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L'Età Gotica

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L'Età Gotica

L'Età Gotica

 

Il termine "gotico" fu coniato nel rinascimento per designare genericamente il "barbaro", il selvaggio distruttore della tradizione classica. La visione sprezzante del rinascimento, errata in sé poiché molte opere di artisti gotici testimoniavano in realtà un forte interesse per i modelli della classicità, si è protratta fino al secolo scorso quando, in piena temperie romantica, una seria riflessione storica su tutto il medioevo ha portato alla riscoperta e rivalutazione dell'arte dei "primitivi". Il gotico è l'arte dei re, dei signori, dei monasteri e della borghesia ricca e come tale nacque in Francia, nazione già caratterizzata da uno spiccato senso di unità. L'arte gotica trovò ampio sviluppo in ogni settore, dall'architettura alla scultura, dalla pittura alla miniatura e all'oreficeria, all'arredamento e alla tappezzeria. Le forme gotiche modulavano dall'arte classica nuovo vigore plastico, ma allo stesso tempo si caratterizzavano per l'elegante allungamento e per la cura dedicata al panneggio delle vesti, che offriva spunti per cimentarsi in sinuosi virtuosismi della linea di contorno. Naturalmente all'interno dell'arte gotica si svilupparono correnti ben distinte che approfondirono interessi diversi; in ogni caso il tratto distintivo di questa corrente artistica fu la grande attenzione per la preziosità che pervase tutte le realizzazioni, fin nei minimi particolari.

La tipologia dell'architettura gotica  nacque in Francia, nella regione parigina dell'Ile de France; alla base del mutamento delle forme del 323i83d gotico ci fu la volontà di mostrare la grandezza e la magnificenza di Dio attraverso l'opera dell'uomo. La cattedrale gotica ebbe un preminente sviluppo verticale e, nella concezione dello spazio, la linea prevalse sulla massa, il vuoto sul pieno; la facciata fu spesso serrata tra due alte torri e la copertura fu realizzata con volte a crociera. Il principio tecnico su cui si basò l'architettura gotica fu l'uso sistematico dell'arco a sesto acuto che, contrariamente all'arco a tutto sesto, scaricò più rapidamente sui lati le due forze risultanti dalla divisione della forza di gravità, contribuendo a creare un risultato di maggiore dinamismo e di ascensione verso l'alto. I fasci dei pilastri sono elementi architettonici sottili ed allungati a tal punto da determinare un suggestivo effetto di fuga verticale. La navata centrale ebbe dimensioni molto più grandi di quelle laterali e  questo fattore accentuò maggiormente il senso verticale dell'architettura, già evidente di per sé. Lo spazio gotico pertanto, diversamente da quello romanico, appare illimitato ed indefinito. Lo straordinario equilibrio delle strutture portanti degli archi, ottenuto scaricando il loro peso sui pilastri, consentì l'alleggerimento delle pareti che poterono ospitare immense vetrate colorate; il valore determinante dato all'elemento della luce, simbolo della trascendenza divina, fu uno dei tratti distintivi di tutta l'architettura gotica.



Tra le arti minori del tardo medioevo spiccano per particolare qualità e raffinatezza la miniatura e l'oreficeria. Il libro miniato era un oggetto di gran pregio e di alto costo, spesso reso più prezioso da legature che sono sontuose opere di oreficeria e che servivano per sottolineare il valore spirituale del contenuto. I codici miniati erano realizzati ancora in prevalenza negli scriptoria monastici, che lavoravano non solo per le necessità liturgiche del monastero e per l'arricchimento delle loro biblioteche, ma anche su commissioni esterne delle chiese urbane, delle corti vescovili e anche dei privati. All'interno dello scriptorium operavano diversi miniatori, che spesso organizzavano il lavoro dividendosi i compiti secondo una specializzazione specifica. Esistevano infatti miniatori che si cimentavano soltanto nell'ornamento dei bordi, altri specializzati nelle figurazioni istoriate, altri ancora dediti alla decorazione delle lettere dei capoversi. Uno dei centri di produzione delle oreficerie più raffinate fu Siena che, per i suoi rapporti commerciali con una clientela esigente quale quella francese, mantenne sempre elevata la qualità delle sue opere. Il calice realizzato nel 1290 circa per Niccolò IV da Guccio di Mannaia impiegò per la prima volta nei medaglioni la tecnica dello smalto traslucido, che permise delicati passaggi di colore coprendo con uno strato trasparente il rilievo schiacciato delle figure.

Uno dei prodotti più rappresentativi ed originali dell'arte medioevale è costituito dalle colorate e splendenti vetrate che ornano ed impreziosiscono le pareti delle maggiori cattedrali di tutta l'Europa. Le vetrate istoriate narrano per immagini le storie bibliche e dovevano essere allora, allo stesso modo dei cicli pittorici ad affresco, un utile supporto per chi non sapeva leggere. Il modello figurativo della vetrata era tracciato su una tavola di legno rivestita di gesso. Su questa i maestri vetrai appoggiavano le lastre di vetro colorato per tagliarle secondo la forma prevista con una punta di ferro incandescente. I dettagli delle singole tessere erano dipinti successivamente con colori a smalto fissati con la cottura. Le tessere venivano bloccate ed unite tra loro da un profilo di piombo e da chiodi sui lati esterni del pannello. I vetri colorati erano prodotti nelle tinte primarie con l'aggiunta di ossidi metallici alla pasta vitrea; in questo modo si ottenevano splendidi colori che prendevano il nome dalle pietre preziose a cui alludevano nella tinta. Le ricette degli impasti erano custodite gelosamente dai maestri vetrai che venivano chiamati per tutta l'Europa per realizzare i loro capolavori. Se queste opere erano il frutto dell'esperienza di artigiani specializzati nella lavorazione del vetro, i disegni preparatori erano spesso forniti da pittori e scultori famosi: è il caso della splendida vetrata circolare del Duomo di Siena, eseguita nel 1288 da Duccio di Buoninsegna e raffigurante alcuni episodi delle storie della Vergine.

