni si era poi compiuta, nelle relazioni commerciali tra gli Stati, quella polarizzazione nord-sud che tuttora le caratterizza: i rapporti conflittuali tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo andavano ponendosi come problema cruciale dell'assetto del commercio mondiale .

 Il Tokyo Round segnò al proprio attivo anche l'impegno da parte dei paesi  industrializzati  a procedere ad un'ulteriore significativa riduzione di molte tariffe doganali ed una serie di provvedimenti a favore dei Pvs, tra cui l'adeguamento della normativa GATT al Sistema generale delle preferenze, nato dall'esigenza di porre termine alla finzione di un'uguaglianza formale degli Stati sul piano commerciale, che rapportata all'enorme squilibrio economico esistente tra essi, si traduceva in una sostanziale inferiorità dei paesi meno sviluppati di fronte ai loro partner industriali (Grilli,1993).

 I paesi industriali si impegnano a non richiedere concessioni reciproche in cambio delle riduzioni tariffarie e delle altre agevolazioni commerciali da essi accordate ai paesi in via di sviluppo[10], riconoscendo il principio secondo il quale i Pvs non sono obbligati a fare concessioni  incompatibili con le loro specifiche necessità di sviluppo nell'ambito delle negoziazioni commerciali.

Questo stesso principio, cosiddetto di non reciprocità, è a fondamento del sistema delle preferenze generalizzate. Il sistema è basato sull'introduzione di autonomi schemi nazionali di preferenze generalizzate nei riguardi delle esportazioni di prodotti lavorati, semilavorati e di alcuni prodotti agricoli trasformati provenienti dai paesi in via di sviluppo [11].

I risultati economici dei vari schemi nazionali di preferenze sembrano essere stati piuttosto modesti; molte le cause di questo parziale insuccesso tra cui l'erosione  stessa del margine preferenziale di cui beneficiano i paesi in via di sviluppo a titolo del Sistema delle Preferenze Generalizzate. Tale erosione si è determinata a seguito delle riduzioni tariffarie generalizzate scaturite dal Tokyo Round, dalla creazione di varie unioni doganali e zone di libero scambio tra i paesi sviluppati, nonché dallo sviluppo di specifiche relazioni preferenziali regionali tra paesi sviluppati e in via di sviluppo (Marchionatti, 1995).

Le stesse differenze tra schemi nazionali, la presenza di rigide misure di salvaguardia  ne hanno scoraggiato l'utilizzo da parte di molti paesi in via di sviluppo, soprattutto di quelli meno avanzati.

La procedura negoziale effettivamente adottata si svolse secondo il sistema lineare, corretto dalla possibilità di ridurre in misura maggiore i dazi più elevati al fine di eliminare le disparità tariffarie. Per quanto già notevolmente abbassati durante i precedenti negoziati tariffari, i dazi doganali mantenevano ancora margini sufficienti per riduzioni ulteriori, che raggiunsero in media alla fine del Tokyo Round una percentuale del 35% sui prodotti industriali complessivamente considerati; la riduzione dello scarto medio tra le tariffe nazionali, ossia l'effetto armonizzatore, è stato valutato nella misura del 30%.

Proprio nel settore industriale si era verificato un confronto tra il regime tradizionale della nazione più favorita ed il sistema generalizzato di preferenze adottato per favorire gli scambi dei paesi in via di sviluppo.

 In questo settore i risultati del Tokyo Round hanno parzialmente ridimensionato l'applicazione delle preferenze tariffarie generalizzate, riducendo sensibilmente i dazi applicabili ai prodotti non ammessi al beneficio delle preferenze.

In campo agricolo, al contrario, sono apparse più consistenti le concessioni offerte a titolo preferenziale, che hanno portato ad un ampliamento della sua sfera di applicazione soprattutto con riguardo ai prodotti tropicali, dove era stato adottato il metodo del negoziato settoriale.

Nel settore degli ostacoli non tariffari agli scambi internazionali uno dei risultati più importanti del Tokyo Round è stato l'elaborazione di "codici di condotta", volti ad agevolare l'armonizzazione dei regolamenti nazionali e a realizzare una maggiore trasparenza nelle operazioni commerciali internazionali [12].

La portata di tali codici risultò tuttavia limitata da importanti eccezioni alla loro applicazione, poiché comparti cruciali nell'ambito dell'intervento pubblico, quali i servizi, i trasporti, le telecomunicazioni e l'energia, furono esclusi dagli accordi che si chiusero nel 1979.

 Inoltre furono apportati emendamenti al codice anti-dumping adottato durante la precedente sessione di negoziati multilaterali.

Alla conclusione del Tokyo Round  era stato annunciato negli ambienti del GATT che nessun negoziato commerciale multilaterale sarebbe stato avviato nel decennio Ottanta, per consentire la piena esplicazione degli effetti dell'ultimo round.

Ma gli Stati Uniti, durante alla conferenza ministeriale di Ginevra, del novembre 1982, avanzarono la proposta di dar vita a una nuova trattativa commerciale per arrivare ad includere nel quadro normativo del GATT alcune aree economiche su cui prevalevano ancora logiche differenti da quelle del libero scambio (in particolare, l'agricoltura, i servizi, il tessile, la proprietà intellettuale) (Reimans, 1996).

Malgrado i contrasti, e le dubbie motivazioni degli Stati Uniti nell'invocare un nuovo round, che sembrava rispondere più  alle esigenze dell'economia statunitense dell'epoca che a quelle dell'economia internazionale, si fece rapidamente strada la convinzione della necessità di una nuova trattativa commerciale multilaterale, soprattutto per l'oggettiva importanza dei problemi lasciati  irrisolti dal Tokyo Round.

Considerate, almeno in buona parte, risolte le questioni tariffarie, appariva chiaro che l'immensa area delle barriere non tariffarie richiedeva una trattazione urgente e specifica, poiché era con questi nuovi strumenti che rischiavano di risorgere le tendenze al neo-protezionismo[13].

L'area delle barriere non tariffarie richiedeva immediata attenzione, soprattutto perché terreno di crescenti conflitti commerciali nel campo agricolo tra Usa e CEE, in cui il Tokyo Round aveva prodotto alcuni limitati accordi settoriali ma aveva rinviato la trattazione ad appuntamenti successivi.

A favore di una decisa liberalizzazione degli scambi internazionali di prodotti agricoli si erano pronunciati gli Stati Uniti, che avevano nel frattempo elaborato una politica tendente ad ottenere da tutti i paesi l'eliminazione di qualunque forma di sovvenzione, alla produzione e all'esportazione, all'agricoltura. Si trattava della cosiddetta opzione "Zero-Duemila", che fissava al 2000 la data ultima per l'abolizione delle sovvenzioni ai prodotti agricoli[14]. Gli Stati Uniti erano appoggiati nella loro politica dai paesi del Gruppo Cairns[15] che, quali produttori a  costi "bassi", accusavano la CEE di causare gravi distorsioni nel commercio internazionale a causa della PAC (Politica Agricola Comune) e dei relativi sistemi di sostegno dei prezzi e di sovvenzione alla produzione e all'esportazione.

Un'altra area problematica era rappresentata dalla modifica di alcuni regolamenti GATT riguardanti il trattamento dei Pvs. Infatti il GATT prevedeva già speciali convenzioni che i paesi industrializzati erano autorizzati a garantire ai Pvs, allo scopo di tener conto della posizione dei partner deboli, ma il problema non risolto riguardava il fatto che tra i Pvs rientravano spesso anche i paesi di nuova industrializzazione, con forte orientamento all'esportazione e grande dinamismo commerciale, in grado spesso di mettere in difficoltà le industrie nazionali dei paesi importatori nei settori di più alta penetrazione (Pregg, 1994).

1.3 L'Uruguay Round e la creazione del WTO

L'ottavo round del GATT, l'Uruguay Round, avviato  nel settembre del 1986 con la dichiarazione ministeriale di Punta del Este  si è concluso il 15 dicembre 1993 con l'Atto finale, documento che include i vari accordi, dichiarazioni e decisioni di cui consta il risultato del negoziato, sottoscritto da 111 paesi  il 15 aprile del 1994 a  Marrakesh. Gli accordi sono entrati in vigore il 1° gennaio del 1995.

La conclusione positiva del round costituisce un risultato estremamente significativo dal punto di vista del rafforzamento del sistema commerciale multilaterale che, soprattutto negli anni ottanta, si era andato progressivamente indebolendo. Ciò sia a causa delle tendenze protezionistiche che i paesi industrializzati manifestavano facendo ricorso a misure restrittive non tariffarie ed a pratiche unilaterali, sia per gli intrinseci limiti del sistema che non copriva settori estremamente importanti come l'agricoltura, i servizi, il tessile e l'abbigliamento (Secchi, 1994a).

L'istituzione della World Trade Organization costituisce senza dubbio il risultato più importante del negoziato.

La sua creazione, inizialmente non contemplata dai promotori del negoziato, completa il quadro ideale composto, fin dalla Conferenza di Bretton Woods del 1944, per la gestione dell'ordine economico internazionale. Il WTO è il terzo pilastro che si aggiunge al Fondo Monetario Internazionale (FMI) e alla Banca Mondiale (BM) nel gestire lo sviluppo dell'economia mondiale.

Essa ha sostituito e assorbito dal 1° gennaio 1995 il GATT che formalmente era solo un accordo multilaterale e non un'organizzazione, in quanto non dotato di personalità giuridica e privo di qualsiasi assetto organizzativo (Hoekman e Kosteki, 1995).

La nascita del WTO costituisce,  un'importante novità nel quadro di un nuovo ordine economico internazionale, poiché segnala da parte degli Stati la volontà di adeguare la propria politica economica alle valutazioni e ai giudizi di un'autorità esterna. Diversamente dal GATT che non ha mai avuto tali poteri, il WTO ha la possibilità di fare applicare le proprie decisioni in materia commerciale e di imporre sanzioni in caso di inadempienza, con prerogative simili a quelle del FMI e BM (Krueger, 1998).

Il significato di questa evoluzione è importante perché segnala un impegno nuovo di tutti i paesi che hanno sottoscritto gli accordi dell'Uruguay Round in termini di cooperazione economica, ma anche politica e internazionale.

Non è un caso che questa evoluzione avvenga nel corso della prima metà degli anni '90, essa testimonia i nuovi rapporti internazionali conseguenti alla caduta del muro di Berlino e all'ingresso di nuovi paesi, in particolar modo, i paesi dell'ex URSS e i paesi ex comunisti dell'Europa orientale, nel mercato globale, pur se con fasi diverse di sviluppo.

Chiusa la fase della contrapposizione planetaria in due blocchi politico-militari, si è aperta una nuova fase in cui i rapporti economici, e lo stesso successo economico ai vari livelli, costituiscono il vero banco di prova delle élite nazionali e per i diversi paesi nel quadro mondiale.

La partecipazione assai più diretta che in passato dei leader dei grandi paesi impegnati nell'Uruguay Round è la prova più evidente che orientamenti e valori degli anni '80, legati alle questioni strategico-militari, sono stati sostituiti da nuovi orientamenti e valori che riguardano il benessere economico nel quadro internazionale (Sacerdoti, 1995).

Il successo dell'Uruguay Round si misura, dunque, anche dal nuovo approccio che i paesi partecipanti hanno dimostrato nell'abbracciare una prospettiva di crescita e di integrazione internazionale.

Il WTO è un'organizzazione internazionale sotto ogni profilo e la sua creazione colma un vuoto nel settore delle relazioni commerciali e pone rimedio ad un limite fondamentale del passato GATT (Ingram,1998).

 L'insufficienza di un'istituzione basata sull'adesione volontaria ai diversi accordi, come il GATT, era ormai divenuta evidente per due motivi.

Il primo è dovuto all'impossibilità del GATT di porre rimedio all'intensificazione dei conflitti commerciali come forum riconosciuto di composizione delle controversie, una conseguenza di tale limite è evidente nel crescente utilizzo di misure antidumping, di accordi imposti ai partner deboli, e soprattutto nella tendenza alla costituzione di aree integrazione regionali.

 Il secondo motivo consiste nell'impossibilità del GATT di gestire la liberalizzazione del commercio internazionale in modo da indurre i paesi membri a tener conto delle complessità del quadro economico globale: includendo, cioè, l'enorme articolazione di aspetti monetari, finanziari, tecnologici e istituzionali che compongono l'attuale contesto mondiale.

Per effetto del round le regole materiali sono state rese più precise ed estese in un ambito geografico e settoriale più ampio (Adamantopoulos, 1994).

La creazione del WTO non è stato il compito impossibile che fu nel 1947, quando gli Stati Uniti  si opposero alla nascita dell'ITO, ma non si può neppure dire che sia stato tanto facile.

La trattativa per la fondazione della nuova organizzazione mondiale del commercio ha, infatti, visto porsi a confronto due concezioni degli equilibri internazionali. La prima è sostanzialmente riconducibile a una visione di liberismo spinto, che esalta le prerogative nazionali limitatamente riducibili per motivi sovranazionali. La seconda  a una visione più coerente con l'ordine mondiale, che punta verso una maggiore integrazione e cooperazione.

È difficile attribuire la prima o seconda posizione a qualche paese in particolare a causa della complessità delle motivazioni e dei punti di vista. Ma, nel corso dell'Uruguay Round, così come nel 1947, gli Stati Uniti hanno considerato con sospetto l'ipotesi di una limitazione della propria sovranità nazionale in materia di politica industriale e commerciale, con l'attribuzione di vasti poteri ad un organo di controllo esterno, come appunto il WTO.

Non dissimile, anche se meno drastica, la posizione di paesi tradizionalmente liberisti come la Germania e il Regno Unito, più favorevoli ad un quadro più "leggero" di regole multilaterali, temperate dalla possibilità di gestire eventuali problemi di carattere commerciale anche su base bilaterale.

Dall'altra parte si sono allineati paesi con una maggiore tradizione dirigista e centralista nella gestione dell'economia, come Francia, Italia e il Giappone, favorevoli alla creazione di istituzioni sovranazionali in cui trovare spazi, impossibili da trovare su scala bilaterale .

D'altra parte le posizioni contrapposte degli Stati Uniti e della Francia, sono bene esemplificate dall'attuazione di una politica economica internazionale decisamente aggressiva degli Stati Uniti, come ad  esempio la famosa e controversa Sezione 301 del Trade Act 1988,  e dall'opposizione della Francia, con l'appoggio del Giappone, a quello che è stato definito il nuovo colonialismo americano (Grilli, 1996).

È comunque significativo che il testo finale dell'accordo dell'Uruguay Round indichi esplicitamente il compito di perseguire una maggiore coerenza nella definizione delle politiche  economiche globali.

Il WTO costituisce finalmente quel forum negoziale che si auspicava, per ogni genere di controversia commerciale, riempiendo quel "vuoto giuridico" in materia, amministra il sistema di risoluzione delle controversie e il meccanismo di esame delle politiche commerciali nazionali e coopera con il FMI e la Banca Mondiale al fine di garantire una maggiore coerenza nelle politiche economiche a livello globale (Conklin, 1996).

I risultati dell'Uruguay round sono di estrema ampiezza e complessità, ma se dal punto di vista pratico le trattative si sono svolte sulle singole aree negoziali, dal punto di vista problematico il round ha affrontato due categorie di temi: quelli di origine più antica rimasti irrisolti nelle precedenti tornate negoziali, quali la liberalizzazione dei prodotti agricoli e del tessile abbigliamento e la regolamentazione dell'utilizzo delle misure di protezione (procedure di salvaguardia, sovvenzioni), e quelli legati all'estensione dell'ordine GATT al commercio internazionale di  servizi, proprietà intellettuale e misure relative agli investimenti esteri.

Per quanto riguarda i temi già trattati nei precedenti negoziati le novità apportate dall'Uruguay Round sono le seguenti: per quanto riguarda le riduzioni tariffarie concordate, esse portano in media ad un abbassamento del 30% dei dazi sull'importazione di beni del settore manufattiero. I settori più toccati sono i farmaceutici, quelli della meccanica elettrica e quelli ad alta intensità di materie prime.

La misure non tariffarie comprendono diverse fattispecie di ostacoli agli scambi, in buona parte disciplinati dai Codici di condotta del Tokyo Round. L'accordo più importante è senz'altro quello relativo all'applicazione di misure antidumping, che costituisce un passo avanti nella chiarificazione e specificazione del codice del 1979 anche ai fini di maggiore trasparenza e certezza della regole procedurali in materia di determinazione del margine di dumping e di esistenza del pregiudizio [16].

L'accordo prevede inoltre che i dazi antidumping debbano essere eliminati entro cinque anni, eccetto nel caso in cui venga stabilito che l'eliminazione del dazio comporterebbe un persistere nel danno. Viene anche contemplata la possibilità entro certi limiti, che nella fase di lancio del nuovo prodotto, quando i costi fissi sono particolarmente elevati, esso sia venduto sottocosto. Non è stato risolto lo spinoso problema dell'elusione dei diritti antidumping, tramite ad esempio l'assemblaggio del prodotto nel paese che ha imposto il dazio. La questione è stata deferita al Comitato antidumping in una Decisione Ministeriale allegata all'accordo (Greppi, 1995).

Non meno importante è l'accordo relativo agli appalti pubblici[17] che amplia considerevolmente la portata del precedente codice. L'accordo copre per la prima volta anche i contratti riguardanti la fornitura di servizi, inclusi i servizi di costruzione, nonché gli appalti banditi non solo da organismi governativi ma anche da alcuni enti pubblici a livello sub-nazionale ed alcune imprese pubbliche, incluse quelle che forniscono servizi di pubblica utilità (Paterno di Montecupo,1994).

Un altro accordo concerne la riduzione delle barriere tecniche al commercio, l'armonizzazione delle regole di origine, la valutazione doganale dei prodotti e la concessione delle licenze di importazione.

 Il nuovo accordo chiarifica e rafforza il codice del 1979, in particolare, mira a rinforzare l'obbligo per le parti contraenti di evitare l'introduzione di ostacoli al commercio internazionale non necessari a conseguire i legittimi obiettivi di uno standard o di una norma tecnica tra cui quelli di sicurezza nazionale, di prevenzione di pratiche fraudolente, di difesa della salute umana, animale, vegetale e dell'ambiente. Sono in parte contemplati gli standard che riguardano i processi e i metodi di produzione, che hanno assunto grande rilevanza dal punto di vista della difesa ambientale.

L'obiettivo dell'Uruguay round in materia di prodotti tessili ed abbigliamento è stato fin dall'inizio quello di integrare il settore nel quadro della regolamentazione multilaterale, dal quale era stato per gran parte escluso a causa dell'esistenza dell'Accordo Multifibre del 1973, nonché di favorire la liberalizzazione del commercio, che risentiva ancora fortemente della presenza di significative  barriere tariffarie e non, anche al di fuori delle disposizioni del Multifibre. Tale accordo venuto a termine nel luglio 1991 è stato prorogato più volte  nell'attesa della conclusione del negoziato multilaterale.

Fin dal 1973 l'Accordo Multifibre prevedeva una struttura multilaterale per la restrizione delle esportazioni, dai fornitori a "basso costo" verso i paesi importatori sviluppati, attraverso un sistema di quote definite  mediante intese bilaterali.

L'accordo sul tessile e abbigliamento prevede l'eliminazione del sistema di quote bilaterali  all'importazione stabilito con l'Accordo Multifibre nell'orbita delle regole del GATT, in un periodo transitorio di dieci anni (a partire dal 1° gennaio 1995).

La liberalizzazione assume due forme l'integrazione e accelerazione dell'aumento delle quote.

L'integrazione prevede che all'inizio di ciascuna fase determinate categorie di prodotti vengano inserite  nel GATT, e conseguentemente vengano assoggettate alle sue regole. Grazie a questo processo entro il 2004 verrà eliminato il 51% delle restrizioni nelle categorie prescelte, e il 1° gennaio 2005 il restante 49% sarà integrato e diventerà soggetto alle normali regole del GATT.

La seconda forma di liberalizzazione prevede che l'incremento annuale delle quote stabilito negli accordi bilaterali Multifibre subisca una accelerazione (Penserini, 1994).

 L'integrazione, e l'abbattimento conseguente delle restrizioni quantitative, fino ad allora negoziate su base bilaterale nel quadro AMF, si realizza in quattro fasi[18] .

Per i prodotti che nell'arco dei dieci anni di transizione  rimangono governati dalle quote bilaterali, l'accordo prevede un complesso meccanismo di adeguamento rispetto ai tassi di crescita previsti dal Multifibre.

Ma perché si possano riscontrare effettivi miglioramenti bisognerà tuttavia attendere il 2002, ovvero  l'inizio della terza fase. Infatti i prodotti interessati nelle prime due fasi sono stati quelli generalmente considerati non-sensitive.

Va comunque aggiunto che la liberalizzazione sin qui ottenuta non è certo incoraggiante.

I paesi avanzati sono accusati di aver sostituito le restrizioni quantitative con nuove forme di protezionismo, di fatto i  principi di liberalizzazione minima sono stati disattesi .

Di importanza cruciale sono le misure di salvaguardia che accompagnano il cammino dell'integrazione [19].

L'intesa raggiunta tra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo prevede inoltre che da parte di questi ultimi si dia avvio  a una fase di graduale apertura dei mercati, in modo da riflettere i diversi gradi di sviluppo raggiunto, per compensare gli effetti della completa liberalizzazione del settore tessile e abbigliamento dopo il 2005 (Sassoon, 1994a).

Ma l'aumento dei parametri utilizzati dalle misure di salvaguardia  può facilitarne l'adozione e questo va a danno dei maggiori esportatori, ovvero i Pvs.

L'obiettivo iniziale dell'Uruguay Round in campo agricolo era soprattutto di smantellare un regime improntato ad un rigido protezionismo. L'accordo raggiunto ha il merito di offrire un approccio globale per l'inserimento del settore agricolo nel quadro della regolamentazione multilaterale. Esso si basa sulla necessità percepita, sia pure in maniera diversa dalle varie parti negoziali, di ridurre il sostegno all'agricoltura e di limitare le altre misure distorsive applicate alle frontiere.

Per quanto riguarda queste ultime il principio in base all'accordo sull'agricoltura consiste nel trasformare tutte le barriere non tariffarie in dazi doganali consolidati che consentono lo stesso grado di protezione, ma sono assai più visibili e misurabili. I risultati di questo processo di tariffazione consistono in una riduzione dei dazi medi del 36%  in un periodo transitorio di sei anni per i paesi industrializzati, e del 24%  in dieci anni per i Pvs, con l'obbligo di riduzione minima per ogni prodotto  del 15% e del 10% rispettivamente per i paesi industrializzati e i Pvs (Quick,1994).

Infine rientrano in quest'area le concessioni richieste dai Pvs in materia di abbattimento delle barriere tariffarie dei paesi industrializzati sui prodotti tropicali e basati sulle risorse naturali esportati dai Pvs. In questo caso, la riduzione delle tariffe è stata mediamente del 40%, ma con numerosi impegni da parte di svariati paesi che hanno accettato di importare tali prodotti senza imporre alcun dazio. Nell'insieme, quindi, tenendo in considerazione le deroghe ammesse dall'Uruguay Round  per l'abbattimento delle tariffe nei Pvs e gli accordi  di riduzione dei dazi nei paesi industrializzati sui prodotti esportati dai Pvs, il bilancio a favore dei paesi più poveri è decisamente positivo rispetto ai precedenti round.

Per quanto riguarda i sussidi interni, l'accordo prevede una riduzione del 20% e del 13,3% rispettivamente per i paesi industrializzati e per i Pvs, durante il periodo di attuazione sopra menzionato.

Una specifica clausola, inoltre, consente l'esenzione da impegni di riduzione per tutti quei provvedimenti che non influiscono significativamente sul commercio internazionale, si tratta delle cosiddette politiche green box [20].

La Comunità Europea è riuscita a far accettare il principio per cui, a specifiche condizioni, i contributi diretti agli agricoltori, volti a ridurre la produzione interna e quindi di conseguenza le sovvenzioni all'esportazione necessarie a smaltire le eccedenze, siano inclusi nella categoria dei sussidi esenti dalle previste misure di riduzione delle sovvenzioni. Tale forma di sostegno costituisce infatti uno dei cardini della riforma della PAC operata nel 1992.

Di grande importanza sono gli accordi relativi alla riduzione delle sovvenzioni all'esportazione, su cui si era a lungo esercitato un accanito braccio di ferro tra USA e CEE. I paesi membri devono ridurre il valore di tali sovvenzioni del 36% in sei anni e la quantità dei prodotti beneficiari delle sovvenzioni del 21% nello stesso periodo, utilizzando come periodo di base gli anni 1986-90.

I paesi in via di sviluppo meno avanzati sono esentati da queste riduzioni, mentre gli altri Pvs godono di una maggiore flessibilità nell'applicazione delle riduzioni proposte e di un periodo di applicazione più lungo pari a 10 anni.

L'Accordo sull'agricoltura prevede infine delle disposizioni, cosiddette "peace clause"[21], volte ad impedire il ricorso ad azioni unilaterali e a dazi punitivi, ai sensi delle norme generali del GATT in materia di sussidi, dazi compensativi, protezione delle concessioni e di vantaggi contro le misure di sostegno interno, e le sovvenzioni all'esportazione ove mantenute in conformità dell'accordo stesso. Infine è prevista l'istituzione di un Comitato dell'agricoltura incaricato di sorvegliare sul rispetto degli impegni e sull'applicazione  delle misure di salvaguardia previste.

L'accordo in materia di salvaguardia precisa le condizioni e le procedure necessarie per l'applicazione dell'art.19 del GATT e prevede l'istituzione di un Comitato specifico per la sorveglianza sulle misure adottate [22].

Le restrizioni quantitative possono essere utilizzate come misure di salvaguardia, nonostante il generale divieto e le controindicazioni economiche di tali strumenti. In tal caso però esse non potranno in generale ridurre il livello di importazione al di sotto del livello medio degli ultimi tre anni rappresentativi. L'accordo precisa le modalità d'investigazione ed i criteri per l'accertamento dell'esistenza o della minaccia di serio pregiudizio.

Sono inoltre previste una serie di disposizioni per favorire la trasparenza del procedimento di adozione delle misure di salvaguardia.

Tali misure non potranno rimanere in vigore per più di quattro anni, rinnovabili per altri quattro ove ricorrano specifiche condizioni, e dovranno essere comunque gradualmente liberalizzate.

Non potranno essere introdotte  nuove misure di salvaguardia per lo stesso prodotto prima che sia trascorso un periodo pari alla durata della precedente misura od almeno di due anni. Al fine di indurre l'adozione di misure di salvaguardia di breve durata è previsto che le eventuali compensazioni, nella forma di sospensione di equivalenti concessioni, che le altre Parti possono ottenere non siano adottabili nei primi tre anni di utilizzazione delle misure stesse.

Le misure di salvaguardia vanno applicate su base non discriminatoria. Un certo margine di selettività è stato comunque accolto nella possibilità per il paese danneggiato di accordarsi con i paesi fornitori circa la suddivisione della quota stabilita come misura della salvaguardia, così da poter, in un certo senso, penalizzare i produttori le cui esportazioni sono aumentate in modo sproporzionato rispetto all'incremento totale e che dunque hanno maggiormente contribuito a causare il pregiudizio all'industria nazionale. In tale caso la durata della misura non potrà eccedere i quattro anni  (Grilli, 1992).

Condizioni particolari sono previste per i Pvs i quali sono esenti da misure di salvaguardia se le loro esportazioni rappresentano una quota di mercato de minimis e possono invece estendere il periodo di applicazione delle loro misure di salvaguardia per un periodo ulteriore di due anni.

Tutte le legittime misure di salvaguardia esistenti vanno eliminate entro otto anni dalla data dell'introduzione o entro cinque dall'entrata in vigore dell'accordo che istituisce il WTO, ove tale periodo scada più tardi.

Per quanto riguarda le cosiddette "grey-area measures", comprendenti gli accordi volontari di limitazione delle misure di salvaguardia, sia dal lato delle importazioni che delle esportazioni, ne è chiaramente sancita la illiceità, nonché l'obbligo di modifica o di eliminazione in un periodo di quattro anni.

Oltre tale data le patri contraenti possono mantenere in vigore una sola misura fino al termine del 1999.

Solo la Comunità ed il Giappone si sono avvalse di tale possibilità designando l'accordo in materia di importazione di autoveicoli, la cui validità è perciò consentita fino al termine concordato.

Per quanto concerne le misure restrittive decise e poste in essere da imprese pubbliche o private, l'accordo si limita a stabilire che le parti contraenti non possono incoraggiarne o sostenerne l'adozione o il mantenimento. Inoltre va sottolineato che il divieto di utilizzare "grey-area measures", a parte le notevoli difficoltà di applicazione, potrebbe avere l'effetto non desiderato di accentuare ancor più la tendenza già in atto ad impiegare in modo abusivo le misure antidumping, invece di ricondurre gli Stati a far uso di misure di salvaguardia non discriminatorie (Secchi, 1994b).

L'accordo relativo alle sovvenzioni e ai dazi compensativi offre la definizione di sovvenzione (non presente nel precedente codice GATT scaturito dal Tokyo Round), fissa i criteri destinati a valutare l'incompatibilità, e predispone  una procedura celere per la soluzione delle controversie connesse a queste operazioni.

Il GATT prende inoltre in considerazione due pratiche commerciali cosiddette sleali (unfair trade practices): il dumping (art.6)[23] e le sovvenzioni governative (art.6 e 16).

 Il dumping non è proibito poiché tale, ma è sanzionato con la possibile imposizione di un dazio antidumping (in aggiunta al dazio già previsto) se tale pratica causa un pregiudizio importante all'industria nazionale del paese importatore. Il dazio antidumping deve essere commisurato al margine di dumping cioè alla differenza tra il prezzo di vendita all'esportazione ed il suo valore normale.

 La regolamentazione delle sovvenzioni pubbliche all'industria è molto controversa a causa del continuo dibattito circa il loro ruolo nell'ambito delle politiche economiche degli Stati [24].

Le sovvenzioni alle esportazioni, le quali sono volte specificatamente a favorire la vendita all'estero dei prodotti sovvenzionati, sono scoraggiate, ma quelle all'esportazione di prodotti primari (cioè qualsiasi prodotto dell'agricoltura, delle foreste, o della pesca) lo sono se conducono un paese a detenere "più di una quota del commercio mondiale d'esportazione (art.16); mentre le sovvenzioni alla produzione (o interne), che sono accordate indipendentemente dal fatto che i prodotti sovvenzionati vengano o meno esportati, sono permesse.

La ragione di questa distinzione sta nel diverso grado di distorsione della concorrenza e degli scambi internazionali che può essere provocato dalle due categorie di sovvenzioni [25]. 

 Comunque, sia le sovvenzioni all'esportazione che quelle alla produzione possono essere neutralizzate  dall'imposizione di un dazio compensativo (countervailing duty) solo nel caso in cui causino un pregiudizio importante all'industria nazionale del paese importatore[26].

