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L'IDEA DI CITTA' ANTROPOLOGIA DELLA FORMA URBANA NEL MONDO ANTICO

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Joseph Rykwert

L'IDEA DI CITTA'

ANTROPOLOGIA DELLA FORMA URBANA NEL MONDO ANTICO

Einaudi, Torino, 1981

   

  Rykwert espone una critica alla moderna concezione di città basata sulla pura occupazione fisica del suolo secondo un atto del costruire innaturale perché voluto e attuato solo dall'uomo 212g66c , e lo fa attraverso il paragone con la concezione di città degli antichi. L'attuale concezione di città, vista come "un tessuto di edifici intersecato da strade o come un reticolo di strade orlate da edifici nelle zone periferiche e formanti una maglia piena al centro é basata sulla divisione delle zone e sulla circolazione stradale", è ben diversa da quella degli antichi che la vedevano come forma simbolica organizzata prima di tutto in armonia con le leggi divine.




  Il conformarsi della pianta urbana era vincolato ad un cerimoniale complesso. Il fondatore di una città, che doveva essere un eroe e che assieme ad altri eroi quali grandi poeti o atleti veniva sepolto al centro della città, delimitava l'area tracciando con un aratro di bronzo, in senso antiorario come il movimento del Sole, il solco su cui poi sarebbe sorto il muro, detto pomoerium. Dove intendeva lasciare una porta sollevava l'aratro così da creare un'interruzione nel solco, ed é questo il motivo per cui i Romani ritenevano sacra tutta la cinta delle mura tranne le porte, che invece erano soggette a giurisdizione civile.

Il pomoerium era una striscia di terreno posta all'interno del "muro" rituale cioè della cresta riportata dall'aratro e su cui veniva costruito il muro di difesa. Il solco scavato era chiamato "fossa" e la cresta riportata all'interno dell'aratro era detta "muro". Il muro sacro non era quello difensivo ma quello rituale, segnato dai cippi di confine. Il muro rituale si trovava a breve distanza dal muro di difesa, sempre che la città ne avesse uno. Il privilegio di ampliare il pomoerium dell'urbe era riservato a coloro che avevano esteso i confini del dominio romano. Vi erano molte usanze particolari relative alla fondazione della città, come il trasferimento del fuoco sacro dalla madrepatria alla nuova colonia, o come il seppellimento della terra proveniente dalla madrepatria in un'apposita fossa chiamata mundus. Il mundus aveva un carattere femminile e probabilmente allo scopo di metterlo in evidenza il sacrificio che vi si celebrava comprendeva l'immolazione di una scrofa gravida, il purcus troianus, dal troianus equus, il cavallo di Troia gravido di guerrieri greci.

Gli antichi erano abituati a concepire in termini mitici e rituali anche i fattori pratici. Mentre gli studiosi moderni valutano il sito da scegliere per una città in termini di economia, di igiene e di traffico, il fondatore di una città antica pensava in questi termini solo dopo averli tradotti in termini mitici. I pregi di un determinato sito erano visti come un dono arbitrario degli dei e non come un vantaggio calcolato. Alcune nozioni fondate sul buon senso erano diffuse già al tempo di Vitruvio ("Bisogna prima di tutto scegliere un luogo molto salubre, che sia cioè elevato, esente dalla nebbia e da gelate notturne, lontano da paludi, e si affacci verso regioni temperate da eccessi di caldo e di freddo") ma nella pratica non avevano frequente applicazione e comunque vi era un notevole disaccordo sul modo migliore di conseguire tale scopo, e la scelta era spesso dettata da ragioni diverse da quelle igieniche per esempio commerciali o militari. La scelta del sito era sempre rimessa alla decisione degli dei. Una volta tratti gli auspici veniva sacrificato un animale e dall'esame delle sue viscere estratte si traevano ulteriori presagi.



  A questo punto subentravano gli agrimensori per tracciare le strade e delimitare i lotti fabbricabili e quando i rilevatori avevano finito il loro compito i terreni misurati erano distribuiti mediante estrazione a sorte.

  La pianta ortogonale è strettamente connessa con l'astronomia, infatti i decumani sono paralleli al corso del Sole e i cardines hanno la stessa direzione dell'asse celeste, in modo tale da conferire alla proprietà del suolo una sanzione divina. La principale testimonianza dell'uso della pianta ortogonale da parte degli Etruschi è data dai resti di un'antica città presso Marzabotto risalente al VI secolo. Qui le strade principali, larghe circa 15 metri, sono il cardo maximus in direzione nord-sud e tre decumani che lo intersecano ad angolo retto. I riquadri formati da queste strade sono suddivisi in isolati, ciascuno dei quali comprende una o due file di abitazioni che si affacciano su vie secondarie parallele al cardo e larghe circa 5 metri. Le città a pianta rotonda sono rare, eppure la forma circolare dovrebbe essere più facile da tracciare e più naturale per quei popoli che costruivano case rotonde. Probabilmente il termine "quadrata" attribuito ad una città (Roma quadrata) deve essere interpretato come "squadrata" nel senso che vi è un centro da cui si dipartono quattro angoli retti formati dall'intersezione del cardo e del decumano che appunto erano ortogonali fra loro, e dunque il termine non fornisce alcuna indicazione sulla forma del perimetro della città.

  L'ordine e la regolarità dell'universo si riducevano dunque allo schema formato da due assi che si intersecavano in un piano: il cardo era parallelo all'asse intorno al quale roteava il sole e il decumano ne seguiva il suo corso. In questo modo l'antico cittadino "era in grado di decifrare il significato del cosmo e ciò lo faceva sentire intimamente inserito in esso". In questo modo Rykwert dimostra che la pianta della città antica può essere letta come lo specchio di tutto un sistema di usi e di credenze nel quale i cittadini potevano riconoscere la propria identità religiosa e culturale ormai persa dall'uomo moderno.







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