Per sopperire all'imperante analfabetismo diffuso per tutto il medioevo e consentire ai fedeli di seguire i principali avvenimenti sacri grazie alle immagini, le pareti delle chiese divennero lo spazio consacrato alla raffigurazione di storie tratte dall'Antico e dal Nuovo Testamento. I cicli pittorici, sempre realizzati ad affresco, furono così definiti la Biblia Pauperum (ossia la Bibbia dei poveri) e, oltre ad abbellire le chiese medioevali, ebbero una funzione pratica molto importante, quella di contribuire all'educazione religiosa degli uomini e delle donne dell'epoca. Nella cappella degli Scrovegni ad esempio, eseguita da Giotto a Padova tra il 1303 e il 1305, sono raffigurate le storie della vita di Cristo, a partire dagli eventi che la preannunciarono fino alla morte ed all'emblema spirituale dell'incarnazione. L'opera fu commissionata al pittore fiorentino dal nobile Enrico degli Scrovegni che, per decorare la sua cappella di famiglia, volle ingaggiare il più noto pittore del momento. Il ciclo si presenta in tono fortemente unitario, anche se è probabile che alla sua realizzazione abbiano partecipato Giotto ed altri collaboratori. E' infatti impensabile che Giotto possa aver eseguito tutti gli affreschi da solo; è però naturale che l'artista fiorentino abbia mantenuto uno stretto controllo su tutte le parti della decorazione, ottenendo un risultato omogeneo e di straordinaria qualità artistica.

Nel corso del medioevo grande fortuna ebbe il soggetto della grande croce dipinta, rappresentante il Cristo crocifisso e scene tratte dalla Passione, che venivano sospese all'arco trionfale o poste sopra l'iconostasi. La tradizione della croce dipinta deriva dall'arte bizantina, nella quale è caratteristica la raffigurazione del Cristo triumphans, ossia trionfante sulla morte. Cristo appare vivo, con gli occhi aperti e con il corpo rigido e frontale, non fiaccato dalla sofferenza e dalla morte. Questo motivo ebbe diffusione anche in Italia dove, soprattutto nella zona di Pisa e Lucca, fu adottato da numerosi artisti tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo. La più antica croce dipinta in Italia giunta fino a noi e appartenente a questa tipologia è quella di Sarzana, realizzata da Guglielmo  nel 1138. Una famiglia di pittori di Lucca, Berlinghiero Berlinghieri e suo figlio Bonaventura, si dedicarono molto spesso alla rappresentazione di croci dipinte e diedero vita ad un'attività quasi specialistica. A partire dagli inizi del Duecento al motivo del Cristo triumphans si contrappose una nuova tipologia, quella del Cristo patiens: questa iconografia raffigura il Redentore nel momento della morte, con il capo reclinato e il corpo pesante che si accascia senza vita sulla croce. Paladino della nuova visione del Cristo, più umana perché volta ad evidenziare le sofferenze, è Giunta Pisano che nelle sue croci immise una forza drammatica tale da suscitare una profonda reazione emotiva nel fedele e nello spettatore.

Sotto la pressione di artigiani  e mercanti -le forze sociali nuove ed emergenti, spesso sotto la guida dei proprietari terrieri che si erano trasferiti dentro le mura- le città si dettero un governo autonomo, che prese il nome di "comune". Gli appartenenti al comune non negavano di dipendere dall'imperatore, ma chiedevano l'autogoverno, ovvero tutto ciò che rientrava nelle cosiddette "libertà": eleggere i magistrati, amministrare la giustizia, riscuotere i tributi, battere moneta, provvedere alla difesa militare. Ai singoli cittadini  era concesso il diritto di possedere beni, di esercitare un mestiere, di associarsi e circolare liberamente, di commerciare anche al fuori dei confini, di eleggere i governanti. Il comune nacque solitamente come associazione spontanea e privata tra gruppi di cittadini e si sviluppò gradualmente. In un primo momento affiancò il potere del vescovo, che nei secoli bui della vita urbana era stato l'unica autorità, poi lo soppiantò. Questo fenomeno interessò quasi tutta l'Europa, dalla Germania alle Fiandre, dall'Inghilterra alla Francia, e soprattutto l'Italia dove l'antica tradizione urbana del mondo romano era rimasta più viva.