Al di fuori delle ipotesi di pratiche commerciali sleali l'Accordo generale introduce una clausola di salvaguardia o "escape  clause"(art.19), che consente ad una parte contraente di ricorrere a misure di emergenza, secondo specifiche condizioni e procedure, che le consentono di restringere temporaneamente l'importazione, improvvisamente aumentata, di certe merci se essa causa un serio pregiudizio all'industria nazionale. L'applicazione delle misure di salvaguardia deve avvenire su base non discriminatoria.

 La differenza fondamentale tra le misure di salvaguardia e le misure relative al dumping e alle sovvenzioni, consiste nel fatto che nel caso della clausola di salvaguardia i prezzi dei prodotti stranieri non sono abbassati artificialmente da una strategia  di vendita sottocosto dello stato straniero, bensì sono bassi per loro concorrenzialità  intrinseca  (derivante ad esempio dal basso costo del lavoro nel paese di provenienza), in altre parole mentre i dazi antidumping e compensativi reagiscono a pratiche commerciali che vengono generalmente definite come "unfair", le misure di salvaguardia colpiscono il cosiddetto "fair trade".

Molto spesso però gli Stati hanno preferito negoziare degli accordi bilaterali di limitazione volontaria delle esportazioni al di fuori delle previsioni del GATT.

Eccezioni di carattere generale sono infine poste, tra le altre, a tutela della salute pubblica (art.20) e della sicurezza nazionale (art.21) [27].

Il primo tema di particolare interesse riguarda la definizione di sovvenzione[28].

Non ogni sovvenzione è vietata, ma solo alcune. In particolare, sono vietate le sovvenzioni che sono definite "specifiche" (l'art.2) [29] e quelle espressamente indicate dall'art.3, infatti dopo aver dato la definizione in generale, l'accordo suddivide le sovvenzioni in tre differenti tipi[30]. Questo tipo di sovvenzioni richiede un attento esame della rilevanza del pregiudizio, in quanto in sua assenza la sovvenzione deve ritenersi legittima [31].

Infine, è assai importante la parte relativa alle sovvenzioni che non danno luogo alle sovvenzioni e che quindi sono ammesse. In tale contesto entrano due tipi di sovvenzioni, quelle che non sono specifiche e quelle che seppur specifiche, si caratterizzano per la finalità in base alle quali vengono concesse (in sostanza quelle destinate ala ricerca e agli aiuti alle regioni sfavorite).

Queste ultime sono quelle di maggiore interesse, in quanto individuano una fattispecie legittima per natura. Siamo qui in presenza di sovvenzioni il cui fine ne giustifica l'adozione.

La liceità di queste misure è condizionata alla loro notificazione preventiva al Comitato [32].

Qualora un paese membro stabilisca l'esistenza di una sovvenzione che alteri le libere condizioni di mercato a suo danno potrà introdurre un dazio compensativo (in pratica dei contro-dazi all'importazione applicati ai prodotti del paese che abbia introdotto sovvenzioni per gli operatori nazionali e perciò falsando il libero esplicarsi delle regole di mercato), secondo canoni ed entità da esso stesso individuati, e comunque capaci di bilanciare la sovvenzione applicata dal paese esportatore.

 Il dazio compensativo non potrà essere applicato in via selettiva per paese, ma dovrà colpire tutti i beni importati dal paese per i quali sia stata approvata l'esistenza di una sovvenzione[33].

Una sezione dell'accordo si occupa dei paesi in via di sviluppo. Per essi è previsto un trattamento preferenziale al fine di consentire loro di accelerare il processo interno di sviluppo economico [34].

Per altro i paesi membri le cui esportazioni siano divenute "competitive" devono eliminare le sovvenzioni esistenti entro due anni [35] .

I nuovi temi inclusi nel negoziato dell'Uruguay Round, quali il commercio dei servizi,  la proprietà intellettuale e le misure relative agli investimenti esteri, meritano una trattazione separata.

1.3.1 L'Accordo generale sul commercio dei servizi (GATS)

L'accordo generale sul commercio di servizi (General Agreement on Trade in Services, GATS), richiamato dall'allegato 1B dell'accordo istitutivo della WTO, costituisce certamente uno dei principali risultati dell'Uruguay Round.

Il GATS rappresenta il primo tentativo internazionale di liberalizzazione di un settore la cui regolamentazione è stata sempre considerata una prerogativa degli Stati soprattutto a causa del prevalere degli aspetti interni su quelli internazionali.

Il notevole ritardo degli Stati nell'elaborazione di un programma multilaterale di liberalizzazione delle transazioni internazionali dei servizi deve essere in gran parte imputato alle particolari caratteristiche  delle attività che ricadono sotto la voce aggregata "servizi": a differenza dei beni essi sono intangibili, non immagazinabili, mancano di uniformità e sono difficilmente standardizzati e spesso devono essere prodotti e consumati immediatamente, il che richiede la contemporanea presenza di prestatore e fruitore (Sarda, 1996).

Le principali attività dirette alla produzione e allo scambio di servizi sono quelle legate all'attività bancaria e assicurativa, ai servizi finanziari in genere, al turismo, ai trasporti, all'attività legale, alla contabilità alla pubblicità, alle telecomunicazioni e all'informatica.  

L'aver chiaramente posto la regolamentazione del commercio dei servizi nell'ambito del sistema multilaterale degli scambi e l'aver in tal modo aperto la strada ad una progressiva maggiore liberalizzazione ha certamente dato un importante contributo alla crescita dell'economia mondiale e all'efficienza dei sistemi dei paesi membri.

 Ma l'inclusione della liberalizzazione dei servizi nell'Uruguay Round non è stata priva di contestazioni e discussioni.

In un primo momento, infatti, un importante gruppo di paesi in via di sviluppo si era opposto all'introduzione dei servizi nell'agenda dei lavori del round, sostenendo la conclusione di accordi separati e differenziati da quello del GATT, in quanto questo accordo non rispondeva in toto alle esigenze di crescita e sviluppo dei paesi in via di sviluppo, e ancora meno rispondeva a tali esigenze un accordo come quello sulla liberalizzazione dei servizi.

Tale posizione di netta opposizione ha subito verso la fine degli anni ottanta un certo ridimensionamento, i governi dei paesi in questione, infatti, hanno cominciato ad orientare le loro politiche interne verso il mercato esterno.

 Il cambiamento è stato causato principalmente dalla crisi del debito estero, dagli effetti che l'industrializzazione del Sud-Est Asiatico ha prodotto sugli altri paesi, dal collasso economico dei paesi dell'Europa dell'Est e della ex Unione Sovietica, e dalla situazione di profonda depressione economica e sociale dei paesi in via di sviluppo, tutti questi aspetti hanno contribuito a rendere la loro posizione sempre più debole di fronte all'Occidente.

Il GATS non poteva che rappresentare «un compromesso tra le istanze della liberalizzazione multilaterale e le varie politiche nazionali attinenti all'economia, lo sviluppo e la cultura» (Gamberale, 1999).

L'obiettivo del GATS non è apportare una regolamentazione immediatamente operativa per il commercio internazionale dei servizi, ma ad ottenere l'impegno degli Stati firmatari ad intraprendere una politica commerciale rivolta alla liberalizzazione progressiva dell'intero settore, attraverso l'eliminazione e la riforma delle leggi e dei regolamenti domestici che ostacolano il commercio internazionale dei servizi.

Si tratta di un accordo di tipo programmatico e non immediatamente precettivo, di un accordo che per molti versi sa di compromesso (Feketekuty,1998).

Il buon funzionamento di questo accordo, dato che il GATS non detta disposizioni cogenti e sanzionabili, è affidato alla volontà di cooperazione delle parti, a cui resta il compito di ottemperare ai numerosi obblighi di natura esclusivamente programmatica contenuti nell'Accordo stesso. Gli Stati rimangono, quindi, liberi di continuare a regolamentare i settori dei servizi secondo i propri obiettivi di politica nazionale, purché tale regolamentazione non ostacoli gli scambi internazionali.

Di fatto il GATS presenta un approccio ibrido di liste negative e positive e questo può comportare svantaggi nei processi di liberalizzazione. Una lista di impegni specifici contiene l'elenco (positivo) dei settori in cui uno stato membro si impegna a liberalizzare il mercato dei servizi e l'elenco (negativo) delle limitazioni all'accesso ai mercati e al trattamento nazionale che lo stesso si riserva di mantenere nei vari settori. La combinazione di questi due elenchi determina il livello complessivo di apertura di mercato e trattamento nazionale di ciascuno stato membro.

 Il sistema degli impegni positivi, che comporta obblighi solo per quei settori che sono stati esplicitamente inclusi nelle liste nazionali di impegni specifici, ha fatto sì che le aperture di mercato ed il trattamento nazionale fossero influenzati significativamente dagli obiettivi di sviluppo e di politica economica dei diversi paesi, inoltre questo sistema ha incoraggiato l'applicazione di parametri di reciprocità settoriale nelle liberalizzazioni con riferimento alle singole modalità di fornitura, a scapito di un approccio multilaterale.

L'accordo GATS si fonda su tre pilastri: un accordo-quadro che comprende obbligazioni di base applicabili indistintamente a tutti i membri e in tutti i settori ricadenti sotto la categoria "servizi"; un certo numero di liste di impegni specifici che i paesi dovranno rispettare per ottenere una reale liberalizzazione almeno per alcuni servizi specifici, e una serie di allegati che trattano della situazione particolare di alcuni tipi di servizi (come ad esempio le telecomunicazioni).

 L'accordo-quadro (parte II del GATS artt.2-15) si applica a tutti i servizi scambiati internazionalmente, indipendentemente dalle modalità di fornitura[36].

I principi cardine sono rappresentati dall'obbligo del trattamento della nazione più favorita (art.2) e dalla trasparenza delle normative interne (art.3)[37].

Il secondo pilastro, che costituisce il cuore dello sforzo negoziale, riguarda una serie di disposizioni vincolanti solo gli Stati che hanno preso impegni di liberalizzazione in relazione a particolari servizi, e ha come scopo non solo quello di sollecitare una programmazione di ulteriori passi di apertura, ma anche di registrare eventuali eccezioni nell'uno o l'altro settore.

In vista della progressiva liberalizzazione del settore il GATS prevede, per i servizi inseriti nelle liste di concessione, determinati obblighi in capo agli Stati, come la concessione dell'accesso al mercato e il trattamento nazionale [38].

Diversamente dalla Mfn e dalla trasparenza, l'accesso al mercato (in sostanza l'abolizione delle barriere quantitative) e il trattamento nazionale, che nel GATT sono impegni generali, nel GATS sono impegni specifici che gli Stati sottoscrivono nel corso di negoziati periodici.

Questo tipo di negoziazione è lo strumento cardine della liberalizzazione progressiva che consente agli Stati membri di concedere diversi livelli di aperture di mercato e trattamento nazionale in base agli obiettivi di sviluppo e politica economica nazionale (Sacerdoti, 1997).

Gli allegati riguardano i movimenti delle persone e delle professioni, il diritto di ciascun paese a regolare l'apertura alla concorrenza internazionale dei servizi finanziari, la richiesta indirizzata ai vari governi per una sollecita apertura dei mercati nazionali delle telecomunicazioni, e l'esclusione di alcune decisioni sul trasporto aereo.

Alla luce di quanto fin qui detto, è evidente che, nonostante gli sforzi dei Pvs, la struttura principale del GATS riflette quasi esclusivamente i desideri e le preferenze dei paesi industrializzati. Gli articoli del GATS analizzati rispecchiano la volontà dei governi dei paesi industrializzati firmatari dell'accordo, e cioè che non vi sia alcuna ragione per determinare politiche differenti per i Pvs.

Tuttavia si può osservare che in parte i mutamenti avvenuti nei paesi in via di sviluppo a partire dagli anni '80 hanno, anche se in modo non determinante, influito sulle disposizioni dell'accordo, ad esempio con l'inclusione di articoli  e disposizioni che tengono conto delle loro particolari necessità (integrazione economica, cooperazione tecnica, sussidi, clausola di salvaguardia della bilancia dei pagamenti).

L'inclusione di queste norme è stata frutto del compromesso che si doveva raggiungere per concludere l'accordo, doveva comunque realizzarsi un consenso internazionale tra i paesi industrializzati e il maggior numero di paesi in via di sviluppo, affinché il GATS entrasse in vigore e l'unico modo per realizzare tale consenso consisteva nella previsione di disposizioni di questo genere.

Un'insufficiente partecipazione dei Pvs, oltre a mettere in pericolo l'esistenza dell'accordo stesso, avrebbe messo ancora più in crisi il sistema multilaterale, accentuando le tendenze bilaterali e le pressioni protezionistiche sempre latenti (Lucchini, 1997).  

Nonostante l'inclusione dei servizi nel sistema multilaterale degli scambi, la conclusione dell'Uruguay Round e l'entrata in vigore del GATS nel 1995, non hanno portato alla completa liberalizzazione dei servizi su scala mondiale.

Va ricordato che la liberalizzazione conseguita con gli impegni specifici non è ancora molto avanzata, infatti, alcuni settori che rientrano nell'ambito dei servizi non sono stati inclusi nel nuovo accordo a causa delle divergenze sorte tra le parti contraenti alle quali non è stato possibile trovare una soluzione.

Per quanto riguarda l'audiovisivo, lo scontro è avvenuto tra gli Stati Uniti, che chiedevano all'Europa di non adottare regole restrittive per la protezione televisiva di prodotti non europei, e l'UE che insisteva, invece, sul mantenimento di un certo grado di protezione del proprio patrimonio culturale tramite la legislazione vigente. In un secondo momento gli Stati Uniti hanno dichiarato di essere disponibili ad accettare la specificità culturale per il settore cinematografico, chiedendo in cambio la rinuncia alle quote per la trasmissione di film europei nel "prime time" e la liberalizzazione di tutte le tecnologie nell'entertainment . Si è deciso, infine, di inserire comunque il settore nel testo del GATS, anche se non è stata stabilita nessuna eccezione culturale e non è stata concessa la clausola della nazione più favorita richiesta dagli americani.

Le telecomunicazioni sono state coinvolte nella generale tendenza alla liberalizzazione degli scambi, che ha investito il settore dei servizi.

Ma all'apertura dei mercati dei servizi di telecomunicazione, si sono frapposti ostacoli di natura politica e giuridica costituiti innanzitutto dagli standard tecnici, adottati dai diversi paesi, la cui incompatibilità può impedire l'interconnessione e l'interoperabilità dei sistemi, che costituiscono il presupposto delle telecomunicazioni internazionali. L'elevato livello di regolamentazione ed il permanere, in molti paesi, di assetti monopolistici  hanno costituito un altro grave impedimento alla liberalizzazione, riflettendosi anche sul commercio internazionale delle apparecchiature di telecomunicazione, attraverso le politiche di acquisto dei gestori pubblici in regime di monopolio. Le disposizioni interne  relative agli investimenti ed allo stabilimento delle società straniere possono, inoltre, costituire un ostacolo alla penetrazione dei servizi nei mercati stranieri.

Per la liberalizzazione degli scambi internazionali di servizi diventa dunque essenziale migliorare le condizioni di accesso ai mercati nazionali dei fornitori stranieri, operando sulle misure tecniche, sui provvedimenti amministrativi e sulla stessa normativa statale pertinenti ai diversi settori.

A rendere ulteriormente problematico il negoziato sulle telecomunicazioni è stata la clausola Mnf, poiché crea delle disparità tra paesi che hanno sottoscritto una liberalizzazione totale e paesi che mantengono il mercato chiuso o condizionano la liberalizzazione a  limitazioni.

Inoltre, la prestazione di servizi di telecomunicazione comporta spesso lo stabilimento, o quanto meno una qualche presenza dell'operatore nel paese in cui il servizio viene erogato e dipende in maniera rilevante dagli investimenti effettuati a tale scopo. Quest'ultimo aspetto ha costituito uno dei principali elementi di contrasto tra i paesi industrializzati e i Pvs in tema di  liberalizzazione dei sevizi in generale.

È stata, infine, assai controversa la stipulazione di disposizioni volte ad impedire le pratiche anticoncorrenziali, assai frequenti nel settore dei servizi e in particolare in quello delle telecomunicazioni, sia da parte degli enti  pubblici erogatori, sia di gestori privati e nei confronti delle quali le legislazioni nazionali sono spesso inadeguate.

Queste difficoltà non hanno permesso il raggiungimento di un accordo entro il termine dell'Uruguay Round, il negoziato è stato dunque prolungato, e solo nel 1997 è stato possibile raggiungere l'accordo.

Al termine del round, non era ancora stata trovata un'intesa neppure sui i servizi finanziari, bloccati dalla pretesa americana di mantenere la reciprocità nell'apertura dei mercati. In questo campo i negoziati  sono  proseguiti separatamente e si sono conclusi nel luglio 1995, con una durata limitata, con scadenza fissata al 31 dicembre 1997.

I disaccordi, in particolare degli Stati Uniti, sono stati superati sulla base della proposta avanzata dall'Unione Europea, che prevedeva l'impegno degli  Stati partecipanti a mantenere la propria "migliore offerta" su base multilaterale, seppure per un periodo limitato (Banca d'Italia, 1995).

Il prolungamento dei negoziati sui trasporti marittimi, invece, non è servito ad evitarne il fallimento, poiché i negoziati si sono arenati sul mancato impegno americano di garantire la liberalizzazione delle rotte oceaniche.

Il discorso sugli impegni specifici su questi settori verrà, comunque, ripreso nel corso del prossimo negoziato.


1.3.2 Accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà 

        intellettuale (TRIPs)

Il GATT non si occupa del problema della proprietà intellettuale, ma affronta questo problema solo attraverso pochi articoli che trattano indirettamente questo tema [39].

La mancanza di chiare regole su questo tema ha condotto all'inclusione di questo nuovo problema nella agenda dell'Uruguay Round.

La difesa dei diritti di proprietà intellettuale ha costituito un obiettivo negoziale estremamente importante soprattutto per i paesi industrializzati, che lamentavano perdite annuali di diversi miliardi di dollari a causa dei fenomeni della contraffazione dei prodotti e dell'insufficiente protezione di questi diritti in vari settori tra cui quello chimico, farmaceutico, tessile, ed abbigliamento, dei prodotti di lusso, audiovisivo, editoriale e dei programmi informatici.

L'accordo sugli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale (Trade-Related Aspects of Inellectual Property Rigts, TRIPs), introduce nella prima parte alcuni principi d'ordine generale, quali il principio del trattamento nazionale, secondo il quale ai cittadini delle altre parti contraenti dell'accordo deve essere riservato un trattamento non meno favorevole di quello accordato ai propri cittadini per quanto riguarda la protezione della proprietà intellettuale, e quello della nazione più favorita che prevede l'estensione, immediata ed incondizionata, ai soggetti di tutte le parti contraenti dei benefici accordati a livello bilaterale[40].

Mentre nella seconda parte fissa gli standard minimi da applicare nelle regole sui diritti di proprietà intellettuale per le sei categorie: copyrights e diritti connessi, trademarkets, indicazioni geografiche, disegni industriali, brevetti e circuiti integrati .

In materia di brevetti viene previsto l'obbligo generale di conformarsi alle disposizioni della convenzione di Parigi per la protezione della proprietà industriale del 1967, anche se con l'Uruguay Round è stata stabilita una protezione ventennale per i brevetti con limitate eccezioni in materia di invenzioni di specie animali e vegetali e di processi biotecnologici.

 L'obbligo di concedere licenze sui brevetti è assoggettata a stringenti limitazioni e comporta comunque il diritto per il detentore del brevetto di ottenere un'adeguata remunerazione.

 L'Accordo prevede la possibilità di escludere le invenzioni dalla brevettabilità  per impedire il loro sfruttamento commerciale nel campo dell'ordine pubblico, della moralità, salute o per ragioni ambientali. Altre possibili eccezioni all'obbligo della brevettabilità riguardano i metodi terapeutici, diagnostici e chirurgici, o le piante e gli animali (compresi i microrganismi) e i processi biologici per la produzione di piante e animali. I diritti conferiti dal brevetto  per quello che riguarda i processi si estendono anche al prodotto direttamente ottenuto da tali processi.

Per i diritti di autore è stata prevista una protezione di cinquanta anni, nonché l'obbligo di conformarsi alle norme sostanziali previste dalla Convenzione di Berna, per la protezione delle opere letterarie ed artistiche, ad eccezione sulle disposizioni morali, nella sua ultima versione del 1971.

I programmi per computer e le compilazioni di dati sono incluse nella protezione accordata ai diritti d'autore. Ulteriori disposizioni nel campo dei diritti d'autore riguardano i diritti d'affitto, poiché l'accordo prevede che gli autori di programmi per computer e produttori di registrazioni del suono hanno il diritto di autorizzare o proibire l'affitto commerciale dei loro lavori .

Un diritto esclusivo si  applica ai  film dove l'affitto commerciale ha portato ad una estesa riproduzione vietata, che ha materialmente indebolito il diritto di riproduzione .

Per quel che riguarda i marchi di fabbrica o commerciali, l'Accordo prevede una tutela rafforzata per quelli che sono diventati molto conosciuti in un particolare paese. Inoltre, stabilisce diversi obblighi riguardo l'uso, la registrazione, la  concessione di licenza e la cessione di un marchio.

Una protezione specifica viene prevista anche per i disegni e modelli industriali, di particolare interesse per l'industria tessile ed abbigliamento, per le topografie dei circuiti integrati, i segreti industriali, le denominazioni geografiche in particolare dei prodotti alcolici. (Sideri, 1996)

Per quel che riguarda le indicazioni geografiche, l'Accordo stabilisce che tutte le parti  devono provvedere ai mezzi per prevenire l'uso di ogni indicazione che inganni il consumatore sull'origine dei prodotti e in particolare quando tale espediente possa  costituire una forma di concorrenza sleale. Un settore che trova, poi, una tutela particolarmente severa è  quello dei vini e degli alcolici, in particolare per quanto concerne le loro denominazioni di origine; sono tuttavia previste delle eccezioni per le denominazioni divenute ormai di uso comune.

Per quanto concerne la protezione degli schemi dei circuiti integrati, i membri si impegnano a rispettare le disposizioni che sono previste su questo tema dal Trattato sulla proprietà intellettuale in materia di circuiti integrati, che prevede una protezione di dieci anni dalla registrazione o dall'inizio dello sfruttamento.

Infine, l'accordo stabilisce le modalità di adeguamento delle legislazioni nazionali in tempi differenti in rapporto al grado di industrializzazione e obbliga tutti i governi ad adottare le disposizioni necessarie ad assicurare la protezione della proprietà intellettuale.

Per i paesi più industrializzati, infatti, prevede un solo anno per adeguare la propria legislazione, mentre per i paesi in transizione da un economia pianificata verso quella di mercato dell'Est Europa il periodo transitorio è allungato a cinque anni e per quelli in via di sviluppo a undici anni (ad esclusione delle disposizioni riguardanti il trattamento nazionale e la Mfn), per i brevetti ad alto contenuto tecnologico il periodo di transizione è esteso a dieci anni; mentre i Pvs meno avanzati godono di un periodo di transizione di undici anni.

Per quanto riguarda i prodotti per cui i Pvs al momento non concedevano brevetti, essi hanno un periodo di dieci anni per adeguarsi al livello di protezione richiesto, ma per quanto riguarda i prodotti farmaceutici e agro-chimici per l'agricoltura devono accettare la presentazione di richieste di brevetto fin dall'inizio della fase transitoria.

Dal punto di vista dell'applicazione nazionale delle normative in materia di difesa della proprietà intellettuale l'accordo prevede l'obbligo per le parti contraenti di assicurare i necessari strumenti e le procedure a tal fine.

In particolare è richiesta l'introduzione di norme di diritto penale per combattere i fenomeni di pirateria e contraffazione su scala commerciale dei marchi e dei diritti d'autore (Van Gasstek Comunications, 1990).

Inoltre l'accordo sottolinea la necessità della trasparenza delle normative e delle decisioni giudiziarie nazionali. Viene prevista l'istituzione di un Consiglio specifico per la sorveglianza sul funzionamento dell'accordo e per favorire le consultazioni tra le parti[41].

Le novità introdotte nel campo della proprietà intellettuale dal TRIPs hanno certamente aumentato il livello medio di protezione degli Iprs (Intellectual Property Rights), favorendo una maggiore armonizzazione dei vari regimi nazionali (Stern,1990).


1.3.3 Aspetti commerciali degli investimenti esteri (TRIMs)

Gli ultimi venti anni sono stati caratterizzati dalla crescita accelerata degli IDE.

Numerosi fattori contribuiscono a spiegare questa crescita: l'espansione economica seguita al lungo periodo di crisi e di aggiustamento strutturale degli anni '70 e primi anni '80, che ha stimolato gli investitori ad intraprendere politiche più impegnative sui mercati internazionali per rafforzare o espandere le proprie quote di mercato; le numerose possibilità di trasporto e comunicazione a costi decrescenti, come anche la maggiore disponibilità e facilità di accesso alle risorse finanziarie, grazie alla liberalizzazione dei mercati finanziari; l'aumentata importanza delle barriere non tariffarie e la crescente integrazione a livello economico e politico di alcune aree geografiche hanno stimolato l'adozione di forme di penetrazione dei mercati esteri alternative all'export; infine, la progressiva eliminazione, in numerosi paesi delle norme che limitano gli investimenti diretti in entrata è stato un ulteriore elemento che ha favorito l'espansione del fenomeno.

Tutti questi fattori hanno contribuito all'espansione della dimensione internazionale dell'attività economica, di cui gli IDE sono espressione.

Commercio e IDE, tradizionalmente interpretati come flussi sostitutivi, sono diventati in realtà sempre più interrelati e, per certi versi, complementari.

La relazione tra commercio e IDE non è però prevedibile, poiché esistono diverse tipologie di investimenti all'estero che possono esercitare un diverso impatto sui flussi commerciali.

Ad esempio gli investimenti di rilocalizzazione produttiva, determinati dalla volontà di trarre beneficio dalla presenza di particolari risorse disponibili nel paese di destinazione dell'investimento, hanno un effetto "trade creating", in quanto promuovono le esportazioni dei paesi riceventi sia verso il paese investitore che verso paesi terzi.

Mentre  gli investimenti produttivi orientati al mercato di sbocco,  motivati dal desiderio di avviare o rafforzare la penetrazione in un mercato estero, hanno effetti sia di creazione che di sostituzione del commercio internazionale.L'effetto "spiazzamento" delle esportazioni del paese investitore è quello più evidente, tuttavia l'investimento in loco può permettere di acquisire lo status di impresa nazionale, condizione che consente di aggirare numerose barriere non tariffarie e consente all'impresa di sfruttare tutte le possibili interazioni con il mercato locale, in modo da offrire un prodotto costantemente adeguato alle indicazioni espresse dalla domanda. Dunque, anche quando sembra sostituirsi ad un preesistente flusso di esportazioni, non è detto che l'investimento produttivo eserciti un impatto negativo sull'attività di esportazione dell'impresa investitrice, anzi può avere un effetto di creazione del commercio internazionale.

Invece gli investimenti di natura commerciale e di supporto all'azione di mercato, quali l'attività di ricerca e sviluppo per adattare i prodotti ai gusti e all'esigenze del mercato di sbocco, hanno generalmente un effetto positivo sulle esportazioni del paese investitore. Questi, infatti, non inducono effetti di sostituzione nei confronti dell'esportazioni in quanto le attività produttive rimangono nel paese d'origine.

Una tipologia di investimenti esteri, che combinano le motivazioni delineate per le altre tipologie di IDE con elementi di rivalità oligopolistica, sono gli investimenti di razionalizzazione o integrazione a livello internazionale. Le imprese possono, infatti, andare all'estero per cercare di modificare a proprio vantaggio dei rapporti oligopolistici (come nel caso di acquisizioni di imprese rivali o di investimenti volti ad impedire l'entrata di nuove imprese nel mercato) o per contrastare analoghe operazioni effettuate da imprese rivali.

Quest'ultimo tipo di investimenti presenta una relazione con il commercio internazionale tendenzialmente più complessa rispetto alle altre tipologie e risulta più difficile prevederne gli effetti, poiché variano a seconda della forma assunta dall'integrazione. Essi, infatti, sono spesso "trade creating" sia per il paese investitore che per quello ricevente, in quanto aumentano  la divisione internazionale di lavoro (le filiali diventano parti specializzate della rete produttiva dell'impresa multinazionale ) (Falzoni, 1993).

Nell'Uruguay Round, nel campo degli investimenti esteri, sono state prese decisioni di grande rilevanza. L'accordo TRIMs (Trade-Related Investment Measures), infatti, riconosce che determinate misure sugli investimenti hanno un effetto distorcente e restrittivo sugli scambi, e prevede la proibizione di quelle regolamentazioni riguardanti gli investimenti esteri che sono in contrasto con le regole sul trattamento nazionale e sull'eliminazione delle restrizioni quantitative, come stabilite negli artt.3 e 11 del GATT (Fawcett, 1997).

Il TRIMs prevede due tipi di misure. Il primo tipo consiste in una serie di incentivi per attrarre investimenti, come incentivi fiscali, prestiti, riduzioni di tasse, ecc. Il secondo tipo vieta certe misure che sono considerate incompatibili con gli obblighi suddetti; si tratta delle misure che impongono un certo contenuto di merci locali nelle produzioni, che limitano l'ammontare delle importazioni in relazione a quello dei proventi delle esportazioni di prodotti locali, che obbligano a fornire una certa proporzione della produzione al mercato locale, e che restringono le importazioni di un investitore limitando il suo accesso alla valuta estera in proporzione agli afflussi di valuta estera generati dall'impresa. Tutte queste misure hanno la caratteristica comune di vincolare la capacità dell'investitore di importare e/o esportare liberamente, in tal modo esse da un lato limitano e distorcono il commercio e dall'altro costituiscono un disincentivo per gli investimenti esteri.



Le misure proibite devono essere eliminate entro un periodo transitorio[42]. A causa dello svantaggio in cui possono venire a trovarsi imprese che hanno investito in presenza delle misure ora proibite,  nel periodo transitorio le stesse misure possono essere applicate ai nuovi investitori (Van Grasstek Comunications, 1990).

 L'Accordo TRIMs è molto importante soprattutto per i Pvs,  perché  gli IDE sono concepiti come parte di una strategia di supporto per il trasferimento di tecnologia, industrializzazione e migliori standard di vita, inoltre molti Pvs sentono l'esigenza di adoperare i TRIMs  per il controllo di pratiche commerciali anticompetitive e restrittive (Primo Braga, 1996) .

Molti paesi in via di sviluppo ricorrono ad entrambi i tipi di misure, poiché gli incentivi per gli investimenti rendono questi paesi in grado di attrarre investimenti esteri diretti in specifici mercati, e d'altra parte i requisiti assicurano che le operazioni della società commerciale siano in conformità con gli obiettivi politici del paese straniero e che siano parte di una strategia globale mirante allo sviluppo del paese (Greenaway,1992).