Pur presentandosi come fiero difensore della propria libertà, il comune non offriva ai cittadini un'assoluta uguaglianza giuridica, in quanto manteneva in vita profonde differenze di classe. C'erano i nobili venuti in città per sottrarsi alle prepotenze dei grandi feudatari e per godere di una vita più comoda; costoro, raggruppati in associazioni di famiglie (le "consorterie"), ebbero in un primo momento la direzione della città e posero in atto una politica di conquista a danno del territorio circostante (il contado) e dei centri vicini. Mercanti, artigiani, banchieri e professionisti costituivano la ricca borghesia o "popolo grasso". Erano riuniti in associazioni dette "Arti maggiori" e godevano di tutti i diritti politici, anche se inizialmente non furono ammessi al governo della cosa pubblica, al quale tuttavia aspirarono sempre di più, mano a mano che diventavano ricchi e potenti. Il "popolo minuto", ossia la piccola borghesia, era costituto invece dai piccoli artigiani o dai proprietari di modeste aziende i quali, pur essendo difesi nei loro interessi economici dalle rispettive associazioni (le "Arti medie" e le "Arti minori") erano del tutto esclusi dalla vita politica. Al di sotto c'era la plebe costituita da salariati, braccianti e operai che vivevano alla giornata fra mille difficoltà e costantemente oppressi. Chi apparteneva a questa classe non solo non aveva il diritto a riunirsi in assemblee, ma era tenuto lontano da ogni attività politica, come i coloni che furono sottomessi con la progressiva conquista del contado.

Era l'assemblea generale dei cittadini (l'"arengo" o parlamento) a scegliere i magistrati supremi, che in molti comuni italiani venivano chiamati "consoli": il loro numero variava da un minimo di due a un massimo di sessanta e duravano in carica un anno. Essi detenevano il potere esecutivo (ossia l'applicazione e l'esecuzione delle leggi), stringevano alleanze e stipulavano trattati, guidavano le milizie cittadine. Nelle città più popolose l'assemblea generale fu sostituita ben presto da organi più ristretti a cui fu attribuito il potere legislativo: un "Consiglio maggiore", che si occupava degli affari di carattere generale, e un "Consiglio minore" per gli affari più importanti e riservati. In quest'ultimo prevaleva la componente più ricca e autorevole della cittadinanza: i feudatari trasferitisi entro le mura cittadine, i grossi mercanti e gli artigiani, gli esperti di diritto, talvolta anche i vertici del clero; un numero ristretto di famiglie, spesso imparentate o comunque associate tra di loro, aveva così il controllo politico della città. Ma quegli artigiani e quei mercanti che non partecipavano al livello più alto del governo comunale cominciarono a lottare per scalzare il predominio dell'aristocrazia, che peraltro appariva lacerata a causa della lotta tra le varie consorterie. Verso la fine del XII secolo il governo consolare fu perciò sostituito da un governo podestarile retto da un Podestà, un magistrato chiamato da un'altra città in modo che fosse estraneo agli odi e alle lotte locali. Il Podestà era stipendiato dal comune ed aveva il compito di governare in modo neutrale, senza favorire nessuna delle parti, per un periodo limitato, solitamente coincidente con un anno. Infine, intorno alla metà del XIII secolo, poiché i nobili non volevano rinunciare al governo e provocavano tumulti e disordini a non finire, accanto al Podestà fu posto un Capitano del popolo, incaricato di difendere gli interessi dei popolani contro la prepotenza e il sopruso dei nobili.



La crisi delle istituzioni comunali che aveva portato al governo podestarile sfociò quasi ovunque, sul finire del XIII secolo, nell'avvento delle signorie. Una sola persona, appartenente alle classi dominanti, concentrò tutto il potere nelle proprie mani, diventando il "signore" della città. Era di solito un nobile, ma spesso anche un grande mercante  che giustificava il proprio potere con la necessità di porre fine all'instabilità politica, resa più grave dalle risse violente e sanguinose tra fazioni nemiche, delle quali tutti ormai erano stanchi. Nei primi anni di governo i capi delle signorie mantennero in vita le istituzioni comunali, ma allo stesso tempo cercarono di rafforzare le basi della loro supremazia, guadagnandosi il consenso del popolo minuto attraverso un sistema di tassazione più equo del precedente. Molti allargarono il proprio dominio anche a spese di altre signorie: nel giro di pochi anni riuscirono a rendere la loro carica ereditaria, assicurando alla propria famiglia il controllo sul comune, e dando vita in tal modo al "principato". Già culla degli ordinamenti comunali, la valle padana diventò terra classica delle signorie. Nel Veneto Ezzelino da Romano riuscì a crearsi, già agli inizi del XIII secolo, un dominio personale su Treviso che si estese successivamente su gran parte della regione; Milano a partire dal 1247 divenne possesso della famiglia guelfa dei Della Torre; a Ferrara nacque la signoria degli Este; in Romagna pullulò una quantità di piccole e piccolissime signorie. Nell'Italia centrale al contrario le istituzioni comunali resistettero più tenacemente nei grandi centri di Bologna, Siena, Lucca, Pisa e Firenze.

Un modesto commercio tra Europa e Bisanzio era sempre esistito, ma con tendenza a esaurirsi. L'Europa esportava poche merci e di basso valore (grano, legname, ferro) e importava merci preziose quali spezie, tessuti, oggetti di lusso che avrebbe dovuto pagare in oro. L'Occidente tuttavia, anche se non era totalmente sprovvisto di oro, preferiva tesaurizzarlo e per questo aveva istituito un sistema monetario basato sull'argento, non sufficiente a pagare le importazioni da Bisanzio. Gli arabi invece di oro ne avevano in quantità e con esso effettuavano in Europa grandi acquisti di schiavi, pellicce, armi, legname e pece per le navi. Il loro oro affluiva così in Europa e grazie ad esso quest'ultima fu in grado di acquistare spezie e oggetti di lusso da Bisanzio e dagli stessi arabi. La presenza degli arabi pertanto non provocò la rottura dell'unità del Mediterraneo e dei suoi traffici, anzi, soprattutto nel settore orientale e centrale, tale presenza divenne un fattore decisivo per la ripresa commerciale.

Già a partire dal VII secolo, la gigantesca espansione delle armate islamiche aveva messo nelle mani dei seguaci di Maometto le coste del Vicino Oriente, dell'Africa, della Spagna e le principali isole mediterranee. Una via per l'Oriente rimaneva tuttavia ancora sgombra grazie alla flotta bizantina, che era riuscita a mantenere il possesso dell'Egeo e del Mare Adriatico. Da questo corridoio passava il traffico commerciale fra la grande capitale dell'Impero romano d'Oriente e le città che continuavano a far parte, seppur nominalmente, del suo dominio: Napoli, Gaeta, Salerno, Amalfi, Bari e Venezia.  La crescente debolezza di Bisanzio aveva reso man mano sempre più indipendenti queste città, che avevano finito per governarsi con proprie leggi e propri magistrati. Gli scambi tuttavia non solo non si erano mai interrotti ma si erano addirittura intensificati: ne aveva bisogno Bisanzio per provvedere alle necessità del suo milione di abitanti, ne avevano bisogno gli italiani per i pingui guadagni che ricavavano dal commercio delle spezie e della seta che arrivavano dai ricchi mercati d'Oriente.

Le repubbliche marinare crearono imperi commerciali di vaste proporzioni. La repubblica che creò il proprio impero più rapidamente  e con maggiore successo fu Venezia. La sua attività mercantile era iniziata nell'VIII secolo lungo il Po' e verso Bisanzio, capitale dell'impero di cui Venezia faceva parte anche se solo di nome. Le navi veneziane si erano poi presentate nei porti d'Africa e di Siria per vendere legname, ferro, sale, vetro e persino schiavi razziati nella vicina Dalmazia (il vocabolo schiavo deriva infatti da "slavo"), in cambio di spezie, sete, avori. Alla fine del secolo XI la città era già una grande potenza navale, la "regina dell'Adriatico". L'ascesa di Venezia relegò al secondo posto nel commercio con l'Oriente Amalfi, dominatrice dal IX secolo del mar Tirreno, la quale aveva costituito la propria fortuna intrattenendo vivaci relazioni d'affari non solo con Bisanzio, a cui Amalfi era nominalmente assoggettata, ma anche con i paesi arabi ai quali garantiva uno sbocco sul mercato italiano. In cambio di tessuti preziosi e generi di lusso, Amalfi esportava in primo luogo olio d'oliva, prodotto in abbondanza nel fertile retroterra della Campania. I mercanti amalfitani erano ricchi a tal punto che uno di essi, un certo Pantaleone, poté fondare a proprie spese ospedali ad Antiochia e Gerusalemme, e offrire in dono le porte di bronzo della basilica romana di San Paolo fuori le mura. La ricchezza di Pisa dipendeva invece dalle fortunate spedizioni contro i saraceni ai quali essa aveva tolto la Sardegna e la Corsica, conquistando così una posizione importante nell'Africa settentrionale. Al seguito di Pisa si fece strada Genova che per la sua posizione, priva di comode comunicazioni con l'interno, fu costretta a dedicarsi soprattutto al commercio d'oltremare. I genovesi si fecero riconoscere particolari privilegi a Costantinopoli e controllarono i traffici del Bosforo.

La cristianità medioevale aveva un grande e feroce nemico da combattere, colui che cercava in ogni modo di rubarle l'anima, il bene più prezioso. Questo terribile persecutore era il diavolo, il "vassallo" ribelle al suo Signore che combatteva sempre slealmente. Protagonista delle paure e delle fantasie degli uomini Satana era un personaggio reale, la cui concreta esistenza ben pochi osavano mettere in dubbio. Il suo aspetto era quello del mostro scarmigliato raffigurato sui capitelli dagli scultori dell'XI secolo, i quali dovettero essere ragguagliati dalla descrizione particolareggiata che del diavolo fece il monaco e cronista francese dell'XI secolo Rodolfo il Glabro. Nelle sue Storie egli racconta di aver avuto tre incontri ravvicinati con Satana che gli sarebbe apparso nei vapori del primo risveglio: "Vidi sorgere ai piedi del mio letto un omino spaventevole a vedersi. Era di media statura, con il collo esile, il viso emaciato, gli occhi nerissimi, la fronte rugosa, le narici strette, le labbra grosse, il mento stretto e sfuggente, una barba da caprone, le orecchie pelose e affilate, i capelli ritti incolti, i denti di cane, il cranio a punta, una gobba sul dorso, gli abiti sudici". Niente corna né ali dunque: gli uomini del medioevo gliele attribuirono solo più tardi, probabilmente influenzati dalle raffigurazioni dei mostri orientali.