Infatti, la perdita di controllo su uno o più settori dell'industria nazionale, che lo stato ricevente subisce in seguito agli IDE, ha dato origine a  nuove forme di trasferimento internazionale di capitali e tecnologie, che comportano una maggiore partecipazione nel controllo e nella gestione dell'investimento proveniente dall'estero.

Resta comunque vero che gli IDE, soprattutto per i Pvs, possono essere causa di dipendenza economica e tecnologica verso i paesi industrializzati dove hanno sede le grandi multinazionali.

Nonostante sia estremamente significativo che, per la prima volta vengano inserite nell'ambito delle regole del sistema commerciale multilaterale delle norme riguardanti gli investimenti all'estero, affermando in tal modo la competenza del WTO in tale materia, la loro portata sembra piuttosto contenuta. Non sono infatti contemplate né le misure di export performance, che obbligano ad esportare una certa quantità o proporzione della produzione, né in generale le misure che riguardano il commercio di servizi. Non vi è inoltre nessun riferimento alle pratiche commerciali restrittive di natura privata.

La revisione delle presenti norme è stata comunque prevista al massimo entro cinque anni e in tale sede le parti contraenti considereranno l'eventuale necessità di integrare la normativa esistente con disposizioni in materia di politica degli investimenti e della concorrenza ( De Grey, 1990).

Alla luce delle suddette considerazioni, è possibile fare una valutazione globale degli effetti dell'Uruguay Round sul commercio e sull'economia mondiale attraverso un confronto tra i contenuti dell'accordo finale e gli obiettivi iniziali dei vari paesi. Tale confronto  permette di valutare quali di questi sono stati "i vincitori" del Round e quali invece hanno tratto pochi vantaggi dalla conclusione  di tale ciclo negoziale del GATT.

 Innanzitutto si può dire che l'Uruguay Round ha rappresentato un notevole successo per le due grandi potenze commerciali, Stati Uniti e Giappone, che, nella maggior parte dei settori inclusi nel negoziato, sono riusciti a raggiungere gli obiettivi che si erano prefissati all'inizio del Round stesso. Hanno ottenuto, infatti, una maggiore liberalizzazione del commercio dei servizi, una migliore regolamentazione con riferimento ai TRIPs e ai TRIMs, settori nei quali i due paesi godono di notevoli vantaggi competitivi rispetto alla maggior parte dei loro partner commerciali. Non bisogna dimenticare, inoltre, i notevoli cambiamenti che ci sono stati in materia di commercio agricolo, cambiamenti fortemente voluti dagli Stati Uniti, per questi l'unico aspetto negativo dell'accordo raggiunto può essere l'eliminazione delle quote sui tessili a cui si erano opposti sin dall'inizio (Secchi, 1997). Anche l'Europa può essere considerata un vincitore nell'ambito dell'accordo, visto che nonostante la sua opposizione iniziale al Round ha saputo difendere i suoi principali interessi. Questo vale in particolar modo per l'agricoltura, settore che l'UE non voleva includere nelle negoziazioni, ma nel quale è riuscita comunque ad evitare il peggio facendo escludere dall'Accordo di Blair House le disposizioni che maggiormente la danneggiavano (Secchi, 1994a). Quelli che invece sembrano essere i perdenti in questo ciclo negoziale sono i Pvs. Nonostante le deroghe e le concessioni ottenute, questi ultimi, e in particolare i paesi più poveri importatori netti di prodotti alimentari, sembrano aver tratto ben pochi vantaggi dai nuovi accordi raggiunti nei vari settori. Essi, infatti, devono  fare i conti con l'aumento dei prezzi delle merci agricole  dovuto all'eliminazione dei sussidi negli Stati Uniti e UE, e poi si trovano di fronte a norme molto restrittive nel settore dei servizi e dei TRIMs  e ad una protezione  della proprietà intellettuale da loro ritenuta eccessiva. Queste sono tutti elementi che, date le condizioni e le strutture interne di tali paesi, li pongono  in una posizione di forte svantaggio rispetto ai paesi più industrializzati, anche se potrebbero innescare un processo di ristrutturazione produttiva e di recupero dell'efficienza con vantaggi nel lungo periodo.

CAPITOLO SECONDO:MILLENNIUM ROUND

2.1 Evoluzione commerciale internazionale

Il WTO, come il GATT in passato, ha contribuito da mezzo secolo ad assicurare una crescita economica stabile e sostenuta, e gli otto cicli di negoziati sulla liberalizzazione degli scambi e sul rafforzamento delle norme hanno contribuito in larga misura alla prosperità, allo sviluppo e al miglioramento del tenore di vita nel mondo.

Tab.1  IMPORTAZIONI ED ESPORTAZIONI MONDIALI 1985-1999

(in miliardi  di ecu/euro, esclusi gli scambi intra-UE)

1985

1990

1991

1992

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

Esportazioni

1.951

1.872

2.000

2.055

2.381

2.668

2.858

3.091

3.800

3.647

4.020

Importazioni

2.08

1.972

2.103

2.155

2.463

2.771

2.967

3.222

4.002

3.817

4.244

Fonte: elaborazioni ICE su dati EUROSTAT-COMEXT

L'evoluzione del commercio mondiale nel 1999 ha confermato l'elasticità del sistema multilaterale degli scambi. Dopo l'impatto negativo delle crisi finanziarie in Asia e in America Latina sulla produzione e sugli scambi, le attività economiche sono entrate dalla metà del 1999 in una fase di ripresa.

In passato una crisi finanziaria avrebbe potuto essere utilizzata come una giustificazione per l'imposizione di barriere commerciali, nel  tentativo di contenere le ripercussioni in ambito nazionale e spostare il peso sopra i partner commerciali, provocando così contromisure e un'ulteriore recessione economica. Ma il sistema e il buon senso dei governi hanno facilitato una ripresa economica dalla crisi.

I paesi più direttamente coinvolti nella crisi - Tailandia,  Repubblica di Corea, Indonesia, Malesia e Filippine - oltre ad intraprendere riforme fiscali e monetarie, hanno attuato delle riforme strutturali, includendo la liberalizzazione degli scambi e degli investimenti stranieri nel loro regime economico hanno permesso di superare i principali ostacoli al commercio. Non c'è stato, quindi, il pericolo di un ritorno al protezionismo a causa della recessione economica e delle conseguenti perdite dell'occupazione, e dei relativi problemi sociali, la liberalizzazione del commercio e degli investimenti sono, invece, progrediti.

 Il fermo rifiuto ad attuare forme di protezionismo, da parte dei paesi colpiti dalla crisi, e dei loro partner commerciali, ha messo in luce l'alto grado di fiducia nel sistema multilaterale degli scambi.

 Il positivo superamento della crisi ha condotto nel 1999 ad un miglioramento del tasso di crescita del prodotto mondiale, stimato intorno al 4 %, e di quello del commercio, che si aggira intorno al 10% (nel 1999 il suo incremento in termini reali è stato del 5,7%, contro il 5,4% del 1998).

I canali di interdipendenza internazionale, che avevano contribuito al propagarsi della crisi, stanno oggi diffondendo impulsi espansivi al commercio mondiale ( Rapporto ICE 1999/2000).

Nella dinamica del commercio mondiale, alle importazioni degli Stati Uniti si affiancano quelle delle aree in cui si sta manifestando la ripresa, inoltre gli investimenti internazionali, in particolare quelli diretti, si stanno affermando come il più affidabile canale di finanziamento esterno dello sviluppo delle aree emergenti, in quanto appaiono poco vulnerabili ai cambiamenti di umore degli operatori.

La forte accelerazione registrata dagli investimenti internazionali, che ha caratterizzato il 1999, è stata trainata soprattutto dall'ondata di fusioni e acquisizioni, che sta ridisegnando la distribuzione della proprietà e del controllo dell'economia mondiale. Nel 1999 il flusso mondiale degli IDE ha raggiunto il valore record di 827 miliardi di dollari, con un aumento del 25% rispetto al livello del 1998, la crescita degli IDE si è concentrata verso l'America Latina, che sta scavalcando l'Asia come area di destinazione.

Tab. 2 INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI 1991-1999 (miliardi di dollari)

                               1991   1992  1993  1994  1995  1996  1997  1998  1999

Valori                           179       188       231     269      344      369              470      646      827

Quote percentuali

Sul commercio di

beni e servizi                  4,1        4,0       4,9        5,1      5,5       5,6        6,9       9,6    11,7

Fonte: elaborazioni ICE su dati UNCTAD

Questa ondata di fusioni e acquisizioni è probabile che si esaurisca in futuro, anche se lo sviluppo nella prima metà del 2000 indica un ulteriore crescita del volume delle fusioni e acquisizioni annunciate. Questo sviluppo condurrà a un ulteriore crescita del flusso di IDE nel 2000 [43].

L'espansione della produzione e degli scambi è accompagnata da una trasformazione della loro struttura, contrassegnata da una crescente importanza del settore terziario. In realtà nel 1999 gli scambi internazionali di servizi sono cresciuti  meno degli scambi di merci, il valore è dilatato anche a causa del rincaro del petrolio, ma la tendenza di fondo resta quella della terziarizzazione dell'economia e del commercio. Peraltro il grado di apertura internazionale del settore dei servizi rimane ancora relativamente basso e il suo incremento si manifesta più nella forma degli investimenti che in quella degli scambi  transfrontalieri.

Il valore del commercio mondiale di merci nel 1999 è cresciuto del 3,5%, mentre il commercio nel settore dei servizi è cresciuto del 1.5%.

Tab. 3 ESPORTAZIONI MONDIALI DI MERCI E SERVIZI

1997-1999 (miliardi di dollari in percentuale)

                           

                               Valore                            Variazioni annuali

1999

1997

1998

1999

Merci

5460

3.5

-1.5

3.5

Servizi

1340

4.0

0.0

1.5

Fonte: Wto Annual Report 2000

La crescita del commercio delle merci presenta delle differenze nei vari prodotti: il commercio dei manufatti è cresciuto del 6%, molto più velocemente rispetto ai prodotti agricoli.

Le esportazioni dei prodotti minerari sono diminuite del 4,5% in termini reali, il primo vero declino dal 1985.

Il declino della  produzione di prodotti  minerari è dovuto alla minore produzione di  carbone e soprattutto di petrolio che è il segmento più grande del settore minerario. Quando all'inizio del 1999,  i prezzi del petrolio grezzo crollati a circa 10 dollari al barile, l'OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) e altri paesi produttori di petrolio si sono accordati per ridurre la produzione di circa il 4%. Essendo ancora alta la domanda di petrolio nei paesi dell'OECD (Organization for Economic Cooperation and Development) i prezzi hanno subito una crescita improvvisa.

Per quanto riguarda la produzione agricola, questa è cresciuta del 1,5%  rispetto al 1998, ma meno della media del decennio 1990-99.


TAB. 4  CRESCITA DEL VOLUME COMMERCIALE DELLE MERCI: ESPORTAZIONI  E PRODUZIONE DEI MAGGIORI GRUPPI DI PRODOTTI  1990-99 (variazioni annuali percentuali)

                                           

1990-99

1996

1997

1998

1999

Esportazioni mondiali merci

6,5

6,0

10,5

5,0

5,0

Prodotti agricoli

4,0

4,0

5.5

1,0

2,5

Prodotti minerari

4,5

5,5

9,0

6,5

-4,5

Manufatti

7,0

6,0

11,5

5,5

6,0

Produzione mondiale di merci

2,0

3,0

4,5

1,5

2,5

Agricoltura

2,0

3,5

2,5

1,0

1,5

Minerari

1,5

2,5

3,5

1,5

-2,0

Manufatti

2,0

3,0

5,5

2,0

3,5

Fonte: WTO International Trade Statistic 2000

La produzione di manufatti è cresciuta al 3.5% rispetto al 1998 e al decennio 1990/99, quando la produzione era aumentate del 2% annuale.

 Nel 1999 la crescita commerciale rimane al di sotto del tasso medio del periodo 1990-99. Le differenze sono particolarmente nette per i prodotti agricoli, e soprattutto per i prodotti minerari. Le esportazioni di questi ultimi nel decennio 1990-99 hanno avuto un tasso di crescita annuale del 4,5%,  ma si sono ridotte dello stesso ammontare nel 1999.

Un confronto della crescita della produzione e degli scambi tra settori mostra che lo storico distacco tra i due tassi di crescita dei prodotti agricoli e manufatti osservato negli anni '90 si è ridotto considerevolmente nel 1999 e si è anche invertito per i prodotti minerari .

Questo cambiamento potrebbe essere solo un caso legato al vortice che ha coinvolto il mercato energetico, oppure caratterizzare il futuro del economia mondiale. I dati disponibili per la prima metà del 2000, che confermano una crescita dei commerci, suggeriscono che tale fenomeno è solo temporaneo.

I cambiamenti nella distribuzione geografica e settoriale della domanda contribuiscono a spiegare le oscillazioni delle quote di mercato dei principali esportatori nel 1999:

§        L'avanzata della Cina ( dal 3,3% al 4,5%)

§        Il recupero del Giappone (dal 7% al 7,4%)

§        Il balzo del Canada (dal 3,8% al 4,2%)

§        Il drastico calo dell'Unione Europea (dal 39,2% al 38,2%)

TAB. 5 PRIMI DIECI ESPORTATORI MONDIALI DI MERCI

1996-1997 (quote percentuali sulle esportazioni mondiali)

 

Graduatoria1999

Paesi

1996

1997

1998

1999

1

Stati Uniti

11,9

12,3

12,3

12,3

2

Germania

9,8

9,1

9,8

9,5

3

Giappone

7,8

7,5

7

7,4

4

Francia

5,5

5,2

5,5

5,4

5

Regno Unito

4,9

5

4,9

4,7

6

Cina

2,9

3,3

3,3

4,5

7

Canada

3,8

3,8

3,8

4,2

8

Paesi Bassi

3,4

3,5

3,3

3,9

9

Italia

4,8

4,3

4,4

3,9

10

Belgio- Lussemburgo

3,3

3,2

3,4

3,2

Fonte: elaborazioni ICE su dati FMI- DOTS

 

Guardando all'intero decennio trascorso, è evidente che il grande mutamento che si è realizzato nella divisione internazionale del lavoro, in cui la produzione e le esportazioni di merci si sono spostate sempre di più verso i paesi in  via di sviluppo e in transizione.

La maggiore importanza dei paesi emergenti si riflette anche nell'evoluzione dei saldi dei pagamenti internazionali correnti.

 Il passaggio attraverso la crisi ha imposto a questi paesi un drastico calo dei disavanzi esterni, con i quali avevano precedentemente alimentato il divario tra la dinamica degli investimenti e quella dei risparmi nazionali.

Per quanto riguarda l'anno 2000, l'attività economica nella prima metà del 2000 è cresciuta più di quanto le previsioni avevano previsto all'inizio dell'anno. Le recenti proiezioni del FMI indicano una crescita globale del PIL (Prodotto Interno Lordo) del 4.5% per il 2000, un punto percentuale in più del precedente anno (FMI,2000).

I dati disponibili per i primi sei mesi del 2000 indicano che il valore del commercio mondiale di merci è cresciuto del 14% , quattro volte più veloce rispetto al 1999.

I paesi esportatori di petrolio hanno raggiunto una crescita sopra la media dovuta alla crescita dei prezzi del petrolio, che hanno superato i 30 dollari a barile. Le importazioni e le esportazioni dell'Asia sono cresciute di circa un quarto. Il commercio della Cina si è aumentato di circa un terzo. Nei primi sei mesi del 2000, le importazioni dei cinque paesi dell'Asia colpiti dalla crisi finanziaria del 1997/1998, hanno  superato il livello di crescita precedente alla crisi. Le importazioni degli USA sono cresciute del 21%, mentre le esportazioni del 14%. Le esportazioni e le importazioni dell'Europa sono cresciute rispettivamente del 4 e del 6 per cento.

Il volume del commercio mondiale e cresciuto di circa il 12%. Supponendo che la reale crescita commerciale nella seconda metà del 2000 sarà in discesa, ma ancora crescendo periodicamente, la reale crescita dell'esportazioni di merci mondiale potrebbe superare il 10%, e portare perciò al migliore dato di crescita economica del decennio.

2.2 Il Millennium Round

Al fine di promuovere una nuova e ulteriore fase di liberalizzazione del commercio internazionale e definire un migliore e più profondo sistema di norme e comportamenti a livello globale si è tenuta, a Seattle (USA) dal 30 Novembre al 3 dicembre 1999, la III conferenza ministeriale della World Trade Organization, succeduta alle due precedenti svoltesi nel 1996 a Singapore e nel 1998 a Ginevra. Questa conferenza, a cui hanno partecipato i 135 paesi membri e ben 34 nazioni con status di osservatore, avrebbe dovuto varare un nuovo negoziato commerciale multilaterale.

 L'Agenda del negoziato include i temi più tradizionali, i settori chiave del "triangolo dell'accesso al mercato", ovvero tariffe industriali, servizi e agricoltura, per un'ulteriore eliminazione delle barriere tariffarie e non tariffarie. Questi temi costituiscono la built in agenda, che ha origine dal meccanismo di adattamento delle regole ai mutamenti del quadro commerciale internazionale attraverso negoziazioni periodiche di revisione degli accordi già esistenti.

Accanto alla liberalizzazione delle barriere tariffarie, sono previste le negoziazioni sui nuovi temi del commercio, la cosiddetta new trade agenda. Essa si incentra sulle modalità di rimozione di quegli ostacoli alle transazioni internazionali che sono rappresentati dalle regole e politiche domestiche e che impediscono, per molti prodotti e sevizi, un reale accesso ai mercati dei vari paesi. Tra questi nuovi temi distinguiamo quelli di "prima generazione", ovvero i servizi ed i diritti di proprietà intellettuale, già oggetto di negoziazione nell'Uruguay Round, che in questo negoziato sono stati oggetto solo a revisioni e ad ulteriori liberalizzazioni, e quelli di "seconda generazione" che includono le politiche di concorrenza, la regolamentazione degli investimenti diretti esteri , gli standard del lavoro e ambientali.

Negli ultimi anni i cambiamenti avvenuti nell'economia mondiale hanno interessato anche la struttura delle relazioni commerciali internazionali intensificando la concorrenza sia tra imprese che tra sistemi territoriali.

Ciò ha comportato delle sostanziali modifiche nel sistema degli incentivi di mercato e ha portato ad una maggiore attenzione alle condizioni di accesso ai singoli mercati come uno degli elementi base dei processi di liberalizzazione. Il tema dell'accesso ha reso a sua volta sempre più rilevanti le differenze tra sistemi normativi e politiche di regolamentazione nazionali.

L'attenzione si è quindi spostata dalle barriere più tradizionali verso nuovi temi del commercio, perché solo attraverso un approccio a tutto campo, che includa molte nuove aree e settori di negoziazione, inclusi i nuovi temi del commercio, è possibile realizzare un approfondimento dell'integrazione .

Ma le negoziazioni su molti di questi temi hanno presentato delle difficoltà dal momento che investono scelte e misure di politica interna dei singoli paesi (Guerrieri, Falautano, 1999).

Infatti il nuovo ciclo di negoziati vede porsi a confronto gruppi di paesi con posizioni diverse a seconda dei singoli temi. A partire dal quadro negoziale, a tale proposito gli Europei  chiedono una trattativa complessiva, un pacchetto unico che includa più settori, sottolineando la volontà di continuare il percorso della liberalizzazione, in un round unico, in grado di contrastare un contesto internazionale di crisi e di tentazioni neoprotezionistiche.

Gli Stati Uniti, non volendo ripetere l'esperienza dell'Uruguay Round, bloccato per anni sullo scoglio agricolo, preferiscono invece un'agenda negoziale finalizzata all'ottenimento di risultati ben determinati e a breve termine (Aggarwal,2000).

Proprio il settore agricolo già dal pre-negoziato si è preannunciato come il tema più controverso. La riforma della PAC prevista dall'Agenda 2000, vale a dire il graduale smantellamento dei sussidi europei entro il 2006, non è stata in grado di soddisfare i grandi produttori del Gruppo Cairns e soprattutto gli USA., che puntano all'eliminazione definitiva degli aiuti alle imprese del settore. Tra le principali questioni sulle quali USA e UE hanno assunto posizioni differenti vi è la  definizione di "multifunzionalità" sostenuta dall'UE ed osteggiata dagli Stati Uniti, con tale definizione si intende riconoscere il carattere polivalente dell'agricoltura, prendendo in considerazione anche questioni di "natura non commerciale", come la tutela della salute, la relazione tra commercio e ambiente, la sicurezza e la qualità dei prodotti alimentari (Commissione Europea, 1999c).

Anche se non è prevista una specifica built in agenda per gli scambi dei prodotti industriali, l'impegno per un'ulteriore liberalizzazione ed eliminazione delle barriere tariffarie e non, ribadito nella dichiarazione finale della Conferenza Ministeriale di Singapore del 1996, condurrà ad avviare  dei negoziati in questo settore.

La differenziazione tra i paesi industrializzati e i Pvs in tema di consolidamento delle tariffe applicate[44] apre ampi margini di manovra: da un lato il consolidamento tariffario dei Pvs può essere adeguato a livelli più bassi effettivamente applicati, dando così un maggiore potere di contrattazione a tali paesi a costi minimi, dall'altro i paesi industrializzati possono ridurre i picchi tariffari, soprattutto per i prodotti di maggiore interesse per i Pvs .

In secondo luogo, molti settori sono ancora caratterizzati da alte tariffe e l'eliminazione di questi picchi tariffari costituisce il primo degli impegni del nuovo round. Un'altra questione da affrontare è quella della tariff escalation, secondo cui la tariffa applicata aumenta a seconda dello stadio di produzione, vanificando i vantaggi che si possono ottenere dalla riduzione tariffaria,  in termini di apertura del mercato, ma anche provocando un disincentivo per i Pvs ad investire  per accrescere la qualificazione della loro produzione.

Altri due nodi negoziali riguardano la revisione degli accordi legati alle misure di salvaguardia e all'antidumping, poiché i primi, legittimando le restrizioni quantitative nei confronti dei singoli esportatori, favoriscono l'uso di queste misure come strumento di protezione, e al momento la disciplina dell'antidumping presenta ancora molte lacune e carenze.

Sul tema tariffario l'UE si è schierata a favore di una negoziazione unitaria, che comprenda una riduzione generale, una rimozione dei picchi tariffari e l'armonizzazione dei sistemi regolamentari, la posizione dell'UE trova consenso anche da parte degli Stati Uniti, che favorevoli ad una riduzione delle disparità tariffarie a seconda delle condizioni economiche dei paesi, riconoscono l'importanza della flessibilità nella costruzione di regimi commerciali globali.

Sul tema del rafforzamento della cooperazione in materia regolamentare c'è un largo consenso tra i paesi, le divisioni sorgono sul modo per arrivare a tale armonizzazione.

Le proposte oscillano tra due estremi: l'armonizzazione delle norme tecniche a livello internazionale e un mutuo riconoscimento delle normative dei singoli Stati  o blocchi regionali, poiché l'attuazione di  misure di armonizzazione è senza dubbio più facile da raggiungere a livello regionale per il numero dei paesi coinvolti e per le  minori differenze tra gli standard e i regolamenti, piuttosto che  in ambito WTO, con la presenza di 135 paesi (Schott, 1998). 

Tra i Gruppi di lavoro, istituiti a Singapore, c'è quello sulla trasparenza degli appalti pubblici. Il primo obiettivo delle negoziazioni riguardanti gli appalti pubblici è la trasformazione dell'Accordo plurilaterale sugli appalti pubblici del 1994 in multilaterale, superando l'opposizione dei Pvs, che si oppongono all'estensione del trattamento nazionale alle imprese straniere perché non vogliono rinunciare al trattamento privilegiato delle imprese nazionali. Attualmente pochi Pvs hanno aderito all'Accordo, ma il numero dei Pvs aderenti è destinato ad aumentare, perché ai candidati all'ammissione al WTO sarà richiesta anche l'adesione all'Accordo sugli appalti pubblici.

Il secondo obiettivo riguarda la creazione di un accordo multilaterale sulla trasparenza degli appalti pubblici, poiché questa è fondamentale per attrarre le imprese che intendono partecipare alle gare e soprattutto per evitare la corruzione.

Il terzo obiettivo prevede l'inclusione nel GATS 2000 dei temi della trasparenza, della risoluzione delle controversie, dell'accesso al mercato e del trattamento nazionale nelle forniture pubbliche nei servizi. Per quanto riguarda quest'ultimo tema, i Pvs hanno la possibilità di  negoziare delle eccezioni al trattamento nazionale, limitate però a determinati soggetti pubblici, prodotti o servizi che sono inclusi nelle liste dei paesi firmatari. È stato, quindi, concesso ai Pvs un certo margine di manovra per favorire le imprese nazionali. 

All'interno del capitolo sui diritti d'autore è stata inserita, con grande soddisfazione dell'Italia, la questione dei prodotti a denominazione europea. Anche in questo caso gli Stati Uniti hanno assunto una posizione diversa insistendo sul marchio registrato, troppo costoso per molti dei prodotti tipici.

Lo scontro tra Stati Uniti e Unione Europea si accentua sul tema della sicurezza alimentare: l'Europa insiste per una maggiore tutela del consumatore mentre gli Stati Uniti accusano gli europei di essere troppo restrittivi. A questo capitolo si inscrive, ad esempio, lo scontro sulla carne agli ormoni e ad esso è legata anche la partita sulle biotecnologie, che rientrano nella più vasta discussione sulla proprietà intellettuale, con la regolamentazione dell'accesso alle risorse genetiche.

Il tema, discusso l'ultima volta a livello mondiale nell'ambito del negoziato sul protocollo di biosicurezza, scaturito dal summit sullo sviluppo sostenibile a Rio nel 1992 è ancora aperto.

Gli Stati Uniti, con Canada, Argentina, Cile e Uruguay, sono favorevoli all'apertura e alla liberalizzazione dei prodotti biotecnologici, e hanno sostenuto l'esigenza di un "Gruppo di lavoro"  del WTO su questo tema, mentre l'UE sostiene che le biotecnologie sono materie che rientrano nel protocollo ONU per la biosicurezza e teme che una volta sottratto ai paesi per affidarlo al WTO, questo controllo  cesserebbe di essere tale e lascerebbe mano libera alle multinazionali  americane sul terreno minato dei cibi transgenici.

Ma accanto ai capitoli più tradizionali sono stati affrontati a Seattle nuove tematiche del commercio internazionale. È emerso un accordo sul commercio elettronico, caro soprattutto agli americani per la loro leadership in questo campo, verso l'estensione di una moratoria di 18 mesi promossa nel maggio 1998 su tasse e dazi nel settore. Per l'Europa, invece, la discussione è ancora "in fase istruttoria", poiché si tratta di un fenomeno relativamente nuovo e quindi segnato da incertezze.


TAB. 6 Paesi membri del WTO  e date di entrata

  Paesi membri

Date di entrata

Albania

8 settembre 2000

Angola

23 novembre 1996

Antigua e Barbuda

1 gennaio 1995

Argentina

1 gennaio 1995

Australia

1 gennaio 1995

Austria

1 gennaio 1995

Bahrein

1 gennaio 1995

Bangladesh

1 gennaio 1995

Barbados

1 gennaio 1995

Belgio

1 gennaio 1995

Belize

1 gennaio 1995

Benin

22 febbraio 1996

Bolivia

12 settembre 1995

Botswana

31 maggio 1995

Brasile

1 gennaio 1995

Brunei

1 gennaio 1995

Bulgaria

1 dicembre 1996

Burkina Faso

3 giugno 1995

Burundi

23 luglio 1995

Camerun

13 dicembre 1995

Canada

1 gennaio 1995

Ciad

19 ottobre 1996

Cile

1 gennaio 1995

Colombia

30 aprile 1995

Comunità Europea

1 gennaio 1995

Congo

27 marzo 1997

Costa Rica

1 gennaio 1995

Costa d'Avorio

1 gennaio 1995

Croazia

30 novembre 2000

Cuba

20 aprile 1995

Cipro

30 luglio 1995

Danimarca

1 gennaio 1995

Dominica

1 gennaio 1995

Ecuador

21 gennaio 1996

Egitto

30 giugno 1995

El Salvador

7 maggio 1995

Emirati Arabi Uniti

10 aprile 1996

Estonia

13 novembre 1999

Figi

14 gennaio 1996

Finlandia

1 gennaio 1995

Filippine

1 gennaio 1995

Francia

1 gennaio 1995

Gabon

1 gennaio 1995

Gambia

23 ottobre1996

Georgia

14 giugno 2000

Germania

1 gennaio 1995

Ghana

1 gennaio 1995

Giamaica

9 marzo 1995

Giappone

1 gennaio 1995

Gibuti

31 maggio 1995

Giordania

11 aprile 2000

Grecia

1 gennaio 1995

Grenada

22 febbraio 1996

Guatemala

21 luglio 1995

Guinea Bissau

31 maggio 1995

Guinea

25 ottobre 1995

Guyana

1 gennaio 1995

Haiti

30 gennaio 1996

Honduras

1 gennaio 1995

Hong Kong

1 gennaio 1995

India

1 gennaio 1995

Indonesia

1 gennaio 1995

Irlanda

1 gennaio 1995

Islanda

1 gennaio 1995

Isole di Salomone

26 luglio 1996

Israele

21 aprile 1995

Italia

1 gennaio 1995

Kenya

1 gennaio 1995

Kuwait

1 gennaio 1995

Lettonia

10 febbraio 1999

Lesotho

31 maggio 1995

Liechtenstein

1 settembre 1995

Lussemburgo

1 gennaio 1995

Macao

1 gennaio 1995

Madagascar

17 novembre 1995

Malawi

31 maggio 1995

Malesia

1 gennaio 1995

Maldive

31 maggio 1995

Mali

31 maggio 1995

Malta

1 gennaio 1995

Marocco

1 gennaio 1995

Mauritania

31 maggio 1995

Maurizio

1 gennaio 1995

Messico

1 gennaio 1995

Mongolia

29 gennaio 1997

Monzabico

26 agosto 1995

Namibia

1 gennaio 1995

Nuova Zelanda

1 gennaio 1995

Nicaragua

3 settembre 1995

Niger

13 dicembre 1996

Nigeria

1 gennaio 1995

Norvegia

1 gennaio 1995




Oman

9 novembre 2000

Pakistan

1 gennaio 1995

Panama

6 settembre 1997

Papa Nuova Guinea

9 giugno 1996

Paraguay

1 gennaio 1995

Perù

1 gennaio 1995

Polonia

1 luglio 1995

Portogallo

1 gennaio 1995

Qatar

13 gennaio 1996

Regno Unito

1 gennaio 1995

Repubblica Centroafricana

31 maggio 1995

Repubblica Ceca

1 gennaio 1995

Repubblica Democratica del Congo

1 gennaio 1995

Repubblica di Corea

1 gennaio 1995

Repubblica Domenicana

9 marzo 1995

Repubblica del Kyrgyz

20 dicembre 1998

Repubblica Slovacca

1 gennaio 1995

Romania

1 gennaio 1995

Ruanda

22 maggio 1996

Saint Kitts e Nevis

21 febbraio 1996

Santa Lucia

1 gennaio 1995

Saint Vincent

1 gennaio 1995

Senegal

1 gennaio 1995

Sierra Leone

23 luglio 1995

Singapore

1 gennaio 1995

Slovenia

30 luglio 1995

Spagna

1 gennaio 1995

Stati Uniti

1 gennaio 1995

Sud Africa

1 gennaio 1995

Svezia

1 gennaio 1995

Svizzera

1 luglio 1995

Tanzania

1 gennaio 1995

Tailandia

1 gennaio 1995

Togo

31 maggio 1995

Trinidad e Tobago

1 marzo 1995

Tunisia

29 marzo 1995

Turchia

26 marzo 1995

Uganda

1 gennaio 1995

Ungheria

1 gennaio 1995

Uruguay

1 gennaio 1995

Venezuela

1 gennaio 1995

Zambia

1 gennaio 1995

Zimbawe

5 marzo 1995

Governi osservatori:                                 

Algeria, Andorra, Arabia Saudita, Armenia, Azerbaijan, Bahamas, Bhutan, Bosnia Erzegovina, Cambogia, CapoVerde, Cina, Etiopia, Kazakstan, Libano, Lituania, Macedonia, Moldavia, Nepal, Russia, Samoa, Seycelles, Sudan, Taipei Cinese, Tonga, Ucraina, Uzbekistan, Vietnam, Yemen .