La fede del popolo medioevale si nutriva di meraviglie, anche quando era il demonio in persona a mostrarsi, e indubbiamente un posto di rilievo nella coscienza di tutti spettava ai miracoli. Per combattere il diavolo e vincere il male non bastava infatti la sola preghiera, né era sufficiente una condotta irreprensibile. Alcuni uomini di Chiesa specializzati nella lotta al demonio, gli esorcisti, scacciavano Satana dal corpo in cui si era annidato, ma più frequentemente ci si appellava al potere superiore dei santi, preziosi intermediari tra Dio e l'umanità, e in particolare al potere delle loro reliquie sparse praticamente in ogni chiesa d'Europa. I santi, in quanto antagonisti del demonio, erano gli eroi più popolari della società medioevale e le loro imprese erano celebrate in una miriade di "Vite", biografie edificanti a uso dei fedeli. Ognuno voleva avere in cielo il "suo" santo protettore al quale rivolgersi in caso di necessità, così come aveva sulla terra un nobile al quale chiedere protezione. Era infatti convinzione generale che i miracoli accadessero spesso e che fossero uno dei modi con cui il soprannaturale si manifestava agli uomini.

Poiché la creazione appare come un tessuto di corrispondenze, nella scoperta delle analogie il ricorso ai simboli è uno strumento più funzionale della logica. Per l'uomo del medioevo ogni aspetto della realtà celava un significato segreto di cui era il "simbolo". La natura offriva una grande quantità di simboli. Tra i minerali, le pietre gialle o verdi guarivano l'itterizia e le malattie del fegato, quelle rosse le emorragie e i flussi di sangue. Tra i vegetali il grappolo d'uva simboleggiava Cristo che ha sparso il sangue per l'umanità; l'olivo, il giglio, la violetta, la rosa rappresentavano la Madonna; la mela (in latino malum) era naturalmente il simbolo del male e della tentazione che aveva portato alla rovina Eva e tutto il genere umano. Nel mondo animale lo scorpione simboleggiava la falsità (e gli ebrei), il leone la forza ma anche l'ipocrisia, mentre le bestie favolose come il basilisco, il drago, il grifone, citate spesso nelle sacre scritture (la Bibbia e soprattutto i Vangeli apocrifi) erano tutte immagini del diavolo.




Alle soglie dell'XI secolo e per alcuni dei secoli a venire le consuetudini sociali e specialmente le pratiche giudiziarie facevano dell'ammenda (il dono) l'atto di riconciliazione per eccellenza. L'uomo che per un qualche delitto si era escluso dalla comunità poteva riscattare il prezzo della colpa imponendo su di sé un sacrificio e acquistando così il perdono della vittima; egli ritornava nella pace e nell'amicizia del principe, la cui autorità garantiva in tutto il paese la giustizia. Come comportarsi tuttavia se l'offesa era stata fatta alla coscienza, alla morale, a Dio? In una religione quale quella medioevale interamente dominata da gesti rituali, il sacrificio era considerato la purificazione più valida, la mediazione che collegava l'uomo al sacro. Quando ad essere minacciato era il buon popolo di Dio nella sua totalità erano previste maggiori misure di difesa. Le più ampie toccarono agli ebrei, considerati gli alleati naturali di Satana; i casi di antisemitismo, fino ad allora rari, si tramutarono in pogrom, poi cominciarono a brillare i roghi degli eretici e degli stregoni. In quello stesso tempo nel cerimoniale della Chiesa si diffuse l'uso della scomunica e dell'interdetto, pratiche che recidevano dal corpo della cristianità i membri per essa più pericolosi.

La più perfetta delle penitenze individuali  consisteva nel "convertirsi", ossia nel mutare radicalmente il corso della propria esistenza entrando in un monastero. La maggior parte dei monaci dell'XI secolo erano stati "offerti" a Dio dai genitori già nella prima infanzia: erano stati formati a tale funzione ed erano rimasti sempre in seno alla comunità. Era infatti assolutamente eccezionale, e talvolta scandaloso, che un uomo fatto e allevato per vivere nel secolo decidesse di rompere con i propri simili e con la propria famiglia per ritirarsi dal mondo. Molti si contentavano di seguire regolarmente le funzioni e perciò si stabilivano vicino a un monastero; altri vi entravano e vi facevano professione: abbandonavano le armi, si tagliavano i capelli e indossavano la tonaca sul letto di morte, lasciando una ricca donazione al monastero che avevano scelto.

Anche se liberata dalle manifestazioni più evidenti del male col ferro della scomunica e col fuoco dei roghi, l'umanità doveva comunque sottomettersi a riti di penitenza. Il più semplice, il più comune di tutti era l'elemosina che ebbe, nel corso del medioevo, un significato molto più ampio della mera "carità". Molti tra i signori, uomini d'arme, ricchi borghesi, in qualche momento della loro vita e spesso -ed è logico!- in punto di morte, si sentirono spinti a fare pubblica confessione di avere male agito e si videro indotti a restituire in vario modo parte dei beni che avevano ottenuto; era un bisogno di purificazione che si estrinsecava con donazioni fondiarie alla Chiesa, con la costruzione di edifici sacri, di ospedali per i poveri, di lazzaretti in epoca di epidemie, di ricoveri per i pellegrini. Se l'elemosina era fatta da un sovrano, l'unto del Signore, questa assumeva un significato simbolico di grande portata: egli era penitente perché peccatore, ma anche in quanto re e responsabile della salvezza di tutti. Pratica penitenziale primaria era anche il pellegrinaggio che lanciava il cristiano nei pericoli dell'avventura e lo metteva in marcia verso i luoghi della vita di Cristo, la tomba del suo successore Pietro o i grandi santuari.

I riti di purgazione  furono proposti anche collettivamente perché tutto insieme il popolo si santificasse e allontanasse da sé i flagelli dell'epoca. Si videro allora radunati attorno a urne e reliquie i prelati, i grandi e le folle popolari, uniti in assemblee penitenziali che, dapprima nel sud della Gallia, cercarono di fare rispettare a tutti la "pace di Dio", concepita come un patto destinato a moderare la turbolenza di uno dei tre ordini della società, quello dei bellatores. A queste consegne di pace, limitate inizialmente alla Quaresima, si sostituì poco a poco un impegno del tutto diverso: durante i periodi più santi del calendario liturgico e nei giorni della settimana fra il giovedì e la domenica fu proibito l'uso delle armi; erano le cosiddette "tregue di Dio" che, in quanto volte a ristabilire uno stato di convivenza pacifica, la Chiesa propose ai cavalieri come la forma di ascesi più appropriata al loro stato.

Da qui alla nascita di un codice morale che cristianizzasse i cavalieri il passo era breve: la "cavalleria" diventò una specie di ordine a cui la Chiesa attribuiva il compito di difendere gli oppressi e di riparare le ingiustizie, prima fra tutte il mancato accesso dei cristiani ai luoghi santi in cui Cristo si era sacrificato per l'umanità, luoghi caduti in mano ai musulmani. Così i cavalieri cucirono sulle loro vesti una croce rossa e partirono in pellegrinaggio armato per liberare la Terrasanta.

I giuramenti di pace, i pellegrinaggi  e tutte le misure di purificazione collettiva furono il segno più tangibile del risveglio della coscienza religiosa nei secoli XI e XII. Intorno al Mille la Chiesa soffriva ancora, a tutti i livelli, di molti mali: preti, vescovi e abati simoniaci e concubinari impegolati negli interessi mondani, papi ridotti spesso a strumenti nelle mani delle varie fazioni dell'aristocrazia romana. Ma accanto e in contrapposizione a tale decadenza morale non tardò a sorgere un movimento composito, fatto di tanti aspetti e correnti diverse, autonome tra loro, nate spontaneamente dal basso a opera di ecclesiastici, ma anche di laici. Alcune di queste correnti ruppero con la Chiesa e divennero eretiche, altre rimasero in ambito clericale conferendo però alla Chiesa nuova vitalità, altre infine furono recepite direttamente dal papato che ne promosse la riforma. Il primo segnale di rinnovamento della Chiesa giunse dal monachesimo benedettino, che era entrato negli ingranaggi del feudalesimo in misura un po' inferiore all'episcopato.

La campagna per la rinascita dell'originario sentimento cristiano, espresso in tutta la sua purezza e la sua santità, trovò espressione rovente nelle polemiche di san Pier Damiani (1007-1072) e si concretizzò nella formazione degli ordini benedettini riformati, come quello dei cluniacensi del convento di Cluny in Borgogna, l'ordine dei camaldolesi, fondato nel 1012 dall'eremita san Romualdo (uno dei maestri di gioventù di Ottone III), l'ordine dei vallombrosani di san Giovanni Gualberto. Rinacquero a nuova vita anche gli antichi cenobi benedettini come Montecassino e Farfa in Italia, Reichenau in Germania ecc. Questa tendenza si manifestò soprattutto nel secolo XII. La figura di Gesù cessò di essere quella di un re o di un grande signore feudale per diventare quella del Salvatore, del Dio dell'amore e non più della vendetta. Nacque il culto di Gesù bambino e di Maria vergine, simbolo dell'amore materno e femminile.

Anche se le iniziative riformatrici  avevano preso l'avvio assai prima dell'anno Mille, è nel corso dell'XI secolo che la regola di san Benedetto trovò nuovo vigore a Cluny, nella contea di Màcon sottoposta al duca d'Aquitania. Essa ebbe tra i suoi ardenti partigiani anche molti feudatari e gli stessi imperatori, dagli Ottoni a Enrico III. Enrico II di Sassonia si preoccupò a tal punto della riforma della Chiesa da convocare nel 1022 un concilio per la condanna del concubinato e dell'eresia. I monasteri cluniacensi, oltre a immettere una più severa spiritualità nella vita religiosa, sottolinearono con forza la loro autonomia dai vescovi, nelle cui diocesi essi sorgevano e, liberi da ogni legame di natura feudale, chiesero una riforma amministrativa che li ponesse sotto la protezione diretta del papa. Quasi duecento abbazie sparse in Francia, in Germania e in Italia si unirono in congregazione sottoposta all'abate di Cluny, dando vita a una milizia monastica pronta ad anteporre l'autorità papale a qualsiasi altro potere, in un momento in cui gli imperatori di Sassonia avevano subordinato il papato al controllo imperiale. La riforma cluniacense trovò grandi consensi in molte città. A Milano i "patarini" (gli straccioni), benché mossi da concrete esigenze religiose, trovarono nell'azione riformatrice l'occasione per limitare l'autorità dei vescovi-conti. Anche l'ordine dei cistercensi propugnò e attuò una riforma interpretando la regola di san Benedetto con rigore ancora maggiore dei colleghi di Cluny, sia in campo pratico che in campo spirituale. Nel XII secolo fece parte dell'ordine dei cistercensi Bernardo di Chiaravalle, il cui misticismo ebbe una notevole influenza sul pensiero medioevale ed inoltre pose le basi ideologiche per la giustificazione teorica delle crociate.