Organizzazioni Internazionali osservatrici :

Nazioni Unite (UN)

Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD)

Fondo Monetario internazionale (FMI)

Banca Mondiale

Organizzazione sul cibo e agricoltura (FAO)

Organizzazione Mondiale sulla Proprietà Intellettuale (WIPO)

Organizzazione per la Cooperazione Economia e lo Sviluppo (OECD)

Fonte: www. wto.org/ english/thewto_e/whatis_e/tit_e/org6_e.htm


2.3 Le cause del fallimento del Millennium Round

Un'analisi delle differenti posizioni dei paesi sui diversi temi presenti nell'agenda ha messo in luce la difficoltà di un accordo tra i paesi più importanti (UE, Usa, Giappone) sull'agenda di base. Il fallimento di Seattle era, quindi, ampiamente prevedibile.

Inizialmente sono stati gli Europei a insistere perché si aprisse questo round, ma probabilmente non era ancora il momento, visto che era stato appena concluso l'Uruguay Round e creato il WTO, nessuno era pronto per un nuovo negoziato ad ampio raggio (Sutherland, 1999).

A far difetto è stato soprattutto il processo di preparazione all'incontro da parte degli Stati membri e dell'organizzazione stessa, con un legame poco chiaro tra la fase dei negoziati a Ginevra e i governi là rappresentati, ovvero i governi hanno forse sottovalutato la totale mancanza di consenso esistente tra i 135 membri sui vari dossier, che li ha portati verso un round fallimentare.

Una sottovalutazione che, forse, può spiegare anche l'ambizioso tentativo dei governi dei grandi paesi industriali di estendere l'agenda dei negoziati a temi non specifici del sistema commerciale, come la protezione dell'ambiente e i diritti dei lavoratori, a cui non ha corrisposto una disponibilità  ad offrire concessioni negoziali rilevanti nei settori di maggiore interesse dei paesi emergenti, l'agricoltura, il tessile-abbigliamento, i servizi basati sulla mobilità internazionale delle persone.

D'altra parte i governi dei Pvs, irritati da richieste che essi percepiscono come un'indebita ingerenza nella propria sovranità in campo sociale e ambientale, sono contrari all'inclusione di questi temi nelle trattative, perché  considerano le richieste avanzate dai paesi industriali un pretesto per introdurre nuove restrizioni protezionistiche.

 Se le ragioni del fallimento sono da ricercarsi soprattutto nel mancato accordo sull'agenda tra le maggiori potenze commerciali, le manifestazioni che hanno accompagnato e seguito la Conferenza,  portate avanti da gruppi e organizzazioni non governative tra loro estremamente diversi, hanno portato all'attenzione alcune contraddizioni del sistema commerciale internazionale .

La più  esplosiva è probabilmente quella tra 'centro' del sistema e la 'prima classe' dei Pvs, ossia gli stati con sistemi produttivi industriali nazionali più o meno competitivi su scala mondiale che premono per emergere. Questi paesi, come India, Corea del Sud, Brasile e Messico, a differenza dei paesi ancora privi di un vero tessuto nazionale industriale, come gli Stati Arabi, e quelli che non sono ancora entrati nella rivoluzione industriale, come gran parte dell'Africa, intendono difendere i propri interessi.

La prima richiesta che i Pvs hanno avanzato per il nuovo round negoziale riguardava l'attuazione degli accordi esistenti, poiché insoddisfatti dei risultati raggiunti finora in attuazione dell'Uruguay Round. Le principali difficoltà incontrate dai Pvs a seguito dell'Uruguay Round dovranno quindi essere affrontate, in modo da ampliare il sostegno al nuovo round negoziale.

Passando dall'attuazione dei vecchi accordi ai temi del Millennium Round, il consenso tra i Pvs viene a mancare, infatti, con la diffusione del modello di crescita economica trainata dalle esportazioni, i Pvs hanno interessi sempre più differenti e anche contrastanti.

Sui temi lasciati in eredità dall'Uruguay Round (agricoltura e servizi) c'è consenso soltanto su obiettivi così ambiziosi da essere sostanzialmente irraggiungibili mentre sulle questioni più concrete emergono significative differenze  tra i Pvs  esportatori di prodotti agricoli e quelli che li devono importare; tra i Pvs interessati alla multifunzionalità dell'agricoltura, che viene sostenuta dall'Unione Europea, e quelli che la ritengono un protezionismo occulto (Hoekman, 1997).

 Divisioni si manifestano anche sull'inclusione nel nuovo round delle tariffe sui prodotti industriali, alla quale i Pvs più industrializzati sono favorevoli, mentre la gran parte degli altri Pvs è contraria, e sui cosiddetti nuovi temi negoziali (politiche della concorrenza, investimenti diretti, appalti pubblici), che interessano i Pvs più sviluppati, che stanno perdendo i vantaggi comparati nelle attività  a elevata intensità di lavoro e necessitano di un amplio flusso di investimenti e tecnologie dai paesi industrializzati.

I Pvs meno sviluppati temono invece che l'inclusione di questi temi nei negoziati multilaterali possa tradursi in una perdita di strumenti di politica economica utilizzabili per promuovere le loro industrie (Krueger, 1999).

Un solido consenso è stato  invece trovato dai Pvs nell'opposizione a una delle questioni oggi più controverse: l'inserimento nei negoziati degli standard ambientali e di lavoro. Questioni alle quali i paesi industriali dedicano una particolare attenzione, diverso il punto di vista dei paesi più poveri che considerano l'inserimento di tali standard nei negoziati come  forma mascherata di protezionismo, che ostacola lo sfruttamento dei loro vantaggi comparati  nelle attività a elevata intensità di lavoro (Rapporto ICE 1999/2000).

Perché il nuovo round negoziale sia davvero un Development Round, bisognerà tenere conto di queste posizioni differenziate. Affinché i Pvs più poveri possano beneficiare dei nuovi negoziati saranno necessarie concessioni particolari come la proposta, sostenuta dall'Italia di eliminare i dazi per i 48 paesi meno avanzati.

 È solo attraverso la definizione di una efficace strategia negoziale che i Pvs potranno, almeno in parte, ottenere  benefici  dal nuovo round. Da parte loro, i Pvs, hanno cercato di imporre la soluzione meno negativa, ossia la globalizzazione che sia almeno pluricentrica, in cui la regolamentazione non sia decisa solo dalle multinazionali del Nord ma anche dagli Stati del Sud. È questa una rivendicazione sia di trasparenza e democraticità  che è stata anche la principale richiesta delle migliaia di militanti anti-WTO che si sono riuniti a Seattle (Michalopoulos,1999) .

Si apre dunque un problema nuovo di cui discutere che non è stato incluso nell'agenda di Seattle, ma dovrà essere affrontato in vista del prossimo incontro ministeriale, fissato per il 2001: quello della governabilità, della rappresentatività e della trasparenza.

Su questi temi ci sono due scuole di pensiero. Quella europea, che identifica la soluzione per una maggiore rappresentatività dell'organizzazione, nella creazione di una sorta di rappresentanza "parlamentare" per dare un riscontro politico alle iniziative commerciali, posizione criticata da alcuni perché non adatta alla natura del WTO, e quella americana, che vorrebbe un corpo decisionale più efficiente, un numero minore di referenti attorno al tavolo, con la possibilità di decidere in modo più chiaro e più rapido.

È stata avanzata anche la proposta di includere nel processo decisionale le organizzazioni non governative (Ong), ma l'iniziativa è sconsigliabile per almeno due motivi.

 Il primo perché le Ong rappresentano solo gli interessi privati di chi le sostiene con militanza e finanziamenti. Ciò contrasta con la filosofia alla base del negoziato del WTO, il culmine di un processo democratico che delega partendo da elezioni nei singoli paesi.

Il secondo motivo è che spesso le Ong sono a loro volta poco "trasparenti", poiché dispongono di grandi mezzi finanziari la cui provenienza è sconosciuta. Per semplificare, insomma, si rischia di complicare . (Il Sole 24 Ore )

La protesta della società civile a cui si è assistito durante lo svolgimento della conferenza a Seattle ha portato all'attenzione, ai paesi membri del WTO, la necessità  di modifica del processo decisionale, che si basa sull'unanimità dei consensi e senza particolari veti. Un metodo che da tempo mostra il suo anacronismo e che in qualche misura è alla base della crisi che sta attraversando l'organizzazione.

Tra i possibili modelli da utilizzare per ovviare alle carenze che attualmente caratterizzano il processo decisionale del WTO, paralizzato dal grande numero di membri, si potrebbe ricorrere all'organizzazione del FMI, all'interno del quale i paesi sono divisi in sottogruppi più piccoli; alla "stanza verde" del GATT, dove si riunivano a livello informale i principali paesi membri per trovare un primo consenso (Barshefsky, 1998).

Le ragioni della scarsa trasparenza che caratterizza il WTO sono legate al fatto che il WTO deve dirimere controversie commerciali istruendo processi e arrivando a sentenze vincolanti in mancanza di accordi extragiudiziali. E la maggior parte dei processi vengono risolti attraverso compromessi tra gli Stati. E una discussione aperta delle differenze potrebbe irrigidire le parti  e aumentare la conflittualità. Il rischio è di scatenare nazionalismi, protezionismi e indebolire lo stesso sistema (Ruggiero, 2000).

Se si vuole che l'opinione pubblica sostenga il WTO bisogna renderla maggiormente partecipe e informata di ciò che si fa permettendo a organizzazioni e anche singoli individui di sostenere i propri punti di vista in formali udienze.

Ma l'efficienza dei processi di decisione può essere compromessa fortemente da queste innovazioni, sono necessarie quindi delle regole che non potranno limitarsi al livello internazionale, ma dovranno coinvolgere anche quello nazionale, ove già non ne esistano.

È ormai da tutti riconosciuto che il mercato non sia in grado di sviluppare autonomamente tutte le regole necessarie al suo buon funzionamento. La conseguenza è che l'apertura dei mercati è possibile solo se un corpus di regole viene concordato e sufficientemente rispettato.

CAPITOLO TERZO: PROGETTI PER UN NUOVO ROUND

3.1 La liberalizzazione dei servizi, GATS 2000

L'Uruguay ha portato a risultati importanti quali l'inclusione dei servizi nell'accordo WTO e l'adozione dei principi generali dell'accordo GATS, ma i risultati sugli impegni specifici nei settori sono stati relativamente modesti. Ciò era vero soprattutto in settori quali le telecomunicazioni di base e i servizi finanziari, dove gli Stati non erano pronti a sottoscrivere impegni specifici tali da giustificare accordi multilaterali su base Mnf, sia per ragioni di tempo ma soprattutto perché necessitavano processi di riforma interni di questi settori, senza i quali non era possibile giungere alla liberalizzazione esterna.

Per questi motivi alla fine dell'Uruguay Round si decise di continuare i negoziati sugli impegni specifici in quattro settori chiave: le telecomunicazioni di base, i servizi finanziari, i servizi marittimi e le persone fisiche.

Nel caso delle telecomunicazioni di base e dei servizi finanziari, i processi di liberalizzazione interna agli Stati e la soluzione di alcune problematiche tecniche relative alla liberalizzazione internazionale hanno permesso di raggiungere degli accordi multilaterali.

Nel febbraio 1997 l'accordo sulle telecomunicazioni di base ha integrato questo settore chiave nel GATS. L'accordo concluso rovescia una tradizione stabilita di monopoli nazionali nel campo delle telecomunicazioni, e di mercati chiusi, esso stabilisce impegni di liberalizzazione per i paesi che lo hanno sottoscritto e regole di comportamento, soprattutto nella concessione di accesso ai vari segmenti dai quali è costituito il mercato (Gamberale, 1999).

Il successo del negoziato sulle telecomunicazioni di base è stato possibile grazie al superamento di alcune questioni tecniche riguardanti la liberalizzazione di questo mercato, tra cui la definizione degli impegni specifici in settori dominati da nuove tecnologie; il problema della liberalizzazione dei servizi internazionali e del sistema degli accountig rates; il rapporto tra liberalizzazione e concorrenza.

Tutti gli impegni GATS nelle telecomunicazioni sono tecnologicamente neutrali. Impegni in settori quali la telefonia vocale e la trasmissione dei dati, consentono la fornitura di questi servizi attraverso tutte le tecnologie disponibili, inclusi i cavi, le onde radio e i satelliti.

La liberalizzazione multilaterale delle telecomunicazioni su base Mfn crea delle disparità importanti tra paesi che hanno sottoscritto una liberalizzazione totale e paesi che mantengono il mercato chiuso o condizionano la liberalizzazione a limitazioni rilevanti, poiché consente agli operatori di paesi che hanno sottoscritto impegni limitati o che non hanno sottoscritto alcun impegno nelle telecomunicazioni di avvantaggiarsi delle aperture di mercato fatte dai paesi che hanno partecipato all'accordo.

Nel caso delle telecomunicazioni questa caratteristica di Mfn consente agli operatori che si stabiliscono nei paesi che hanno liberalizzato pienamente, non solo di fornire servizi domestici in questi paesi ma anche di terminare chiamate proprie o di operatori collegati in arrivo dall'estero, aggirando così il sistema di pagamento internazionale degli accounting rates. Lo stesso non è invece possibile per operatori che offrono servizi internazionali verso paesi che non hanno liberalizzato, i quali per terminare le proprie chiamate nel paese di arrivo  sono costretti a utilizzare i servizi dei monopoli esistenti, sulla base degli accounting rates.

 Gli accounting rates, negoziati sotto l'egida dell'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (UIT) [45], hanno lo scopo di dividere i costi delle chiamate internazionali tra gli operatori, tuttavia le tariffe concordate per terminare le chiamate sono di gran lunga superiori ai costi effettivi sostenuti dagli operatori.

Il problema degli accounting rates preoccupava soprattutto gli Stati Uniti, che si apprestavano a liberalizzare pienamente il mercato interno e quindi a consentire a qualunque operatore estero di aggirare il sistema degli accounting rates in entrata.

Alla fine, nonostante l'impatto della liberalizzazione WTO  sul sistema degli accounting rates  e gli squilibri concorrenziali  che l'applicazione della Mfn creava in questo settore, si è deciso di non affrontare il problema in sede WTO, poiché  il processo di riforma degli accounting rates è  attualmente in corso in seno all'UIT. Tuttavia,  per rimediare a questi squilibri concorrenziali, è stata promulgata una legislazione che stabilisce tetti massimi per gli accounting rates imposti da paesi che non hanno liberalizzato pienamente il mercato. Quando questi tetti sono superati in un paese, il regolatore statunitense delle telecomunicazioni si riserva il diritto di negare o ritirare le licenze per gli Stati Uniti agli operatori di quel paese (Bronckers, Laouruche, 1997).

È evidente che nonostante lo scopo sia quello di rimediare alla distorsione della concorrenza, il negare o ritirare una licenza sulla base dei tetti massimi potrebbe costituire una violazione degli impegni specifici nelle telecomunicazioni e della clausola di Mnf e, di conseguenza, portare all'apertura di una disputa commerciale in sede WTO.

La liberalizzazione dell'accesso al mercato e del trattamento nazionale su base Mnf nelle telecomunicazioni rischia di essere vanificata da pratiche anticoncorrenziali di operatori dominanti, per questa ragione i membri del WTO si sono accordati su un "documento di referenza" (Reference Paper) contenente una serie di regole anticoncorrenziali, applicabili ai mercati liberalizzati delle telecomunicazioni. Il Reference Paper è stato allegato alle liste di impegni specifici della maggior parte dei partecipanti all'accordo nella forma di "impegni aggiuntivi" sui regolamenti.

Esso, come tutti gli accordi WTO, non contiene regole antitrust direttamente applicabili a soggetti privati, ma solo obblighi per gli Stati membri riguardanti la struttura concorrenziale del mercato delle telecomunicazioni. Nonostante ciò esso costituisce un precedente importante, perché anticipa il dibattito sull'introduzione di regole sulla concorrenza nel sistema WTO. Infatti, le telecomunicazioni sono il solo settore di attività economica in cui esistono regole globali sulla concorrenza, seppur esse impongano solo standard minimi per le autorità di regolamentazione nazionali, piuttosto che regole direttamente applicabili a soggetti privati.

Nei prossimi negoziati sui servizi, il Reference Paper costituirà un modello interessante per sviluppare altri principi sulla concorrenza applicabili ad altri settori dei servizi, soprattutto in quelle aree dove la natura infrastrutturale dei servizi richiede una regolamentazione nazionale della concorrenza al fine di rendere operativi degli impegni di liberalizzazione sottoscritti in sede WTO (Venturini, 1997).

Il negoziato sui servizi finanziari, di natura analoga a quello sulle telecomunicazioni di base, si è concluso con un accordo nel dicembre 1997.

Diversamente dalle telecomunicazioni, i servizi finanziari non presentano difficoltà tecniche specifiche del settore per la conclusione dell'accordo. Gli Stati membri si sono impegnati a concedere l'accesso al mercato e il trattamento nazionale per ciascun settore elencato nelle liste degli impegni specifici, elencando tuttavia misure specifiche di natura quantitativa o discriminatoria che intendono  mantenere.

Nel caso dei servizi finanziari il "diritto alla regolamentazione" nei servizi, che gli Stati membri hanno assunto in base all'art.6, è più ampio che negli altri settori, poiché consente ad uno stato di adottare "misure prudenziali" al fine di proteggere i consumatori di servizi finanziari e di assicurare l'integrità e la stabilità del sistema finanziario. L'eccezione prudenziale è necessaria al fine di garantire ai membri che liberalizzano il mercato dei servizi finanziari un certo grado di manovrabilità nel proteggere i consumatori e nel garantire il corretto funzionamento del sistema finanziario. Essa sottolinea come la liberalizzazione multilaterale in questo settore non significa deregolamentazione, poiché le regole sono necessarie per evitare incidenti finanziari con conseguenze negative per i consumatori e per il resto dell'economia. La liberalizzazione non porta necessariamente ad un indebolimento dei sistemi finanziari e ad una maggiore esposizione  ai rischi  di vario tipo, dato che il GATS consente agli Stati membri di continuare  a regolamentare il settore al fine di assicurare  obiettivi prudenziali. E allo stesso tempo l'esposizione alla concorrenza e al capitale estero, in presenza di regole di tipo prudenziale, può favorire il consolidamento  dei sistemi finanziari nazionali e perciò diminuire il rischio di crisi finanziarie(Grilli, 1999).

I risultati raggiunti nel campo delle telecomunicazioni e dei servizi finanziari rispondono ad un obbligo in capo agli Stati previsto dall'art.19 del GATS, intitolato "negoziazione sugli impegni specifici". Esso prevede che gli Stati membri si impegnino in Round successivi e periodici di negoziati, mirati a raggiungere un livello sempre più elevato di liberalizzazione nei servizi.

Lo strumento dei negoziati periodici fa parte della struttura dell'accordo, dove la liberalizzazione progressiva dell'accesso ai mercati e del trattamento nazionale ha lo scopo aumentare i livelli di liberalizzazione in questi settori, compatibilmente con gli obiettivi di politica economica e dello sviluppo di ciascun paese.

Oltre all'accesso al mercato e al trattamento nazionale, i negoziati sugli impegni specifici potranno anche includere impegni aggiuntivi sulla concorrenza e sui regolamenti domestici, simili a quelli sottoscritti nelle telecomunicazioni con il Reference Paper. Quest'area è  molto importante soprattutto in quei settori dove il livello di accesso al mercato e il trattamento nazionale sono già relativamente elevati e dove gli ostacoli agli scambi sono prevalentemente rappresentati dalle misure quantitative e non discriminatorie e dalle pratiche anticoncorrenziali.

I lavori preparatori che si sono svolti nel Consiglio dei Servizi, con lo scopo di aiutare i paesi a definire le proprie politiche e priorità negoziali in vista della definizione dei principi guida e delle procedure dei prossimi negoziati, non hanno fornito informazioni sui settori dei servizi, come era stato previsto, ma si sono ridotti ad un'occasione per gli Stati di illustrare la posizione nazionale in un determinato settore (Croome, 1998).

Nonostante le difficoltà nello scambio di informazioni e nell'esercizio di valutazione, i principi guida, che hanno costituito la parte più difficile e controversa del lavoro, indicano le materie negoziali e le priorità settoriali. Infatti il GATS, oltre al lavoro sugli impegni specifici prescritto dall'art.19, prevedeva la ripresa dei negoziati su due Annessi all'accordo.    

L'Annesso sulle esenzioni della clausola Mfn, che specifica le condizioni di base alle quali uno stato membro può ottenere un'esenzione, considerata solo uno strumento transitorio nel raggiungimento dell'obiettivo finale dell'applicazione generalizzata di Mfn. 

Era prevista una revisione delle esenzioni Mfn di durata superiore ai cinque anni da parte del Consiglio per gli scambi nei servizi per stabilire se le condizioni che hanno portato alla concessione di ciascuna esenzione esistono ancora e per determinare la data della prossima revisione. Naturalmente se le condizioni che hanno determinato l'esenzione vengono a mancare o  modificate l'esenzione può essere eliminata o parzialmente ridotta .

È anche probabile che  il negoziato per la revisione porti ad una progressiva eliminazione di tutte le esenzioni, ma non all'estensione delle esenzioni esistenti o alla concessione di nuove.

Per quel che riguarda la revisione dell'Annesso sui trasporti aerei è difficile che includa i servizi connessi ai diritti di traffico e la loro progressiva liberalizzazione. Ma ci sono importanti attività economiche che costituiscono servizi direttamente o indirettamente collegati all'esercizio dei diritti di traffico e la cui inclusione nel GATS è al momento incerta .

L'Uruguay Round  ha lasciato il discorso aperto anche su alcune regole del GATS, è così inevitabile che i negoziati sulle regole costituiscano parte integrante del  nuovo negoziato, il cosiddetto GATS 2000, poiché il suo inizio era previsto per l'anno 2000 .

In particolare l'art.6 del GATS, che contiene norme sui regolamenti domestici, che riguardano tutte le misure non soggette alla disciplina dell'art.16 sulle misure quantitative, e dell'art.17 sulle misure non discriminatorie, riguardanti gli scambi nei servizi (Hoekman, Primo Braga, 1997).

Questo articolo permette agli Stati membri di continuare a regolare il settore dei servizi al fine di perseguire obiettivi di politica economica e sociale, ma prevede l'obbligo di conformarsi a determinati  principi. Tra questi la norma più importante è quella che riguarda un mandato al Consiglio dei Servizi per il negoziato e l'approvazione di discipline multilaterali sui regolamenti domestici, che devono assicurare il rispetto dei criteri di oggettività e trasparenza  dei regolamenti domestici riguardanti le licenze, le qualifiche e gli standard tecnici.

Dopo la conclusione dell'Uruguay Round i negoziati sui regolamenti domestici hanno riguardato il settore dei servizi professionali, in particolare per i servizi forniti dai dottori commercialisti. Essi hanno portato all'approvazione di regole multilaterali su licenze, qualifiche e standard tecnici attinenti l'esercizio della professione di dottore commercialista. Le discipline sui dottori commercialisti, ed in particolare il test di necessità per i regolamenti nel settore, costituiscono un precedente importante per lo sviluppo di regole in altri settori dei servizi professionali e non.

I negoziati non sono riusciti a concordare discipline generali sui regolamenti domestici prima della fine del 1999, questo lavoro costituirà, quindi, parte integrante dei prossimi negoziati.

Nei settori riguardanti il meccanismo di salvaguardia (art.10), i sussidi (art.15), e le forniture pubbliche (art.13), i negoziati seguiti all'Uruguay Round non hanno superato la fase di studio.

In ambito GATS il negoziato sulle salvaguardie ha incontrato delle difficoltà riguardanti l'adattamento al settore dei servizi di concetti quali i danni materiali, l'industria domestica, e l'aumento delle importazioni .

Inoltre c'è disaccordo tra gli Stati membri sulla necessità stessa di avere un meccanismo di salvaguardia nei servizi. Molti paesi infatti ritengono che, data la natura progressiva della liberalizzazione in ambito GATS, non è necessario avere a disposizione anche un meccanismo di salvaguardia, quando ogni stato membro ha la possibilità di mantenere misure restrittive del commercio nei servizi anche nei settori inclusi nei suoi  impegni specifici, a condizione che li abbia iscritti nella lista.

Il non rispetto delle scadenze per la fine dei negoziati sia sulle salvaguardie, sia sui sussidi e forniture pubbliche, comportata che, come per i regolamenti domestici, le 'regole GATS' faranno parte dei prossimi round di negoziati sui servizi, che inizialmente doveva riguardare solo gli impegni specifici(Dobson, Jacquet, 1998).

In particolare l'accordo su un meccanismo di salvaguardia potrebbe convincere molti Pvs a liberalizzare di più nell'ambito degli impegni specifici, dal momento che il meccanismo di salvaguardia potrebbe fornire una via di uscita in situazioni di difficoltà determinate dalle aperture di mercato.

L'obiettivo primario dei prossimi negoziati sarà la rimozione, o la riduzione degli ostacoli di tipo quantitativo e discriminatorio al commercio internazionale. La progressiva liberalizzazione nei settori dei servizi marittimi, audiovisivi, trasporti ed energia, dove poco è stato ottenuto nell'ultimo round, costituirà la parte centrale del GATS 2000 (WTO, 1999a).

Parallelamente alla rimozione degli ostacoli all'accesso al mercato e al trattamento nazionale in alcuni settori verrà affrontata la questione dei principi concorrenziali, come è stato per le telecomunicazioni, in particolare per il settore dei trasporti e dell'energia, dove le questioni del comportamento di operatori dominanti e dell'accesso alle reti sono fondamentali per assicurare un acceso effettivo al mercato liberalizzato.

Il lavoro sugli impegni specifici, e la revisione degli Annessi sulle esenzioni Mfn e sui trasporti aerei, non costituiranno le sole materie negoziali, poiché vanno aggiunti i programmi di lavoro in corso sui regolamenti domestici, sulle regole GATS e probabilmente anche quello sul commercio elettronico, che per il suo sviluppo diventerà nei prossimi anni un capitolo centrale degli scambi e un motore della globalizzazione.

Quello dei servizi rimane, comunque, un settore dove gli Stati membri del WTO non erano e non sono tuttora pronti ad introdurre una libera concorrenza su scala mondiale, poiché considerazioni di politica economica nazionale e obiettivi di sviluppo continuano a giocare un ruolo fondamentale.

3.2 I  diritti di proprietà intellettuale (IPRs) ed il TRIPs  

  

Il settore riguardante i diritti di proprietà intellettuale è ora oggetto solo di una revisione, l'accordo TRIPs, ha rappresentato, infatti, nel corso dell'Uruguay Round una delle new trade issues (insieme al GATS e al TRIMs).

Il TRIPs è nato per colmare il vuoto regolamentare nei regimi del commercio internazionale, provocato dalla crescita degli scambi di prodotti e servizi cosiddetti "knowledge based " (al cui valore aggiunto contribuiscono in modo determinante le nuove idee e conoscenze) e per far fronte all'aumento dell'importanza dei brevetti, dei diritti d'autore e di conseguenza per arginare le possibilità di copia e contraffazione. Esso ha come obiettivo prioritario quello di impedire e ridurre i processi imitativi non autorizzati, insieme ai proventi commerciali di questi.

 L'importanza di tali temi assume una valenza particolare per molti paesi in via di sviluppo, direttamente e più di altri investiti dalle implicazioni economiche del TRIPs.

Le maggiori differenze tra Nord e Sud si presentano laddove il Nord offre livelli di protezione elevati ed il Sud più bassi, soprattutto in materia di trademarks , copyrights e segreti commerciali .

I Pvs ritengono  che le norme e gli standards degli IPRs (Intellectual Property Rights)  non sono legati al commercio, e comunque non rientrano nel mandato del WTO.

La genesi della controversa natura del TRIPs non è difficile da comprendere.

 È di fatto innegabile la correlazione positiva tra reddito pro capite e livello di protezione degli IPRs, la crescita della capacità innovativa comporta un aumento della richiesta di protezione.

 L'opposizione da parte di alcuni Pvs all'accordo si basava sul presupposto che una scarsa tutela degli IPRs comportasse dei vantaggi legati alla possibilità di contraffazione, in realtà analisi più recenti della relazione tra IPRs e commercio dimostrano che una maggiore protezione dei marchi dalle contraffazioni potrebbe indurre un aumento maggiore degli scambi, soprattutto in quei Pvs dotati di maggiore capacità imitativa, grazie alla prevalenza di effetti di espansione del mercato (Maskus, 1998).

Bisogna considerare, però, anche un effetto sostituzione, secondo cui la concessione di licenze potrebbe finire con il limitare l'afflusso di investimenti, in particolare in quei settori dove l'imitazione è più difficile come la tecnologia.

Per quanto riguarda, invece il trasferimento di tecnologie, diversi studi al riguardo hanno dimostrato che la protezione dei IPRs migliora la qualità della tecnologia trasferita; ciò comporta dei vantaggi per i paesi emergenti che applicano le disposizioni sugli IPRs (Mansfield,1994).

 L'accordo TRIPs va comunque considerato, anche per l'elevato numero di paesi in via di sviluppo che devono ancora attualo, una sorta di "work in progress" che necessita di riforme ed estensioni (Maskus, 1999).

 Il compito a cui bisogna assolvere è da un lato assicurare la piena applicazione degli impegni presi nel 1994, dall'altro stabilire nuove linee guida per affrontare i nuovi problemi legati alla proprietà intellettuale e alle nuove tecnologie nell'ambito degli scambi internazionali.