Dalla rinascita dello spirito religioso  trassero nuovo vigore anche le eresie che si manifestarono con l'interpretazione rigorista del Vangelo, l'attesa imminente della fine del mondo, il desiderio di abolire non solo i privilegi del clero ma il clero stesso e i sacramenti. Sotto il profilo sociale le eresie furono, in qualche misura, l'espressione di due aspirazioni diverse ma strettamente legate l'una all'altra: l'aspirazione della nascente borghesia a un uso più razionale della ricchezza e quella degli strati poveri della società a una maggiore giustizia. La reazione si levò soprattutto contro la ricchezza scandalosa della Chiesa che fu richiamata all'originale povertà evangelica. Così a Lione il ricco mercante Valdès, più noto sotto il nome di Pietro Valdo, fondò nel 1176 il movimento dei "poveri di Cristo" o "poveri di Lione" e predicò nella lingua volgare del popolo  la necessità del ritorno della Chiesa alla purezza e semplicità apostoliche. Il suo movimento si diffuse in Svizzera, Italia settentrionale, Spagna, Germania ed Europa orientale ed egli fu dichiarato eretico nel 1173. Un'altra eresia, sorta nel secolo XII, fu quella di Arnaldo da Brescia che combatté il potere temporale della Chiesa, la gerarchia ecclesiastica e tentò di dar vita a Roma a un libero comune basato sull'adesione del popolo riformato nella religione. L'eresia più importante e pericolosa fu tuttavia quella dei catari (parola greca che significa "puri"), diffusa dopo il 1000 soprattutto nella Francia meridionale (Linguadoca e Provenza). I catari assunsero il nome di albigesi, dalla città di Albi loro roccaforte. Essi predicavano una dottrina dualistica di tipo manicheo, fondata sulla concezione per cui bene e male erano princìpi egualmente potenti e in lotta tra loro; negavano altresì la creazione divina del mondo e l'incarnazione di Cristo, mentre esaltavano la castità assoluta. Eretiche furono considerate nel 1215 anche le dottrine del monaco cistercense Giovacchino da Fiore: un suo seguace, fra Dolcino, fu arso sul rogo nel 1307.



Il grande moto di risveglio e di crescita spirituale che dall'XI secolo agitò l'Occidente cristiano fu contemporaneo all'opera di assestamento politico compiuto da Ottone il Grande e dai suoi successori che trasformarono i popoli seminomadi -che nel IX/X secolo avevano minacciato le frontiere del mondo occidentale (ungari, slavi, scandinavi)- in agricoltori stabili. Tra essi penetrarono i missionari che sentirono la riscossa della cristianità come una dilatazione, come una conquista a scapito della miscredenza. Ma se la fede continuò a propagarsi a nord e a est, nei paesi del Mezzogiorno l'evangelizzazione subiva forti ostacoli. Cominciava a sorgere il giorno in cui i guerrieri d'Occidente sarebbero andati a forzare con la spada queste resistenze: in Spagna contro i mori che occupavano quasi interamente la penisola, in Terrasanta contro gli infedeli che tenevano in pugno i luoghi sacri alla cristianità.

Lo spirito di crociata maturò nei mutamenti dell'anno Mille. La pace e la tregua di Dio avevano limitato poco a poco nel popolo cristiano la pratica delle armi e nel 1054 il concilio di Narbona proclamò che per un cristiano l'uccidere un altro cristiano equivaleva a versare il sangue di Cristo. Ma se, come proclamava la concezione della gerarchia delle classi, i cavalieri avevano ricevuto da Dio stesso la vocazione a combattere, dove avrebbero diretto i loro colpi? Contro gli infedeli. Diveniva a poco a poco sempre più chiaro che, nel movimento di purificazione e di rinnovamento in cui si era avviata la cristianità d'Occidente, solo la guerra santa era lecita. Il popolo di Dio doveva placare le discordie intestine e muoversi in massa verso le forze del maligno. Apriva la marcia l'ordine dei bellatores che per salvarsi l'anima fu pronto a massacrare i nemici della fede.