Già la realizzazione del primo punto si presenta complicata dalle richieste di ulteriori proroghe dei tempi transitori di applicazione dell'accordo TRIPs da parte di Pvs, per poter effettuare una riforma delle leggi nazionali sulla tutela della proprietà intellettuale e la riconversione delle imprese non in regola. D'altra parte, sia l'UE, che spinge per l'incorporazione dei più recenti trattati WIPO[46] nel TRIPs, che gli Stati Uniti sono favorevoli ad un'effettiva applicazione delle disposizioni siglate nell'Uruguay Round.

Alla luce di tutto ciò ed in vista delle nuove negoziazioni, è fondamentale prevedere un sostegno finanziario e tecnologico ai paesi più deboli attraverso un potenziamento dell'assistenza tecnica prevista dalla parte VI dell'Accordo, poiché in assenza di ciò è molto improbabile che alla scadenza del periodo transitorio l'Accordo venga attuato .

Inoltre, temi che riguardano l'attuazione del TRIPs da parte dei Pvs sono al centro di un acceso dibattito in sede WTO .

 Un tema  al centro di frizioni riguarda l'adozione di misure specifiche che consentono l'uso delle licenze obbligatorie (compulsory licensing), a cui si può ricorrere nei casi di interesse pubblico, abuso del brevetto da parte del detentore e uso governativo non commerciale. 

La licenza obbligatoria prevista dall'art.31 dell'accordo permette alle autorità di un paese di dare la licenza di produrre localmente un prodotto ancora sotto brevetto, senza l'autorizzazione da parte del detentore; ove sia necessario trasferire tecnologie, sia per quel che riguarda il campo farmaceutico, del tessile e abbigliamento, ma anche delle tecnologie dell'informazione e del software .

Appare poco realistico aspettarsi che i Pvs, che fanno dell'inseguimento tecnologico uno degli obiettivi prioritari delle loro strategie di sviluppo, possano prendere a modello le severe legislazioni dei paesi avanzati in tema di protezione intellettuale, in realtà c'è da aspettarsi piuttosto l'adozione di norme  che, pur in linea con impegni del WTO, possano consentire loro di continuare ad esercitare una limitazione dei diritti di proprietà intellettuale (Primo Braga, 1996).

I diversi interessi in gioco dei due gruppi di paesi  rendono assai ardua la realizzazione di un accordo in sede WTO, e in questa prospettiva il vero terreno di confronto negoziale sarà rappresentato dai singoli terreni settoriali .

I settori più controversi sono quello della farmaceutica, della chimica agricola, delle biotecnologie e della protezione delle diverse varietà di piante, dove le divisioni non riguardano solo il Nord e il Sud del mondo, ma anche il gruppo dei paesi industrializzati .

In Europa e in Italia, ad esempio, nei riguardi dei temi della sicurezza alimentare c'è una forte sensibilità, e di conseguenza l'utilizzo delle biotecnologie è visto con molta diffidenza.

Su questo tema un elemento di disaccordo tra Europa e Stati Uniti è legato al diritto stesso di brevettare le piante e la vita animale. Il life pateting viene considerata una forma di espropriazione indiretta di diritti di uso consolidati, in particolar modo per quel che riguarda il patenting di organismi geneticamente modificati e prodotti agricoli di bioingegneria; se viene considerata la loro utilizzazione per incrementare la produttività agricola, le sperimentazioni genetiche rivestono una fondamentale importanza per la sicurezza alimentare dei Pvs e per questo è stata avanzata la richiesta di una deroga all'applicazione del TRIPs per i "socially essential food product".

Si può quindi capire come nel dibattito in corso si pongano in contrapposizione principi di sicurezza alimentare ed il diritto collettivo alla alimentazione  da una parte, e  il diritto alla tutela della proprietà intellettuale e ad un equo ritorno degli investimenti dall'altra.

Il problema delle limitazioni alla protezione degli IPRs, legate all'affermazione e difesa dei diritti collettivi, è molto sentito in particolar modo in aree quali la salute e l'alimentazione. E proprio in queste aree l'accordo TRIPs è ancora troppo generico e vago. È dunque necessaria una revisione che precisi le regole e le limitazioni in questi campi, anche  chiarendo meglio la relazione tra la Convenzione sulle diversità biologiche e le norme del TRIPs (Guerrieri, 1999).

Un altro tema particolarmente controverso è il trattamento delle importazioni parallele, cioè quelle importazioni di prodotti importati in un paese senza l'autorizzazione del detentore del brevetto o del marchio, dopo che essi siano stati messi in circolazione in un altro mercato, in questo caso dovrebbero venir meno i diritti del detentore del brevetto di impedire l'importazione parallela. Ma in questo caso possono nascere dei problemi in riferimento ai diversi standard di "esaurimento" del diritto di proprietà intellettuale nei diversi regimi[47].

Inoltre le importazioni parallele possono essere utilizzate come canale di penetrazione dei mercati esteri, diventando così una forma di free riding a scapito degli investimenti, marketing e servizi che gravano sui distributori autorizzati. Naturalmente i paesi industrializzati, detentori di IPRs, sostengono di mettere al bando le importazioni parallele e di controllare meglio la distribuzione internazionale.

La carenza di regole sulle importazioni parallele nei Pvs è dovuta anche all'assenza di politiche della concorrenza e limitazione della tutela degli IPRs.

Un  campo dove la protezione offerta dal TRIPs è scarsa è quello del commercio elettronico, anche perché l'affermazione del commercio elettronico come strumento per gli scambi multilaterali è stata successiva alla conclusione dell'Uruguay Round ed è in continua evoluzione [48].

La crescita del commercio elettronico in questi ultimi anni richiede di imporre un maggiore rispetto delle norme del copyright e protezione dei marchi di fabbrica, ma fare ciò nei prodotti digitali è molto difficile, e l'accordo TRIPs non prevede norme specifiche su come tecnicamente impedire lo scaricamento e la distribuzione non autorizzati di informazioni.

Così il  Copyrights Treaty and the Performances and Phonograms Treaty, stipulato sotto gli auspici della WIPO nel dicembre 1996, ha richiesto misure per la protezione contro le misure di raggiro tecnico che limitano l'accesso  o il controllo del copyright dei prodotti digitali. Il trattato inoltre chiarisce i diritti degli esecutori, autori e produttori musicali di autorizzare comunicazioni sui propri lavori in un ambiente di consegna a vista.

Quest'ultimo pone le "frontiere"  della protezione dei diritti d'autore, e ciò è necessario alla luce dei cambiamenti introdotti nelle trasmissioni digitali. È importante che accordi in questo settore siano inclusi nell'accordo TRIPs nelle prossime negoziazioni.

È possibile identificare due categorie di attività economiche  nel commercio elettronico: la distribuzione di beni e servizi, poi fisicamente consegnati all'acquirente, e la fornitura elettronica contestuale di beni e servizi.

Nel primo caso l'aspetto elettronico è connesso alla sola distribuzione, dato che le merci acquistate sono poi soggette a dazi doganali al momento di attraversare fisicamente le frontiere. Nel secondo caso la quasi totalità delle attività economiche che si svolgono via Internet sono servizi, e come tali soggetti alle regole GATS sugli scambi internazionali .

 Il principio su cui si basa l'idea dell'applicabilità del GATS al commercio elettronico è quello della neutralità tecnologica, cioè senza distinguere il mezzo tecnologico utilizzato per la fornitura (European Services Network, 1999).

Sia le maggiori lobbies statunitensi che quelle europee si schierano a favore dell'applicazione delle regole GATS già esistente e sono contrarie ad una negoziazione separata del commercio elettronico.

I problemi che si pongono in caso di un accordo sul commercio elettronico in ambito GATS riguardano le quattro modalità di fornitura (in particolare la fornitura transfrontaliera e il consumo all'estero), che non sembrano sufficienti e pienamente applicabili a questo tipo di commercio,  per ovviare a tale problema si propone quindi di creare una quinta modalità di fornitura per le vendite via Internet.

Un altro problema di difficile soluzione riguarda la giurisdizione applicabile ad Internet e al commercio elettronico.

L'obiettivo negoziale americano è quello di evitare che vengano erette barriere e consentire così all'aumento delle attività online, che vede gli Stati uniti in primo piano, di continuare ininterrotto. Ma le resistenze degli altri paesi su questo punto non mancano, causate dal timore di soccombere a nuove forme di egemonia americana.

 Una proposta è che i fornitori di un servizio di e-commerce siano soggetti solo alle leggi del paese di appartenenza  e che venga applicato il principio del GATS del movement of consumers.

Un problema connesso riguarda pertanto la protezione dei marchi di fabbrica. I marchi di fabbrica, infatti sono riconosciuti su base territoriale e sostengono le  restrizioni delle licenze sulla distribuzione, incluse quelle contro le importazioni parallele.

Di grande rilievo è infine l'applicazione delle misure di salvaguardia al commercio, poiché questo elemento è determinante nell'incoraggiare o meno molti paesi, in particolare quelli in via di sviluppo, a prendere ulteriori impegni.

Con riguardo ai Pvs non si può negare che il commercio elettronico e Internet abbiano aggiunto nuovi mezzi tecnologici atti a facilitare gli scambi, ma è anche vero che in assenza di misure adeguate, questi nuovi canali si potrebbero trasformare in una fonte di nuove pesanti marginalizzazioni per i paesi meno sviluppati; inoltre bisogna anche tener presente che l'espansione dell'uso delle informazioni tramite i network elettronici è molto importante per i Pvs per regolare il proprio regime di  IPRs e per promuovere la diffusione tecnologica attraverso l'accesso ai brevetti internazionali e ai database dei marchi di fabbrica.

Il commercio su Internet opera senza confini, ma il controllo della merce, così come la regolazione delle restrizioni (tasse e restrizioni alle importazioni) devono essere realizzabili.

Le imposizioni delle tariffe sui prodotti e servizi commerciati elettronicamente potrebbero rallentare lo sviluppo del commercio cross-border di Internet.

 In questo contesto è desiderabile l'adozione multilaterale della proposta degli USA di garantire il libero commercio nel commercio elettronico.

Dato che i prodotti e i servizi commerciati su Internet sono meno controllabili, la sfida è di riuscire a  produrre un meccanismo per identificare la vera origine del prodotto, rinforzando le restrizioni territoriali permesse e definendo l'esaurimento dei diritti.

La tutela di diritti di proprietà intellettuale presenta, inoltre, un teatro di pericolosa contrapposizione tra Nord e Sud del mondo, poiché il contrasto di fondo  riguarda i diversi interessi in gioco dei due gruppi di paesi oltreché la eterogeneità delle condizioni tecnologiche ed organizzative  che caratterizzano i diversi comparti settoriali .

Una completa attuazione del TRIPs dovrà, quindi, considerare anche i significativi legami esistenti tra IPRs, politiche della concorrenza e regimi commerciali, per il raggiungimento di un accordo (Cottier, Meitiger, 1998).

3.3 Investimenti e concorrenza

Alla Conferenza di Singapore del 1996 del WTO sono stati istituiti dei gruppi di lavoro per affrontare i temi del commercio ed investimenti e del commercio e concorrenza. Le due questioni della politica della concorrenza e degli investimenti sono legate tra loro da un punto di vista sia formale che sostanziale.

L'accordo dell'Uruguay Round sulle misure di investimento legate agli scambi (TRIMs)  ha lasciato aperta la possibilità di ulteriori azioni nell'area della concorrenza.

La ragione del legame tra i due temi deriva dalla crescita degli investimenti diretti esteri e dall'avvio di un processo di eliminazione delle barriere regolamentari.

La crescita che ha caratterizzato gli investimenti esteri nell'ultimo decennio ha posto l'attenzione su come garantire una efficace protezione, oltreché promozione, degli stessi investimenti a livello internazionale.

In effetti, mentre per il commercio estero sono state predisposte, nel tempo, forme di liberalizzazione e regolamentazione via  sempre più avanzate, nel campo degli investimenti non si è ancora giunti all'elaborazione di una normativa multilaterale altrettanto organica.

Il tema delle regole in grado sia di promuovere che di proteggere il flusso crescente di investimenti internazionali presenta una notevole complessità, anche per la proliferazione, in quest'area, di iniziative unilaterali (politiche nazionali per gli investimenti), bilaterali (Bilateral Investment Treaties), accordi plurilaterali, accordi regionali (RIA)[49].

Più di recente anche fra le diverse aree regionali, lo sviluppo di regole plurilaterali per promuovere gli IDE ha favorito gli investimenti infra-area [50].

A livello multilaterale del WTO esistono invece due accordi siglati a Marrakech nel contesto "GATT 1994": uno relativo ai sussidi e alle misure compensative (Subside and Countervaling Measures, SCMs), l'altro concernente le misure relative agli investimenti che incidono sugli scambi commerciali TRIMs.

Mentre l'accordo sulle SMCs definisce sostanzialmente i concetti dei  sussidi ed incentivi, fiscali e creditizi, che provocano distorsioni economiche, compresi quelli che riguardano gli investimenti, il TRIMs va oltre, entrando nel dettaglio delle misure  correlate agli IDE da considerarsi incompatibili con le prescrizioni dell'art.3 (trattamento nazionale) e dell'art.11 (restrizioni quantitative) del GATT.

Ma i risultati di questi due accordi più direttamente connessi agli investimenti, sono d'impatto modesto in quanto limitati al settore delle merci e solo in alcuni aspetti della liberalizzazione degli IDE.

Oltre a tali accordi, a Marrakech ne sono nati altri che trattano indirettamente il problema degli IDE, ma secondo angolazioni particolari [51].

Il tentativo più ambizioso di stabilire un accordo plurilaterale sugli investimenti è stato quello dei negoziati sul MAI (Multilateral Agreement on Investment) in sede OCSE [52].

I negoziati, iniziati nel maggio 1995 e interrotti nell'ottobre 1998 dopo che la Francia si è tirata fuori dai colloqui, hanno adottato un'ampia definizione di investimento, che andava oltre i tradizionali IDE, includendo anche gli investimenti di portafoglio e beni immateriali. Fornendo, così, protezione a investitori  e investimenti  ed applicando il principio di non discriminazione verso l'esterno (Mfn) e l'interno (trattamento nazionale) attraverso l'approccio della lista negativa (anche se molti membri avevano previsto ampie liste di eccezioni).

Il MAI ha anche tentato di stabilire obblighi in materia di trasparenza, liberalizzazione della mobilità del personale chiave, non discriminazione nella privatizzazione e limiti ai requisiti di performance che andassero oltre quelli previsti dal TRIMs (Daly, 1997).

Le disposizioni dell'Accordo dovevano essere garantite fissando un metodo di risoluzione delle controversie, sia tra Stati che tra investitore e Stato.

Le opposizioni maggiori sono nate a livello domestico, all'interno dei maggiori paesi. Esse, per quanto eterogenee, si sono incentrate soprattutto sulle inadeguate o mancate clausole di tutela allo sviluppo, degli standard ambientali e del lavoro.

Hanno pesato negativamente anche le forti differenziazioni emerse tra i paesi negoziatori in tema di sicurezza nazionale, integrazione regionale, poteri dei governi locali clausole di esenzione, come nel caso dell'applicazione dell'eccezione culturale (Canner,1998).

Sebbene i negoziati del MAI siano naufragati, l'OCSE è ancora il forum principale per le norme internazionali sugli IDE[53], e pur essendo un tentativo nato in un tavolo plurilaterale, ha rappresentato un'esperienza ed un banco di prova fondamentale per ogni futura negoziazione multilaterale.

Vi è un largo consenso sui guadagni consistenti che potrebbero derivare da un nuovo accordo multilaterale sugli investimenti e sulla scelta del WTO come sede per lo svolgimento di negoziazioni sugli IDE. In primo luogo perché è una sede più rappresentativa, dove è possibile esaminare sia gli interessi dei paesi industrializzati che dei paesi in via di sviluppo, visto che i paesi in via di sviluppo erano rimasti esclusi dalle trattative del MAI (Karl, 1997).

In secondo luogo le crescenti interrelazioni tra scambi commerciali ed investimenti suggeriscono di includere all'interno del WTO un eventuale accordo sulle regole internazionali da applicare agli investimenti, e infine l'eventuale accordo dovrà essere reso compatibile con il vasto insieme di impegni già sottoscritti dai membri del WTO e essere sottoposto allo stesso meccanismo vincolante di risoluzione delle controversie  già esistente.

Gli obiettivi generali di un nuovo regime internazionale degli investimenti possono essere individuati nella rimozione delle distorsioni che riducono i benefici degli IDE, nella rimozione dei principali ostacoli agli IDE e nella creazione di standard uniformi per le politiche nazionali che influenzano gli stessi IDE.

Mentre i principali nodi negoziali riguardano la preventiva definizione del concetto di IDE; l'impegno al diritto di stabilimento, svincolato da qualsiasi requisito di performance; il trattamento nazionale, con i vari condizionamenti che possono derivare dalla tutela della sicurezza nazionale; il principio della nazione più favorita, alla cui applicazione sono di ostacolo gli accordi regionali;  la trasferibilità dei fondi, che si può scontrare con i vincoli della bilancia dei pagamenti e con il problema del riciclaggio internazionale; la protezione degli investimenti da azioni quali gli espropri discriminatori e senza adeguato indennizzo; l'impegno ad eliminare le distorsioni derivanti dagli incentivi, utilizzati a favore delle imprese nazionali o per attrarre gli investitori stranieri; la scelta di un approccio di lista negativa o positiva con le relative implicazioni che ne conseguono (Graham, 1996).

È ormai opinione diffusa che gli investimenti internazionali possono contribuire in misura notevole alla crescita economica sia dei paesi beneficiari che dei paesi di provenienza. Creare dunque un quadro di regole multilaterali nel settore degli investimenti contribuirebbe a promuovere uno sviluppo sostenibile. La dimensione "sviluppo sostenibile", aspetto molto importante per i Pvs membri del WTO, dovrebbe essere integrata nelle stesse norme di base, in modo tale da permettere a tutti i membri del WTO, che si tratti di paesi beneficiari o di provenienza, di attuarle e di applicarle.

Come emerso anche nel caso MAI-OCSE le difficoltà maggiori sono legate a ragioni di sicurezza e sovranità nazionale.

La paura della perdita di controllo del diritto di imposizione fiscale e di promozione delle attività economiche hanno costituito forti ostacoli ad un accordo multilaterale.

L'UE è da tempo uno tra i più decisi sostenitori di un accordo multilaterale sugli investimenti, nella convinzione che il contesto politico e la certezza delle regole influenzino profondamente le scelte private sugli IDE. I punti chiave della proposta europea, oltre all'indicazione del WTO come foro competente, consistono in una definizione di IDE che escluda i movimenti di capitale a breve termine, nella attenta considerazione dell'interrelazione tra investimenti e sostenibilità ambientale, nel mantenimento delle capacità degli host countries di regolare l'attività degli investitori sul proprio territorio compatibilmente con gli accordi presi in ambito WTO e porre l'attenzione alle proposte della società civile, soprattutto sul tema della responsabilità degli investitori (Brittan, 1998).

In altri termini si dovrebbe arrivare ad una protezione degli investitori in base all'accordo multilaterale, ma senza che tale protezione possa eccedere quella accordata agli investimenti domestici all'interno del quadro di norme nazionali esistenti, come avveniva nel caso di alcuni articoli previsti dal MAI in tema di indennizzi agli investitori internazionali e che avevano sollevato aspre critiche ed opposizioni all'interno di molti paesi .

La posizione degli Stati Uniti nei confronti di ogni possibile accordo multilaterale sugli investimenti è di forte scetticismo, preferendo negoziazioni di tipo bilaterale (Aggarwal,2000).

 Mentre un contributo di rilievo può essere dato dai Pvs, non contrari all'accordo, per una corretta lettura delle interrelazioni tra commercio, investimenti e sviluppo.

 In questo caso il problema sta nel conciliare in un unico accordo le esigenze di un quadro multilaterale per gli IDE in ambito WTO che incoraggi i flussi di investimento verso i Pvs (effetto promozionale) e che garantisca elevati standard protettivi per gli investitori (effetto protezione), tutto ciò rispettando la vulnerabilità dei Pvs in tema di competitività nei confronti dei paesi industrializzati, attraverso una graduale liberalizzazione ed il rafforzamento delle politiche domestiche.

Poiché sembra, al momento, difficile ottenere un consenso su questi temi, la strada più facilmente percorribile sembra essere quella di rafforzare le politiche già avviate a livello multilaterale, quali quelle dei servizi e dei TRIMs, e di perseguire un accordo sulla concorrenza .

Accanto al tema degli investimenti tra i nuovi temi affrontati in questo negoziato devono essere, infatti, ricordate anche le politiche di concorrenza. Fanno parte di tali politiche  l'ampio set di regole che determinano le condizioni di concorrenza sul mercato, le privatizzazioni, le politiche di sussidi e le deregolamentazioni. Esse interessano quindi sia i comportamenti delle imprese private sia l'operato dei governi (Graham, 1998).

 Investimenti e politiche della concorrenza riguardano entrambi l'accesso ai mercati. Così dal punto di vista della liberalizzazione, avere una legge sulla concorrenza e delle norme che liberalizzino gli investimenti in entrata sono due modi per mirare allo stesso obiettivo, ovvero eliminare le barriere all'accesso. Per certi versi possono essi essere considerati complementari: miglioramenti dell'una politica possono aiutare a superare i limiti dell'altra. Ad esempio, una legge sulla concorrenza che operi discriminazioni nei confronti degli importatori potrebbe essere compensata dalla concessione di un libero accesso agli investimenti; allo stesso modo se la politica degli IDE permette la creazione di posizioni dominanti da parte dei nuovi entranti sul mercato, i conseguenti effetti negativi potrebbero essere affrontati meglio con politiche della concorrenza che con normative ex ante sugli investimenti (Falzoni, 1993).

La politica della concorrenza essendo uno strumento più raffinato dei meccanismi ex ante di valutazione degli investimenti esteri, può rivelarsi più efficiente poiché le procedure di valutazione sono meno costose, anche se non costituisce una soluzione alternativa alla regolamentazione degli IDE.

Inoltre, l'impatto di politiche di liberalizzazione degli IDE sulla concorrenza  a livello nazionale dipenderà in larga misura dal tipo di investimenti effettuati. Infatti, gli investimenti greenfield, creando nuove imprese, possono avere sulla concorrenza interna effetti più benefici di una fusione o di una acquisizione, che mantiene invariato il numero di concorrenti sul mercato interno. Ma un investimento greenfield che sia attratto dalla promessa di diritti esclusivi o che sia legato all'aumento di barriere commerciali, può danneggiare la concorrenza sul mercato domestico, al contrario, una fusione o un'acquisizione che trasformi un'impresa in difficoltà in un'azienda più florida può certamente favorire la concorrenza.

L'attuale dibattito su "commercio e concorrenza" si incentra in particolare su due temi, da una parte la necessità di una disciplina che regoli i comportamenti anticoncorrenziali delle imprese transnazionali (TNCs), compensando le carenze delle politiche di concorrenza nazionali e regionali attraverso un accordo multilaterale, dall'altra l'esigenza di regole a livello nazionale che non impediscano l'accesso al mercato e la sua piena contendibilità.

Il quadro delle regole relativo alla concorrenza è complicato dalle numerose iniziative esistenti a livello bilaterale e unilaterale. A livello nazionale, infatti, sono state avviate all'interno dei singoli paesi riforme regolamentali improntate ai principi della concorrenza, ma profondamente diverse  tra loro.

Mentre a livello multilaterale manca un accordo complessivo di riferimento che disciplini le pratiche distorsive della concorrenza. Anche se le politiche della concorrenza non rappresentano un tema nuovo per i negoziati commerciali multilaterali.

 Già nel 1948, infatti, la Carta dell'Avana includeva un capitolo sulle pratiche d'affari restrittive e indicava in modo dettagliato l'impegno degli Stati a cooperare  per prevenire limitazioni alla concorrenza e all'accesso ai mercati. La mancata entrata in vigore di tale accordo tuttavia ha impedito che vi fosse un seguito a tali impegni.

Lo stretto vincolo tra politica commerciale e politica della concorrenza ha già condotto l'Uruguay Round ad inserire una serie di disposizioni di carattere generale che riguardano la concorrenza[54] .

In particolare la regolamentazione dell'antidumping è emblematica di alcuni paradossi del legame tra commercio e concorrenza; esso nasce, infatti, come una forma indiretta di politica della concorrenza, dal momento che è volto ad impedire esportazioni "unfair" verso un paese terzo, ma le modalità della sua applicazione hanno finito per farne uno strumento di protezione delle imprese nazionali, a danno della concorrenza.

 Le distorsioni che derivano da un uso non corretto della politica antidumping e la possibilità che sia utilizzata per limitare la concorrenza sono causate dalla carenza di norme e politiche a tutela della concorrenza a livello internazionale, ciò determina, anche in situazioni di mercato caratterizzate da barriere commerciali ridotte, condizioni di vantaggio sleale per gli esportatori.

In questa situazione è difficile raggiungere gli obiettivi fondamentali della politica della concorrenza. In alcuni casi è stata avanzata la proposta di sostituire l'antidumping promuovendo una maggiore convergenza delle politiche della concorrenza, ma questa soluzione si è rivelata possibile solo nell'ambito delle unioni doganali fra paesi con sostanziali similitudini economiche e una forte propensione all'integrazione dei mercati.

 In realtà, l'esperienza di questi ultimi decenni ha dimostrato che le possibilità di sostituire le norme antidumping con norme internazionali di tutela della concorrenza sono molto scarse [55].

La possibilità di esportare questa soluzione a livello multilaterale nell'ambito degli accordi WTO presenta non pochi problemi.

Recentemente una novità positiva in tema di commercio e concorrenza internazionale è venuta dal "reference paper" inserito nell'accordo sulla liberalizzazione dei servizi di telecomunicazione (TLC) del 1997, che è stato integrato nel IV° protocollo del GATS e tecnicamente incorporato nel suo Allegato settoriale.

 Il "reference paper" contiene i principi di concorrenza e liberalizzazione che devono regolare il settore delle TLC ed i comportamenti concorrenti nei paesi aderenti all'accordo, in relazione all'esercizio dell'attività di trasporto e prestazione del servizio.

 I principi base riguardano in particolare la tutela della concorrenza, l'interconnessione, il servizio universale, la pubblica diffusione dei criteri in base ai quali si rilasciano le licenze necessarie, le Autorità di regolazione indipendenti, l'allocazione delle risorse scarse (cioè frequenze, numerazione e diritti di trasporto).

Il "reference paper" costituisce dunque un precedente importante in tema di regole sulla concorrenza nel sistema WTO, e un modello per sviluppare altri principi sulla concorrenza  nei prossimi negoziati.

Viste nel loro complesso le disposizioni attualmente esistenti a livello multilaterale sembrano sottolineare soprattutto i limiti del WTO in tema di politiche della concorrenza e risoluzione dei conflitti in quest'area (Holmes, Young, 1999).

Il maggior limite della WTO, come possibile foro di accordo globale, sta nella sua natura mercantilistica e nella sua capacità di risolvere i problemi dal punto di vista del libero scambio, della promozione delle esportazioni e dell'accesso al mercato, più che in chiave di antitrust ed aumento del benessere sociale.

Infatti, il WTO non si occupa direttamente di politiche della concorrenza e può vantare delle competenze solo su quei comportamenti degli Stati che influenzano le condizioni domestiche di concorrenza, mentre i comportamenti restrittivi della concorrenza messi in atto da privati e non sostenuti dall'azione dei governi non possono essere oggetto di contestazione. Il WTO, infine, non è in grado di impedire l'introduzione di regolamenti  non discriminatori che di fatto restringono l'accesso al mercato.

Le regole internazionali nel campo della concorrenza si applicano dunque solo ai paesi e non alle imprese o agli individui. Ma le pratiche distorsive della concorrenza che i privati possono mettere in atto e che esulano dalle competenze del WTO sono numerose [56].

 È vero che per contrastare questo tipo di pratiche i paesi dispongono di leggi antitrust e politiche di concorrenza, ma proprio le differenze tra i singoli Stati in termini di obiettivi, istituzioni, ambiti e procedure di applicazione di tali politiche rendono le possibilità di applicazione a livello internazionale assai limitate.

Alla luce di quanto detto nasce l'esigenza di un accordo multilaterale sulle politiche della concorrenza e a questo riguardo sono state avanzate numerose proposte.

Per semplicità si possono raggruppare in due grandi categorie: quelle che propongono un sistema internazionale di antitrust con una agenzia sovranazionale dalle competenze più o meno vaste; quelle che guardano ad una possibile armonizzazione delle leggi antitrust dei singoli paesi.

Due visioni alternative che mettono in evidenza le difficoltà del raggiungimento di un accordo multilaterale su questo tema.

E tali difficoltà emergono con chiarezza anche  dall'analisi delle posizioni dei vari paesi: l'EU vuole promuovere la definizione in sede WTO di regole comuni in materia di concorrenza, ma ne vuole lasciare l'applicazione a livello nazionale, mentre gli Stati Uniti sono a favore dell'applicazione di regole antitrust basate sulla condivisione delle esperienze, sulla cooperazione bilaterale e sull'assistenza tecnica, e intravedono solo nel lungo periodo la possibilità che tutto ciò si traduca in un vero e proprio accordo multilaterale; altre proposte intermedie prendono in considerazione la possibilità di non avviare negoziazioni sugli standard comuni, ma prevedere solo un impegno a livello internazionale ed attuare le regolamentazioni esistenti a livello nazionale, oppure promuovere un impegno relativo solo allo scambio di informazioni sui comportamenti anticompetitivi (Graham,1998)

 Alla luce di tutto ciò al momento sembra difficile poter arrivare ad un accordo complessivo. Appare  viceversa più  facile garantire un maggiore accesso al mercato attraverso normative specifiche sulla concorrenza da inserire nei vari accordi (Hoekman e Holmes, 1999).

Una soluzione di mediazione per rendere multilaterali le regole sulla concorrenza  potrebbe consistere nello stabilire a livello internazionale degli standard minimi, lasciando poi che vengano attuati a livello nazionale (Commissione Europea , 2000 ).

 3.4 Ingresso della Cina nel WTO

La Cina è attualmente il primo della lista dei 30 paesi che hanno richiesto l'adesione all'organizzazione mondiale del commercio.

La Cina, sesto maggiore esportatore mondiale e nono importatore è il più grande mercato del mondo con un miliardo e trecento milioni di consumatori (ICE, 2000a); basterebbe questo per spiegare perché non era pensabile continuare a parlare di sistema commerciale multilaterale e di liberalizzazione mondiale degli scambi prescindendo dal fatto che la Cina non è membro del WTO (Sassoon, 1999). 

La Cina era stata nel 1948 una dei membri firmatari del GATT, ma l'aveva abbandonato nel 1949 dopo la rivoluzione cinese. Nel 1986 il paese asiatico ha riaperto i negoziati per entrare nuovamente nell'organizzazione.

Numerosi ostacoli  si sono frapposti all'entrata della Cina nel WTO, rendendo così il negoziato lungo e difficile, essi riguardavano principalmente l'economia cinese.

Vista l'adozione della Cina di un'economia pianificata, vari aspetti non erano in linea con i principi del mercato.

È stato indispensabile, innanzitutto, allinearsi alle regole del WTO, basate sui principi di economia di mercato e sul principio della concorrenza e non discriminazione.

Le condizioni  a cui l'economia cinese ha dovuto adeguarsi per entrare nel WTO riguardano soprattutto la riduzione delle tariffe sui beni, servizi e investimenti, l'eliminazione delle restrizioni commerciali, e pratiche di  trasparenza nel regime commerciale.

In linea con le richieste del WTO la Cina ha introdotto una serie di attività di liberalizzazione ed apertura dei mercati .

A partire dal 1991, i sussidi alle esportazioni e importazioni sono stati gradualmente ridotti, la trasparenza nella politica commerciale è stata migliorata, le procedure amministrative sono state ridotte e sostituite con strumenti economici.

Durante il summit dell'APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation Council) nel 1995, la Cina ha annunciato riduzioni delle tariffe doganali del 30%, che sono diventate effettive dal 1996. Inoltre la Cina ha sostanzialmente ridotto o abolito quote, licenze e altri controlli su 170 articoli.

Il commercio di servizi è stato gradualmente liberalizzato dal 1994, vari servizi sono stati aperti per il commercio estero, incluse banche, assicurazioni, computisteria, servizi medici. Secondo una fonte cinese 85% dei prezzi nel 1993 erano determinati dal libero mercato (Yang, 1996).

 Sul piano della protezione intellettuale, dati i mancati guadagni dovuti al non rispetto del copyright e dei brevetti, i membri del WTO hanno puntato ad ottenere un forte mandato. L'accettazione di tale mandato è stato per molto tempo un ostacolo all'entrata della Cina nel WTO, soprattutto da parte degli Stati Uniti, che la consideravano indispensabile per procedere ai negoziati, poiché una volta che la Cina fosse divenuta membro ogni violazione sarebbe stata perseguibile attraverso il meccanismo di risoluzione delle controversie del WTO.

Le Parti Contraenti ritenevano insufficiente la protezione verso trademarkets e circuiti integrati, e nonostante l'accordo bilaterale sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale, raggiunto secondo la procedura speciale 301, gli Stati Uniti non erano soddisfatti della sua applicazione, dal momento che la Cina continuava ad adottare un atteggiamento particolare nei confronti delle fabbriche di compact disk pirata, e prendeva provvedimenti solo quando gli Stati Uniti premevano  perché ciò avvenisse.

Negli anni sono stati fatti grossi passi avanti per consolidare la protezione intellettuale, dopo il primo accordo stipulato con gli Stati Uniti sulla struttura legale nel 1992, che stabiliva le leggi per proteggere i marchi di fabbrica e copyright, la Cina è diventata un membro di diversi organi internazionali della proprietà intellettuale.

Sul piano della liberalizzazione del mercato nonostante la nuova direzione verso l'eliminazione delle quote, licenze per le importazioni, un numero di restrizioni al commercio rimanevano incompatibili con le regole del WTO, soprattutto con il rispetto del principio del trattamento nazionale .

Non è infatti sufficiente ridurre le tariffe, poiché l'insufficienza dell'accesso al mercato è altrettanto importante dei dazi imposti all'entrata.

Forme di discriminazione relative al principio del trattamento nazionale   verso  le imprese estere adottate dalla Cina, riguardano,  ad esempio, i prodotti importati che potevano essere acquistati solo dalle compagnie con diritti di commercio estero.

Una simile discriminazione era presente anche nella distribuzione dove era permesso stabilire la loro vendita sussidiaria solo ai manufatti nazionali (Niroomand, Hamwi e Hudson, 1996).

Un altro problema ha riguardato la discriminazione negli standard e nella certificazione nell'importazione dei prodotti farmaceutici, per i quali ad esempio, erano richiesti diversi controlli di sicurezza e  ambientali, mentre per i prodotti nazionali ciò non era richiesto.

In caso di certificazione, il programma per il mandato di certificazione della qualità per i prodotti elettronici introdotto nel 1994 era discriminatorio nei confronti delle importazioni perché i prodotti nazionali non erano soggetti a ispezioni.

Nel 1994, l'introduzione di un  sistema di offerta aperta per 171 prodotti di macchinari industriali ed elettronici ha permesso a chi  desiderava  importare questi prodotti di inoltrare un'offerta aperta, ma ciò non era  valido per i prodotti nazionali.

Per quel che riguarda la politica industriale, la Cina ha dovuto migliorare lo spirito del commercio multilaterale, dove i 'mutui benefici' e la 'non discriminazione' sono applicati a tutti gli aspetti del commercio. La politica automobilistica industriale annunciata nel 1994 per esempio conteneva misure  insufficienti per le richieste del WTO.

Un altro nodo è stato l'accesso al mercato di beni e servizi. Questo comprendeva le tariffe doganali che erano molto alte, infatti le riduzioni annunciate nel 1995 al meeting dell'APEC in Giappone, sono state fatte non in termini di tasse dirette, ma in termini di tasse applicate. Nel caso del commercio dei servizi, per esempio i servizi finanziari, alle imprese straniere era permesso aprire sedi in 13 città in base ad un "experimental basis", ma non potevano essere considerate in pieno incarico. Allo stesso modo le imprese straniere subivano restrizioni per quello che riguarda il settore della distribuzione nazionale. Era, perciò, necessaria un'ulteriore liberalizzazione.

Un altro grosso ostacolo riguardava la nuova linea guida sugli investimenti stranieri annunciata nel 1995, che causava problemi per quegli investitori che avevano già stabilito i loro investimenti in Cina.

Inoltre, la richiesta della Cina di ottenere lo status di paese in via di sviluppo ha rallentato le trattative per il suo accesso al WTO, poiché era osteggiata da molti membri del WTO .

 Ottenere questo status  significava molto per la Cina, poiché avrebbe permesso al WTO di concederle più diritti e meno obblighi, e  rifletteva comunque lo stato di sviluppo della sua economia (Jacobson, Oksemberg, 1990).

 Uno dei vantaggi  di cui la Cina può beneficiare grazie allo status di paese in via di sviluppo è il periodo di transizione più lungo sia per le trattative di entrata nel WTO sia per conformarsi al mandato di liberalizzazione. Secondo l'Uruguay Round, ad esempio, l'Accordo sulla Agricoltura prevede per i paesi in via di sviluppo un periodo di transizione di 10 anni invece di 6 anni per  effettuare le riforme, e una riduzione della loro protezione agricola solo di due terzi rispetto ai paesi industrializzati.

Può, inoltre, usufruire di altri vantaggi previsti dall'art.12 e 18, che permettono ai paesi in via di sviluppo di restringere le importazioni quando si presentano difficoltà nella bilancia dei pagamenti, o per dare protezione ad una particolare industria nascente.

La principale motivazione della riluttanza di alcuni membri del WTO a garantire alla Cina lo status di paese in via di sviluppo è legato al pericolo che essa potrebbe abusare di questi diritti per rendere minima la sua apertura al mercato (Anderson, 1997).

Anche da parte di alcuni paesi in via di sviluppo, in particolare quelli esportatori, vi sono state opposizioni all'entrata della Cina nel WTO. Ciò è comprensibile in considerazione della grande quota di mercato  detenuta dalla Cina in alcuni prodotti. Infatti secondo gli accordi dell'Uruguay Round è previsto l'obbligo per le economie avanzate di espandere gradualmente le quote di importazione del tessile e abbigliamento entro il 2005, e se la Cina rimarrà fuori dal WTO, i membri non sono obbligati a provvedere all'espansione dell'accesso al mercato, e questo accesso potrebbe essere limitato a diminuire l'aggiustamento dell'apertura del mercato ai membri del WTO.

 Ma, la Cina, una volta entrata nel WTO, potrebbe chiedere un maggiore acceso, in questo caso la sua entrata potrebbe aggiungersi alle pressioni di aggiustamento strutturale e potrebbe ridurre la quota di reddito degli altri paesi in via di sviluppo fornitori.

I Pvs in considerazione di questa prospettiva, si sono opposti all'entrata della Cina, la loro opposizione è, inoltre, motivata dal pericolo di una concorrenza ''sleale'' da parte della Cina, che eroga sussidi alle imprese statali .

Nelle negoziazioni per l'entrata della Cina ne WTO le Parti Contraenti hanno adottato due tipi di processi dal 1992, uno è il processo di chiarificazione, in base al quale la Cina doveva rispondere a questioni su alcuni problemi come trasparenza, applicazione uniforme del regime commerciale, misure tariffarie e non tariffarie. L'altro invece, riguardava la discussione del protocollo, un documento informale sulla base di un informale lista di temi.

Si possono citare due scuole di pensiero riguardo l'entrata della Cina nel WTO. Una scuola preferisce un approccio bilanciato e flessibile, e crede che impegnando la Cina nel WTO porti questa ad accettare i diversi standard, che accelererebbero la transizione verso un'economia di mercato, l'altra scuola invece preferisce un approccio più duro e crede che la Cina potrebbe adempiere alle diverse condizioni prima dell'entrata (A.NeilTait e Kui-Wai Li , 1997).

Le negoziazioni per l'entrata sono comunque viste come uno strumento per forzare la Cina a fare dei cambiamenti, che probabilmente non accadrebbero seguendo il primo approccio.

Con l'avvio, nel 1991, del processo di  riforma e di apertura del paese, la graduale liberalizzazione economica e politica ha condotto alla realizzazione di una "economia socialista di mercato".

A partire dal XIV Congresso Nazionale del Popolo del 1992, il Partito Comunista si è infatti impegnato a sostenere la crescita di un'economia socialista di mercato, e tale concetto è stato recentemente ripreso durante la presentazione del IX Piano Quinquennale nel marzo 1996 e ribadito nell'ultimo Congresso.

La Cina del 2000 pur conservando un sistema politico "socialista" presenta ormai una struttura economica e sociale trasformata rispetto al precedente modello di economia dirigista e pianificata.

L'attuale politica economica cinese si fonda sulla considerazione che tassi di crescita economica elevati possono essere ottenuti con l'attribuzione alle forze di mercato di un ruolo critico nell'allocazione delle risorse economiche ma allo stesso tempo si ritiene che  tali forze devono essere soggette a controlli macroeconomici indiretti da parte del governo centrale.

La struttura economica della Repubblica Popolare Cinese si è, nel corso degli ultimi anni, fortemente diversificata e ormai comprende quasi tutti i principali settori produttivi.

TAB. 7 PRINCIPALI INDICATORI ECONOMICI 1995-1999

1995/96

1996/97

1997/98

1998/99

Tasso di cambio valuta locale in $ USA

1,267

1,341

1,476

1,516

PIL in $ a prezzi correnti (mnl.)

407,018

396,758

377,353

389,980

Variazione annuale del PIL reale (%)

4,5

3,2

4,7

4,3

Rapporto debito pubblico/PIL (%)

18,9

18

14,7

12,1

Tasso di inflazione(%)

4,2

1,3

0,0

1,2

Tasso di disoccupazione (%)

8,9

9,1

8,7

7,9

Fonte: Elaborazioni ICE su dati Reserve Bank of Australia/Australian Bureau of Statistics (ABS)

Le riforme economiche industriali che sono state realizzate negli ultimi due decenni hanno avuto come principale obiettivo la crescita dell'industria leggera, di servizi e del commercio internazionale. In tal modo è stata concessa una apertura al mercato che ha permesso soprattutto al settore della "light industry" e del terziario di adattarsi velocemente ed efficientemente all'utilizzo di nuove tecnologie importate, colmando il gap di produttività e sviluppo esistente tra questi settori  e quelli dell'industria pesante e l'agricoltura, obiettivi storici di crescita da parte del governo cinese.

La crescente importanza di questo settore è testimoniata anche dall'evidente variazione del peso dei singoli settori nella composizione del PIL: in poco meno di dieci anni (1990-1998), l'agricoltura è passata dal 27,05% a 18,4%, mentre il terziario contribuisce oggi per il 32,9%, a fronte del 31,4% del passato.

TAB. 8 ORIGINE DEL PIL 1990-98 ( percentuale del totale)

                                                                                                                                            

1990

1991

1992

1993

1994

1995

1996

1997

1998

1999

1999*

Agricoltura

27,05

24,46

21,77

19,87

20,23

20,51

20,39

19,09

18,4

17,3

2,8

Industria

41,61

42,11

34,31

47,43

47,85

48,8

49,51

49,99

48,7

49,7

8,1

Servizi

31,4

33,43

34,31

32,7

31,93

30,69

30,09

30,93

32,1

32,9

7,5

*Tasso d'incremento annuale

Fonte: elaborazioni  ICE su dati Banca Mondiale

L'agricoltura rappresenta ancora oggi un settore di importanza strategica, in quanto la Cina, dotata di circa il 7% della superficie arabile mondiale, è uno dei maggiori produttori agricoli mondiali.  Le principali coltivazioni sono cereali, cotone, canna da zucchero e thè.

 Il IX Piano quinquennale (1996-2000) ha assegnato notevole attenzione ai problemi di autosufficienza alimentare e di sviluppo del settore agricolo tradizionale, fondato sulle "township and village enterprise". Si prevede pertanto che l'agricoltura costituirà uno dei settori di maggiore crescita negli anni a venire .

Il settore industriale, che conta il 49,7% nella formazione del PIL, ha registrato nel 1999 una forte crescita, pari al 8,1%, ma inferiore al l'incremento dell'8,9% fatto registrare nel 1998.

Il valore della produzione ha registrato tassi positivi per tutte le tipologie di imprese, in particolare le FFE (Foreign Founded Enterprice) confermando che per i nuovi settori economici, le aziende private, le "public company" e le joint ventures la crescita è molto più dinamica rispetto ai settori tradizionali e alle imprese statali. L'industria manufattiera ha generato circa l'88% della produzione industriale totale. All'interno del settore manufattiero, i principali comparti di attività sono rappresentati da quello dei macchinari e trasporti, del tessile ed abbigliamento e degli alimentari .



Nel settore industriale si è, inoltre, avuto un significativo passaggio dall'industria pesante, che si concentra soprattutto al nord-est e sud-est della Cina, all'industria leggera, con produzioni destinate sia al mercato interno che a quello internazionale. Nelle aree costiere e soprattutto nelle zone economiche speciali predominano le industrie leggere (con capitali provenienti in gran parte dai NICs, New Industial countries) produttrici di beni destinati principalmente all'esportazione.

Bisogna, infine, considerare che la progressiva liberalizzazione dell'economia e l'afflusso di capitali stranieri hanno determinato e, determinano tutt'oggi, profonde trasformazioni in quasi tutti i comparti del settore industriale. Nei prossimi anni verrà riservata particolare attenzione, oltre all'industria agraria, alle cosiddette industrie di base (pillar industries) della meccanica, elettronica, petrolchimica, automobilistica e delle costruzioni, ed in generale alle industrie high tech.

Lo sviluppo del terziario, che si stima nel 1999 sia cresciuto allo stesso ritmo del PIL reale (7,5%), continuerà anche nei prossimi anni, in quanto è considerato un settore prioritario, soprattutto per le capacità di rapida creazione di posti di lavoro, beneficiando dello sviluppo e trasformazione dell'economia cinese che genera ormai una domanda crescente di servizi in campo legale, finanziario, e commerciale.

Il governo ha, inoltre, più volte sottolineato l'opportunità di una graduale apertura del settore dei servizi, ed in particolare di quelli finanziari, assicurativi e commerciali.

L'adattamento all'evoluzione tecnologica rappresenta una delle sfide che la Cina è chiamata ad affrontare nei prossimi anni. L'investimento estero diretto è considerato da sempre come una risorsa chiave per la Cina, soprattutto per l'apporto di tecnologie, impianti, prodotti avanzati che hanno stimolato non solo il progresso tecnico delle industrie locali, ma anche la loro ristrutturazione e l'acquisizione di maggiore competitività sul mercato. È proprio per questo che da più parti si sottolinea la necessità di favorire ulteriormente l'accesso degli investimenti al mercato, permettendo anche il coinvolgimento delle società straniere nella ristrutturazione e riconversione delle imprese statali.

Le più importanti misure a favore degli investimenti stranieri che la Cina offre, comprendono gli incentivi fiscali e doganali, sia di carattere settoriale che territoriale, agli investimenti stranieri che implichino sviluppo tecnologico, quali la riduzione delle imposte sui redditi per le imprese straniere che operano nelle quattro zone economiche speciali (Shenzhen, Shanton, Zhuhai, Xiamen), nell'isola di Hainan e nelle zone di sviluppo economico e tecnologico; per le joint venture operanti in alcuni settori infrastrutturali e per le banche.

In generale tra gli obiettivi del Nono Piano Quinquennale vi è quello della creazione di un sistema fiscale unitario che si applichi sia alle imprese cinesi che a quelle straniere, in modo da porre le basi per una competizione più equa .

 Pertanto con l'importazione di nuove tecnologie e la costituzione di joint venture con imprese straniere, le PMI cinesi hanno potuto registrare un sostanziale miglioramento manageriale e produttivo, che gli ha permesso di acquisire una sempre maggiore competitività anche a livello internazionale.

Sebbene apparentemente la crisi asiatica non abbia toccato la Cina in maniera diretta, l'impatto della crisi è stato comunque forte, soprattutto in congiunzione con la situazione attuale del sistema economico cinese, la riforma delle imprese statali e la disoccupazione crescente.

Le aspettative degli operatori economici continuano a non essere rosee: il mercato è caratterizzato da un eccesso di offerta, a cui non corrisponde una adeguata crescita della domanda interna. Infatti, nonostante si sia registrato un aumento del reddito pro capite disponibile delle famiglie urbane del 5,9%, e quello dei residenti nelle aree rurali sia cresciuto del 2,1%, e ci sia un'inflazione con tassi negativi crescenti, le previsioni di una crescita reale della domanda non sono positive.

Gli investimenti fissi hanno avuto un'accelerazione nel primo trimestre 1999, registrando una crescita del 15,1% così come gli investimenti nelle telecomunicazioni (+27%) e nel settore agricolo e forestale e della conservazione delle acque (+76,8%). Ciò potrebbe essere visto come diretta conseguenza delle misure adottate dal governo per stimolare l'economia, quali l'ulteriore riduzione dei tassi di interesse, i maggiori investimenti pubblici in infrastrutture, le agevolazioni per gli investimenti nelle aree centro-occidentali (EIU,2000a).

Inoltre, a causa della vastità del territorio e delle diverse politiche governative, la Cina presenta gravi squilibri di sviluppo tra le varie provincie in cui è suddivisa. Infatti, le regioni centro-occidentali presentano tassi di sviluppo decisamente inferiori a quelli registrati nelle regioni costiere del sud-est della Cina. Per arginare questo dislivello, già da diversi anni il governo centrale ha varato politiche preferenziali per gli investimenti stranieri nelle regioni occidentali e quelle centrali che comportavano sgravi fiscali, trattamenti preferenziali nei settori incoraggiati e in quelli ristretti, contributi finanziari statali ed altre misure per agevolare e stimolare la presenza diretta straniera in tali provincie.

In realtà, parallelamente alla sua crescita,  la Cina ha scoperto l'inadeguatezza della sua struttura produttiva, commerciale, finanziaria e del quadro legale che la garantisce. I dazi e le barriere  proteggono industrie spesso obsolete o nascenti, perciò una liberalizzazione indiscriminata, che spiani l'ingresso alle aziende straniere più avanzate, potrebbe impedirne la crescita e l'ammodernamento.

Uno smantellamento dunque affrettato delle protezioni del mercato comporterebbe dei costi non solo economici ma anche sociali, che difficilmente potrebbero essere sostenuti dalla dirigenza cinese. D'altra parte quest'ultima sembra persuasa che solo attraverso una prosecuzione della riforma economica il paese potrà compiere il necessario salto di qualità che la farà uscire dalla condizione di paese in via di sviluppo. Questa contraddizione ben si riflette nella lunga trattativa per l'accesso al WTO (ICE, 2000a).

L'elemento che meglio caratterizza il quadro politico e sociale della Cina, è la sua forma istituzionale. La Repubblica popolare cinese è uno stato socialista nel quale il partito comunista ha una posizione dominante. La leadership politica del partito comunista appare ben salda e impegnata nella realizzazione della "democrazia socialista", intesa come meccanismo di rappresentazione degli umori popolari al governo.

A livello sociale i fenomeni della sovrappopolazione rurale e quello della crescente disoccupazione urbana sono considerati una miscela esplosiva per la stabilità dell'attuale gruppo dirigente comunista.

TAB. 9 PRINCIPALI INDICATORI SOCIALI 1999

Popolazione totale

1.236.260.000

Densità di popolazione (Km2)

128,8

Tasso d'incremento demografico (%)

129,0

Popolazione urbana

31,6

            Fonte: dati World Bank

Secondo fonti locali, nel 1997, il rapporto tra analfabeti e semianalfabeti nella popolazione con più di 15 anni, registrato a livello nazionale, si è ridotto sempre più a favore dei semianalfabeti, essendo passato dal 1990 al 1997 dal 15,9% al 12,1% con una diminuzione di 3,8 punti percentuali. Tra la popolazione tra i 15 e 45 anni, la riduzione è stata più sensibile, pari a circa 5 punti percentuali, passando dal 10,4% del 1990 a 5,5% del 1997.

Anche la percentuale di popolazione con un livello di istruzione secondaria o superiore sta migliorando: nel 1997, le persone con più di 15 anni, che avevano un livello di istruzione elementare rappresentavano il 37,6% del totale, mentre la popolazione che possedeva un'istruzione di scuola media è  passata dal 23,3% del 1990 al 29,6% del 1997, mentre quelli con un livelli di istruzione di scuola superiore rappresentavano il 9,6% della popolazione totale. Nel 1997, la popolazione  con un livello di istruzione universitario era il 2,5% del totale.

Tuttavia questi dati non sono rappresentativi delle realtà delle zone rurali della Cina, alquanto vaste, che presentano tassi di scolarizzazione decisamente al sotto della media nazionale. Infatti, la popolazione rurale con un livello di istruzione elementare rappresenta solo il 28,3% del totale, mentre per quel che riguarda la scuola media la percentuale scende del 26.6%, per l'istruzione secondaria al 4,5% fino al livello di istruzione universitaria dove la popolazione rurale rappresenta solo lo 0,3% del totale (EIU, 2000b).

Ne risulta che il gap esistente tra il livello di educazione della popolazione urbana e quello della popolazione rurale è ancora molto ampio e che, anche a causa delle recenti riforme sociali e scolastiche che penalizzano i giovani meno abbienti provenienti da famiglie rurali, sarà sempre più difficile che venga colmato, con un conseguente aggravarsi di tali disparità.

Il governo per arginare questo dislivello di sviluppo tra le varie provincie, sta cercando da diversi anni di spingere il capitale straniero anche verso le provincie interne, meno sviluppate, favorendo le infrastrutture ed industrie di base.

La Cina sta affrontando, quindi, una situazione piuttosto difficile e le prospettive non possono essere troppo ottimistiche a meno che non vi sia un cambiamento radicale nell'elaborazione delle politiche economiche, che mirino a risolvere le differenze di sviluppo tra le aree urbane e quelle rurali, oltre ai problemi legati alla debolezza de settore agricolo, alla ristrutturazione dei grandi complessi industriali ed al crescente numero di disoccupati.

Da più parti, quindi, si afferma la necessità di effettuare un aggiustamento strutturale, in grado di far procedere lo sviluppo economico in maniera più corretta e duratura.

Il governo cinese sembra voglia procedere realizzando una sorta di "pacchetto" di misure economiche che stimolino  lo sviluppo e la crescita della domanda. In particolare gli obiettivi sono : accelerare la domanda di investimenti attraverso il finanziamento pubblico di progetti industriali e di trasformazione tecnologica soprattutto nelle aree centro-occidentali del paese; aumentare il reddito della popolazione urbana e reale al fine di stimolare il consumo, accrescere le esportazioni e gli investimenti esteri, aprendo agli stranieri settori industriali e dei servizi prima ristretti o proibiti, e aumentando i rimborsi all'esportazione per molti prodotti industriali. Infine, dare un'ulteriore accelerazione al processo di riforma delle aziende statali, il cui completamento sembra richiedere ancora molto tempo.

D'accordo con i piani del Governo cinese, l'economia del paese è chiamata nei prossimi anni a svilupparsi attraverso l'ottimizzazione della struttura industriale, lo sviluppo dell'agricoltura, il rafforzamento delle infrastrutture, l'impiego di tecnologie avanzate, la qualificazione della forza lavoro e la ristrutturazione delle aziende statali.

Infine, tra le problematiche in materia politica estera che la Cina è chiamata ad affrontare nel prossimo futuro, le tensioni con Taiwan rivestono un ruolo importante soprattutto per le relazioni sino-americane  e per i negoziati per l'adesione al WTO.

Secondo le regole del WTO ogni paese che richiede l'adesione deve prima raggiungere accordi bilaterali con gli altri partner per permettere successivamente alle Parti Contraenti di elaborare i termini base di accesso.

La Cina, ad oggi, ha stretto accordi con i 27 maggiori membri del WTO. Tuttavia, questi trattati ancora devono diventare multilaterali, come prevedono gli accordi di Ginevra.

Nel novembre 1999  è stato firmato da Stati Uniti e Cina un accordo per l'ingresso di Pechino nel WTO, i commenti del presidente degli Stati Uniti e del ministro del commercio estero cinese sono stati entrambi positivi.

I termini dell'accordo prevedono una generale riduzione delle tariffe doganali, dal 22,1% al 17%, con particolare riferimento all'agricoltura, l'eliminazione dei sussidi alle esportazioni, la possibilità per le imprese americane di autofinanziarsi in Cina, un maggiore accesso a banche, assicurazioni e telecomunicazioni e diritti di distribuzione per gli esportatori americani. La Cina ridurrà inoltre le barriere tariffarie e non tariffarie sui beni industriali, prevedendo misure di sostegno per il mercato tessile durante la fase di transizione.

 Dopo gli accordi raggiunti con gli Stati Uniti, il Canada e il Giappone, cruciale è stata l'intesa tra Cina ed Unione Europea, che ha portato alla stipulazione di un accordo bilaterale sul commercio nel maggio 2000 (Acharya,1995).

L'intesa prevede l'apertura agli investimenti esteri del mercato delle telecomunicazioni, i tempi per l'apertura del mercato della telefonia mobile sono stati accelerati a 2 anni, la parte relativa agli investimenti esteri nel mercato delle telecomunicazioni prevede l'ingresso del capitale estero in investimenti fino a una quota del 25% già a partire dal suo ingresso nel WTO. Il tetto sarà progressivamente innalzato, passando al 35% per un anno dopo l'ingresso e al 49% a tre anni dall'accesso nel WTO.

Per quanto riguarda il settore assicurativo, negoziato il controllo effettivo sulla gestione di joint-ventures sulle assicurazioni sulla vita, attraverso la scelta del partner e la garanzia di libertà da ingerenze nei contratti privati su una base di partecipazione del 50%, la Cina concederà immediatamente sette nuove licenze agli assicuratori europei. Il settore sarà aperto due anni prima di quanto previsto dall'accordo con gli Stati Uniti, i broker stranieri potranno operare in Cina , liberi da accordi di joint-venture, cinque anni dopo l'accesso di Pechino nel WTO.

 È previsto, inoltre, lo smantellamento delle barriere tariffarie che da sempre ostacolavano il lavoro degli esportatori comunitari verso la Repubblica popolare, in particolare per il settore tessile e abbigliamento,  molto importante visto che l'incidenza dell'import dalla Cina sul totale mondiale è addirittura del 14,8%, secondo Eurostat-Comext.

Il negoziato potrebbe avere ripercussioni rivoluzionarie per questo settore, sembra infatti aver centrato l'obiettivo di armonizzare dal 1°gennaio 2005 i dazi doganali UE con quelli cinesi, con l'impegno da parte di Pechino di non aumentarli più dopo l'adesione al WTO. Su materie prime, filati e tessuti sono dunque previste forti riduzioni dell'imposizione doganale, riduzioni che stavano particolarmente a cuore alle imprese italiane.

La Cina ha anche accettato di eliminare tutte le pratiche discriminatorie tuttora in vigore a scapito degli acquirenti stranieri rispetto a quelli locali, tra cui ad esempio il classico "doppio prezzo" della merce, più alto per chi non è cinese, e il monopolio statale sulle esportazioni di seta, che dovrebbe essere abolito entro il 2005. Sulle materie prime e filati, poi, Pechino ha accettato l'eliminazione di contingenti e delle licenze d'importazione fin dal momento del suo ingresso nel WTO (Il Sole 24 Ore, 2000a).

Altro punto molto interessante riguarda l'intenzione della Cina di adeguarsi alla cosiddetta regolamentazione relativa alla tutela degli aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale del TRIPs. Una scelta che, se applicata a pieno regime, darebbe una svolta drastica alla lotta contro la contraffazione, tema scottante per il made in Italy della moda e della pelletteria, sempre più "copiato" anche dalle fabbriche cinesi.

È previsto, anche il ritiro di restrizioni alle importazioni di  petrolio grezzo e lavorato, una riduzione del 5-10% delle tariffe all'importazione su 150 principali prodotti d'importazioni di greggio e prodotti petroliferi raffinati.

Altri contenuti dell'accordo sono la riduzione del livello generale dei dazi tra l'8 e il 10 per cento, miglioramento dell'accesso al mercato per i prodotti europei, come pasta, latte, olive e vino.

La Cina, inoltre, cesserà di applicare misure che distorcono il mercato, tra cui i sussidi alle esportazioni industriali, garantirà la trasparenza dei bandi, senza discriminazioni per le società straniere.

Superato l'ultimo grosso scoglio, rappresentato dall'accordo con l'UE, per entrare a far parte del WTO, ora rimangono da firmare solo accordi bilaterali con alcuni paesi minori, tra cui il Messico.

Il giudizio complessivo, pur con diverse sfumature e riserve, sugli accordi del novembre'99 con gli Stati Uniti e del maggio 2000 con l'UE da parte della Cina è stato generalmente positivo.

Grazie a questi accordi si registrerà una crescita del settore privato, sia nel campo della produzione che dei servizi, e ciò dovrebbe comportare una gestione dell'economia meno ideologica e tesa al rispetto dei parametri di efficienza. Di conseguenza il ruolo dei partner stranieri aumenterà, proprio per la loro maggiore esperienza in settori cruciali come quelli dell'agricoltura, delle telecomunicazioni o dei servizi assicurativi e finanziari. Anche la progressiva diminuzione dei dazi determinerà spazi maggiori per le merci straniere, compresi i beni strumentali che ancora costituiscono la porzione di gran lunga più consistente delle importazioni cinesi.

Al di là comunque degli aspetti commerciali, c'è la consapevolezza che l'accordo  indurrà il  paese ad omologarsi alle regole del commercio internazionale. Un cambiamento del "business environment" è dunque l'aspettativa maggiore, lo strumento del WTO  è assecondare l'apertura del paese, nella convinzione che nuovi settori dell'economia faranno necessariamente prevalere le regole universalmente riconosciute.