Un'interpretazione nuova dell'idea di guerra santa fu data da papa Innocenzo III quando decise di soffocare i moti ereticali. Secondo Innocenzo III infatti non dovevano essere considerati "infedeli" soltanto i musulmani che occupavano la Palestina o i mori di Cordova, ma tutti gli eretici che agivano come "serpi" in seno alla cristianità. Il primo assalto fu rivolto nel 1208 contro gli albigesi che subirono un'accanita caccia all'uomo. Il "sacro macello" fu approvato solennemente nel 1215 dal IV Concilio lateranense che si impegnò a formulare una lunga e articolata serie di norme per individuare e colpire l'eresia ed istituì nelle diocesi i tribunali dell'Inquisizione. La crociata segnò anche la fine della splendida stagione della letteratura provenzale. In merito ai tribunali dell'Inquisizione, questi in realtà erano già stati ideati in passato dai pontefici, con l'obiettivo di giudicare gli eretici e consegnarli al braccio secolare (le autorità civili) per la condanna. Nel 1232 papa Gregorio IX, per avocare al pontefice i più gravi reati di eresia, istituì l'Inquisizione papale, tribunale che per molti secoli (praticamente fino al 1908 quando prese il nome di Congregazione del Sant'Uffizio) avrebbe difeso, con inflessibile rigore, l'unità e la compattezza della Chiesa cattolica, sacrificando la tolleranza all'ubbidienza, la spontaneità della fede all'intangibilità dei dogmi.

Le ideologie ereticali si erano diffuse principalmente grazie all'opera di predicatori itineranti e grazie al prestigio da essi guadagnato con l'austerità ascetica e l'osservanza più stretta della norma della povertà. E' questa la conclusione cui giunse Domenico di Guzman, che si trovò ad attraversare la Linguadoca proprio quando iniziava la crociata contro gli albigesi. Egli concepì allora il disegno di una comunità religiosa che si dedicasse soprattutto alla lotta contro l'eresia, adottando le stesse armi di propaganda dei predicatori albigesi: rigida severità morale e povertà integrale. Si formò così l'ordine dei domenicani, frati predicatori non più chiusi nei conventi come i monaci benedettini ma sparsi nel mondo a combattere la loro battaglia. Dall'ampio terreno dei moti pauperistici nacque nello stesso periodo un'altra figura destinata a influire profondamente sulla storia della cristianità: Francesco d'Assisi  che, senza mai prendere gli ordini sacri, vestì il saio dei mendicanti per predicare con semplicità luminosa l'amore di Dio, la carità, il perdono, l'umiltà, la gioia dell'anima che si abbandona fiduciosa al suo Salvatore. L'esempio dei nuovi ordini mendicanti infiammò il sorgere delle confraternite laiche, dedite al culto, alla carità e alla penitenza, espressione della più profonda devozione popolare.

Gli scritti di Giovacchino da Fiore rappresentano il tentativo più avanzato di costruire una visione escatologica e profetica del futuro corso storico: la sua opera mira a costruire una vera e propria teologia della storia e indica le caratteristiche della nuova età e il tempo della sua venuta. La concezione di una ventura età dello Spirito Santo, successiva alle epoche dominate dalle altre figure della Trinità, modifica la visione tradizionale della storia costruita dalla teologia cattolica fin dai tempi di Agostino. La teoria trinitaria si sostituisce alla concezione della discesa di Cristo sulla terra e del suo ritorno alla fine dei tempi. Giovacchino profetizza l'avvento di un'epoca di libertà e di concordia fra gli uomini, anticamera della realizzazione sulla terra del modello di vita perfetto, basato sull'ideale monastico e sulla vita contemplativa. In quest'ottica anche la funzione della Chiesa, dei sacramenti e delle sacre Scritture subisce una notevole trasformazione in vista del mutamento d'epoca e questo aspetto è alla base della condanna da parte della Chiesa del pensiero di Giovacchino. Le sue idee diedero vita a un vero e proprio movimento culturale, chiamato gioachimismo, che ebbe notevole diffusione: questo influenzò soprattutto i francescani più spirituali, ma tracce della sua profezia sono rintracciabili anche in protagonisti della storia e della cultura del XIV secolo quali Dante, Petrarca e Cola di Rienzo.

L'ingresso massiccio del pensiero di Aristotele nel mondo occidentale è databile al XIII secolo: prima del grande pensatore greco si conoscevano quasi esclusivamente le opere logiche. Sotto l'influsso della cultura araba e grazie a traduttori come Michele Scoto si resero disponibili una grande quantità di scritti, in grado di modificare notevolmente il panorama culturale della filosofia scolastica. La filosofia di Aristotele si presentò infatti agli uomini del tempo come un vasto sistema razionale spesso in contrasto con il cristianesimo: basti pensare alla concezione dell'eternità del mondo, alla negazione della creazione e della provvidenza, al problema della sopravvivenza dell'anima dopo la morte. Per tali caratteri il pensiero di Aristotele destò sospetto e la Chiesa proibì per due volte, agli inizi del XIII secolo, la pubblica lettura e l'insegnamento di alcune sue opere nell'università di Parigi. Ciò nonostante lo studio del pensiero aristotelico di diffuse progressivamente, suscitando ulteriori reazioni di forte avversione da parte di numerosi teologi, e si formò una corrente dottrinale che cercò di conciliare tale filosofia con il messaggio cristiano. Dopo il tentativo di Alberto Magno, Tommaso d'Aquino assunse il grande compito di costruire una filosofia cristiana di impostazione aristotelica, eliminando quei concetti di Aristotele che mal si conciliavano con la rivelazione divina e trovando il modo di rendere coerenti gli altri con i dati forniti dalla fede. In questo modo Tommaso fornì alla cristianità un complesso sistema filosofico razionalmente fondato e al tempo stesso non in contrasto con i presupposti fideistici della religione rivelata.







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