Mentre nella visione occidentale, l'ingresso della Cina nel WTO ha ricevuto un unanime consenso, non è avvenuto lo stesso all'interno della classe dirigente cinese. Il dibattito è stato lungo e aspro, e ha contribuito all'inconsueta durata -14 anni- delle trattative, la discriminante principale è stata essenzialmente pragmatica e ha prevalso la considerazione che, alla fine di un percorso lungo e doloroso, i vantaggi derivanti dall'ingresso nel WTO saranno maggiori dei prezzi da pagare.

I vantaggi e gli svantaggi deriveranno proprio dalla concorrenza. Essa apporterà degli aspetti che finora in Cina erano pressoché sconosciuti, stimolando la crescita e lo sviluppo delle aziende più competitive sul mercato in grado di attrarre anche gli investitori esteri, ma allo stesso tempo questi cambiamenti avranno pesanti conseguenze sugli impianti industriali che non sono fonte di reddito,  mantenuti in vita da sussidi governativi e da un mercato senza rischi, e che non potrebbero sopportare la concorrenza internazionale.

Secondo stime del Consiglio di Stato "l'effetto WTO" dovrebbe comportare, dopo l'ingresso, un aumento del PIL delll'1,2-1,5%, tale effetto positivo dovrebbe ripercuotersi  sulle provincie più progredite (quelle costiere centro meridionali), sui settori con tecnologie più moderne, sulle aziende private. Compito del governo sarà di  bilanciare questi effetti, temperando la vastità delle dismissioni di aziende statali e soprattutto stimolando attraverso una politica nazionale l'imprenditoria pubblica e privata nelle zone centrali ed occidentali meno sviluppate del paese.

Malgrado sia stata conclusa la tornata di negoziati bilaterali, sono emerse preoccupazioni in merito alla reale intenzione della Cina di rispettare gli impegni presi .

Infatti, al di là degli impegni scritti, l'incertezza sta nella volontà e nella capacità di realizzarli, dal momento che l'apertura all'esterno richiede a Pechino una ristrutturazione dell'industria con costi sociali altissimi, e l'emendamento di centinaia di leggi per adeguarle alle regole del WTO.

Gli effetti dell'entrata della Cina nel WTO sul commercio internazionale, sono altrettanto determinanti. In primo luogo potrebbe comportare un capovolgimento del vantaggio comparativo tra i paesi esportatori. L'espansione delle esportazioni della Cina sostituirebbe esportazioni similari provenienti da altri paesi asiatici e ciò comporterebbe un aumento del commercio dei paesi industrializzati con la Cina. I paesi in via di sviluppo esportatori, con vantaggi comparativi similari alla Cina, potrebbero essere assorbiti dalla Cina, soprattutto se le loro esportazioni non sono coperte da nessuna quota garantita dai paesi importatori.

 Quindi, a breve termine, quando la 'fetta' di commercio internazionale è costante, la sostituzione commerciale potrebbe rafforzare le esportazioni della Cina a spese degli altri paesi in via di sviluppo.

A lungo termine la fetta di commercio internazionale potrebbe espandersi quando il mercato cinese comincia una nuova destinazione delle esportazioni. I benefici del sistema commerciale multilaterale potrebbero essere realizzati quando la Cina sarà pienamente integrata nell'economia mondiale.

La Cina presenta uno dei maggiori fattori di rischio dell'Asia, il quale deriva da una complessa gamma di fattori sia politici che economici.

L'economia cinese è caratterizzata dalla presenza di un enorme  ed inefficiente  settore statale  che necessita di urgenti riforme. Tali riforme condurranno però ad un'impennata della disoccupazione, il che potrebbe a sua volta portare forti disordini sociali. La Cina soffre anche di una forte corruzione che deriva per lo più dal sistema politico autoritario che caratterizza il paese.

La prevista adesione del paese al WTO rappresenta una nota positiva per quanto riguarda il profilo di rischio a lungo termine , poiché la nascita di una Cina più aperta consentirà una distribuzione più efficiente delle risorse ed attirerà maggiori investimenti dall'estero.
I rischi a breve termine restano comunque numerosi, dato che l'entrata nel WTO accelererà la riforma delle aziende pubbliche ed attenuerà la crescita. Inoltre, l'accelerazione delle riforme apporterà maggiori incertezze nel breve periodo soprattutto in termini di disordini sociali, il che potrà avere implicazioni gravi per quanto riguarda la stabilità politica del paese.

CONCLUSIONI

 Fin dai tempi di Adam Smith gli economisti hanno sostenuto la completa libertà degli scambi come la situazione ideale cui ogni politica dovrebbe tendere.

La realtà ci insegna, tuttavia, che le tariffe (e altre restrizioni commerciali) sono utilizzate in tutte le epoche e in tutti i paesi e che esiste un costante pericolo di un crescente protezionismo nel mondo.  

La constatazione che non ci si può affidare alla spontaneità del mercato per ottenere la rimozione delle barriere tariffarie, nonostante  una politica di apertura unilaterale agli scambi sia in assoluto la politica di "first best", comporta l'esigenza di coordinare le politiche commerciali tramite accordi internazionali; come si desume dalle argomentazioni presentate nel primo capitolo,

La riduzione dei propri dazi per un paese risulta, infatti, più facile se legata al rispetto di un accordo reciproco, piuttosto che ad un atto unilaterale, in primo luogo perché un accordo reciproco contribuisce al consenso verso una maggiore libertà del commercio, in secondo luogo la negoziazione di accordi commerciali aiuta i governi a non rimanere intrappolati in 'guerre commerciali' distruttive .[57]

Con il presente lavoro si è voluto descrivere la progressiva liberalizzazione del sistema multilaterale degli scambi e le principali tappe che hanno condotto alla creazione dell'organizzazione mondiale del commercio (WTO)

Si è innanzitutto cercato di tracciare il quadro economico del primo dopoguerra, che ha portato gli Stati a cooperare per raggiungere una maggiore liberalizzazione degli scambi.

La stipulazione della Carta dell'Avana, adottata il 24 marzo 1948 e mai entrata in vigore, che prevedeva la creazione dell'ITO (International Trade Organization), costituì il primo tentativo di istituire un'organizzazione internazionale del commercio .

La mancata ratifica della Carta dell'Avana da parte del Congresso degli Stati Uniti, le cui ragioni vanno ricercate nel conflitto tra esigenze di liberalizzazione degli scambi e difesa degli interessi nazionali degli stati, interruppe la costituzione di un ordinamento normativo  e istituzionale stabile.

Nato sulle ceneri della Carta dell'Avana, l'Accordo Generale sulle tariffe Doganali e sul Commercio (GATT), sottoscritto il 30 ottobre 1947 da ventitré paesi[58], in origine una sorta di protocollo di applicazione provvisoria, ha assunto de facto, in seguito ad una progressiva parziale istituzionalizzazione, la forma di agenzia specializzata delle Nazioni Unite .

L'obiettivo principale del GATT consisteva nel raggiungere, mediante trattative multilaterali tra le parti contraenti, una riduzione sostanziale dei dazi e delle altre misure protezionistiche, e la sua  attività ha coinciso con gli otto negoziati multilaterali che si sono succeduti dal 1947 al 1993.

Gli otto round anche se si sono svolti in modo apparentemente uniforme, hanno in realtà subíto una sostanziale evoluzione.

I cambiamenti maggiori hanno caratterizzato i metodi impiegati dagli Stati per negoziare e stipulare le riduzioni tariffarie nell'ambito del GATT, passando dal metodo della riduzione tariffaria lineare, ossia sulla base del singolo prodotto, a quello settoriale che  prendeva in considerazione un intero settore del commercio mondiale.

Tra i vari round, l'Uruguay Round per i risultati raggiunti è stato senza dubbio il più importante. La creazione di una struttura istituzionale coerente, con il conseguente ruolo più importante acquisito dall'aspetto normativo nelle relazioni economiche internazionali su scala mondiale, è altrettanto importante della misura della liberalizzazione concordata nei negoziati.

La nascita del WTO ha costituito una importante novità nel quadro di un nuovo ordine economico internazionale, poiché segnala la volontà da parte di tutti i paesi di sottomettere almeno in parte la propria politica economica alle valutazioni e ai giudizi di una autorità esterna. Diversamente dal GATT, che era solo un accordo multilaterale, il WTO ha prerogative proprie di un'organizzazione internazionale.

Tra i principali risultati raggiunti dall'Uruguay Round si è voluta dare  maggiore attenzione ai nuovi temi inclusi nei negoziati, quali il commercio dei servizi, la proprietà intellettuale e le misure relative agli investimenti esteri.

L'accordo generale sul commercio dei servizi (GATS), oltre a rappresentare il primo tentativo internazionale di liberalizzazione del settore, ha contribuito alla crescita dell'economia mondiale e all'efficienza dei sistemi dei paesi membri.

La conclusione di questo accordo non è stata, però,  priva di difficoltà e contestazioni, soprattutto da parte dei paesi in via di sviluppo che si opponevano all'introduzione dei servizi nell'agenda dei negoziati.

Il tentativo di andare incontro alle varie istanze nazionali si è risolto in un accordo che per molti versi sa di compromesso, lasciando aperti molti problemi  in particolare sugli impegni specifici di determinati servizi, quali l'audiovisivo, le telecomunicazioni, i servizi finanziari e i trasporti marittimi .

La diffusa contraffazione dei prodotti e l'insufficiente protezione dei diritti di proprietà intellettuale, hanno condotto all'inclusione di questo settore nei negoziati.

 Le novità introdotte nel campo della proprietà intellettuale dall'accordo TRIPs (Trade related aspects of Intellectual Property Rights), quali il principio del trattamento nazionale e il principio della nazione più favorita, e gli standard minimi da applicare per le sei categorie principali (copyrigths, trademarkets, indicazioni geografiche, disegni industriali, brevetti e circuiti integrati), hanno certamente aumentato il livello medio di protezione degli Iprs, favorendo una maggiore armonizzazione dei vari regimi nazionali.

Ultimo, ma non meno importante, accordo concluso nei negoziati dell'Uruguay Round, che è stato esaminato, è l'accordo relativo agli investimenti diretti all'estero (IDE).

La diffusa crescita  degli IDE, che accompagna quella degli scambi commerciali, ha avuto delle ripercussioni anche sulla struttura delle relazioni commerciali internazionali  intensificando la concorrenza sia tra imprese che sistemi territoriali.

Il TRIMs, nel tentativo di regolamentare gli investimenti esteri, prevede  da una parte misure di incentivo per attrarre gli investimenti, e dall'altra vieta le misure che sono incompatibili con le regole sul trattamento nazionale e sull'eliminazione delle restrizioni quantitative.

 Nonostante l'inclusione nell'ambito del sistema commerciale multilaterale delle norme riguardanti gli investimenti esteri la loro portata resta comunque piuttosto contenuta.

 Una valutazione globale dell'Uruguay Round ci ha portato ad individuare le grandi potenze commerciali, Stati Uniti, Giappone e Unione Europea, come i paesi 'vincitori' e i Paesi in via di sviluppo (Pvs) come i 'perdenti', poiché sembrano aver tratto ben pochi vantaggi dai nuovi accordi raggiunti nei vari settori.

La valutazione economica degli scambi, esposta nel secondo capitolo, ha messo in luce la crescita degli scambi commerciali internazionali avvenuta nel 1999, nonostante la crisi asiatica, confermando l'elasticità del sistema multilaterale degli scambi di fronte a possibili recessioni economiche.

La liberalizzazione degli scambi si è confermata, dunque,  la soluzione più idonea a mantenere 'vivo' il commercio internazionale e proprio al fine di promuovere un'ulteriore fase di liberalizzazione del commercio internazionale si è tenuta a Seattle (USA) dal 30 novembre al 3 dicembre, la III conferenza ministeriale del WTO, denominata Millennium Round per la vicinanza con la conclusione del secolo.

L'analisi delle cause del fallimento della Conferenza di Seattle ha messo in risalto le difficoltà di funzionamento del meccanismo di formazione del consenso all'interno del WTO, che si sono accresciute all'aumentare del numero dei paesi membri. Si è tentato perciò di  esaminare le diverse scuole di pensiero in vista di una riforma del WTO, che si possono ricondurre principalmente a due, quella europea e quella americana.

Un'altra contraddizione venuta all'attenzione è il ritardo dei maggiori paesi industriali nel prendere atto della maggiore importanza raggiunta dai paesi emergenti nello scenario mondiale.

Questa marginalizzazione nel sistema commerciale internazionale dei Pvs ha reso ancora più netta la contrapposizione con i paesi industrializzati. All'ambizione dei governi dei grandi paesi industriali di estendere l'agenda dei negoziati ai temi non commerciali, come la protezione dell'ambiente e i diritti dei lavoratori, anche per assecondare le crescenti preoccupazioni di alcune forze sociali nei confronti degli effetti della globalizzazione, rese clamorosamente evidenti dalle manifestazioni che hanno accompagnato e seguito la Conferenza, si combina la loro indisponibilità ad offrire concessioni negoziali rilevanti nei settori di maggiore interesse per i paesi emergenti, l'agricoltura, il tessile-abbigliamento. D'altra parte i governi dei paesi in via di sviluppo, irritati da richieste che essi percepiscono come un'indebita ingerenza nella propria sovranità in campo sociale e ambientale, nonché come pretesto per introdurre nuove restrizioni protezionistiche, sono insoddisfatti dei risultati finora raggiunti in attuazione degli accordi dell'Uruguay Round.

Riconsiderando criticamente, in una prospettiva di valorizzazione del ruolo "pubblico" del WTO, i principi che regolano il commercio internazionale, si è ipotizzata la necessità di riconoscere la maggiore importanza raggiunta dai Pvs nello scenario mondiale e la conseguente necessità di una riforma dell'organizzazione per renderla più rappresentativa.

Per quanto riguarda i nuovi progetti per i prossimi negoziati, nel terzo capitolo, sono stati analizzati possibili scenari di negoziazione.

Il GATS 2000 consisterà in una liberalizzazione progressiva  dell'accesso al mercato e del trattamento nazionale, come previsto nell'art. 19 del GATS, e in un'ulteriore liberalizzazione nei servizi, ma includerà anche impegni aggiuntivi sulla concorrenza e sui regolamenti domestici, in particolare sui nuovi temi quali il commercio elettronico. È prevista, inoltre, una ripresa dei negoziati sull'Annesso sulle esenzioni della clausola Mnf, e una revisione dell'Annesso sui trasporti aerei .

La revisione dell'accordo TRIPs riguarderà in particolare l'inserimento di nuove linee guida  per affrontare i nuovi problemi legati alla proprietà intellettuale e alle nuove tecnologie nell'ambito degli scambi internazionali

Per quanto riguarda il settore degli investimenti, il TRIMs ha lasciato aperta la possibilità di ulteriori azioni nell'area della concorrenza, il prossimo negoziato dovrà principalmente stabilire regole multilaterali per la rimozione delle distorsioni che riducono i benefici degli IDE e creare standard uniformi per le politiche nazionali che influenzano gli stessi IDE.

In tale scenario non poteva mancare una dettagliata analisi del caso Cina, prossimo membro del WTO, paese  che dall'avvio delle pratiche per l'acceso all'organizzazione ha dovuto superare diversi ostacoli che riguardavano principalmente la sua economia, ma che ora sembra pronto per inserirsi nello scenario del commercio mondiale.

Possiamo quindi concludere affermando che, come in passato Adam Smith diceva del commercio, la liberalizzazione degli scambi è oggi una fonte di crescita perché stimola la produttività, l'innovazione e l'efficienza produttiva.

Il ruolo che oggi la comunità internazionale deve svolgere, è  quello di far sì che i benefici dello sviluppo siano equamente distribuiti, e per raggiungere questo scopo va ricercata una strategia partecipativa che coinvolga anche i paesi in via di sviluppo e fornisca validi incentivi all'adozione di misure efficaci per promuovere lo sviluppo economico e sociale.

 Da questo punto di vista la liberalizzazione degli scambi rappresenta perciò al tempo stesso un'opportunità e una sfida, in particolare per i paesi in via di sviluppo.


BIBLIOGRAFIA

Acharya R.,1995, "The case for China's accession to the WTO: options for the EU", in The European Union and China , a cura di R. Grant.

Adamantopoulos K.,1994, " The anatomy of the WTO" Kluwer Law International.

Aggarwal V.K., 2000, " The position of  U.S. interest group on 1999 WTO negotiation", Gruppo WTO 2000 IAI Roma.

Anderson K., 1997, "On the complexities of China's WTO accession", in The World Economy, vol.20 n.6.

Baldwin R., 1995, "An economic evaluation of the Uruguay Round agreements" in The World Economy Global Trade Policy.

Banca d'Italia, 1995, Bollettino Economico n.25 .

Basevi G., 1994, "I negoziati del GATT e le prospettive della nuova organizzazione del commercio".

Beneviglia Zampetti A., 1994, "Dall'accordo generale sulle tariffe ed il commercio all'organizzazione mondiale del commercio" in Commercio Internazionale n.24.

Brittan L., 1998, Dichiarazione della Commissione sull'Accordo multilaterale per gli investimenti, Sessione del Parlamento Europeo, Strasburgo 20 ottobre.

Barshefsky C. , 1998, "Challenges to the Global Trading System" , in Schott J.J., Launching New global  Trade Talks: An Action Agenda, Institute for International Economics, Washington.

Beretta S., 1995, "Italia e Europa nella World Trade Organization" in  Rivista internazionali di Scienze Sociali n. 3.

Bronckers M., Laurouche P., 1997, " Telecomunications services and the World Trade Organization" , in Journal of  World Trade, n. 3  giugno.

Canner S. J.1998, "The Multilateral Agreement on Investment: the next challange for global interdipendence" in "Foreign ownership and the consequences of direct investment in USA" a cura di D. Noodward, D. Nigh London.

Capucci L. e Dalla Verità G.M., 1994, " Sovvenzioni pubbliche e misure compensative" in Commercio Internazionale, n.23, Ipsoa, Milano.

Coccia M., 1995, "Il GATT (General Agreement on tariffs and trade)" in Digesto delle discipline privatistiche Utet .

 Commissione Europea, 1999a, Bruxelles 15.09.1999 COM (1999) 451 definitivo.

Commissione Europea, 1999b, Direzione Generale Agricoltura Newsletter n.16 ottobre .

Commissione Europea, 1999c, Comunicazione della Commissione europea al Consiglio e al Parlamento europeo sulla posizione dell'UE in vista del Millennium Round dell'Organizzazione del Commercio mondiale (OMC), No.2151-2152 , 29 luglio.

Commissione Europea, 2000,  Bruxelles 18.05.200 COM (2000) 264 definitivo.

Conklin J., 1996, "From Gatt to the WTO: prospects for a rule  integrity-regime" in International Political Economy .

Cottier T., Meitiger I., 1998,"The Trips Agreement without a competition Agreement" a cura di Fondazione Enrico Mattei  dicembre.

Crome J., 1998, "The present outlook for trade negoziation in the WTO",in Policy Research Working Paper NO.1992, World Bank, Washington D.C.

Daly M., 1997, "Some taxing questions for the Multilateral Agreement on Investment (MAI)", in The World Ecoomy, n.6, settembre.

De Grey R., 1990,  "1992 , TRIMs , and the Uruguay Round" United Nations New York.

Dobson W. e Jacquet P., 1998, "Financial services liberalization in the WTO", Institute for International Economics, Washington D.C.

EIU, 2000a, Country Profile China.

EIU, 2000b, Country Report China , novembre.

European Services Network, 1999, "Background Paper on Electronic Commerce and the GATS", Giugno, mimeo.

Falzoni A., 1993, "Investimenti diretti e commercio internazionale: complementi o sostitutivi?", n.65 giugno, Università Bocconi Milano.

Fawcett A., 1997, "Il mercato unico dei servizi finanziari e il nuovo scenario competitivo".

Feketekuty G., 1998, "Trade in services  bringing services into the Multilateral Trading System" in  J. Bhagwati,, M. Hirsch, "The Uruguay Round and beyond", Berlino.

FMI, 2000, WEO settembre.

Gamberale C., 1999, "GATS 1995-2000 e la liberalizzazione dei servizi" in "Il Millennium Round, il WTO e l'Italia", a cura di P. Guerrieri e I. Falautano, IAI Quaderni, n.8.

Graham E.M., 1996, "Investment and the New Multilateral Trade Context" in "Market access after the Uruguay Round" OECD  Paris.

Graham E.M.,1998, "Trade and Investment at the WTO: Just do it?", in "Launching New Global Trade Talks: An Action Agenda", a cura di J.J. Schott, Institute for International Economics, Washington D.C.

Greenaway D., 1992, "New issues in the Uruguay Round Services, TRIMs  and  TRIPs" in European Economic Review vol.36 n.1 .

Greppi E.,1995, "Il WTO (World Trade Organization)", in Digesto delle discipline pubblicistiche Utet .

Grilli E.,1992, "Challenges to the liberal international trading system, GATT and the Uruguay Round" in BNL Quarterly Review, n.81.

 Grilli E., 1999, "I negoziati del Millennium Round, con particolare riguardo al commercio di beni e servizi: problemi e prospettive" intervento alla Conferenza Nazionale "Verso il Millennium Round".

Grilli E., 1993 "Quando il top del mondo gioca col GATT: crisi o ripresa del multilateralismo?", in Politica Economica, vol.83 n.6.

Grilli E. e Sassoon E., 1997, "Regionalismo e Multilateralismo negli scambi mondiali", Il Mulino, Bologna .

Grilli E., 1996, "Il regionalismo commerciale dopo l'Uruguay Round", in Moneta e Credito, a cura di Banca Nazionale del Lavoro, Roma.

Guerrieri P.  e I. Falautano , 1999,"Il Millennium Round, il WTO e l'Italia", IAI Quaderni, n.8.

Guerrieri P., 1999, "Il Millennium Round ed i nuovi temi del commercio internazionale: concorrenza, investimenti internazionali e diritti di proprietà intellettuale" intervento alla Conferenza Nazionale "Verso il Millennium Round".

Hendrischke H., 2000, "The far east and Australia, Regional Survey of the world 2001",  32nd Edition Europa Publication.

Hoekman B., 1997, "Competition policy and the global trading system: a developing  country perspective", in The World Economy, vol.20 n.4.

 

Hoekman B., M. Kosteki, 1995, "The political economy of the world trading system: from GATT to WTO" Oxford University Press, Oxford.

Hoekman B., Holmes P., 1999, "Competition Policy , Developing Countries and the WTO", World Bank, Washington D.C.

Hoekman B., Primo Braga C.A., 1997, "Protection and trade in services: a survey", World Bank, Washington D.C.

Holmes P., Young A., 1999, "Concorrenza e investimenti ed il nuovo Round di negoziati", in Il Millennium Round, il WTO e l'Italia",  a cura di P. Guerrieri, I. Falautano, IAI Quaderni, n.8.

ICE, 2000a, Rapporto 1999-2000.

ICE, 2000b, "Cina" Guida Paese.

Ingram B., 1998, "From ITO to WTO: trade and protection in a charging world economy" in Salford Papers in Economy, n.1.

International Monetary Fund (2000) "World Economic Outlook", settembre.

Jacobson H.K., Oksemberg M., 1990, "China's participation in the FMI, the World Bank and GATT", The University of Michigan Press.

Karl J., 1997,"The Multilateral Agreement on Investment and Investitor  Protection" in OECD Proceeding Paris.

Krueger A.,1998, "The WTO as an international organization" University of Chicago press.

Krueger A., 1999, "The developing countries and the next round of multilateral trade negotiation", World Bank, Washington D.C.

Krugman P., Obstfeld M.,1997, "Economia internazionale: teoria e politica economica ed. Ulrico Hoepli Milano .

Kurkdjian V.,1994, "La tutela della proprietà intellettuale" in Commercio Internazionale n.23.

 Lucchini A., 1997, "La posizione  dei Paesi in via di sviluppo negli accordi dell'Uruguay Round" in "La liberalizzazione multilaterale dei servizi e i suoi riflessi per l'Italia" a cura di Sacerdoti G., Venturini G., Giuffrè editore.

Mansfield P.B. " Intellectual Property Protection, Foreign Direct Investment, and Technology Transfer" in International Finance Corporation, Discussion Paper n.19, New York.

 Marchionatti R.,1995,"Il GATT e l'ordine degli scambi internazionali del dopoguerra".

Maskus K.E.,1998, "Intellectual Property Rights in the World Trade Organization: progress and prospects", in "Launching New Global Trade Talks: An Action Agenda", a cura di J.J. Schott, Institute for International Economies, Washington D.C.

Maskus K.E., 1999, "The International Regulation of Intellectual Property" in Weltwirtschaftliches Archiv, vol.123 n.2,dicembre.

Michalopoulos C., 1999, "Developing country strategies for the Millennium Round" Policy Research Working Paper n.2147, luglio.

NeilTait A., Kui-Wai Li, 1997, "Trade regimes and China's accession to the World Trade Organization", in Journal of World Trade, vol.31 n.3, giugno.

Niroomand F., I. Hamwi, T. Hudson, 1996, "China's foreign trade policy and World Trade Organization membership", in International advances in Economic Research, vol.2 n.3, agosto.

Orcalli G., 1996, "Dumping, Antidumping e politica della concorrenza" in Economia Internazionale vol.49 n.1.

 Paternò di Montecupo M., 1994, "Uruguay Round : dal GATT al WTO" in Commercio Internazionale Ipsoa Milano  n.23.

 Penserini N.,1994, "Il settore tessile  e l'abbigliamento" in Commercio Internazionale n.23.

Pregg E., 1994, "Charting a course of multilateral trading system" Group of Thirty; Washington D.C.1999 .

Price C., 1991, "Il GATT verso nuovi sviluppi istituzionali" in Relazioni Internazionali  n. 14.

Primo Braga C.A., 1996, "Trade related intellectual property issues: the Uruguay Round  Agreement and its economic implication", in Martin W, Winters L.A., "The Uruguay Round  and the Developing Countries", Cambridge University Press, Cambridge.

Puri H. e Bondad D., 1996, "Trims, development aspects and the general agreement", in "Uruguay Round: further papers on selected issues", United Nation New York .

Quick R."I risultati dell'Uruguay Round del GATT e l'istituzione dell'organizzazione mondiale del commercio" in Comunità  Internazionale .

 Reimans S., 1996, "The birth of a world trading system: ITO and WTO".

Ruggiero R., 1996, "OMC e politica della concorrenza: problemi e prospettive", in "Tutela della concorrenza: regole, istituzioni e rapporti internazionali", ed. Temi e Problemi .

 Sacerdoti G., 1997, "L'Accordo Generale sugli Scambi di Servizi (GATS): dal quadro dell'OMC all'attuazione interna", in "La liberalizzazione multilaterale dei servizi e i suoi riflessi per l'Italia" a cura di G. Sacerdoti , G. Venturini, Giuffrè, Milano.

 Sacerdoti G., 1995, "La trasformazione del GATT nella Organizzazione Mondiale del Commercio" in Diritto del Commercio Internazionale, n. 1 vol. 9.

Sarda L., 1996, "Le transazioni internazionali sui servizi nell'Organizzazione Mondiale del Commercio" in Diritto del  Commercio Internazionale , vol. 10 n. 2-3.

 Sassoon E., 1994a, "L'Uruguay Round del GATT risultati raggiunti e problemi ancora aperti", in Rivista di Politica economica,  n.3.

Sassoon E., 1994b, "Il ruolo del GATT-WTO nel processo di globalizzazione" in Commercio Internazionale Ipsoa, Milano.

Sassoon E., 1997, "Il commercio mondiale e la World Trade Organization dopo l'Uruguay Round", in Regionalismo e Multilateralismo degli scambi mondiali", a cura di E. Grilli e E. Sassoon, Il Mulino, Bologna.

Sassoon E., 1999, "Un primo passo verso l'integrazione" in Il Sole 24 Ore, 16 dicembre.

Scherer F.M., 1998,"Competition policies of an integrated world economy", Bookings Institution,  Washington.

Schott J.J., 1998, "Launching New Global Trade Talks: An Action Agenda"" Institute for International Economics, Washington D.C.

Secchi C., 1994a, "La conclusione dell'Uruguay Round del GATT e le implicazioni per l'Italia e l'Europa", in Banca Popolare di Lecco, n.1.

 Secchi C., 1994b, "Le prospettive derivanti dall'Uruguay Round del GATT", in Commercio, Cescom Milano,  n.50.

Secchi C., 1997, "L'economia politica dell'Uruguay Round : gruppi, strategie e risultati" in "Regionalismo e Multilateralismo degli scambi mondiali", a cura di E. Grilli e E. Sassoon, Il Mulino, Bologna.

Sutherland P., 1999, Il Corriere della Sera, 13 dicembre.

Sideri. S., 1996, "GATT and the Theory of Intellectual Property", Frank Cass-London.

Stern R. M., 1990," Symposium on Trips and Trims in the Uruguay Round: analytical and negotiating issues",  in The World Economy, vol.13 n.4.

Tedeschi F., 1995, "La riforma della clausola di salvaguardia del GATT", in Comunità internazionale, n. 1.

The World Bank, 2000, "China in East Asia brief-regional overview"

World Bank "World Development Indicators2000"

Triulzi U., 1994, "Appunti di teoria del commercio internazionale", La Sapienza Editrice, Roma.

Triulzi U., Montalbano P., 1997,  "Mondializzazione degli scambi" in Politica Internazionale n.3, mag.- giu., Ipalmo , Roma.

TriulziU., Montalbano P., 2000, "Un'applicazione delle statistiche del commercio con l'estero: le Guide Paese dell'ICE", in "Italia nell'economia internazionale -Rapporto ICE 1999-2000".

UNCTAD, 2000,"World Investment report 2000".

UNDP, 2000, Rapporto  su Lo sviluppo umano.

Van  Grasstek Comunications, 1990a, " TRIPs, United States trade policy, DCs and the Uruguay Round", United Nations, New York.

Van Grasstek Communications, 1990b, "TRIMs, Development aspects and the General Agreement", United Nations, New York.

 Venturini G., 1997, "La liberalizzazione delle telecomunicazioni tra Comunità Europea e OMC", in " La liberalizzazione multilaterale dei servizi e i suoi riflessi per l'Italia" a cura di G. Sacerdoti, G. Venturini, Giuffrè, Milano.

Venturini G., 1998, "Accordo Generale sulle Tariffe Doganali e il Commercio: testi e casi",  Giuffrè Milano.

Yang Y., 1996, "China's WTO membership: what's at stake?", in The World Economy vol.19 n.6 novembre.

 World Trade Organization, 2000,  International Trade Statistic.

World Trade Organization, 2000, Annual Report.



[1] A tale regola sono però consentite alcune eccezioni. L'art.24 esenta dall'applicazione della nazione più favorita i paesi che appartengono ad una zona di libero scambio o ad  un'unione doganale, favorendo questa forma di cooperazione commerciale nella misura in cui essa contribuisca ad incrementare il volume degli scambi e non comporti un aumento della protezione doganale; mentre l'art.14 permette delle deroghe dovute alle specifiche necessità di bilancia di pagamenti; l'ultima eccezione riguarda infine i paesi in via di sviluppo.

[2] Annesse all'Accordo vi sono liste di tariffe doganali (Liste di Concessione allegate all'Accordo), stabilite per ogni paese e per certi prodotti: tali tariffe rappresentano il limite massimo di difesa tariffaria dei propri settori economici cui una parte contraente può far ricorso.

[3] Sono previsti quattro casi fondamentali di negoziazione nel quadro  del GATT:

-      i negoziati per l'adesione al GATT di una nuova parte contraente (art.33)

-          i negoziati commerciali bilaterali (art.28) : l'Accordo prevede la possibilità per una parte contraente di avviare in qualsiasi momento dei negoziati commerciali con uno o più paesi fornitori per modificare una o più tariffe doganali specifiche. I vantaggi ottenuti dai paesi che hanno condotto la trattativa vengono in seguito  estesi all'insieme delle parti contraenti i negoziati commerciali multilaterali: essi rappresentano lo strumento per realizzare quello che il preambolo del GATT definisce il principale obiettivo dell'Accordo stesso, cioè la sostanziale riduzione delle tariffe doganali e degli altri ostacoli agli scambi su una base di reciprocità e di mutuo vantaggi

-          i negoziati commerciali multilaterali (art.28 bis): essi rappresentano lo strumento per realizzare il principale obiettivo dell'Accordo stesso, cioè la sostanziale riduzione delle tariffe doganali .

-     i negoziati per la composizione dei contrasti tra le due o più parti contraenti (art.22, 23): 

       gli organi del GATT non rappresentano un tribunale per il commercio internazionale  e

       quindi  il  regolamento  dei  contenziosi  avviene  solo  per  via  negoziale, dovendo dar  

        luogo ad un compromesso soddisfacente per le parti in causa .

[4] Tale obbligo si riferisce in particolare al trattamento fiscale (principio della parità tributaria) ma comprende anche qualsiasi tipo di regolamentazione, relativa alla vendita, acquisto, trasporto, distribuzione o utilizzazione di un prodotto sul mercato interno, che possa in qualche modo discriminare o arrecare danno ai prodotti stranieri.

[5] Le restrizioni quantitative (dette anche quote o contingenti) sono considerate come particolarmente dannose per lo sviluppo del commercio internazionale, ed elusive degli accordi di riduzione tariffaria. Le misure volte ad una limitazione quantitativa degli scambi consistono nell'imposizione di un contingente che fissa un preciso limite alla quantità di beni importabili e, un paese ricorre a questi strumenti protezionistici e di restrizione degli scambi quando registra disavanzi di bilancia dei pagamenti.

[6] La possibilità di deroghe è contemplata dall'Accordo generale per evitare penuria  di prodotti alimentari, o altri prodotti essenziali; restrizioni necessarie per l'applicazione di norme concernenti il controllo della qualità dei prodotti; restrizioni all'importazione per gestire o controllare la produzione agricola; per consentire la protezione dell'equilibrio della bilancia dei pagamenti, per la difesa di un settore produttivo nazionale in grave difficoltà (art.12); per le esigenze delle economie dei paesi in via di sviluppo e a casi di particolari norme o regolamenti su prodotti destinati al commercio internazionale. L'applicazione da parte di un paese aderente al GATT delle eccezioni al divieto di restrizioni quantitative deve avvenire in maniera non discriminatoria nei confronti di un'altra parte contraente (art.13): deroghe sono tuttavia previste anche in  questo caso relativamente a situazioni del tutto particolari indicate dall'art.14.

[7] L'Accordo Multifibre stipulato nel 1973, e più volte rinnovato, organizzava e spartiva il mercato mondiale del settore tessile sulla base di un compromesso tra gli interessi degli stati esportatori e di quelli importatori, ufficializzando la possibilità di concludere accordi di limitazione delle esportazioni nei casi di "market disruption" o di adottare misure unilaterali ,in formale deroga all'Accordo generale.

[8] Alle ultime due partecipò anche l'Italia, che proprio ad Annecy  divenne parte contraente del GATT, mentre a Torquay ed a Ginevra nel 1956 negoziò una serie di concessioni, consolidate nella lista italiana allegata all'Accordo generale.

[9] La Convenzione di Yaundè  del  1963  è un accordo di associazione tra la Comunità Europea e 17 stati africani più il Madagascar., che assicura ai partner africani della Comunità la cooperazione commerciale e finanziaria su una base di parità di diritti per 5 anni. La Convenzione di Lomé  del 1975  ha regolamentato la cooperazione e il commercio tra i paesi CEE e  66 paesi dell'Africa ,dei Caraibi e del Pacifico.

[10] Si ricorderà che nel 1971 le Parti contraenti del GATT hanno altresì autorizzato i paesi industrializzati ad adottare uno speciale sistema di trattamento tariffario, preferenziale e non discriminatorio, nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. Il Sistema Generalizzato di Preferenze è stato istituito in ambito GATT sulla base di un "waiser" (cioè esonero  dagli obblighi) ,che prevede la possibilità ,in circostanze eccezionali, di esonerare  uno stato membro da un obbligo derivante dalla normativa GATT, a condizione che tale decisione sia  approvata da una maggioranza di due terzi dei voti espressi e più della metà degli stati membri.

[11] Gli schemi nazionali, se pur coerenti con i propositi della Parte IV del GATT, costituivano una deroga al principio della nazione più favorita; tale deroga fu approvata con una decisione delle Parti contraenti del GATT nel giugno del 1971, secondo la procedura dell'art.25, inizialmente per un periodo di dieci anni,  e infine carattere permanente è stato conferito al sistema nel Tokyo Round con la clausola di abilitazione (enabling clause) che oltre ad autorizzare la deroga all'art.1 per quanto riguarda il trattamento tariffario preferenziale, consente anche di applicare un trattamento differenziato e più favorevole sia in materia di misure non tariffarie, sia nei riguardi di accordi preferenziali, regionali o mondiali, tra paesi in via di sviluppo.

[12] I codici di condotta del Tokyo Round sono sei, i primi tre erano codici interpretativi delle norme del GATT: accordi relativi all'interpretazione ed all'applicazione degli articoli 6, 16, 23 (codici delle sovvenzioni) ;all'attuazione dell'art.7 (valutazione delle merci in dogana) ; e dell'art.6 ,con allegato protocollo (secondo codice antidumping). Gli altri tre avevano natura più innovativa, riguardandogli appalti pubblici, gli ostacoli tecnici agli scambi e le procedure  relative alle licenze di importazione.

[13] Il protezionismo "indiretto" ha spesso aggirato i divieti  posti dal GATT mediante l'adozione di sovvenzioni, agevolazioni fiscali, incentivi alle politiche settoriali, nonché in veri e propri accordi di "autolimitazione", ossia restrizioni volontarie delle esportazioni (Voluntary Export Restraints, VERs), che, pur costituendo una violazione dell'Accordo Generale, non possono essere vietati  poiché si tratta di provvedimenti unilaterali adottati dagli stati esportatori, i quali limitano "volontariamente" le proprie esportazioni per evitare guai peggiori. ( Triulzi, 1994).

[14] Ad oggi l'opzione cosiddetta "Zero -Duemila" non ha raggiunto il suo obiettivo, poiché sono seguiti altri accordi in campo agricolo tra Stati Uniti e CEE che hanno disciplinato diversamente  la questione dei sussidi. 

[15] «Il Gruppo di Cairns prendeva il nome dall'incontro svoltosi il 25-27 agosto a Cairns in Australia, al quale presero parte i rappresentanti di quattordici paesi esportatori di prodotti agricoli, che concordarono i principi e gli obiettivi comuni per la futura trattativa GATT.

I quattordici paesi erano: Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Figi, Filippine, Indonesia, Malesia, Nuova Zelanda, Tailandia ,Ungheria e Uruguay. Il gruppo Cairns approvò una dichiarazione che condannava le "pratiche predatorie" da parte dei principali paesi industrializzati e le disastrose guerre commerciali tra Usa e CE, causa di profonde distorsioni sui mercati internazionali di prodotti agricoli (Grilli e Sassoon, 1997).

[16] È stato stabilito che vadano immediatamente chiuse le investigazioni ove si stabilisca che il margine di dumping è de minimis cioè meno del 2% dell'esportazione, o il volume delle importazioni in dumping è trascurabile, cioè inferiore al 3% del volume totale, a meno che la somma di tali singolarmente trascurabili importazioni non superi in totale il 7% delle importazioni.

[17] L'accordo plurilaterale sugli appalti pubblici (Government Procurement Agreement, GPA) del 1994 è stato firmato da 28 paei, tra cuii 15 dell'UE, Usa e Giappone.

[18] Alla data di entrata in vigore dell'accordo ogni parte contraente doveva integrare prodotti pari ad almeno il 16% del volume totale  delle sue importazioni del 1990. Tre anni più tardi l'estensione si estendeva ad un ulteriore 17%. Nel 2002 si procederà all'integrazione di prodotti pari al 18%; mentre nel 2005 inizierà la fase finale con l'integrazione dei rimanenti prodotti.

Nelle prime tre fasi i prodotti da integrare dovevano essere tratti da ciascuna delle quattro categorie, capi e filati, stoffe, prodotti tessili confezionati ed abbigliamento, previste dall'accordo e distinguibili in base al grado di lavorazione.

[19] Per evitare gravi turbative di mercato nei paesi importatori,  è  stato istituito un meccanismo che consente l'adozione di misure restrittive nei confronti del paese  le cui esportazioni  eccessivamente accresciute hanno determinato un serio pregiudizio per l'industria nazionale.

L'adozione della salvaguardia può essere concordata bilateralmente o decisa unilateralmente, ma previa consultazione con lo specifico Organo di sorveglianza (Textile Monitoring Body), che vigila anche sulla durata di utilizzo delle restrizioni, così come su eventuali scorrettezze commerciali del paese esportatore (deviazioni di flussi attraverso paesi terzi, falsificazione dei certificati di origine  o di altri documenti ufficiali).

[20] Nella terminologia della WTO i sussidi sono identificati dai "boxes", a cui sono stati assegnati i colori del semaforo: verde ( sono permessi ), ambra ( devono essere ridotti), rosso (sono proibiti).

In agricoltura il "green box" (art.6 e Allegato 2 dell'Accordo sull'agricoltura), include misure di politica agricola che per loro natura sono completamente sganciate (assolutamente indipendenti) dal livello di produzione e non sono quindi tali da provocare distorsioni. Riguardano, ad esempio, i servizi forniti dai governi in campi quali la ricerca, il controllo delle malattie  e le infrastrutture, o le sovvenzioni agli agricoltori per motivi diversi, da quelli strutturali a quelli ambientali. Mentre le cosiddette misure " blue box" (art.6 par.5 dell'Accordo sull'agricoltura) riguardano la possibilità di esonero dalla regola generale secondo cui tutti i sussidi legati alla produzione devono essere ridotti o mantenuti dentro i cosiddetti livelli minimi ("de minimis"). Queste misure prevedono  dei  pagamenti, che fondati su una superficie e su reti fisse (es. quantità di acri) , vengono corrisposti fino ad un massimale dell'85% del livello di base della produzione, oppure consistono in versamenti per il bestiame effettuati per un numero di capi. (Commissione Europea, 1999b).

[21] Con l'espressione di "peace clause" ci si riferisce alle disposizioni dell'Accordo sull'agricoltura (art.13) in virtù delle quali l'applicazione delle misure di sostegno  previste dalla politica agricola di un paese membro non dovrebbe essere messa in discussione, sempre che siano rispettate determinate condizioni, per un periodo di 9 anni ( i sei anni di attuazione dell'Accordo a decorrere dal 1995 più un periodo di 3 anni ). Mentre le "misure speciali di salvaguardia" ( art.5 dell'Accordo sull'agricoltura) autorizzano i paesi firmatari , qualora la situazione commerciale lo giustifichi, ad applicare un dazio addizionale all'importazione per i prodotti che verrebbero importati a prezzi estremamente bassi e in condizioni tali da recare un eventuale grave pregiudizio ai prodotti nazionali. (Commissione Europea, 1999a).

[22] La condizione principale per l'introduzione di una  misura di salvaguardia è identificata nella determinazione, da parte  del paese importatore, che il prodotto è importato in quantità così aumentate, in termini assoluti o relativamente alla produzione interna, o in condizioni tali da provocare o da minacciare un serio pregiudizio per l'industria nazionale che produce merci direttamente in concorrenza con quelle importate. Le misure potranno essere introdotte solo per rimediare o prevenire tale danno e per favorire l'aggiustamento. Per quanto  riguarda le unioni doganali il pregiudizio può essere accertato sia a livello dell'unione che del singolo stato membro ed in tale ultimo caso la misura verrà applicata dall'unione solo nei riguardi di quest'ultimo.

[23] Il dumping è definito come la vendita di merci d'esportazione ad un prezzo inferiore al loro valore normale, che consiste nel prezzo al consumo di una merce simile sul mercato domestico del paese esportatore o, in mancanza ,il suo più elevato prezzo di vendita di un mercato terzo o ancora il suo costo di produzione, aggiustato per includervi i costi di vendita ed il margine di profitto.

[24] Il problema delle sovvenzioni ,intese come strumento di distorsione del commercio internazionale, trova la sua disciplina normativa negli art.6 e 16 dell'Accordo generale e nel cosiddetto "Codice sulle sovvenzioni" stipulato al termine del Tokyo Round. Sebbene nessuna norma del GATT definisca esplicitamente il concetto di sovvenzione, dal complesso delle norme in materia e dalla prassi applicativa in ambito GATT, si deduce che per sovvenzione si intende un qualsiasi beneficio economico misurabile accordato, senza una contropartita ,da uno stato a una o più imprese determinate o determinabili. Le sovvenzioni possono assumere la forma di finanziamenti agevolati, sgravi  o esenzioni fiscali o previdenziali, ricapitalizzazioni di aziende private o pubbliche , remissioni di debiti, nonché premi o aiuti dei tipi più diversi.

[25] Visto che la distinzione all'atto pratico tra le due categorie di sovvenzioni può essere difficile, e spesso è stata oggetto di critiche dal punto di vista teorico, al fine di dare un senso concreto a tale diversità un ausilio deriva sia dalla Lista illustrativa di sovvenzioni all'esportazione allegata al Codice sulle sovvenzioni, sia dall'elenco esemplificativo di sovvenzioni alla produzione contenuto nell'art.11 del codice stesso.

[26]L'entità del dazio compensativo secondo l'art.4 del Codice non deve essere superiore all'importo della sovvenzione  calcolato in termini di sovvenzionamento per unità di prodotto sovvenzionato ed esportato.

[27] L'art. 20 elenca una serie di casi nei quali gli stati membri possono adottare misure protettive anche in violazione degli obblighi del GATT; si tratta di misure necessarie a tutelare la salute e la morale pubblica, l'ambiente, il commercio dell'oro e dell'argento, la proprietà intellettuale e industriale, il patrimonio artistico, storico e archeologico. L'art.21 individua invece una serie di circostanze legate alla nozione di sicurezza nazionale. (Tedeschi, 1995).

[28] Per Sovvenzione si intende qualsiasi contribuzione concessa ad un pubblico potere o da qualunque organismo pubblico di un paese aderente all'accordo, avente come effetto quello di rendere meno oneroso o più remunerativo lo svolgimento dell'attività del soggetto beneficiato. ( Capucci e Dalla Verità, 1994).

[29] Per specificità l'art.2 intende la caratteristica che la sovvenzione sia destinata a favorire specificatamente determinati soggetti, cioè un impresa, un gruppo di imprese o un settore della produzione del paese interessato. Se la misura risulta specifica essa è vietata.

[30]Abbiamo le sovvenzioni proibite, tassativamente indicate dall'art.3, le sovvenzioni che possono dar luogo ad una azione, quelle cioè che dovranno essere oggetto di valutazione al fine di determinarne la liceità , e infine le sovvenzioni ammesse.

 Vengono considerate proibite dall'art.3 le sovvenzioni finalizzate a favorire l'impiego di prodotti nazionali, questo tipo di sovvenzioni è ritenuto specifico per definizione, ed è quindi vietato in ogni caso, con la sola eccezione di ciò che sia rivolto al settore all'agricoltura. Il secondo tipo di sovvenzioni, quelle che possono dar vita ad un'azione comprende quelle sovvenzioni che non sono direttamente indirizzate ad agevolare i produttori locali e per tanto non sono da considerarsi espressamente vietate; esse diventano vietate qualora possano causare pregiudizio ad un settore economico di un altro paese, o impediscano la realizzazione degli obbiettivi fissati dal GATT, o ancora causino e potenzialmente minacciano di causare un grave pregiudizio agli interessi di un altro paese membro, così come previsto dall'art.5. Anche in questo caso restano escluse le sovvenzioni relative al settore agricolo, in applicazione dell'art.13 e dell'accordo.

[31] A tal proposito l'art.6 consente al paese che adotta la sovvenzione oggetto dell'azione, di dimostrare che non si è verificata alcuna situazione da cui si possa concludere l'esistenza di una sovvenzione vietata. Lo stesso art.6 prevede dettagliatamente vari criteri per determinare la rilevanza del pregiudizio in base al quale determinare l'illegittimità della misura adottata.

[32]  L'accordo prevede la costituzione di alcuni organi il cui compito è quello di garantire la corretta applicazione delle disposizioni contenute nell'accordo medesimo. Il primo di essi è il Comitato delle sovvenzioni e delle misure compensative, composto dai rappresentanti di ciascuno dei paesi aderenti.

[33] I dazi compensativi dovranno restare in vigore lo stretto tempo necessario per neutralizzare gli effetti della sovvenzione; in ogni caso questi non potranno rimanere in vigore per un periodo superiore ai cinque anni dalla loro emanazione, a meno che non sia dimostrato che il loro permanere non sia necessario.

[34] L'art.27  prevede  che  le sovvenzioni  proibite  non  siano  da  considerarsi  tali per i  PVS considerati  meno avanzati secondo la classificazione realizzata dalle Nazioni Unite, e quelli che comunque hanno un PNL pro capite inferiore ai mille dollari. Inoltre per tutti i PVS, indipendentemente dal fatto che essi siano compresi negli elenchi suddetti, è prevista un'esenzione di otto anni dal divieto di adottare sovvenzioni proibite.

[35] Si considera competitiva quella esportazione di un prodotto che sia pari almeno al 3,25 per cento del  commercio mondiale del prodotto medesimo per due anni consecutivi.           

[36]  L'art.1 distingue quattro modalità di fornitura: la prestazione transfrontaliera del servizio, cioè fornitura dello stesso senza lo spostamento ne del fornitore ne dell'acquirente (esempio telecomunicazioni e internet); la prestazione tramite lo spostamento del consumatore nel luogo ove il servizio deve essere utilizzato (come il turismo); la prestazione attraverso la presenza commerciale sul territorio dello stato ove si vuole fornire la prestazione (come agenzie o filiali), e infine la possibilità di prestare il servizio nel territorio di un paese membro attraverso la presenza di una persona fisica. Questa è la più delicata perché può interferire con il diritto di ogni stato di regolamentare l'accesso di individui stranieri nel proprio territorio. Su questo punto l'Allegato sul movimento delle persone fisiche precisa che le persone fisiche possono essere esse stesse prestatrici di un servizio, come ad esempio i lavoratori autonomi o essere dipendenti da una persona giuridica. L'Allegato inoltre riserva allo stato la facoltà di regolare l'immigrazione e l'accesso al mercato del lavoro dipendente, settore estraneo al campo di applicazione del GATS. (Sacerdoti, 1997).

[37] Il principio della "nazione più favorita", in base al quale ogni stato membro deve accordare incondizionatamente ai servizi e ai prestatori di servizi di altri paesi un trattamento non meno favorevole rispetto a quello concesso ai servizi similari e ai fornitori di ogni altro paese,  impone, tuttavia, solo un principio di non discriminazione tra servizi e fornitori di servizi, ma non impone livelli di apertura di mercato né la non discriminazione  tra servizi e fornitori di servizi di paesi WTO e nazionali. Inoltre l'applicazione generalizzata della Mfn è soggetta a specifiche esenzioni iscritte nelle liste degli  impegni iniziali ( lista allegata all'art.2) ed hanno una durata massima, in linea generale, di dieci anni, con revisione dopo i primi cinque anni e sono oggetto dei futuri negoziati di liberalizzazione.

 Il principio della trasparenza,  prevede che gli stati membri si impegnino a dare adeguate forme di pubblicità a leggi e regolamenti che disciplinano i loro mercati nonché di applicare tali misure in modo imparziale e oggettivo.

[38] L'art.16, riguardante il principio dell'accesso al mercato, si  limita a porre in capo agli stati l'obbligo di garantire in modo non discriminatorio  l'accesso ai servizi e ai prestatori stranieri degli stati contraenti in base ai modi di fornitura elencati nell'art.1; ed elenca le misure vietate in quanto limitative dell'accesso al mercato (limitazione al numero  di fornitori di servizi, come monopoli , contingenti numerici, concessioni di diritti in esclusiva, o limitazioni al valore complessivo delle transazioni sotto forma di contingenti).

L'art.17, riguardante il principio del trattamento nazionale, comporta l'obbligo di applicare al soggetto straniero e alle attività da esso prestate lo stesso trattamento riservato ai cittadini.

[39] Ad esempio l'art.9 par.6 richiede che le parti contraenti cooperino per prevenire l'uso nomi commerciali che possano causare problemi come quello di travisare la vera origine di un prodotto.

O l'art.12 che prevede per le restrizioni all'importazione la conformità a brevetti, marchi commerciale, copyright o procedure simili, e l'art.18  che prevede la stessa cosa  per i PVS; e infine l'art.20 che è una eccezione generale agli obblighi GATT, prevede per le azioni che riguardano la conformità a brevetti, marchi commerciali e copyright la compatibilità con l'Accordo.

[40] A questa regola fanno eccezione alcuni casi, che riguardano :i vantaggi accordati da un membro derivanti da accordi internazionali, che riguardano la cooperazione giudiziaria e l'esecuzione di leggi e che non si limitano alla sola protezione internazionale; i vantaggi accordati conformemente alle disposizioni della Convenzione di Berna o della Convenzione di Roma che autorizzano il trattamento accordato non  come trattamento nazionale , ma come trattamento uguale a quello riconosciuto da un altro paese; i vantaggi accordati ad artisti interpreti ed esecutori, produttori di fonogrammi e organismi di radiodiffusione che non siano considerati dall'Accordo; i vantaggi che derivano da accordi internazionali sulla proprietà intellettuale che sono entrati in vigore prima  dell'Accordo che ha istituito la WTO, purché non rappresentano una discriminazione arbitraria nei confronti dei cittadini di altri stati membri. (Kurkdjian, 1994)

[41] L'art.71 stabilisce una built-in agenda autorizzando il Trip Council ad esaminare il processo di attuazione dell'accordo ogni due anni a partire dal 1° gennaio 2000, in vista di maggiori livelli di protezione da acquisire attraverso nuovi negoziati multilaterali.

[42] La durata del periodo transitorio è fissata per due anni per i paesi industrializzati e cinque anni per i PVS e sette anni per i PVS meno avanzati. ( Puri e  Bondad,  1996).

[43]  Le informazioni sui flussi di capitali sono tratte da FMI, International Capital Markets, settembre 2000.

[44] I paesi industrializzati hanno, infatti, consolidato tutte le tariffe ai livelli effettivamente applicati, in media particolarmente bassi, mentre i Pvs pur avendo nel corso degli anni diminuito le loro tariffe, hanno mantenuto livelli tariffari consolidati assai elevati. (Crome,1998) .

[45] La competenza dell'UIT si estende all'elaborazione di standard tecnici, operativi e tariffari per le telecomunicazioni, volti a consentire e facilitare il collegamento tra i diversi sistemi nazionali.

[46] La WIPO è l'organizzazione mondiale della proprietà intellettuale (World Intellectual Property Organization ).

[47] Si distinguono regimi nazionale, internazionale e regionale.L'art.6 del TRIPs prevede la regolamentazione delle importazioni parallele in base alle prerogative territoriali, prevedendo interventi legati ad obiettivi sociali di varia natura.

[48] Ricordiamo la Dichiarazione sul commercio elettronico globale adottata dal WTO nel maggio 1998, che ha stabilito un programma di lavoro per analizzare le connessioni tra commercio internazionale e commercio elettronico, stabilendo stabilita una moratoria sui dazi doganali nell'e-commerce fino al 2000, che l'Ustr (United States Trade Representative) vuole prolungare.

 

[49] Addirittura, già nella Carta dell'Avana vennero inserite negli art.11 e 12 una serie di disposizioni volte a promuovere, proteggere, conferire trasparenza agli investimenti internazionali, poi mai applicate per il fallimento di quel progetto.

[50] L'UE rappresenta l'accordo regionale più avanzato. Gli investimenti tra stati membri sono in primo luogo disciplinati direttamente dal Trattato di Roma del 1957. Gli artt..52-58 disciplinano il diritto di insediamento in altri paesi membri, sebbene accompagnato dal diritto dei governi di porre restrizioni agli investimenti esteri per le legittime ragioni di sicurezza e salute pubblica. Il regime degli IDE della Commissione Europea è basato principalmente sulla rimozione delle barriere nazionali in accordo ai principi generali stabiliti dai trattati (la cosiddetta "integrazione negativa"), tuttavia sono state inserite alcune norme per assicurare il libero flusso di investimenti tra stati membri. La più importante di queste riguarda la liberalizzazione dei movimenti di capitale, l'abolizione dei controlli dei cambi e lo stabilimento di condizioni di base per i servizi finanziari, dei trasporti e delle telecomunicazioni.

A parte il caso europeo, il NAFTA (North American Free Trade Area) è l'altro accordo regionale nel quale la regolamentazione sugli investimenti è molto avanzata. Sebbene le disposizioni sugli investimenti nel Nafta garantiscano la Mfn e il trattamento nazionale, esse non stabiliscono un diritto assoluto di stabilimento come nel caso dell'UE,  pertanto al suo interno è possibile per i governi limitare gli investimenti purché in modo non discriminatorio, inoltre numerosi settori sono stati esclusi da uno o più governi. ( Holmes , Young ,1999)

[51] Il TRIPs prescrive standards e forme di protezione della proprietà intellettuale intesa come forma di investimento; il GATS considera l'insediamento come una delle quattro forme di fornitura dei servizi e vieta nell'art.16 alcune tipologie di restrizioni che direttamente si riferiscono alle operazioni di investimento, anche in assenza di un accordo specifico sugli IDE, un impegno di accesso al mercato e trattamento nazionale  garantisce di per sé il diritto di investire nei settori dei servizi esplicitati nella lista di impegni dei vari paesi (attraverso il meccanismo della positive listing).

[52] L'OCSE ( Organizzazione  di Cooperazione e di Sviluppo  Economico) con sede a Parigi, comprende 25 membri: Australia, Austria, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia , Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda,  Italia, Giappone, Gran Bretagna, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi bassi, Portogallo, Spagna, Stati Uniti, Svezia , Svizzera, Turchia.

[53] Il suo Codice sulla liberalizzazione dei movimenti di capitale e la liberalizzazione delle operazioni correnti invisibili, del 1961, ha liberalizzato le restrizioni alle transazioni di capitale.

La dichiarazione sugli investimenti internazionali e le imprese multinazionali del 1976 , basata su un impegno politico sostenuto da decisioni legalmente vincolanti del Consiglio e standard non vincolanti per le imprese multinazionali, ha stabilito delle linee guida per il comportamento delle imprese.

[54] Nello stesso GATT sono presenti articoli che fanno riferimento  alle pratiche distorsive del commercio imputabili agli stati e non al mercato, comprese quelle legate alla concorrenza (art.23). Ma l'articolo più direttamente collegato al tema delle politiche della concorrenza è l'art.6 sull'antidumping.

L'art.8 del GATS, ad esempio, stabilisce che "ogni stato membro deve garantire che nei confronti di servizi i regime di monopolio nell'ambito del suo territorio non agiscano, nel fornire il servizio nel mercato di pertinenza, in modo incompatibile con gli obblighi assunti", né abusino della posizione dominante. Inoltre nell'art.9 viene riconosciuto che l'adozione di determinate prassi commerciali possono frenare la concorrenza e conseguentemente limitare i libero commercio di servizi.

Anche nel TRIPs, art.40, vengono esplicitamente autorizzate misure in caso di abusi sui diritti di proprietà intellettuale  tali da restringere la concorrenza, ma con forti limitazioni (Ruggiero,1996).

[55] Gli unici esempi riscontrabili sono quelli relativi ad accordi di integrazione regionale molto approfonditi come il Trattato istitutivo della CEE e l'Accordo tra Australia e Nuova Zelanda (ANZCERTA), in quanto composto da soli due paesi che hanno normative di tutela della concorrenza molto simili tra loro.

Mentre nel caso degli Accordi Europei fra l'UE e i Paesi dell'Europa Centrale ed Orientale (PECO), nonostante la completa liberalizzazione del commercio e la ulteriore previsione di applicare le norme comunitarie di politica della concorrenza all'interno dei PECO, non viene considerata la possibilità di eliminare l'antidumping (Orcalli, 1996).

[56] Tra le più diffuse si possono citare gli accordi orizzontali (soprattutto i cartelli); gli accordi verticali anticoncorrenziali (tra produttori, distributori e acquirenti); l'abuso di posizione dominante volto ad ottenere l'esclusiva di un mercato, impedire l'entrata di altre imprese, influenzare i prezzi; gli accordi sulla concessione di licenze, come l'uso anticoncorrenziale dei diritti di proprietà ; gli accordi di fusione tra imprese. ( Scherer, 1994) .

[57] Ci si riferisce alla situazione nota come "dilemma del prigioniero", in cui ciascun governo, imboccando la strada che si presenta migliore dal proprio punto di vista, sceglierebbe il protezionismo, nonostante  entrambi i paesi otterrebbero maggiori guadagni se assumessero una decisione coordinata a favore del libero scambio.

Agendo unilateralmente sulla base di ciò che sembra essere il proprio interesse, i due paesi non riescono ad ottenere il risultato migliore, e si ritrovano in una guerra commerciale che impoverisce entrambi i paesi (Krugman,Obstfeld, 1997).

[58] I paesi che sottoscrissero inizialmente l'Accordo erano: Australia, Belgio, Brasile, Birmania, Canada Ceylon, Cile, Cina, Cuba, Cecoslovacchia, Francia , India Libano, Lussemburgo, Paesi Basi, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan,  Rodesia, Siria, Sud Africa, Regno Unito, Stati Uniti.







Privacy

Articolo informazione


Hits: 14737
Apprezzato: scheda appunto

Commentare questo articolo:

Non sei registrato
Devi essere registrato per commentare

ISCRIVITI

E 'stato utile?



Copiare il codice

nella pagina web del tuo sito.


Copyright InfTub.com 2019